Perché "un’altra scuola"? Non ne basta una?

"Gran lettore di libri e giornali, sfoggia la cultura verbosa e ossessiva tipica degli autodidatti" (Carlo Donati, Il Giorno, 12/1/2001).

"Questo deve aver fatto il liceo Parini " (Cesare Barioli).

"Accenderemo quest’oggi tale candela, per grazia di Dio, in Inghilterra, quale io confido nessuno potrà spengere mai". Un uomo chiamato Latimer disse queste parole a un uomo chiamato Nicholas Ridley, dato che stavano per essere bruciati vivi come eretici, a Oxford, il 16 Ottobre 1555 (Fahrenheit 451, di Ray Bradbury).

Quando ho cominciato? Forse in 3a media quando, con sei esami a ottobre, non mi sono presentato a Educazione Fisica perché le progressioni agli appoggi e alle clave non m’interessavano. Poi mi hanno iscritto allo Scientifico. In quarta eravamo in un’aula a emiciclo, in salita; una fila vuota separava i miei compagni, raccolti in basso, da me appollaiato in cima. Era l’ideale per studiare indisturbati (il judo).

L’anno della maturità non avevo comprato il libro di Storia. L’esaminatore venuto da lontano chiese di una certa battaglia e io sopportai guardando altrove. Lui chi era Napoleone, io dignitosamente tacqui. "Mi dica quello che vuole…. " Era una provocazione e la ignorai. Segnò un vistoso "zero" sul verbale e passò alla Ricerca della Verità. Sembrava assente. Facilmente lo portai al Discorso sul Metodo (sfizioso e provocante). Prospettai alcuni aspetti poco conosciuti di Descartes (che, nella visione rinascimentale, essi chiamano Cartesio), glieli illustrai. Ero teso al Miglior Impiego dell’Energia. Cercavo l’opportunità. Avevo l’iniziativa (sen). Fu ippon (punto pieno). Scrisse "otto", quando in cinque anni non avevo visto voto superiore ai sette-più di Alessandra Severi, prima della classe. "Perché non si è fatto interrogare prima in Filosofia?" Ci pensò sopra e corresse lo zero di Storia in sei.

La battaglia continuò su altri fronti.

Solo in seguito ho scoperto la Storia, tanto che fui chiamato a far la spola Milano-Roma per insegnare quella del Giappone nell’Accademia Nazionale di Judo. E quando mi capita di incontrare un intellettuale nipponico, attacco diretto: "Perché con tutti i soldi che ha il Giappone, non cercate nella baja di Dan-no-ura il rottame di spada che rappresenta la virtù guerriera degli Yamato? Quel pezzo d’acciaio arrugginito potrebbe proteggervi da altre Nanchino". Proposta da uno storico politicamente corretto, la tesi farebbe il giro del mondo; in bocca a un insegnante di judo è "cultura verbosa e ossessiva".

Proteo era un dottore? Che differenza c’è tra uno storico qualificato e un qualsiasi autodidatta di quella razza che ha glorificato l’essere umano fin dall’età della pietra? Forse che il primo tace quanto è avvenuto nel ‘38 a Nanchino perché durante la Guerra Fredda i giapponesi erano alleati degli americani, mentre il secondo gioca le sue carte per la coscienza dell’uomo. L’uno è il prodotto del sistema, l’altro dell’Universo. Per non lasciare troppo spazio a certe visioni pelose, propongo di rivedere la Storia alla luce della sociologia, partendo da quell’E.H. Norman che era tanto autodidatta da fare delle proposte originali, ma ha dovuto suicidarsi perché dispiaceva ai maccartisti.

Negli anni di noia passati tra i banchi quando fuori il sole splendeva sulle cime e la giovinezza chiamava avventura, ricorderei con piacere se qualcuno mi avesse spiegato cosa fosse la Storia. Lo fece invece un giapponese sul tatami. Ricordo con commozione la sua voce profonda: "Yamato race come from south…"; aveva sopracciglia lunghissime.

Per la pittura, la poesia, il Mahabharata, la letteratura, i disabili, la religione, le donne, la famiglia, la morte, il Codice della Strada, le altre civiltà, la nostra inciviltà… mi sono arrangiato in casa, in palestra, in strada, al bar, a letto, in montagna… perché la mia scuola li ignorava. In più quello che un giovane è condotto a scoprire, diventa suo; se è costretto ad ascoltare l’autorità che pontifica dalla cattedra, è ben difficile che si salvi (come in galera, del resto). Diventerà magari disciplinato e industrioso, pagherà le tasse; se è un depresso passerà i giorni di festa sull’autostrada, se euforico allo stadio, ma sarà un caporale che riceve ordini e li rimette, come diceva Totò. Se invece trova un maestro scalzo che lo porta a osservarsi attorno, forse si salva e potrà studiare quanto gli interessa, per diventare una persona.

Nell’ambito dell’educazione vorrei proporre due considerazioni urgenti. La prima riguarda l’analogia tra la crescita dell’umanità e lo sviluppo dell'individuo; la seconda è il compromesso tra un programma di argomenti generici e la successiva scelta personale di approfondirne alcuni. La prima implica la responsabilità di spiegare a cosa serve quello specifico studio (com’è nata la matematica, la necessità della letteratura, il bisogno di poesia che è sfociato nella pittura…) perché fino all'anno 'zero' l'uomo faceva le cose per servirsene su questa terra; la seconda presiede alla formazione della personalità: tra gli argomenti che mi sono presentati, ne scelgo alcuni per comporre la mia Maturità. Forse gli insegnanti dovranno fare uno sforzo per adattarsi a questa visione; ma non provo pietà per chi mi ricattava imponendo Enrico Toti.

