Lo spirito del judo

Jigoro Kano

Dobbiamo alla sponsorizzazione di Alberto Mirabella, Marco Rebasti, Cristina Guerrieri e Tommaso Battistoni la traduzione eseguita da professionisti fiorentini dell' Appendice - Lo spirito essenziale del judo, nelle pagine 1159 - 1169 di Dai Nippon Judo Shi. Si tratta di una conferenza del signor Kano considerata filosoficamente importante. Alcuni brani sono contenuti in Judo Kodokan, Kodansha, 1956.

 

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Appendice (pp. 1155-1169)

[1]Il presente testo è stato redatto per alcune conferenze (al Kodokan , in diverse scuole, alle gare nazionali di sport, ecc.) tenute appena prima del Congresso del Cairo [2], nelle quali il Maestro Kano presentò lo spirito essenziale del judo nel modo più chiaro e preciso. Benché alcune parti possano essere ripetitive, lo riportiamo qui come l'ultimo testo del Maestro, affinché tutti i judoisti lo abbiano sempre a portata di mano.

 

Lo spirito essenziale del judo

Jigoro Kano

 

“Il judo non è un'arte marziale in cui si utilizza un'unica arma, come accade nel kenjutsu , nel sojutsu o nel kyujutsu . È piuttosto l'arte marziale di attacco e di difesa in cui, teoricamente, si può utilizzare qualsiasi arma, anche se di solito non se ne utilizza nessuna. Questa è la caratteristica del judo. E' consuetudine che il nome di un‘arte marziale derivi dall'arma che essa utilizza, così il kenjutsu deriva da ken (‘spada') e il sojutsu da yari (‘lancia') [3]. Queste arti marziali, quindi, insegnano l'uso di una specifica arma. Il judo, invece, non si focalizza sui modi di attacco e di difesa legati ad una sola arma; per questo esso comprende in sé sia il bojutsu che il naginatajutsu . Nel judo si usa talvolta il coltello o la spada, mentre di solito all'interno del dojo non si pratica né con il naginata né con lo yari , anche se il judo permette di utilizzare qualsiasi arma, comprese queste ultime due. È dunque indubbio che esso sia un'arte marziale non limitata ad una sola arma. Tuttavia, qualora ci si domandi in cosa consista esattamente il judo, non se ne trova alcuna definizione precisa, anche se esistono a riguardo varie testimonianze scritte e orali. Sappiamo solamente che il suo nome è derivato probabilmente dall'espressione ju no sei go [4].

Riflettiamo dunque su cosa significhi controllare la durezza con la cedevolezza. Supponiamo, ad esempio, che mi trovi davanti ad un avversario avente forza 10, mentre io ho forza 7. Se l'avversario mi attacca con la sua forza 10, pur usando tutta la mia forza non posso certo sperare di vincerlo: 10 è più grande di 7. Venendo respinto o venendo proiettato, sarò sicuramente sconfitto. Tuttavia, quando l'avversario mi attacca, posso indietreggiare adattandomi alla sua forza: in questo modo, non trovando nessuna resistenza, il mio avversario barcollerà in avanti e così la sua forza da 10 diminuirà magari a 3, poiché avrà perso la sua buona posizione e l'equilibrio del proprio corpo. Io, invece, essendomi spostato indietro intenzionalmente e non per la spinta dell'avversario, manterrò la mia posizione e la mia forza. In questo modo potrò vincere usando anche solo la metà della forza che possiedo. In breve, se reagisco perdo perché ho meno forza dell'avversario, ma se mi sposto indietro adattandomi, vinco perché la sua forza diminuisce con la perdita di equilibrio. Ecco spiegata la logica del ju no sei go . Se riflettiamo bene, tuttavia, vediamo che non si possono affrontare tutti i casi possibili con questo tipo di strategia. Supponiamo, ad esempio, che qualcuno mi afferri il polso: in questo caso posso usare la mia forza per ruotare il corpo facendo perno sul polso afferrato, reagendo alla forza del pollice e delle altre quattro dita. Così facendo, eserciterò una maggior forza rispetto a quella delle dita che mi afferrano e, usando il polso come perno, potrò liberarmi molto facilmente dalla sua presa. Qualora però mi domandassi se questo procedimento segua la logica del ju no sei go , dovrei rispondere negativamente. Esso è improntato, piuttosto, all'uso ottimale della forza, grazie al quale posso prevalere su quella dell'avversario. Facciamo un altro esempio: quando tiriamo un calcio, concentriamo attivamente la nostra forza in una direzione e colpiamo un punto debole dell'avversario per ucciderlo o ferirlo – analogamente quando colpiamo col pugno, con la spada o con il bastone. Anche in questi casi, dunque, non seguiamo la logica del ju no sei go .

Sulla base di queste riflessioni dobbiamo concludere che la denominazione del jujutsu si riferisce solo ad alcuni dei modi di attacco e di difesa. Il significato fondamentale del bujutsu , insegnato tradizionalmente con il nome di jujutsu o taijutsu , non è però così limitato. Il ju no sei go è soltanto uno dei possibili principi d'azione utilizzabili in quest'arte. Le parole ju no sei go , quindi, non possono spiegare né l'intera natura del jujitsu , né quella del taijutsu «yawara» (considerato l'antico jujitsu ), ma soltanto una loro parte.

