In principio...

Considerazioni sulle origini della Società

Una difficoltà ambientale: il pregiudizio

Luigi Luca Cavalli Sforza (Genova, 1922) è uno scienziato ormai in pensione, che dopo Cambridge, Parma e Pavia, ha tenuto la cattedra di Genetica a Stanford in California. Ha scritto Geni, Popoli e Lingue (GPL), quasi un ‘bigino’ del più importante Storia e Geografia dei Geni Umani (SGGU) a cui hanno contribuito altri.

Entrambi i libri presentano qualche difficoltà per i commoners (cittadino comune; non nobile). Forse la cattedra universitaria non richiede necessariamente la capacità di comunicare con semplicità. Per questo non mi cimento a riassumerne le parti interessanti che forse nemmeno arrivo a comprendere, ma riporto solo qualche brano, prendo a prestito qualche idea, e vi aggiungo un commento.

In GPL lo Sforza manifesta imbarazzo a causa dell’integralismo religioso USA.

"Vivo in California da 25 anni, ma devo ancora sforzarmi per ricordare che, qui, l’insegnamento della teoria dell’evoluzione non è libero. L’informatica avanza a grande velocità, si costruiscono gli aerei più sofisticati del mondo, ma una gran fetta della popolazione impara ancora la storia dell’umanità sulla base di un’interpretazione letterale della Bibbia. I movimenti religiosi fondamentalisti sono molto forti e vorrebbero abolire l’insegnamento dell’evoluzionismo; non potendolo fare, cercano di limitarlo e chiedono che, come minimo, si presenti anche la loro verità, la creazione, e le si dedichi la medesima quantità di tempo. Per molti nordamericani, il mondo è stato creato nell’anno 4004 prima di Cristo; per queste stesse persone il nostro lavoro è evidentemente assurdo e con ogni probabilità blasfemo.

La fede religiosa può rendere l’uomo capace di qualsiasi sacrificio, compreso quello della vita e delle proprie idee. La probabilità di convertire alla teoria dell’evoluzione un credente fondamentalista mi sembra troppo piccola perché valga la pena di dedicarvi uno sforzo, almeno in questa sede. Partiremo comunque ammettendo che vi è stata evoluzione e che tutte le persone senza pregiudizi accettano facilmente quest’idea. Bisogna dire che, anche se davvero tutto il mondo fosse stato creato nel 4004 a.C., non potremmo comunque più essere gli stessi di allora. In 6000 anni non può essere avvenuta molta evoluzione, poiché è lenta; però è inesorabile".

La scienza tratta di certezze relative, mentre la certezza assoluta è il campo della fede. E se ‘certezza’ può rappresentare una qualità, quando ha per attributo l’assoluto produce quello che Francisco Jose Goya y Lucientes (1746-1828), pittore e incisore, bollava come il sonno della ragion produce mostri’. Da qui nasce la preoccupazione per gli scienziati che maneggiano reperti di dinosauri e sassi spaziali, l’analisi dei quali rivela età quasi inimmaginabili, non ammesse da chi ritiene che: La Bibbia aveva ragione.

Per Dio onnipotente sarebbe stato uno scherzo includere nella Creazione oltre al cielo, la terra, le piante, i corpi celesti, animali ed esseri umani… anche fossili e scheletri di ominidi pseudo-estinti e meteoriti falsamente antiche, per ingannare i miscredenti futuri seguaci di Galilei e Darwin, e mettere alla prova i credenti, anche perché l’ONU si dichiarerebbe incompetente a giudicare l'autore dell’inganno perpetrato e le conseguenti stragi. Ma se Lui ha fatto con perfezione, aveva previsto e voluto che inciampassimo nella scienza. Consentire all’inganno di Dio è peccato di speculazione teologica?

