Due mondi a contatto: per un'ipotesi di interazione tra discipline e culture.

Roberta Nicoḷ, laureanda in antropologia, Universita degli Studi di Siena.


Lo scritto mira a dare spunti di riflessione sulla condizione odierna delle popolazioni indigene del territorio statunitense, in particolare il caso dei Navajo del sud ovest, attraverso una breve e schematica ricostruzione storica del contatto tra il conquistatore europeo e l'indigeno autoctono. È importante mettere in risalto una serie di divergenze tra quella che era la visione del mondo indigena e quella del uomo bianco cosidetto "civilizzato" e la relativa influenza di quest'ultimo sugli equilibri indiani.

Il territorio nord americano era abitato da molti gruppi indigeni, ognuno dei quali con caratteristiche proprie e peculiari, ma per poter dare un'immagine completa della situazione è utile fare delle considerazioni di ordine generale su un comune sentire e su una serie di basi sociali presenti nella gran parte dei gruppi.

Uno dei fondamenti di tutte le culture autoctone dell'America settentrionele era il rapporto di stretta dipendenza con l'ambiente naturale, dovunque l'uomo bianco lo incontrasse l'indiano si era ben adattato all'ambiente in cui viveva «Per tutti gli indiani la sopravvivenza poggiava sull'equilibrio ecologico e la conservazione delle risorse naturali» (Jaquin P. 2004 [1976]: 50). Se nella cultura di stampo europeo si poteva contare su una piccola parte della popolazione per la produzione degli alimenti, che poi entravano in circolo mediante il commercio ed uno scambio di denaro; l'indiano era invece legato ad un modello di partecipazione diretta alle attività di sussistenza. Non significa certo che nell'America prima dell'arrivo dei bianchi non esistesse alcuna forma di commercio, ma fino ad allora la circolazione delle merci tra tribù avveniva più come scambio di doni, in contesti che possiamo definire rituali (Washburn W. E. 1997 [1975]).
L'introduzione del sistema commerciale europeo fu di grosso impatto sugli equilibri indigeni e lo possiamo considerare il primo vero "confine" americano. Inizialmente infatti gli insediamenti bianchi sul territorio erano pochi, e la presenza europea in termini puramente numerici minima, ma ciononostante sufficiente a creare in quel mondo uno sconvolgimento dei sistemi produttivi e sociali, ma soprattutto dei rapporti inter tribali. Nelle sue forme più distruttive l'attività commerciale dei bianchi indusse aderittura all'estinzione di intere tribù, e ovunque alterò i modi di sussistenza.
Lo scambio tra due economie così diverse provocò un adattamento da ambo le parti: gli europei si adattarono al carattere diplomatico di "dono", gli indiani furono influenzati sempre più dal concetto europeo di "domanda - offerta" dell'economia di mercato.
Così ancor prima dell'arrivo di massa del colono americano, la popolazione indigena attraverso l'acquisto dei "prodotti bianchi" si era allontanata dal suo modello tradizionale, indebolendo la sua forza sia politica che culturale. In generale possiamo affermare che l'incontro tra due culture tanto diverse in termini pratici, ma anche ideologici, diede origine ad una lunga serie di influenze reciproche, che andarono a minare le basi sulle quali poggiavano tutte le società indigene. «La visione del mondo dei bianchi è visiva anziché orale, statica anziché dinamica, astratta anziché piena di eventi concreti» (Washburn W. E. 1997 [1975]: 52); queste profonde divergenze di concetto crearono un confine che risultò invalicabile e che non permise mai a questi due mondi di fondersi per dare vita a nuove idee.
Con la crescita degli insediamenti dei coloni emerse un problema importante, che determinò l'amara sorte delle tribù americane e che dette il via ad estenuanti lotte tra coloni ed indigeni, ma anche tra le diverse tribù: ovvero la proprietà della terra. La questione della proprietà della terra assunse caratteristiche diverse nelle varie regioni, in generale la parola chiave fu "occupare" e quale senso attribuire a questo termine. Per esempio nella nuova inghilterra venne negato il principio di affermare un diritto su terre che non erano "occupate" e interpretato come possibilità di rivendicare solo terre considerate per uso stabile e cioè coltivate, negando così la proprietà indiana di territori di caccia o pesca. Questo modo di agire si diffuse un po'in tutto il continente riducendo in grossa misura le terre indiane e ritracciando i confini territoriali a favore del colono europeo. I confini entro i quali le varie tribù potevano esercitare i propri diritti, erano perloppiù regolamentati attraverso dei trattati, stipulati dopo negoziati o azioni militari. Confini che "ghettizzavano" l'indigeno, per il quale la vita all'esterno del territorio assegnato alla propria tribù risultava estremamente difficile, ma che anche all'interno li poneva in codizioni di profonda indigenza (Jacquin P. 2004 [1976]).
Negli anni tra il 1840 ed 1850, durante la rapida avanzata della colonizzazione verso ovest, i trattati spesso si modificavano, si trascuravano o si violavano; infatti l'equilibrio delle forze si sbilanciò sempre più a favore dei bianchi e la parità diventò più ipotetica che reale, cosìcché nel 1871 si arrivò alla soppressione anche formale della procedura del trattato (Mc Cleanaghan W.A. 1982: 603) .
Prima della fase espansionistica del 1840, la politica indiana degli USA era ispirata da un'idea di separazione permanente tra americani e pellerossa, questo concetto era in voga soprattutto quando si pensava che l'intera zona delle grandi pianure ad ovest del Mississippi fosse poco adatta alla colonizzazione; l'idea era dunque quella di spostare gli indiani verso ovest, fuori dalle zone dove ci si aspettava un grande afflusso di coloni. La migrazione della metà del XIX secolo ruppe anche questo precario equilibrio e nel 1847 l'idea di una "barriera" permanente contro gli indiani fu sostituita dalla convinzione che le tribù andassero concentrate in zone piccole e controllate dal governo, si passò dunque ad una politica di segregazione che sfociò nella creazione delle riserve (Washburn W. E.1997 [1975]).