Facciamo ancora un altro esempio. Supponiamo che qualcuno mi immobilizzi afferrandomi da tergo. Seguendo la logica del ju no sei go non potrei in alcun modo liberarmi. Per adattarmi alla forza dell'avversario, infatti, dovrei paradossalmente tentare di ridurre le dimensioni del mio corpo espirando tutta l'aria che vi è contenuta. In questo caso devo utilizzare un'altra strategia, ovvero reagire in maniera adeguata nella fase iniziale dell'attacco, quando il mio avversario non utilizza ancora tutta la sua forza. A questo proposito, si narra che un jujutsuka non appena fu immobilizzato da un lottatore di sumo , esclamò: «non mi stringi ancora, sekitori [5]?». Stupito, il lottatore provò allora ad afferrarlo con ancora più forza. Ma proprio in quel momento la stretta del lottatore diminuì e il jujutsuka , abbassandosi, riuscì a liberarsi. Anche il koshiwaza del randori possiede una logica peculiare. Quando l'avversario radica la sua posizione piantando i piedi a terra o sta per piegarsi in avanti, mi abbasso e, mettendo la mano dietro la sua anca, lo spingo in avanti. Facendo perno sulla mia anca, il peso della parte superiore del corpo dell'avversario va in avanti e quello della parte inferiore va indietro. Per quanto grande sia il suo corpo, in questo modo riesco a proiettarlo semplicemente torcendo leggermente l'anca e tirando la sua manica. Le tecniche di judo , insomma, seguono varie logiche. Dominare la forza con la cedevolezza è una delle logiche proprie anche del jujitsu o del taijutsu praticati in passato. Sarà forse possibile, allora, trovare un principio applicabile ad ogni possibile caso?

Posso affermare con sicurezza che tale principio esiste e che consiste nell'ottimizzare l'energia corporea e mentale per raggiungere l'obiettivo prefissato. Possiamo definirlo, quindi, come il metodo o la tecnica dell'utilizzo ottimale del corpo e della mente. Chiamando l'energia corporea e mentale con la parola seiryoku , possiamo chiamarlo « seiryoku saizen katsuyo » [6] e quindi, abbreviando, seiryoku zen'yo . Qualunque sia lo scopo, si impiegano il proprio corpo e la propria mente nel modo più efficace per raggiungerlo. Seiryoku saizen katsuyo significa: il modo più efficace per realizzare il proprio scopo in ogni circostanza. Vediamo, dunque, se questo principio può essere applicato ai casi precedentemente analizzati. Quando usiamo gli atemi , per ottimizzare il risultato, dobbiamo colpire il punto più debole e perpendicolarmente rispetto ad esso. Inoltre, più il colpo sarà forte e veloce più sarà efficace, e precisamente dovrà raggiungere la massima velocità nel momento dell'impatto; maggiore poi è la forza del colpo, maggiore sarà la sua efficacia. Possiamo affermare, allora, che il principio del seiryoku saizen katsuyo è applicabile agli atemi . Passiamo ora al nage-waza . Supponiamo che l'avversario stia diritto davanti a me. Se proviamo ad applicare un koshi-waza , mettendo la nostra anca contro il ventre dell'avversario, dobbiamo trovare un punto d'appoggio appropriato su cui far leva per proiettarlo. Se il punto d'appoggio è all'altezza del petto, allora la proiezione richiederà troppa forza, perché la parte superiore al punto di leva è più leggera e quella inferiore è più pesante. Più vantaggioso sarà trovare un punto rispetto al quale la parte inferiore e superiore del corpo sono di egual peso. Mettendo questa teoria in pratica, una persona di 56 chili può con un dito batterne un'altra di 112 [7]. Se questa persona non ha una posizione radicata a terra, posso farla cadere in avanti o indietro usando un solo dito. Se invece indirizza la sua forza verso l'avanti, senza oppormi ad essa, devo spingerlo o tirarlo seguendo la direzione della sua forza. In questo modo posso squilibrarlo facilmente e infine proiettarlo. Il principio del seiryoku saizen katsuyo ci permette così di spiegare le tecniche di judo , mentre non è possibile farlo col principio del ju no sei go . Pensiamo all'applicazione di o-goshi : quando il corpo dell'avversario si solleva e s'inclina leggermente in avanti, avvicino la mia anca, metto la mano dietro la sua schiena, lo spingo verso di me, lo porto sulla mia anca e poi torco l'anca, tirando la sua manica e così facendo riesco a proiettarlo. Evidentemente, anche quest'azione è spiegabile con il principio del seiryoku saizen katsuyo.

Possiamo quindi concludere che il principio fondamentale per l'attacco e la difesa è il seiryoku saizen katsuyo : rendere il più efficace possibile l'uso della forza. Ora, posto che il seiryoku zen'yo è il principio fondamentale per l'attacco e la difesa, chiediamoci: è forse possibile applicarlo anche ad altri obbiettivi? Naturalmente. In realtà esso è applicabile ad ogni obbiettivo.

Da giovane ho imparato l'antica arte marziale denominata jujutsu . Essa, tuttavia, non era improntata ad un principio fondamentale. Il maestro, ad esempio, mi insegnava ogni tecnica in modo dettagliato, ma nessuno mi spiegava da quale principio esse fossero derivate o quale principio fosse loro applicato. Nel corso del tempo, proseguendo la mia ricerca, quando riscontravo delle contraddizioni tra gli insegnamenti di maestri diversi, non avevo quindi nessun criterio con cui poter giudicare e valutare ciò che era corretto. E' così che mi sono addentrato nello studio approfondito del jujutsu . Ho imparato da maestri di diverse scuole e quando ho trovato una contraddizione tra due insegnamenti, mi sono sforzato di risolverla. Dopo una lunga ricerca, ho infine raggiunto il principio attuale – utilizzare la forza nel modo più efficace per realizzare il proprio obbiettivo - e con esso ho potuto spiegare tutto.