Per l’etimologia, ‘fede’ (dall’indoeuropeo ‘fide’) ha radice diversa da ‘fanatico’ (‘fanaticum’, ispirato da una divinità, invaso da estro divino, derivato da ‘fanum’, tempio), anche se forse entrambi gli etimi sono riconducibili a un’origine comune e al proposito una ricerca attorno a ‘bhas’ (pronuncia ‘fas’: luce’, ‘splendore’, in sanscrito) potrebbe ‘illuminare’ proponendo un fonema indoeuropeo pre-esistente al greco arcaico. In attesa dell’attenzione dei sapienti al riguardo, è abbastanza evidente al popolo che ‘fede’ e ‘fanatico’ hanno caratterizzato l’Evo di Mezzo (un periodo della nostra civiltà che ha concepito l’Inquisizione, il genocidio americano e la Guerra dei Trent'anni, partoriti in seguito ).

Le caste nella Società organizzata

Dicevamo, usando il linguaggio figurato: "Prima c’era la tribù. Dove il cacciatore produceva cibo e il fannullone poltriva, ma tutti mangiavano. Con il riconoscimento delle caste, fu organizzata la Società". Per chi si chiede quando e dove avvenne, indichiamo vagamente le vestigia dei popoli munda in India, o dei loro parenti pigmei africani.

Oggi la casta (quella che fino alla rivoluzione francese era ‘classe’ o ‘stato’) verrebbe definita dalle scienze economiche per sfociare in quelle politiche. Allora (ma quanti anni fa, durante quanti eoni, con quali alterne vicende, in quali esotici Paesi…?) economia e politica si confondevano nell’orgoglio di organizzare uno Stato, di confrontare il livello di civiltà con i vicini, di lasciare una traccia indelebile nella nascente gloria (storia?) dei popoli. 18.000 anni fa, alle foci del fiume Amur, si cuoceva ceramica. E' possibile questo manufatto senza una Società stanziale e organizzata?

I re-sacerdoti erano quelli che guardavano lontano e prevedevano; furono chiamati i Grandi Legislatori. Ai loro ordini i guerrieri facevano rispettare le leggi e proteggevano la proprietà. I contadini e gli artigiani producevano ricchezza. Erano tre caste coordinate, a cui molto dopo si aggiunsero i commercianti (quelli che oggi dilagano).

Fuori dalla Società vi erano i senza-casta (in India: ‘paria’; in Giappone: ‘eta’, sacchi di merda o ‘burakumin’; da noi: ‘servi della gleba’), gli asociali e i pazzi. Nella prima Società organizzata i pazzi venivano eliminati (alcune genti li tolleravano, o addirittura li rispettavano, ma erano popoli in transizione dal livello tribale). Gli asociali erano coloro che non accettavano di collaborare; furono scacciati e bollati come ‘banditi’. Infine i paria erano gli inutili, quelli a cui si dice: "Portami quel vaso! e lui ride, accondiscende, si muove distratto, afferra l’oggetto rovesciandolo, lo fa sfuggire di mano, cadere, rompersi: un guaio. Per cui si preferiva non utilizzarli, o trattarli a bastone e carota per ottenere che facessero il minimo. Ma certo non votavano nelle prime democrazie: quella greca (dei cittadini) e quella germanica (di chi portava le armi), altrimenti questi ordinamenti non sarebbero rimasti nella storia.

Il sistema delle caste organizzò l’economia di allevamento e agricoltura facendo superare quella tribale di ricerca e raccolta (con cui il nomadismo aveva conquistato il mondo lasciando tracce nella transumanza e nel popolo zingaro) e permise la Società basata sullo Stato. Nel grande benessere (gli stanziali arrivavano a produrre cento volte le proteine dei nomadi per cui si potevano permettere le funzioni specializzate, non direttamente produttive, come guerriero, religioso, letterato, mago, magistrato...). Ma la famiglia sempre più benestante (l’amore dei genitori dunque) pretese che le caste divenissero ereditarie (e, grazie al dio maschio e all’ignoranza dell’ovulo femminile, che la donna divenisse oggetto sessuale e di proliferazione).

Se era pur vero che un giovane adatto ad essere guerriero avrebbe sprecato talento facendo il prete (e viceversa), era maggiormente vero che il padre non voleva che il figlio retrocedesse nella scala sociale. Questo impulso egoico portò al fallimento del sistema delle caste che in India erano 2600 alla loro (ufficiale) abolizione.

