Lo zen in Occidente

di C. Barioli

Come mi permetto di parlare di zen? Mah, in fondo, futilità dei titoli umani, più di 30 anni fa qualcuno decretò che ero “colui che ha favorito il dharma in Italia”. E se, nel bene o nel male, mi si attribuisce una responsabilità quando fa comodo, bisognerà sopportarmi (ancora per poco).

La relazione di Henrik Karlsson al simposio dell’11 e 12 settembre ’93 a Stoccolma era intitolata “Towards a European Zen” (Verso uno zen europeo) e considerava la situazione di questa dottrina in Occidente – anzi in Europa (Soto, Rinzai, Son, Thien…). Qual è, in poche parole, questa situazione? Semplicemente lo chan/zen si è fermato, o si sviluppa troppo lentamente per essere vitale. In Italia, considerando che il vero zen di Taisen Deshimaru-roshi è giunto 35 anni fa (quando a Venezia esisteva già il dojo di Ferdinando Nason), non possiamo dire che sia stato un successo travolgente, anzi, che dia segno di esistenza.

Evidentemente il problema dell’occidentalizzazione non riguarda semplicemente una translazione nello spazio, ma soprattutto la sua modernizzazione.

Il dado è tratto. Mentre chi non mi conosce vorrà sapere come proseguo, gli amici avranno già raccolto la provocazione che sfida l’autorità. Come, lo zen andrebbe modernizzato? Ma se Dogen ha scritto “Eihei-genzenji-shingi” pubblicato in inglese nel ’75; in tedesco e in italiano nell’86 (“Istruzioni a un cuoco zen – ovvero come ottenere l’illuminazione in cucina” Ubaldini); in americano nel ’93; ripreso dalle Edizioni Dehoniane come “La cucina scuola della Via – con riferimento alla regola di S. Benedetto” (’98)! Come si potrebbe immaginare la meditazione senza un Maestro alla cucina?

(Molti della passata generazione avevano cominciato a raccogliere i libri sullo zen, a cominciare dal ’38 con Alan Watt. Poi hanno smesso di leggerli. E infine di comprarli. In Italia esistono più libri zen o praticanti? (diciamo che il rapporto potrebbe essere di 1000 a 1).

(E questi libri servono a qualcosa? tollerate la mia ignoranza… “Lo zen è zazen” diceva Taisen Deshimaru, che poi scriveva libri, ma forse per la promozione: “Zen e Arti Marziali”, “Autobiografia di un monaco zen”).

L’occidentalizzazione dello zen è una questione di Trasmissione (ha fatto male Deshimaru a lasciarci senza dare una shiho). Sembra che il chiacchierato giornalista e filosofo francese Régis Debray, fondatore della mediologia (che studia come un’idea si trasmette), abbia detto: “La Trasmissione è un’alterazione”. E secondo i punti di vista: 1° non ha capito cosa sia la Trasmissione, oppure: 2° deve essere giustificato con sottile sillogismo e onerosi ragionamenti. E’ chiaro che la Trasmissione è qualcosa “che deve cambiare perché tutto resti come prima”: c’è una continuità essenziale che riguarda lo spirito e deve restare, e c’è un cambiamento superficiale che è dovuto al trascorrere del tempo (finché restiamo nello stresso luogo) oppure è dovuto al trascorrere dello spazio (vedi l’occidentalizzazione dello zen giapponese).

E cosa va mantenuto nello zen? L’esperienza di corpo, mente e cuore inseparabilmente uniti. E cosa va cambiato nello zen? Che, se i maestri del passato si nutrivano a riso e daikon, noi mangiamo spaghetti e patate; se essi vivevano in case di legno e carta, noi ci ripariamo dietro solida muratura; se loro bevevano the, noi magari ci facciamo un bicchiere di barbera… e ugualmente per il rituale.

E’ progresso, ragazzi, è il mondo a cui partecipiamo!