Quando mi sono recato a Parigi, il direttore del Ministero della Salute, Ducos, informato della mia visita, mi ha chiesto tramite l'ambasciata giapponese di tenere una conferenza sul Judo . Purtroppo ero già partito per Monaco di Baviera, dove dovevo tenere una lezione di Judo , ma ricevuto il telegramma dell'ambasciata sono tornato a Parigi. All' École des Arts et Métiers – una scuola più o meno equivalente ai nostri istituti superiori di tecnologia e industria – ho tenuto una conferenza davanti ad un pubblico numeroso, composto da studiosi, funzionari, militari, specialisti dello sport, ecc.. Tra loro c'era uno studioso ebreo di nome Feldenkrais che, quando ebbi terminato di parlare, si è rivolto a me mostrando grande interesse per il mio discorso e chiedendo di potermi rincontrare. Feldenkrais era una persona piuttosto singolare. Nato in una famiglia ebrea in Russia, ha studiato in Francia dopo aver ottenuto la cittadinanza palestinese. Parlava inglese, francese, tedesco, russo, ebraico ed altre lingue. Il francese lo parlava in modo tanto fluente da sembrare un madrelingua. Quando ci siamo incontrati nel mio albergo, mi ha chiesto di dare un'occhiata ad un testo dattilografato che era in attesa di essere pubblicato. Voleva che gli rivolgessi delle critiche, ma visto che era scritto in ebraico, non potevo comprenderlo. Sono riuscito soltanto a immaginare di cosa si trattasse guardando le figure. Allora mi ha detto di leggere la versione scritta in francese e, benché io non lo parlassi benissimo, ne ho capito sommariamente il contenuto. Gli ho indicato così i non pochi sbagli che vi avevo trovato. Tra questi ce n'era uno interessante. Premetto che Feldenkrais aveva praticato un po' di judo , ma soprattutto l'aveva studiato leggendo molti libri; non lo sapevo, ma a suo dire ci sono numerosi libri sul judo scritti in lingue europee. La ricerca esposta nel suo libro era stata svolta leggendo circa quaranta libri di diverso tipo. Tra le altre cose, vi si descrive un modo di liberarsi da gyakujuji : quando da un avversario si viene afferrati per il colletto con le mani incrociate, si può allentare la sua presa colpendo perpendicolarmente al collo con un pugno. Feldenkrais era divenuto un ricercatore o qualcosa di simile presso la Sorbona , dopo aver frequentato una scuola affine al nostro istituto superiore di tecnologia e industria. Era quindi una persona molto più abile anche dei normali dottori [8] giapponesi. Pur essendo giovane, partecipava ad un progetto di ricerca insieme a celebri studiosi, il che testimonia delle sue capacità. Per dimostrargli l'errore, l'ho afferrato per il colletto mettendo le mani incrociate come in gyakujuji , ma con un contatto più profondo rispetto a quello che aveva descritto nel suo libro. Quando gli ho chiesto di liberarsi, ha cominciato a spingere il mio collo con il pugno usando tutta la sua forza. Nonostante fosse un uomo forte e mi facesse un po' male alla gola, è stato lui il primo ad arrendersi, perché le mie mani opprimevano le sue carotidi ai due lati del collo, interrompendo l'afflusso del sangue al cervello. Si tratta semplicemente di una differenza nella posizione delle mani nell'esecuzione di gyakujuji , di cui lui non si era accorto. Quando si viene afferrati con le mani in profondità, più si spinge l'avversario e più le nostre carotidi sono oppresse . Quando si viene afferrati con un contatto poco profondo, invece, si può riuscire comunque a colpire l'avversario per allentare la sua stretta. Questa è un'applicazione del principio del miglior impiego dell'energia corporea e mentale. Dopo la mia spiegazione, mi ha chiesto con ammirazione di leggere per intero il suo libro e di correggerne tutti gli errori quando ne avrei avuto tempo. Gli ho dato un altro paio di consigli, spiegando che non avevo tempo di correggere tutto, e ognuno di questi consigli rimandava all'applicazione del mio principio. Il suo libro prescriveva un impiego non ottimale dell'energia corporea e mentale, mentre nel modo che ho appena indicato si utilizzano efficacemente sia il corpo che la mente. Per quanto riguarda il gyakujuji , occorre un efficace uso delle mani; più in generale, però, tutte le tecniche vanno studiate e praticate tenendo in considerazione il principio fondamentale che le deve ispirare.

C'erano una volta più di cento scuole di jujutsu in tutto il Giappone. Oggi sono rimasti solo pochi nomi di scuola e raramente si trova un dojo con l'insegna del nome della scuola. Ora tutti i tipi di judo sono uniti sotto il nome Kodokan . Ispirandosi al suddetto principio fondamentale, il judo consente al praticante di raggiungere un certo livello dopo due o tre anni, mentre seguendo il vecchio metodo didattico ce ne sarebbero voluti almeno cinque.

Possiamo affermare che l'applicazione di questo principio al bujutsu dell'attacco e della difesa ha ormai avuto successo, poiché l'antico jujutsu si è ormai estinto e il Kodokan judo ha unificato tutte le scuole del Giappone. A partire da questo successo, si è ipotizzato che l'applicazione del seryokuzenyo fosse valida anche in altri campi e si è cominciato ad introdurlo nella ginnastica.