Ma è solo l'ignoranza che ci fa denigrare il sistema delle caste senza averlo analizzato. Sotto l’aspetto del benessere sociale potrebbe dare molto, se solo ne risolvessimo gli aspetti che ne hanno determinato il fallimento. E oggi il problema potrebbe porsi non sotto l’aspetto della superiorità di una casta sull’altra ma, come nell’apologo di Agrippa, sulla funzione delle varie parti del corpo sociale, cioè sulla distribuzione delle funzioni. Quel pastore della Maiella che qualche tempo fa cercò di stuprare tre turiste, uccidendone due, vota contro o a favore dell'esistenza dell'Ordine dei Giornalisti? E le suore di clausura sono competenti ad esprimersi sul divorzio?

Con queste dichiarazioni assumo una posizione 'socialmente scorretta'.

Come? sarebbe giustificato che alcune persone riconosciute intelligenti ci guidassero, mostrando chiaramente che siamo meno intelligenti di loro? e che pertanto disponesse di maggiori ricchezze? E tutto il progressismo sociale di "portiamo via i soldi ai ricchi'?

Attenzione che quello è Lenin; Marx diceva: "a ciascuno secondo le sue necessità, da ciascuno secondo le sue possibilità'. Se l'intelligente non è un 'intelligente bandito', ma un 'intelligente sociale' (e da questa considerazione nasce una definizione di intelligenza), tutti avranno da mangiare e da vivere, come aveva prefigurato il passaggio dalla tribù alla Società.

Una giustificazione delle caste

Uno scherzo del caso (ma esiste il caso? eterna polemica tra determinismo e indeterminismo) ci viene offerto da un breve saggio di Carlo Maria Cipolla (insigne economista citato anche da Cavalli-Sforza nell’SGGU) il quale, senza saperlo, reintroduce quella realtà pre-ariana che si era venuta faticosamente formulando forse tra 19.000 e 18.000 anni or sono, il sistema delle caste. Questo saggio fa parte di quelle piccole opere con cui gli scienziati di materie pedanti (come l’economia) riequilibrano (in e yo) la propria personalità sfoggiando se non letteratura almeno cultura; e riempie la seconda parte del quaderno: Allegro ma non Troppo (il Mulino, 1988).

E’ intitolato Le Leggi Fondamentali della Stupidità Umana. Nel terzo capitolo, dopo aver constatato con Aristotele che "l’essere umano è un animale sociale… dimostrato dal fatto che noi ci muoviamo in gruppi sociali (l’allusione comprende il football?), che ci sono più persone sposate che scapoli o nubili, che tanta ricchezza e tempo sono sprecati in esasperanti e noiosi coktail parties e che alla parola solitudine viene normalmente attribuita una connotazione negativa… La morale della favola è che ognuno di noi ha una sorta di conto corrente con ognuno degli altri".

Di questo conto-corrente "i guadagni e le perdite possono essere illustrati in un grafico" in cui "l’asse delle ics misura il guadagno che Tizio ottiene dalla sua azione" (a destra dello zero i guadagni positivi, alla sinistra le perdite); e quello delle ipsilon "mostra il guadagno che un’altra persona, o gruppo, sperimenta a seguito dell’azione di Tizio"(sopra o sotto il punto zero mostra i guadagni o le perdite delle persone correlate a Tizio). Per fare un esempio: se Tizio, da una sua azione, ricava un guadagno e Caio ne subisce una perdita, l’azione sarà registrata sul grafico nell’area positiva per l’ascissa e negativa per l’ordinata.

Guadagni e perdite possono essere registrati sul relativo asse in dollari, marchi, o euro, "ma devono includere anche le ricompense e le soddisfazioni e gli stress psicologici ed emotivi", beni e mali immateriali e pertanto difficili da misurare con parametri oggettivi.

Insomma, Carlo Maria Cipolla osserva che vi sono delle persone che producono benessere per tutti, ponendole nel suo sistema cartesiano nel quadrante interamente positivo; li chiama intelligenti’. All’origine della Società tali avrebbero dovuto essere i re-sacerdoti, nell’India vedica la casta dei brahamani.

