L’educazione dell’educatore  di Janusz Korczak (1925)
Contributo di Marco Marzagalli

Per mezzo della teoria so, per mezzo della pratica sento.

La teoria arricchisce l’intelletto, la pratica dà colore al sentimento, allena la volontà.

“So“ non significa che agisco secondo ciò che so. I pareri degli altri devono infrangersi contro le mie convinzioni più profonde.

Traggo delle conclusioni da tesi teoriche, non rinunciando con ciò alla scelta.

Mi rifiuto, dimentico, tralascio, mi sottraggo, non do peso. Come risultato ottengo la teoria conscia o inconscia che guida le mie azioni, è molto se qualcosa, un frammento della teoria ha conservato in me la sua esistenza, la sua legittimità, se ha in una certa misura influito su di me, se ha prodotto un effetto.

Spesso rinuncio alla teoria, di rado a me stesso.

La pratica è il mio passato, la mia vita, la somma delle vicissitudini soggettive, il ricordo degli insuccessi provati, delle delusioni, delle sconfitte, delle vittorie e dei trionfi, delle sensazioni positive e negative.

La pratica controlla con diffidenza,  censura, cerca di sorprendere la teoria nella menzogna, nell’errore. Può darsi che altri, può darsi che altrove, può darsi in altre condizioni di lavoro, perché io nel mio lavoro, nella mia officina….

C’è sempre uno scarto, routine o esperienza?

La routine viene acquisita da una volontà indifferente, sempre in cerca di metodi e di espedienti che possano facilitare, semplificare, meccanizzare il lavoro, che per amore di risparmio di tempo e di energie cerca di trovare la scorciatoia più comoda.

La routine permette di allontanarsi affettivamente dal lavoro, elimina le esitazioni, equilibria: hai una carica, eserciti abilmente le tue funzioni. Per la routine la vita comincia dove finisce l’orario del lavoro professionale.

Faccio già tutto con facilità, non ho bisogno di rompermi la testa, di andare in cerca, neppure di guardare, so di sicuro, irrevocabilmente. Me la cavo. Faccio tanto quanto fa comodo a me. Quel che è nuovo, impensato, inaspettato disturba e irrita. Voglio che sia proprio come so già. Sostenere con la legge della teoria il proprio parere, mai dire di no, mettere in dubbio, confondere. Una volta con sforzo svogliato avevo trasformato l’abbozzo di una teoria in un parere, in un disegno, in un programma. Avevo costruito in modo qualsiasi, perché non me ne curavo. Dici : “male ?” Pazienza, è già successo, non starò a ricominciare da capo.

L’ideale della routine: l’irremovibilità, la propria autorità, sostenuta dall’autorità delle tesi scelte, setacciate ad hoc. Io e gli altri (una fila di brani, nomi, titoli).

Esperienza?

Incomincio da ciò che sanno gli altri, costruisco come sono capace di fare da me.

Desidero lavorare con precisione, a fondo, non per un ordine proveniente dell’esterno, sotto il severo controllo altrui, ma in base alla propria, spontanea buona volontà, sotto la vigile guardia della coscienza. Non per comodità, ma per arricchire me stesso.

Diffidente sia nei confronti del parere altrui, sia del mio medesimo.

Non so, sto cercando, pongo domande. Nella fatica mi avvezzo agli sforzi e maturo.

Il lavoro costituisce la parte più preziosa della mia vita privata.

Scelgo non ciò che è facile, ma ciò che si dimostra efficace da più punti di vista.

Approfondendo le cose le complico. Comprendo che acquisire esperienza significa soffrire. Ha avuto molte esperienze, ha molto sofferto. Giudico una sconfitta non dalla somma delle ambizioni deluse, ma dalle conoscenze acquisite.

Ogni diversità costituisce uno stimolo nuovo per sforzare il pensiero. Ogni verità di oggi è appena una tappa. Non intuisco assolutamente quale sarà l’ultima, va bene se ho la consapevolezza della prima tappa del mio lavoro.

Cosa dichiara, quale è la prima tappa del lavoro educativo ?

Ciò che è più importante, credo, considerando i fatti senza farsi illusioni, è che l’educatore dovrebbe essere capace di perdonare senza riserve chiunque in ogni caso.

Capire tutto vuol dire perdonare tutto. (…)

Non è educatore chi si muove a sdegno, chi tiene il broncio, che serba rancore per il bambino, per il fatto che lui è quello che è, perché è nato come è nato oppure perché questa o quell’altra esperienza l’ha formato in quel modo.

Tristezza, non rabbia. (…)

L’educatore non è obbligato ad assumersi la responsabilità di un futuro lontano, ma è pienamente responsabile dell’oggi. So che questa frase può dar adito a un malinteso. Pensano proprio il contrario, secondo me erroneamente, se sono sinceri. Ma sono davvero sinceri ? O dei falsi?

E’ più comodo rimandare la responsabilità, rinviarla in un vago futuro, che render conto già oggi di ogni ora.

L’educatore risponde indirettamente di fronte alla società anche dell’avvenire, ma direttamente e, in prima linea, risponde del presente di fronte a chi sta educando.