Per applicarlo alla ginnastica si deve chiarire, prima di tutto, qual è l'obiettivo di questa disciplina. Quando si identifica l'obbiettivo, come per gli strangolamenti o gli atemi , si può riconoscere il modo migliore per raggiungerlo. In quest'ultimo caso, ad esempio, si deve evitare di mettere forza nella mano. Osservando i diversi tipi di ginnastica del mondo, ho notato che essi identificano solo vagamente i loro obbiettivi. A mio avviso, gli obbiettivi della ginnastica validi per tutti sono irrobustire il corpo, mantenere la salute e allenare il corpo perché possa essere utile nella vita. Inoltre sarebbe ideale se, allo stesso tempo, si potesse allenare anche la mente. Tuttavia la ginnastica generale, come quella svedese o quella danese, può essere utile solo di rado all'allenamento mentale. Benché entrambe possiedano i loro meriti, non sono molto utile alla vita reale e, quindi, non ci sono molte persone che le praticano con interesse. Come materia obbligatoria è praticata a scuola dagli studenti, ma la gente comune non pratica quasi mai né la ginnastica svedese né quella danese. Uno degli obbiettivi della ginnastica è rendere più sano il corpo; tuttavia, è un grave errore pensare che esso consista nel rendere i muscoli duri come sassi . Per svilupparli in tal modo è necessario uno sforzo costante ed enorme, che richiede uno spreco estremo di tempo e di energia, perciò avere muscoli così grandi non è una condizione lodevole per la gente comune. Una volta è venuto da me un famoso lottatore di wrestling americano e mi ha mostrato i suoi muscoli: erano abbastanza sviluppati e sembravano forti. In cuor mio ridevo, ma non l'ho criticato provando per lui una certa pietà. Quando mi sono recato negli Stati Uniti, mi ha invitato ad andare sia a San Francisco che a Los Angeles per un ricevimento di benvenuto; fortunatamente, mi sono organizzato per riuscire a non andarci. In nessun modo, infatti, vorrei essere considerato un sostenitore del suo metodo. Finché egli rappresenta un caso singolo non c'è niente di male, ma se inducessimo tutti gli americani o tutti i giapponesi a diventare come lui, dovremmo sacrificare lo sviluppo di tutte le altre potenzialità umane. Fisiologicamente ideale è piuttosto uno sviluppo proporzionato di tutti i muscoli del corpo , accompagnato da un funzionamento equilibrato di tutti gli organi. Questi devono essere gli obbiettivi della educazione fisica. Inoltre la ginnastica deve essere utile alla vita quotidiana. Ma oggigiorno, all'epoca in cui l'intelligenza umana ha fatto notevoli passi in avanti nel dominio dello scibile, i giovani non si dedicano alla ginnastica se non ne ricavano un qualche divertimento ed è per questo che è stato introdotto nell'educazione fisica il concetto di competizione. In conseguenza di ciò, non sono poche le persone che sviluppano i propri muscoli in modo disequilibrato e senza scrupoli, perché desiderano ciecamente la vittoria. In alcuni casi le persone si allenano in modo squilibrato per spirito d'emulazione, danneggiando gli organi interni. Tale tipo di allenamento sta diventando addirittura la moda dominante. E' vero anche, però, che tanti giovani trovano nell'atletica – praticata frequentemente oggigiorno – un tipo di ginnastica capace di appassionarli, e questo è un aspetto positivo. Dobbiamo cercare di formare il loro corpo in modo tale che sia sano e utile dal punto di vista fisiologico: a questo deve servire lo sport . Ad esempio, il nuoto è uno sport che può sviluppare il corpo in maniera piuttosto armonica e proporzionata, senza eccessi; inoltre, esso stimola tra le persone un rapporto amichevole e gioioso con l'acqua, importantissimo per un paese come il Giappone che è circondato dal mare ed in campi lavorativi quali il commercio, il trasporto, l'industria ittica, la marina, ecc. E' per questo che, quando insegnavo nelle scuole, consigliavo caldamente il nuoto. Sono buoni esercizi anche il camminare, il correre e la ginnastica attrezzistica . Nella scelta di uno sport, si deve considerare se esso renda sano il corpo e serva alla vita quotidiana. Non lo si deve scegliere incondizionatamente, solo perché è praticato da tanta gente.

Nella mia vita, mi sono fatto promotore in prima persona dell'atletica, ho partecipato di mia iniziativa al Comitato Olimpico e ho contribuito al movimento in favore della candidatura del Giappone per i giochi olimpici. Tutti questi sforzi sono motivati da una mia personale opinione sullo sport. Ritengo, infatti, che sarebbe difficile dare ampia diffusione ad uno sport intrinsecamente poco interessante ed è per questo che ho ritenuto fosse più vantaggioso esortare allo sport sottolineandone l'aspetto competitivo. Tuttavia, sebbene mi sia adoperato in questo senso, il vero ideale della ginnastica non è esclusivamente quello di irrobustire il corpo, ma anche di renderlo sano e utile alla vita umana. Inoltre, ciascun individuo ha anche dei doveri da assolvere che, se pensiamo esclusivamente allo sviluppo corporeo, rischiamo di trascurare.

C'è un'altra forma di sport popolare che ci fa ben sperare per il futuro: il metodo “ballabile” [9]. Si tratta di un metodo analogo alle arti tradizionali giapponesi come la danza, il No [10], lo Shimai [11], ecc. In esso si esprimono pensieri, sentimenti e fenomeni naturali con i movimenti delle mani, dei piedi, del tronco, delle anche e del collo. L'elaborazione di questo nuovo metodo sta facendo passi avanti, ciononostante non l'abbiamo ancora presentato in pubblico. Ovviamente le longeve tradizioni del No o della danza non furono ideate a scopo educativo, pertanto è quasi impossibile applicarle ad uno sport popolare, benché abbiano un loro valore a prescindere. Non sono sempre appropriate per temprare lo spirito nazionale o coltivare una moralità elevata; nemmeno soddisfano l'idea di sviluppare il corpo in modo armonico ed equilibrato. Il metodo “ballabile” deve essere, nella sostanza, affine alla danza o al No , ma essere ideato in modo tale da poter realizzare gli obiettivi della ginnastica. Vorrei diffondere in tutto il Giappone, in futuro, uno sport popolare, che si suddivida in diversi tipi: per i bambini, per gli adulti e per le donne, e che possa allenare il corpo, temprare lo spirito nazionale e coltivare dei gusti raffinati. Non bisogna certo eliminare gli sport già esistenti. Non c'è niente di male se una persona appassionata pratica uno sport innocuo. Non si tratta infatti di escludere gli elementi già esistenti, ma di esortare ai migliori. Non mi oppongo soprattutto al tradizionale metodo giapponese della ginnastica, ma vorrei ideare uno sport migliore che possa diffondersi ampiamente tra la gente.