 

 

Coloro che producono benessere, ma non ne fruiscono, cioè producono benessere agli altri e restano miseri loro, sono gli sprovveduti’ (contadini e artigiani; sudra e vaisya in India). Riempiono il quadrante delle ics negative e ipsilon positive.

Poi ci sono i "briganti" che producono guadagno/benessere per sé prendendolo agli altri. Per sfruttare questa caratteristica i primitivi ideatori delle caste ebbero la geniale idea di dotarli di un codice morale collocandoli nella categoria ‘guerrieri’ (kshatrya), affinché si arricchissero pure, ma ai danni di Società adiacenti. Vanno nel quadrante: positivo per il proprio guadagno (il guerriero che ci riusciva diventava un signorotto, raja, daimyo, o barone), ma negativo per il benessere di coloro che in battaglia i guerrieri avevano espropriato della vita, della terra e del frutto del lavoro.

Restano da descrivere gli "sciocchi", che recano perdita a sé e agli altri (gleba, paria, eta…), collocati dove ascissa e ordinata danno luogo al quadrante negativo nelle due dimensioni.

E’ molto carino che sia un insigne economista a riscoprire le caste. E che faccia finta di nulla (o davvero credeva di aver solo scherzato?). Immaginate se la nostra psicologia permettesse di identificare i tipi umani che producono benessere per sé e per gli altri. Non li mettereste a comandare? E se, grazie a un codice d’onore, potessimo indirizzare tutti i delinquenti ad agire a profitto della Società (beh, se promuoviamo la teoria del ‘villaggio globale’ nel codice d’onore che glorifica questi ‘guerrieri’, potremmo mettere la clausola primaria di massacrarsi tra di loro come nel romanzo e film La Decima Vittima). Per gli onesti lavoratori, destinati a non arricchirsi, potremmo far poco, ma una scuola, un’assistenza sociale e delle oneste condizioni per crescere i figli, potremmo assicurargliele. Amen.

E gli intelligenti? I raja, gli aristocratici, i Presidenti?

Allarghiamo il conflitto di interessi fino a eliminare l’eredità. Lasciamo che i loro figli affrontino la vita secondo le loro capacità. Altrimenti per un Presidente illuminato poi dobbiamo sorbirci quattro generazioni di suoi discendenti rincoglioniti. Facciamo degli intelligenti una categoria di schiavi senza diritti (volontari).

Il lavoro dovrebbe avere una base di partenza, che potrebbe trattarsi di 36 ore settimanali per gli operai. Man mano che cresce la qualifica l’impegno aumenta: fino a 40 ore per gli impiegati (garantendo la libertà di sgranchirsi il culo ogni tanto), a 44 per i liberi professionisti, a 48 per politici e dirigenti d’industria. Per i responsabili della cosa pubblica in ordinaria amministrazione a 52, e 56 in periodo di crisi (la settimana ha 168 ore), per i ministri e i militari responsabili dello Stato 60 ore (ancora superiore suppongo che fosse l’impegno di Gaio Giulio Cesare nelle annose campagne di guerra). Così quando periodicamente (ogni 4 anni) si rifanno le lezioni, la maggior parte dei privilegiati (tranne forse gli "andreottoli") sarà entusiasta di concedersi una tregua nella categoria inferiore. E da questo continuo ricambio noi trarremmo nuova linfa vitale.

In questa proposta, che naturalmente non sarebbe approvata in regime di democrazia, vi è un posto privilegiato per la donna. Una delle peggiori conclusioni a cui è arrivata la recente ondata progressista è quella delle ‘pari opportunità’, che umilia la condizione maschile.

Mi scusino i gay. La donna mantiene tuttora una funzione essenziale nella continuità della specie. E se la prima preoccupazione di un organismo vivente è sopravvivere, quella di una civiltà è continuare. Si è discusso a lungo sulla superiorità del maschio, arrivando alla conclusione largamente condivisa che quindi è degno di privilegio. Io la rifiuto come umiliante.