Per citare una delle fonti judoistiche, riportiamo un brano di Kano Jigoro, creatore del judo e funzionario del Ministero dell'Educazione giapponese nel secolo scorso, forse il maggior responsabile della Pubblica Istruzione e talvolta considerato il Ministro degli Esteri nell’amministrazione Meiji.

"L’argomento di oggi verterà appunto su questo tema, in particolare sulla tecnica e metodologia con cui raggiungere un perfetto equilibrio in se stessi, argomento di grande interesse per tutti, oltre che per coloro che hanno intrapreso il cammino del judo.

Il primo passo nella formazione della persona è ovviamente affidato all’educazione del padre e della madre, e successivamente a quella di maestri e anziani. Ma al risveglio della consapevolezza esso viene corroborato dalla volontà, cioè dalla determinazione di migliorare la propria personalità, punto di partenza per immettersi nella coltivazione morale e spirituale. Tuttavia la volontà e lo sforzo non bastano se non sappiamo indirizzarli in pratica a realizzare il nostro scopo nel modo desiderato. E come si può indirizzare ad esso lo sforzo spirituale e fisico? Esamineremo la questione analiticamente. Il primo argomento è la coltivazione intellettuale.

Molti pensano che l’educazione culturale appartenga soltanto alla competenza della scuola, ma si può acquistare cultura anche senza frequentarla regolarmente.

Un modo di apprendere consiste nell’acquisire nozioni parlando, e ragionando poi sull’argomento: accumuliamo conoscenza perfino attraverso la lettura di due righe del giornale, allenandoci contemporaneamente ad imparare nuovi ideogrammi. E nello scrivere, soprattutto se si è costretti ad esprimere opinioni e pensieri, si deve usare il vocabolario, domandare a qualcuno, inventare la locuzione: tutti esercizi che perfezionano la capacità di pensare e di riflettere.

E’ un allenamento anche quando, pensando ai giorni passati o alla giornata appena trascorsa, esaminiamo se le cose sono state fatte bene o male, ripromettendoci quindi di continuarle, o di non ripeterle, secondo i risultati ottenuti. E ancora, quando ci troviamo di fronte a qualche difficoltà nelle amicizie e nel lavoro, con un amico, un collega, il superiore, e perfino nei problemi di conduzione di un’impresa, il fatto di raziocinare o argomentare sul comportamento o la decisione da prendere ci porta, oltre alle cognizioni generali, una conoscenza reale del mondo. Questa è cultura nel senso vivo e vero della definizione stessa.

Non è un caso se molte persone, prive della più rudimentale preparazione, sono riuscite ad acquistare una vera cultura; esse, a volte davvero di gran valore, hanno imparato a leggere e a ragionare nel corso del vivere quotidiano e il fatto che la loro conoscenza sia frutto di volontà e di necessità, rende questo sapere del tutto utile, senza sovrastrutture superflue, e il modo di ragionare è accurato e appropriato, essendo sperimentato su fatti pratici e reali. Sul piano pratico a volte un laureato è inferiore a chi si è allenato da solo nella vita, esempio eloquente per comprendere che la vera educazione non è quella ricevuta passivamente, quanto facendo uso della volontà, ovviamente coadiuvata dal costante allenamento ed esercitazione. Con questo naturalmente non voglio affermare l’inutilità del sistema scolastico; dico semplicemente che anche senza un diploma l’uomo può altrettanto acquisire una personalità di valore…"

Judo Kyohon, 5.19: Coltivazione di noi stessi; Kyu-shin Do ed. Da ‘Judo’, giugno 1915.

Aggiungo un’altra fonte qualificata: Marcello Bernardi: "Discorso a un bambino". Un manifesto, un simbolo, diretto non solo ai bambini, ma a tutti noi.

Se ti dicono sempre che sei BRAVO, sta in guardia:
qualcuno cercherà di sfruttarti.

Se ti dicono sempre che sei INTELLIGENTE, sta in guardia:
qualcuno cercherà di eliminarti.

Se ti dicono che sei OBBEDIENTE, sta in guardia:
qualcuno cercherà di farti schiavo.

Se ti dicono sempre che sei BUONO, sta in guardia:
qualcuno cercherà di opprimerti.

Ma

Se ti dicono STUDIA, non temere:
tu potrai fare un mondo senza scuole;

se ti dicono TACI, non temere:
tu potrai fare un mondo senza bavagli;

se ti dicono OBBEDISCI, non temere:
tu potrai fare un mondo senza padroni;

se ti dicono CHIEDI PERDONO, non temere:
tu potrai fare un mondo senza inferni.

Non credere a chi ti comanda, a chi ti punisce, a chi ti ammaestra,
a chi ti insulta, a chi ti deride,
a chi ti lusinga, a chi ti inganna, a chi ti disprezza.

Essi non sanno che tu sei ancora un UOMO LIBERO

Testo di Marcello Bernardi - edito a cura della Libreria dei Ragazzi - Milano, via Unione 3