Se avessi più spazio a disposizione, descriverei più nel dettaglio anche l'applicazione di questo principio all'educazione delle facoltà mentali, all'educazione morale e alla vita sociale. Ma qui mi limiterò semplicemente a delinearne i tratti fondamentali.

Rivolgiamoci, dunque, all'applicazione del principio del seiryoku saizen katsuyo all'educazione delle facoltà mentali. La possiamo dividere in due tipi, distinguendo tra l'avere ampie conoscenze (proprie dell'erudito) dall'avere capacità di giudizio (propria del saggio) e riflettendo sull'educazione delle facoltà mentali da questi due punti di vista: acquisire conoscenze ampie e temprare capacità di deduzione e di giudizio. Sotto questo aspetto, il sistema educativo odierno lascia alquanto a desiderare, poiché è mancata una ricerca sulla relazione tra l'educazione delle facoltà dell'anima (immaginazione, capacità di deduzione e giudizio) e l'arricchimento delle conoscenze. Ci sono differenze anche nei modi di acquisire una medesima conoscenza: si possono individuare le conoscenze fondamentali che sono applicabili a qualsiasi cosa oppure si possono individuare le conoscenze pratiche e concrete che sono prontamente utilizzabili. In ciascuno di questi casi, si devono sempre identificare gli obbiettivi che si vogliono perseguire e, una volta che siano stati chiariti, dobbiamo impiegare l'energia corporea e mentale nel modo più efficace per realizzarli. Questo vale sia per gli insegnanti che per gli studenti, i quali di solito non li fissano chiaramente.

Esaminiamo ora l'educazione morale. Da una parte essa deve essere effettuata sul piano dell'intelletto, insegnando a distinguere il bene dal male, il giusto dall'ingiusto. Dall'altra parte il senso morale va coltivato anche sul piano emotivo. Pur sapendo riconoscere ciò che è bene fare, infatti, se il lato emotivo non è ben educato, l'azione non risulta abbastanza efficace. Inoltre, se non si coltiva la forza di volontà è difficile operare il bene e non operare il male, anche se si è coscienti dell'uno e dell'altro. Se non temprassimo la nostra volontà, ci capiterebbero casi in cui non riusciremmo a operare il bene o a trattenerci dal commettere il male, pur sapendoli riconoscere. Per quanto riguarda questo problema e la sua soluzione, non c'è accordo nemmeno tra i pedagoghi ed il motivo, a mio avviso, è che ancora una volta non si è appreso profondamente il principio del seiryoku saizen katsuyo . Occorre applicare tale principio all'educazione delle facoltà mentali e all'educazione morale, identificando anzitutto gli obbiettivi da raggiungere. Per esercitare il vero seiryoku zen'yo dobbiamo però fissare questi obbiettivi con precisione, ad esempio stabilendo a quale aspetto e in che proporzione dare maggior importanza tra gli elementi suddetti: intelligenza, emozione e volontà.

Spesso spiego a personalità influenti in vari campi che il Giappone d'oggi deve senza dubbio aumentare gli armamenti e che deve farlo con grande decisione, ma che, oltre a ciò, deve preoccuparsi anche di migliorare il proprio sistema educativo. Più in generale, il problema dell'aumento degli armamenti deve essere affrontato insieme a tutti gli altri, compreso quello dello sviluppo commerciale e industriale . Ci sono tanti lavori, come il trasporto e il traffico, che richiedono enormi spese statali e conseguentemente sia l'emissione di prestiti pubblici che l'aumento delle imposte sono inevitabili. Senz'altro il Giappone, con la sua forza, potrà resistere per un certo periodo a queste operazioni; e tuttavia, se avesse in programma di resistere per lungo tempo, tutte le risorse esistenti non sarebbero sufficienti; per questo motivo, occorre ingegnarsi per crearne di nuove e tali da poter garantire un rifornimento continuativo. A tal fine è necessario – come una volta ho già avuto modo di indicare alle autorità governative - formare urgentemente un popolo capace di sottoscrivere obbligazioni pubbliche e in grado di resistere all'aumento delle imposte, ma come ciò possa essere fatto non è ancora stato oggetto di un'indagine approfondita. E' evidenti che qui ci troviamo davanti ad un esempio applicativo del seiryoku saizen katsuyo . Dovremmo cambiare il nostro modo di vestire, di nutrirci, di gestire la casa, come anche le nostre abitudini lavorative ed i nostri costumi sociali, perché sprechiamo troppi soldi per vitto, vestiario e alloggio o per talune usanze d'ordine sociale, come nel caso di cerimonie e celebrazioni. Se è vero che Frederick Taylor [12] ha già cominciato a presentare negli Stati Uniti l'idea dell'incremento dell'efficienza e che essa è stata introdotta anche in Giappone, tuttavia, ad oggi, essa viene messa in pratica solo in modo parziale e frammentario, senza ispirarsi ad un principio generale. E' di estrema urgenza, quindi, trovare il modo in cui l'intero popolo può realizzare quest'idea nella vita concreta ed esortare a metterla in pratica. E proprio questo è ciò che insegna il principio fondamentale del Judo, il seiryoku saizen katsuyo .