L'espulsione degli indiani dai territori dell'est all'inizio del XIX secolo

Localizzazione delle riserve indiane nel XX secolo negli Stati Uniti


In poco più di un decennio gli Stati Uniti travolsero i confini territoriali e politici indiani ed in seguito alla vittoriosa guerra con il Messico ed all'entrata del Texas nell'Unione, nonché alle migrazioni di massa attraverso le pianure fino al Pacifico, scomparve il concetto stesso di un confine permanente che separasse il bianco dal pellerossa. Uno degli effetti più devastanti della penetrazione bianca nel continente nord americano è dato dalla perpetuata politica di sradicamento dell'indigeno dal mondo tradizionale, che lo ha portato oggi ad essere, nella scala sociale del tessuto statunitense, l'ultimo anello della catena, ovvero l'emarginato degli emarginati.
Conoscere l'evoluzione storica del contatto, ma soprattutto dei confini creati e distrutti dall'uomo bianco ci aiuta a capire meglio il quadro nel quale si muovono le giovani generazioni indigene ed il retaggio "culturale" o meglio lo "sgretolamento culturale" di cui sono gli eredi.

Con la creazione delle riserve il governo federale si prese a carico l'educazione degli indigeni costituendo un sistema scolastico atto a completare l'epurazione della tradizione, ossia che mirava ad uccidere una volta per tutte l'orgoglio indiano. Nelle boarding schools create dal Bureau of Indian Affair ogni simbolo di indianità veniva sistematicamente represso, a partire dall'uso della lingua (Nicolò R. 2000: 7-12). La distanza degli edifici scolastici dal territorio della riserva, costringeva i giovani indigeni a vivere lontano dalle famiglie e di conseguenza lontani da quel briciolo di tradizione che era spravvisuta fino a quel momento. Gli sforzi per distruggere tutte le vestigia di una cultura indigena passava attraverso la brutalizzazione e l'umiliazione dei giovani nelle boarding schools. L'idea di collaborazione, rispetto, armonia con la natura peculiare del mondo indiano erano dopo la prima guerra mondiale solo un lontano ricordo (Locke R. 1989: 147- 417).