Se Gotamo e i suoi discepoli passavano la notte nei boschetti di bambù è perché viaggiavano nelle pianure indiane; se il kesa originale lascia una spalla nuda, attraversando l’Himalaya è stato sostituito da kuzure-kesa, a scanso di broncopolmoniti.

E siamo sicuri che il Giappone abbia conservato i puri rituali di Hui-neng?

Se il raggiungimento di una tappa spirituale non può fare a meno di un rituale locale, non può aspirare all’universalità.

E qui mi arrischio a citare qualcosa che conosco poco. “I-shin-den-shin” è: “da me a te”, “da me in quanto spirito, a te in quanto spirito” e proviene dall’insegnamento di Hui-neng (in giapponese Eno, 638-713), il quale racconta come il Maestro gli ha dato la kesa e la tazza a mezzanotte (per evitare l’invidia del confratello Shen-hsiu): “Ora che ti ho dato la mia  kesa e la legge che governa l’insegnamento della repentina illuminazione, sei diventato il VI patriarca. Questa veste testimonia il passaggio tra una generazione e un’altra. La Legge si trasmette da spirito a spirito (ho i shin den shin) e conduce alla realizzazione”. Paragonare questa Trasmissione alle ricette di cucina della nonna (che evidentemente si mantengono inalterate) è una concezione della filosofia occidentale (o solo tedesca?) di cui il famoso: Lo zen nell’arte cavalleresca del tiro con l’arco (titolo italiano originale) di Eugène Herrigel è testimonianza. La Trasmissione è un avvenimento del cuore (spirito, anima), non della mente (nella Trasmissione Soto, viene detto: “Non permettere che questo possa interrompersi – dansetsu seshimuru koto nakare”).E rileviamo che nella continuità della dottrina una grande differenza viene introdotta nella linea dei patriarchi da Hui-neng (tra l’altro con sfumature taoiste, che rappresentano finalmente il contributo cinese all’originale indiano).

Molti Maestri presentano lo zen come un’esperienza. Che si vive ponendosi fuori da ogni quadro istituzionale (eventualmente) e fuori da qualsiasi credo (sicuramente). Taisen Deshimaru diceva: “E’ la religione che esisteva prima che esistesse la religione”. Pertanto compatibile con la pratica di qualsiasi altra religione?

Questa concezione si trova sviluppata nella scuola Sambo Kyodan (l’Ordine dei Tre Tesori) e nel Diamont Shanga di Robert Aitken, sua derivata; è accettata da preti e monaci cattolici, e Taizan Maezumi (1931-1995) ha voluto sottolinearla dando la shiho a un gesuita, a un rabbino e anche a un imam. Ma in realtà, se pur supera le forme tradizionali del Giappone, essa riflette quelle del Giappone moderno. Che dovrebbero essere inapplicabili in Occidente perché certo il buddismo nega la possibilità di un dio creatore.

Non sarà che lo zen si adatta alla situazione che trova, se dal monastero Soto di Sojiji deriva The Order of Buddhist Contemplatives dell’inglese (donna) Jiyu Kennett (1924-1997), che affermava: “si deplora che per secoli si sia negata al buddismo la qualità di religione”, e l’Associazion Zen Internazionale di Deshimaru (allievo di Sawaki, 1880-1965) che non ha mai pensato di farsi riconoscere come tale.

Ma l’Oriente non presenta un fronte omogeneo; le scuole subiscono il contrasto tra conservatori e rinnovatori in termini dottrinali. Naturalmente alla fine la spunteranno gli ultimi. E di questo possiamo compiacerci o meno; oppure puntare all’esperienza dell’essere.

