I L V A S O V U O T O

In Giappone ogni arte marziale ha sempre mostrato di comprendere anche un obiettivo spirituale che però, al giorno d’oggi, viene troppo spesso trascurato, sottovalutato o ignorato del tutto.

Si dice che le origini delle tecniche di tutte le arti marziali si possano trovare nell’antica India, ma è sicuramente vero che laggiù si possono scoprire le sorgenti di ogni concezione spirituale, anche se nel concreto l’India non è stata quasi mai simile a quel modello ideale di spiritualità che spesso in occidente siamo inclini a immaginare. Infatti la sua storia è stata frequentemente caratterizzata dalla violenza che, in numerosi casi, è scoppiata proprio per motivi religiosi.

Particolarmente importanti furono certi eventi degli ultimi anni dell’VIII secolo.

In quell’epoca il sovrano tibetano Khri era preoccupato per i frequenti disordini sociali provocati dagli scontri tra i sostenitori di due forme diverse di buddismo ed allora per fare chiarezza tra i loro problemi ideologici invitò per un convegno numerosi studiosi e discepoli della dottrina del Buddha provenienti dalla Cina e dall’India. Le due concezioni avevano la medesima meta, ma insegnamenti (tecniche educative) diversi. Il buddismo, praticato nei territori del Nord dalla scuola cinese Ch’an, sosteneva che la natura del Buddha, insita in ognuno di noi, poteva essere rivelata solo con una esperienza improvvisa (cig-car) dopo aver fatto tacere ogni attività mentale cosciente. L’altra forma di buddismo, quella indiana del Sud, sosteneva che, per sperimentare la natura del Buddha, bisognava attuare un metodo graduale (rim-pa) di ascesa sia nella vita individuale sia attraverso il ciclo delle rinascite. Il convegno durò a lungo e fu scosso da aspri dibattiti. Alla fine la vittoria toccò alla delegazione indiana. Subito dopo molti dei rappresentanti cinesi perdenti commisero suicidio, chi bruciandosi, chi tagliandosi a pezzi, chi evirandosi.

Il risultato del convegno ebbe importanti conseguenze per la diffusione del buddismo. Esso, accettato dalle famiglie aristocratiche, fu imposto nei monasteri di tutto il Tibet, mentre, per contrapposizione, nei monasteri cinesi si verificò una fioritura separata dell’altra forma di buddismo, quella della realizzazione improvvisa.

La scuola Ch’an, il cui termine deriva dal medio indiano jhan derivato a sua volta dal sanscrito dhyana (meditazione), secondo una tradizione (forse inesatta) fu fondata dall’indiano Bodhidharma.

Il Ch’an propone uno stato di continua attiva attenzione dei processi mentali capace di conciliarsi con ogni tipo di attività fisica. A Bodhidharma viene attribuito questo riassunto del Ch’an: “Trasmissione del sapere al di fuori delle scritture; nessuna dipendenza da lettere e parole; puntare direttamente al cuore dell’uomo; vedere nella natura di ciascuno”. Ciò vuol dire che nessuno sforzo cosciente, nessun esercizio, nessun libro possono risvegliare nell’individuo la natura del Buddha che egli custodisce.

La scuola Ch’an si diffuse in Giappone tra il VI e il VII secolo diversificata in differenti sette tra loro rivali. Ivi tutti gli insegnamenti furono influenzati in diversa misura dallo scintoismo, ma i contrasti ideologici diedero poi origine spesso a rivolte popolari che, in certi momenti, si trasformarono in vere guerre di religione.

Il Ch’an cinese, divenuto Zen, finì per dare un carattere unico alla intera cultura giapponese. Quasi tutto in Giappone divenne Zen, anzi arte Zen. Arte come stile di vita, arte come ricerca della perfezione e della bellezza fuori di sé e dentro di sé, costantemente tesa a quell’obiettivo originario del risveglio del Buddha in noi, la realizzazione spirituale, il satori, l’illuminazione.

Le arti marziali evidentemente non sono separate da questa cultura e tutto ciò lo si ritrova nel loro insegnamento. Il loro aspetto esterno, il più appariscente e familiare, è il più conosciuto: tecnica, precisione, forza, velocità. L’aspetto interno è nascosto, non è spettacolare, ma è essenziale nello studio dell’arte, anzi ne è il centro. Fondamentale è il rapporto tra maestro ed allievo.