A partire dalla ricerca sulle arti marziali, attraverso i riferimenti alla ginnastica, all'educazione delle facoltà mentali e all'educazione morale, abbiamo chiarito l'idea di un'applicazione del judo alla vita umana in generale: al vitto, al vestiario, all'alloggio, alle relazioni sociali, all'amministrazione della sfera pubblica. Certe persone pensano che il judo consista semplicemente nel combattimento nel dojo ; ma questa è solo l'applicazione del principio del judo all'allenamento delle tecniche di attacco e difesa. Tale aspetto fa senza dubbio parte del judo , ma non è che una delle possibili forme in cui esso può manifestarsi. Quando si dice judo , infatti, deve intendersi descrivere gli obbiettivi migliori per ciascuna cosa e utilizzare più efficacemente la forza corporea e mentale per realizzarli. Il judo odierno designa il seiryoku saizen katsuyo , ossia seiryoku zen'yo . Perciò il judo non è un arte marziale, ma è il nome del principio fondamentale del comportamento umano. Il randori nel dojo è una manifestazione dell'applicazione di questo principio fondamentale all'attacco, alla difesa oppure alla ginnastica; certamente non è uno sbaglio se lo chiamiamo judo , ma non dobbiamo pensare che solo esso sia judo . Se una persona considera il judo così limitatamente, non comprende bene il judo di oggi. Evitare questa incomprensione è ciò a cui ambisco insistendo sull'importanza del suo principio, affinché il judo possa essere comprese e praticato secondo l'accezione più ampia del termine.

Finora ho sottolineato che il significato fondamentale del judo è molto più vasto e profondo rispetto a quello inteso da molte persone. Nel proseguo di questo mio discorso, vorrei spiegare ancora meglio, con alcuni esempi, quale possa essere l'utilità del judo nella vita quotidiana e nel far fronte alle sfide del futuro.

Possiamo ritenere che la maggior parte delle religioni praticate in Giappone sia benefica per la loro lunga tradizione; tuttavia, qualora non si comprenda bene il significato della loro dottrina, si rischia di incorrere in gravi errori. Citiamo un esempio facile da comprendere, considerando attentamente i concetti di assiduità e diligenza. Se da un certo punto di vista, infatti, esse sono indubbiamente delle virtù, da un altro esse non sono che parole con significati vaghi ed ambigui. Ora, se l'assiduità e la diligenza fossero sempre lodevoli, non esisterebbe un solo caso in cui non sarebbero opportune; ci sono però dei casi in cui effettivamente né l'assiduità né la diligenza sembrano essere appropriate. Quando siamo stanchi mentalmente o fisicamente, ad esempio, possiamo ammalarci per l'assiduità e la diligenza e in questo caso sarebbe meglio evitarle . Inoltre, se svolgiamo diligentemente e assiduamente un'attività poco utile, finiamo con lo sprecare energie che potremmo utilizzare meglio in altro modo; dovremmo quindi distinguere bene su che cosa lavoriamo diligentemente e assiduamente, se lo facciamo. Infine, compiere anche le migliori azioni, ma in modo eccessivo, può procurarci dei danni; spesso, ad esempio, gli studenti si prodigano fino a tarda notte nella lettura di un libro che è stato loro consigliato dall'insegnante o dai genitori, tuttavia, se certamente questa lettura è un atto assiduo e diligente, rischia anche di essere dannoso. In forza di questo ragionamento, possiamo concludere che l'assiduità e la diligenza non devono essere ritenute incondizionatamente delle virtù e che dietro ad esse deve trovarsi un principio stabile che possa fungere da guida. Tale principio è appunto il seiryoku saizen katsuyo . In base ad esso, possiamo affermare che l'assiduità e la diligenza non devono condurre allo sfinimento, che non dobbiamo sforzarci in un'attività a tal punto da non poter fare nient'altro e che, infine, dobbiamo ponderare con attenzione ciò che decidiamo di fare. L'importante è prima avere una visione chiara di ciò che prescrive il seiryoku saizen katsuyo e poi impegnarsi con assiduità e diligenza.

Anche un comportamento apprezzato o ritenuto esemplare da tutta la società può essere svantaggioso in un contesto privo del seiryoku saizen katsuyo . Ad esempio, poiché molte persone hanno le “mani bucate”, solitamente si consiglia il risparmio, ma questa non è certo una strategia utile in assoluto. Immaginiamo che una persona entri in affari con mille yen di capitale, che inizi a vendere un prodotto utile a molte persone e che, quindi, la merce venga subito venduta. Dopo un anno, capitalizzando gli utili, potrà ricavare magari un utile di diecimila yen che, invece di risparmiare, converrebbe maggiormente reinvestire. E' evidente, dunque, che dobbiamo applicare il seiryoku saizen katsuyo anche al risparmio per ottenere un buon risultato. L'essere umano è veramente sconsiderato : si arrabbia, si rattrista e si lamenta per delle minuzie; ma questi atteggiamenti potranno essere evitati, se si saprà comprendere bene il seiryoku saizen katsuyo . A che serve infatti lamentarsi? Chi si lamenta è spiacevole anche da ascoltare e spreca per lamentarsi o brontolare molte energie che potrebbe usare per far qualcosa di molto più utile. Arginando il proprio malessere ed evitando di dispiacere ad altri, potrebbe impegnarsi per il bene di se stesso e del mondo. Dal punto di vista del seiryoku saizen katsuyo , quando abbiamo da portare a termine i nostri doveri o stiamo facendo qualcosa di utile per la società, dobbiamo essere in grado di saltare tranquillamente un pasto; non è da lodare invece chi, senza una buona ragione, mangia irregolarmente. E' importante, inoltre, nutrirsi con una quantità di cibo non eccessiva. Così la nostra vita si razionalizzerà. Con questo principio potremo ottimizzare ogni aspetto delle nostre attività: la distribuzione e l'organizzazione dei lavori quotidiani, così come la quantità, l'ordine e lo svolgimento del nostro lavoro.

L'essere umano, infine, deve sempre riflettere sulla propria situazione presente e, dopo aver fissato uno scopo per il bene proprio e del mondo, deve disciplinare il proprio comportamento al fine di raggiungerlo. Questo è il modo migliore di condursi nella vita e, quindi, anche il più soddisfacente: senza preoccuparsi del futuro, fare di volta in volta ciò che si può e, quando ci si imbatte in un ostacolo, trovare una via di uscita in quel momento. Se comprendiamo veramente il seiryoku saizen katsuyo e lo pratichiamo con il corpo, allora possiamo raggiungere lo stesso stato di una persona risvegliata dopo un lungo periodo di studi teologici. Possiamo riuscirci con le nostre sole esperienze ed esercitazioni, senza alcuno studio particolare, praticando avendo di mira la realizzazione del principio fondamentale.