Il caso che porto ad esempio è quello della popolazione Navajo che gravita nella cittadina di Gallup, nel Nuovo Messico nord occidentale, dove ho condotto tra il 1999 e il 2000 una ricerca sul campo. Le città di confine hanno avuto ed hanno una grande importanza per le popolazioni indiane, offrono infatti possibilità di impiego e sono una sorta di membrana permeabile che a volte permette ed a volte impedisce lo scambio tra chi risiede all'interno e chi al di fuori del confine fisico della reservation.
Il problema che mi preme portare alla luce è quello dei giovani Navajo membri di gang mertopolitane, fenomeno abbastanza recente in quest'area e che presenta delle caratteristiche interessanti. Il problema delle bande era fino a poco tempo fa un appannaggio esclusivo delle grandi metropoli, ma Gallup è una cittadina che conta all'incirca 22 mila abitanti ed è posta geograficamente in un area poco urbanizzata, questo rende il fenomeno particolarmente interessante. Le gang presenti nella città sono gruppi a composizione etnica mista, Navajo ed Ispanici, altra fondamentale divergenza con le bande a separazione etnica presenti nelle grandi città americane (Nicolò R. 2000: 12-15). I membri delle varie gang si identificano attraverso segni esteriori della loro appartenenza al gruppo, che possono essere particolari tatuaggi, un tipo di abbigliamento o semplicemente un certo berretto. I giovani che aderiscono alle gang hanno in comune condizioni sociali e familiari che li spingono a ricercare il "branco", la droga, la violenza. Il vuoto culturale creato dalle boarding schools influisce non poco sui modelli familiari dei giovani d'oggi, i genitori ed i nonni di questi ragazzi sono cresciuti nelle "case-scuola" create dal BIA, sono completamente sradicati dalla tradizione ed incapaci così di trasmettere ai propri figli un'identità forte. Il problema dell'alcolismo è inoltre un fattore che va ad aggravare una situazione già di per se tragica, non a caso Gallup è soprannominata the drunk city ovvero la città degli ubriachi. Tutto questo spinge i giovani Navajo a cercare un modello diverso da quello parentale e le gang delle grandi città sono per loro l'esempio da imitare. I giovani si vergognano di essere Navajo, tentano in ogni modo di mimetizzarsi ed il primo segno da eliminare è la lingua. Ho analizzato a fondo il problema della lingua navajo, dello slang scelto dai ragazzi delle bande e di come questo modello sia arrivato ai giovani, ma in questo contesto desidero porre l'attenzione sul fenomeno in se senza entrare in dettagli tecnici. Quello che è importante capire è come attraverso il contatto con il mondo bianco, la società e la cultura indigena sia stata completamente sradicata, ed il vuoto creato sia oggi alla base di gravi problemi sociali di cui sono vittime i giovani (Nicolò R. 2000). Ci sono stati molti tentativi di "recupero", sia a livello linguistico che per quanto riguarda il folklore, ma i ragazzi Navajo che sono oggi bombardati dalla tv americana, dalla musica rap e da internet trovano noioso e superfluo conoscere i metodi tradizionali di tessitura delle coperte o delle pitture di sabbia. La perdita di identità non può essere facilmente superata e sicuramente c'è un urgente bisogno di elaborare un programma che renda questi ragazzi più forti di fronte alle difficoltà del mondo che li circonda. Una delle prime tappe è sicuramente rendere la scuola più efficiente nell'instradare i ragazzi verso una presa di coscienza, con programmi che comprendano lingua e storia Navajo per esempio; ma credo che non basti.
In un contesto difficile come quello di Gallup, l'educazione ha bisogno di stimoli molto forti che possano in qualche modo competere con le dinamiche del gruppo, della gang.
Un'idea mi è nata parlando con alcuni maestri di judo, ovvero judo educazione, una disciplina sviluppata in Giappone dal maestro Jigoro Kano. L'idea è che attraverso il corpo, il combattimento, il praticante arrivi ad unificare anche mente e cuore. Ossia nella pratica del judo educazione (che è molto diverso da quello sportivo che si vede in tv) ci sono molti principi che ricordano alcuni dei fondamenti della società indigena tradizionale; primo tra tutti il principio di collaborazione e rispetto. La pratica spinge a ricercare collaborazione con altri, a sviluppare fiducia in se stessi e nel prossimo, ad affrontare con spirito di iniziativa ogni situazione e non ultimo a stimolare l'intelletto e la creatività. Un'esperienza interessante è stata fatta nel carcere minorile di Firenze dal maestro Alberto Mirabella , ho analizzato un suo scritto relativo al lavoro condotto con i ragazzi dell'istituto penale di rieducazione minorile. Con la sua collaborazione e quella di altri esperti in materia mi piacerebbe capire se è possibile e se lo fosse come, poter adattare molti dei principi utili contenuti nel judo al mondo indigeno, per proporre un'alternativa costruttiva ai giovani delle gang di Gallup. Questo lavoro richiede uno studio approfondito che analizzi i simboli di trasmissione che veicolano elementi culturali, così da poter arrivare a proporre degli strumenti capaci di avere un'attrattiva sui giovani, e di canalizzare la loro attenzione su caratteri tradizionali che possano essere resi vivi ed utili nel mondo dei ragazzi di oggi.
Affrontare il problema cercando soluzioni che non siano sottomesse a confini di discipline, ovvero creare un contatto tra mondi che sembrano molto lontani, può sicuramente dare nuovi stimoli alla ricerca e porre le basi per un nuovo sviluppo nella giusta direzione.
Per concludere, i confini che hanno fatto da sfondo alla storia del contatto sono confini territoriali, ma che portavano con se un'idea ben precisa di separazione culturale e sociale tra il mondo "bianco" e quello indigeno. Una separazione che ha gettato le basi per la costruzione di confini diversi, giocati su un piano prettamente psicologico e sociale. Questi sono i confini rivendicati oggi dalle giovani generazioni Navajo, che asseriscono il diritto ad un'identità attraverso l'appartenenza ad un gruppo ben delimitato, la gang.
Confini, barriere, create, violate, imposte ed infine rivendicate e la necessità da parte di chi osserva di guardare oltre i muri ideologici e metodologici imposti dalle varie discipline sono necessari per non restare impigliati in una rete di idee prestabilite.

Bibliografia:

WASHBURN E. Wilcomb, 1997, Gli indiani d'America, Editori Riuniti, Roma.
JACQUIN Philippe, 2004, Storia degli indiani d'America, Mondadori, Milano.
LOCKE Raymond, 1989, The Book of the Navajo, Mankind, Los Angeles.
NICOLO Roberta, 2000, Essere giovani Navajo a Gallup, dalla politica sull'educazione allo slang
metropolitano, CISAI, Siena.