Fa comodo prendere alla leggera il presente del bambino sbandierando slogan grandiosi per il futuro.


Cenni biografici su Janusz Korczak

Henryk Goldszmit, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Janusz Korczak, nasce a Varsavia nel 1878, da Josef Goldszmit, celebre avvocato, e da Cecilia Gebiska, figlia di una ricca famiglia di fabbricanti di tessuti.

La famiglia fa parte di quell’elité ebrea, ricca, illuminata e non osservante che si mescolava ottimamente con la borghesia polacca, tradizionalmente cattolica, irredentista (la Polonia non esisteva come Stato sovrano, ma era suddivisa fra Russia, Impero Austro-ungarico e Prussica), e che non vedeva di buon occhio la forte minoranza yiddish di ceto medio-basso.

Korczak trascorre un’infanzia senza alcuna preoccupazione economica, ma viene certamente provato dall’internamento in manicomio del padre, avvenuto quando lui aveva dodici anni; la successiva morte del genitore, sei anni dopo, porta a compimento il declino economico della famiglia, costretta a vendere i propri beni per sopravvivere.

Korczak si paga gli studi dando ripetizioni e si laurea in medicina nel 1901.

Ottiene la specializzazione in pediatria presso la Scuola di Pediatria di Berlino, una delle più celebri dell’epoca.

Negli anni successivi approfondisce gli aspetti educativi e frequenta il corso di Scienze Psicopedagogiche del dr. Eliasberg, studioso che eserciterà una grande influenza su di lui.

Dal 1902 lavora in un ospedale di Varsavia, diventa uno dei più ricercati pediatri della città ed un fine articolista e scrittore; a fianco della sua attività lavorativa ufficiale, prende sempre più spazio il suo impegno sociale: diventa il "medico dei poveri", aiutando e consigliando di sera e di domenica chi non può permettersi le sue visite di giorno.

Dall’incontro con Eliasberg, e dalla decisione di questi e della moglie di dedicarsi all’aiuto degli orfani, Korczak matura la sua scelta di vita, gira l’Europa progettando la costruzione di una "Casa per bambini", che fosse anche architettonicamente diversa dalle scuole e dagli orfanotrofi a cui si era abituati.

Un banchiere ebreo dona il terreno e nel 1912 Korczak inaugura la "Casa degli Orfani", una struttura rivoluzionaria per allora, in cui per la prima volta, e con grande scandalo, vengono ospitati insieme bambini e bambine e in cui verrà dato ampio spazio alla centralità dei bisogni del bambino.

Korczak non ottiene invece il permesso di ospitare bambini di religioni diverse (cattolici ed ebrei), per cui la sua scelta cade solo su questi ultimi.

Quando Korczak abbandona il suo redditizio lavoro in ospedale e la propria clientela privata e si trasferisce a vivere nella "Casa degli Orfani", la sua fama in città cresce ancor di più.

Intanto nel 1918 la Polonia ottiene l’indipendenza e Korczak scrive diversi libri per ragazzi (il più noto è "Re Mattia") in cui affiora quel concetto che Kano chiama "tutti insieme per crescere e progredire", e che Korczak definisce come "aiutare la presa di coscienza del ragazzo per costruire insieme agli altri un mondo migliore".

Negli stessi anni Korczak accetta la direzione di una seconda Casa, "La nostra Casa" di Maryna Falska, dichiaratamente atea e socialista.

Gli anni che vanno dal 1919 al 1939 sono i più fecondi per le esperienze educative portate avanti da Korczak, basate sui concetti di "tolleranza" e di "potere condiviso coi bambini" e sono ovviamente gli anni di maggior impegno letterario ed educativo.

Nel novembre 1940 un festoso corteo di bimbi con la bandiera di Re Mattia lascia la storica "Casa degli Orfani" e trasloca, sotto lo sguardo dei tedeschi, all’interno del Ghetto, cinto dal muro che lo separa dal resto della città di Varsavia.

Agli inizi di agosto del 1941 arriva anche alla nuova "Casa degli Orfani" il decreto delle S.S. che ordina di presentarsi alla ….. stazione di partenza per l’Est (dove illudevano di portarli a dissodare terre russe, mentre la vera destinazione erano i campi di concentramento polacchi).

Un nuovo corteo di bambini, in fila per quattro, alla cui testa marcia Korczak che con lo sguardo fisso ne tiene due per mano, si incammina cantando verso il treno che li porterà a Treblinka da cui nessuno ritornerà.


Bibliografia di Korczak in italiano:

Come amare il bambino – Ed. Luni, 1979

A tu per tu con Dio – Ed. Elle Di Ci, 1982

I bambini della Bibbia – Ed. Carucci, 1987

Quando ridiventerò bambino – Ed. Luni, 1996

Diario del ghetto – Ed. Carucci,  1996 e Luni, 1997

Re Matteuccio I - Ed. Luni, 1997

Bambini di strada 1901

Il bambino del Salon 1906

Il diritto del bambino al rispetto (1929) – Ed. Luni, 1994

Principale biografia su Korczak in inglese :

The King of Children – Ed. Shocken Book , New York 1988

Film su Korczak :

Korczak di A. Wajda