All'epoca in cui il judo , in quanto uno dei fenomeni tipici della cultura giapponese, era considerato esclusivamente come un'arte da praticare nel dojo , il suo valore, per quanto conservasse un'indubbia rilevanza culturale, era molto limitato. Se consideriamo il judo nel senso che ho prima descritto, possiamo invece affermare che esso costituisce un fenomeno di ben più ampia portata. Al giorno d'oggi, com'è ormai risaputo, varie arti giapponesi come la pittura o la danza sono state gradualmente introdotte all'estero e ovunque se ne trovano ammiratori, appassionati e studiosi. Ritengo tuttavia che non ci sia nessun'altra arte che sia praticata tanto diffusamente come il judo e che sia altrettanto capace di appassionare il mondo. E sebbene non tutti coloro che praticano judo all'estero ne comprendano ancora il vero significato e il vero valore, ce ne sono già alcuni: gli uni mi chiedono informazioni sull'argomento per lettera, gli altri mi domandano quale libro debbano leggere per approfondire il loro studio o se possano parlare direttamente con me in Giappone. Tra gli altri, ho parlato di judo con Helen Parkhurst [13], il preside della scuola divenuta celebre per il Dalton Plan, durante un suo viaggio in Giappone. Dopo questo incontro, le ho spedito la registrazione delle conferenze che avevo tenuto in Europa e negli Stati Uniti e lei, in una lunga lettera, mi ha espresso la sua piena condivisione delle mie idee e la volontà di riparlarne quando sarebbe tornata in Giappone. Al suo ritorno, mi ha raccontato che molti suoi amici avevano condiviso subito le mie idee e si erano convinti che la vita umana dovesse essere migliorata e condotta a partire dal principio fondamentale del Judo. Le persone che non sono ancora venute in Giappone e desiderano incontrarmi direttamente per ascoltare queste mie idee aumentano continuamente. Tale fenomeno dimostra chiaramente che la diffusione delle tecniche del judo nel mondo permette poco a poco di comprenderne anche lo spirito e il significato. Per comprovarlo, vorrei raccontarvi una storia. Quando mi sono recato in Europa e negli Stati Uniti per la candidatura ai giochi olimpici del Giappone, dopo essere riuscito nel mio intento, sono stato invitato a New York e a Los Angeles per tenere un discorso durante una trasmissione radiofonica diffusa su scala nazionale, dal Canada al Messico. Parlando con il direttore del programma, l'argomento è scivolato sul judo e così gli ho mostrato i documenti del discorso che a riguardo avevo tenuto precedentemente in Europa e negli Stati Uniti. Il giorno seguente, dopo averli letti, mi ha chiesto di cambiare l'argomento del mio discorso: dai giochi olimpici al judo . Dal canto mio, avendo intenzione di concentrarmi sui giochi olimpici durante quel viaggio, pensavo che non avrei parlato di judo ed invece, seguendo la loro richiesta, alla fine ho parlato di entrambi gli argomenti. Questo aneddoto attesta che il popolo americano doveva nutrire un certo interesse per le mie idee sul lato spirituale del judo , altrimenti, se così non fosse stato, non mi avrebbero chiesto espressamente di parlarne. Casi simili mi si sono presentati anche quando sono stato in Europa. Ho quindi buone ragioni per credere che in futuro lo spirito autentico del judo sarà ricercato e praticato sempre più diffusamente dai cittadini di paesi stranieri. Quando un giapponese va all'estero, quindi, è bene che si prepari a ricevere delle domande o delle considerazioni su questo argomento, poiché sarebbe davvero un gran peccato che lo conoscesse meno rispetto a loro e che non sapesse rispondere alle domande di chi rispetta la cultura giapponese.

Mentre un tempo le arti marziali stavano al centro delle tecniche del judo , oggi, nel kodokan judo , esse sono unite alla ginnastica. Ciò non significa, come qualcuno potrebbe sospettare, che in quanto arte marziale il judo di oggi sia meno efficace che in passato. Non è assolutamente così; piuttosto, il judo può dimostrare la vera forza delle arti marziali quando unisce ad esse la ginnastica. Nel jujutsu di una volta la tecnica era molto praticata; ad esempio ci si esercitava ripetutamente nello tsuki , ma nemmeno un esperto poteva eseguirlo con una certa efficacia se non l'aveva praticato intensamente e per lungo tempo. Invece, se la si allena quotidianamente, interpretandola come attività ginnica – ovvero come ginnastica nazionale –, la tecnica si perfeziona sicuramente. Citiamo un altro esempio. Quando un avversario ci attacca con la spada, se pensiamo a quale momento è più opportuno scappare misurando la distanza della spada che si sta avvicinando, saremmo senz'altro feriti: è troppo lento schivare il colpo pensando di schivarlo; in questo caso dobbiamo muoverci per riflesso, come quando un insetto sta per entrarci in un occhio e noi istintivamente lo chiudiamo all'istante. Ci occorre una tale prontezza. Per ottenerla, dobbiamo praticare le arti marziali come attività ginnica, allenando quotidianamente il corpo. C'è un aneddoto del Capitano Hirose [14] raccontato spesso dai suoi colleghi: quando sbarcava a terra, invece di andare a bere in un'osteria come gli altri, Hirose si recava sempre in qualche dojo per praticare judo . Quest'atteggiamento ha inconsciamente influenzato molti giapponesi e credo proprio che Hirose fu Hirose anche perché ebbe una tale benefica passione.