Due correnti occidentali si rifanno a Kodo Sawaki e ad Eko Ashimoto, entrambi attivi a cavallo della Seconda Guerra mondiale. Essi criticavano l’evoluzione della Scuola avvenuta dopo Meiji e si auguravano un buddismo “più conforme alla Legge” (cioè al Dharma, Nyoho). Essi riportarono in auge lo studio dello Shobogenzo (Tesoro dell’Occhio della Vera legge, di Eihei Dogen, fondatore della scuola Soto, che conta 20.000 preti in Giappone), la mistica della kesa (kasaya, che si drappeggia sulla spalla sinistra), le regole della vita monastica. Invece Daiun Harada (1871-1961) e Hakuun Yasutani (1885-1973) (ri)introdussero il koan nello Soto.

E le domande che provocatoriamente ci facciamo sono: lo zen è buddismo? è monacale o laico? il rituale è necessario?

Si attribuisce al maestro cinese Pai-chang (Hyakujo, 749-814) l’affermazione che lo zen non deriva dal Piccolo Carro (hinayana) e nemmeno dal Grande Carro (mahayana). Lo zen non ha un libro su cui poggiare la dottrina e, a differenza delle altre scuole cinesi, nasce dall’esperienza personale e diretta. D’altro canto molti considerano lo zen semplicemente come pratica meditativa (Karlfried Graf Durckeim, 1896-1988); altri come benessere psico-corporale, simile allo yoga commerciale; altri ancora come una forma di spiritualità universale che può essere debuddismizzata e ripensata in termini cristiani (in Francia padre Jacques Breton, in Austria il benedettino Willigis Jager, e Koun Yamada del Sambo Kyodan).

Lo zen è essenzialmente laico (da cui la diffusione del Soto-zen nei confronti del Rinzai-zen) perché pochi accettano di lasciare l’ambiente familiare e sociale per consacrarsi esclusivamente alla pratica. La maggior parte dei dojo sono collocati in città, oppure sono strutturati al servizio dei cittadini che li raggiungono in macchina nelle festività.

In oriente predominano gli aspetti di culto e di rito. Ma il rito giova alla meditazione? Esisteva con Bodhidarma ed Eka? Da noi assistiamo a proposte di rituali semplificati, al loro adattamento nella lingua locale, salvo casi in cui il rituale tradizionale finisce col costituire l’attrattiva principale a scapito della meditazione.

Per dare all’Occidente l’esperienza zen, e non solo un brivido esotico, bisogna trovare la naturalezza della tradizione e della trasmissione. Bisogna trovar modo di praticare una tradizione che è umana e universale, non propriamente una forma di colonialismo nipponico. Che lo zen sia buddista o meno, le sue origini vengono dall’India, passano per la Cina, arrivano in Giappone e, oggi, in Occidente. I sutra, nati in sanscrito, sono stati tradotti in cinese, poi in giapponese e anche in italiano; ma nessuno li recita in italiano, perché i Maestri giapponesi non lo incoraggiano.

(Avevo chiesto a Deshimaru: “Posso usare un bastoncino di sandalo indiano per accendere la moxa?” - “E’ meglio l’incenso giapponese” è stata la risposta).

Philip Kapleau (classe 1912, uno dei pionieri dello zen negli USA) si è separato da Hakuun Yasutani perché rivendicava la recita dell’Hannya-shingyo (il Sutra del Cuore) in inglese. Nello Springwater Centre di Toni Packer, che si è separato da Philip Kapleau, ogni riferimento allo zen e al buddismo è censurato; quasi la stessa cosa avviene nello Zen Pacemaker Order di Bernard Glassman. Si parla chiaramente di “Zen per l’Occidente” nel Centre Durckeim di Mirmande.

Ma se l’esperienza zen non è comunicabile qui ed oggi con uno sgabellino al posto del zafu, una tuta invece del kesa, contribuendo alle pulizie invece di fare samu, e mangiando spaghetti piuttosto che riso (il kyosaku è la vera trovata, possiamo tenerlo)… forse rimarrà quella pratica esotica che a lungo andare sazia, senza incidere più di quanto abbia fatto il ma-jonk, giocato in Italia negli anni ’30, l’hula-hop, o il cha sconfitto dalla cocacola anche in Giappone.