Questo rapporto è spesso un viaggio fatto da entrambi. E’ infatti frequente che anche ogni maestro che sceglie l’insegnamento debba conoscere ancora molto di se stesso. Infatti l’illuminazione non è un prerequisito per insegnare.

Conoscere se stessi significa conoscere come agisce la mente, come elabora, come inganna, soprattutto come tesse la trama dell’io. L’attività mentale infatti è, quasi per tutti, come una prigione. Sempre occupata a risolvere problemi, uno dopo l’altro, non sa, non può risolvere la causa stessa dell’esistenza di tutti i problemi. E’ relativamente facile raggiungere i traguardi sollevati dai singoli problemi, ma è molto più difficile comprendere come ogni problema che nasce non è altro che la spia di un conflitto sempre presente e mai risolto.

Supponiamo che ci sia qualcuno di natura violenta che voglia diventare non violento. Questa sua lotta, necessaria, meritevole, è un problema derivato dal desiderio di dare forma a un’idea, la non violenza, una scelta, fra le tante, fatta dalla mente. L’individuo lotta e si adopera per quell’idea, ma tutto ciò implica certe convinzioni, progetti, emozioni e dunque altre scelte. Quanto più egli ritiene che tutto ciò sia importante tanto più dipende da esso e da tutto quello che può derivare. L’individuo lotta per divenire qualcosa, ma quel qualcosa fa ancora parte di lui e non se ne libera: la mente ha teso un tranello a se stessa. Questa situazione di perenne conflitto, che fa inseguire un’idea, una proiezione mentale, dopo l’altra è un condizionamento: noi accettiamo di essere condizionati, cioè non liberi, per scelte che noi stessi abbiamo effettuato. La cosa essenziale invece sarebbe quella di essere liberi dal desiderio di dare una risposta a qualsiasi problema, constatando che noi e il problema non siamo due cose separate, ma una cosa sola.

Noi stessi siamo il problema poiché noi siamo i nostri pensieri in atto, istante dopo istante.

Un maestro deve indagare, studiare, meditare tutto questo, a lungo, a fondo e contemporaneamente osservare nella pratica le esitazioni, l’impulsività, la tracotanza, la timidezza o le paure dell’allievo. Per conoscere se stesso. Per orientare l’allievo a conoscere se stesso. Questo è importante.

Ma come può avvenire la liberazione dalla situazione di perenne conflitto se il desiderio di conseguire la liberazione diventa esso stesso una meta la quale, come tale, non può spezzare la catena di altri desideri e di altre illusioni? Cosa si può fare?

La risposta è nel segno della scuola Ch’an: “Non fare nulla poiché fare vuol dire evitare ciò che è; importante è ascoltare”. Ma ascoltare significa essere consapevoli.

La consapevolezza è una sorta di vigilanza continua e la vigilanza è come una silenziosa osservazione senza scelta dell’intero processo del conflitto della mente: quando non c’è scelta il conflitto dei desideri non può realizzarsi ed il fluire dei pensieri termina. E’ necessario che ciò avvenga senza volerlo fare, altrimenti sarebbe un impedimento. Non c’è nessuna formula o tecnica che spieghi in quale modo ciò possa avvenire e non c’è nessun maestro che lo possa insegnare, ma d’altra parte non è impossibile che avvenga. Non è necessario isolarsi dal mondo, anzi è necessario immergersi completamente nell’esperienza fisica e viverla fino in fondo poiché è necessaria una totale disponibilità ad essere quello che si è.

L’osservazione senza scelta è lo stato di mente vuota, è il termine dei pensieri, come il vaso vuoto che si trova sulla cima di ogni stupa, il vertice di ogni percorso di liberazione.

E’ lo stato con cui dovrebbe essere eseguito ogni kata, anzi ogni pratica, ogni azione.

Lo stato in cui ogni creazione è possibile. Non cercando la liberazione essa può arrivare.

Per qualcuno, qualche volta, tutto ciò avviene, ma non dipende dalla sua volontà. Raramente qualcuno ne parla, solo perché lo trova necessario. Per Morihei Ueshiba, il fondatore dell’aikido, questo è avvenuto: “…In quel momento fui illuminato: la fonte del budo è l’amore di Dio, lo spirito di amorosa protezione di tutti gli esseri…”. E’ il risveglio della natura del Buddha, voluta esclusivamente dal Buddha, non dall’io.

Il maestro è allora colui che accompagna l’allievo sulle rive di un mare che egli poi deve varcare da solo. Senza programmi, senza rotte. Basta salpare, prendere il largo.