È quasi impossibile, in breve tempo, compiere un'indagine di tutti gli aspetti generali dell'essere umano. Sono dunque molte le cose che dobbiamo studiare durante tutto l'arco della nostra vita; inoltre, tramite il continuo perfezionamento di noi stessi, dobbiamo diventare persone capaci di affrontare e risolvere qualsiasi problema, anche senza avere a riguardo alcuna conoscenza specifica. A tutto questo può essere utile il judo . Suppongo, infatti, che nessuna cosa tranne il judo manifesti in un modo così accessibile a tutti il principio fondamentale la cui validità si estende ad ogni aspetto della vita umana. Certamente anche il buddismo, il confucianesimo e il cristianesimo poggiano su di un principio fondamentale e, se lo studiassimo a fondo, potremmo senz'altro comprenderlo; tuttavia, si tratta di uno studio estremamente difficile e complesso, che solo in pochi possono permettersi di svolgere. Molto spesso ho occasione di confrontarmi con autorità buddiste, confuciane e cristiane e quel che posso constatare è che tutti coloro i quali hanno approfondito i loro studi ed hanno svolto un lavoro su se stessi, sono pervenuti alle mie conclusioni. Da questo punto di vista, posso affermare che con queste persone ho una comunione d'intenti, perché sia la religione che lo studio teorico mirano, in ultima analisi, al medesimo obbiettivo, anche se le strade che seguono sono tra loro diverse. Precisamente, però, mi riferisco solo a coloro che hanno approfondito intensamente la loro ricerca, perché non vado d'accordo, al contrario, con le persone superficiali, che prendono qualunque insegnamento per oro colato. Sotto il nome “ judo” , noi offriamo un principio che può essere compatibile con il meglio del buddismo, del cristianesimo o della ricerca radicale dei filosofi, poiché ne condivide la medesima prospettiva di base.

Il principio del judo deve dunque essere riconosciuto come quel principio fondamentale, utile ad affrontare qualsiasi circostanza e a rispondere a qualsiasi domanda nel miglior modo possibile. Un principio che insegna all'uomo, in quanto parte di una società, a prodigarsi affinché essa possa svilupparsi e prosperare. Esso, inoltre, è in armonia con la morale tradizionale che insegna a rispettare lo Stato giapponese e la famiglia imperiale. Ciò non toglie che la sua validità debba essere riconosciuta universalmente, poiché costituisce quella componente razionale che ogni sistema morale deve comprendere in sé, al di là della morale tradizionale di ciascun paese e di ciascuna epoca, che come tale è soggetta a mutamento nel corso del tempo e può essere particolarmente apprezzata in un periodo e poi abbandonata in un altro.

Il Giappone, paese dalla lunga storia, deve mantenere la propria organizzazione statale e deve unire il popolo intorno alla famiglia imperiale. Infatti, considerando il continuo sviluppo delle attività sociali, il principio del seiryoku zen'yo e della mutua prosperità, possiamo affermare che questo modo di organizzare il Giappone risponde a criteri che sono sia razionali sia tradizionali. Il principio del judo , quindi, da un lato si accorda con il sistema giapponese e dall'altro promuove il miglioramento e lo sviluppo della nostra vita quotidiana.

Note

[1]Questa presentazione del testo di Jigoro Kano è contenuta nell'originale giapponese.

[2]La XXXVII sessione del Comitato Olimpico Internazionale tenuta al Cairo nel 1938, a cui il Maestro Kano intervenne e durante la quale ottenne che le XII Olimpiadi, che si sarebbero dovute svolgere nel 1940, si tenessero a Tokyo.

[3] Le parentesi sono inserite dalla traduttrice. L'ideogramma ? (‘lancia') si legge sia /yari/ sia /so:/ in giapponese.

[4] Letteralmente significa ‘impiegare la cedevolezza e controllare la durezza'.

[5]Sekitori : l'appellativo di un lottatore di sumo classificato in una delle due divisioni professionali.

[6]Seiryoku saizen katsuyo : la massima efficacia con il minimo sforzo.

[7] Il M° Kano usa l'unità di misura giapponese kan ; 1 kan equivale a 3,75 chili. Nella traduzione si espongono approssimativamente i valori quantitativi corrispondenti in chilo.

[8] Qui ci si riferisce agli studiosi che possiedono il titolo di Ph.D.

[9] Il Maestro Kano lo chiamava butoshiki .

[10]Teatro no : uno dei più tipici tra gli antichi generi teatrali giapponesi rappresentato da attori che danzano con movimenti simbolici seguendo la melodia di una canzone.

[11] L'esecuzione sommaria del no .

[12] Frederick Winslow Taylor (1856-1915). Ingegnere e imprenditore statunitense, iniziatore della ricerca sui metodi per il miglioramento dell'efficienza nella produzione. Pubblicò le sue teorie sulla gestione delle imprese nel libro The Principles of Scientific Management [ Criteri scientifici di organizzazione e direzione aziendale] (1911).

[13] Helen Parkhurst (1887-1959). Pedagogista statunitense. Ispirandosi al metodo di M. Montessori, ideò e nel 1919, a Dalton nel Massachusetts, mise in atto un metodo didattico attivo ( Dalton laboratory plan [ Piano Dalton] ). Tra le sue opere: Education on the Dalton plan [ L'educazione secondo il piano Dalton ] ( 1922) ed Exploring the child's world [ Esplorando il mondo del bambino ] ( 1951).

[14] Takeo Hirose (1868 -1904). Capitano di fregata, praticante di Judo presso il Kodokan , elevato allo stato di eroe nazionale perché rimasto ucciso, durante la Guerra russo-giapponese, mentre era alla ricerca di un suo subordinato disperso. Prima della Seconda Guerra Mondiale fu divinizzato come un Dio della guerra ( gunshin ) .

 

 

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