E se guardassimo alla realtà da un altro punto di vista? Che le caste sono necessarie all’economia, che le razze esistono e contribuiscono alla cangiante bellezza della Terra, che l’unione di maschio e femmina ha permesso la storia (anche quella, magari triangolare, e breve del Paradiso Terrestre). Ecco che il presente ci offre splendidamente le dispari opportunità. Cioè la donna favorita nei privilegi della Società, perché possa con cura, competenza e dedizione dedicarsi (oltre che a gestire la cosa pubblica, il potere, il lavoro, l’hobby e il divertimento) ad assemblare, allevare e istruire il nostro futuro, quei bambini che abitano case future, che neppure in sogno potrete visitare (Gibram). Diamo privilegi alla donna perché lei ci accordi quello di essere padri orgogliosi di una creatura più dotata, positivamente attiva, forse più felice. Diamole vantaggi sull’orario di lavoro, sulla remunerazione del lavoro, sulla tassazione, sulle condanne penali, sulle condizioni nella pratica sportiva… chiediamole solo di dare tutta se stessa nei casi di emergenza.

Ah, per il lavoro le farei uno sconto (con pari stipendio, l'obbligo di assumere tante femmine quanti maschi, e riconoscendo i diritti di maternità) del 30%.

I pregiudizi della democrazia

Questa proposta ferisce il corrente concetto di democrazia, secondo la quale tutti gli esseri umani sono eguali e di pari peso sociale. Ma se si prendesse in considerazione la possibilità che dal punto di vista sociale gli esseri umani sono tutti diversi, potrebbe nascere l’esigenza di fare delle categorie d’uso – né troppe né poche – adeguando il concetto di casta ai tempi moderni, risolvendo quel conflitto di interessi che coinvolge i genitori (che vorrebbero i figli classificati nella propria casta, o in una superiore) e la Società (che vorrebbe l’essere umano giusto al posto giusto).

Nella Cina classica i mandarini, che rappresentavano la classe politica e dirigente di un impero durato 1.000 anni, non ereditavano la qualifica (anche se evidentemente il figlio di un mandarino era favorito nello studio dall’educazione che riceveva in famiglia), ma chiunque poteva presentarsi agli esami culturali, che venivano ripetuti ogni 4 anni, variandone la sede nell’immensità del Paese. I cinesi sapevano benissimo che la famiglia avrebbe raccomandato il candidato; ma tra i 20 e i 60 anni il mandarino sosteneva 10 esami organizzati in regioni diverse e solo poche famiglie potentissime potevano influire su tutti quei collegi, ottenendo un numero minimo di promossi immeritevoli. Questo è un esempio di casta usata intelligentemente. L’impero cinese è durato 1000 anni senza fare guerre d’espansione e quindi con un’economia tanto saggia da poter tralasciare il saccheggio dei popoli vicini; ha lasciato delle vestigia prestigiose davanti alle quali il Colosseo, simbolo di Roma, scompare. Dato che l’Impero Romano è durato meno della metà, ricavando le sue energie da guerre continue che impoverivano a suo favore i popoli europei e mediterranei, forse si potrebbe studiare l’economia e la politica della Cina classica per trarne una lezione umanitaria (bianchi che imparano qualcosa da un’altra razza! che sto dicendo? noi abbiamo chiamato ‘epoca oscura’ il Medio Evo in cui eravamo poveri, e siamo Rinascimentati quando, attraverso il saccheggio e il genocidio commesso dai popoli cristiani, abbiamo ‘scoperto’ il più grande continente del mondo).

La prima coscienza sociale: le razze

Gli antichi egizi e i fenici conoscevano le popolazioni subsahariane (africani neri).

Il concetto e gli esempi di tassonomia (metodo e sistema di classificazione di corpi organici e non) risalgono ad Aristotele (IV secolo a.C.).

Il padre della storia e dell’antropologia, il greco Erodoto (V sec. A.C.) descrisse il nome, la residenza geografica, i costumi e l’aspetto fisico di molti popoli dell’area mediterranea.

Secondo Plinio il Vecchio (I sec. d.C.) gli africani sono "bruciati dal calore del sole che è loro vicino, quindi nascono con un aspetto bruciacchiato, con barba e capelli riccioluti", mentre nel nord: "le razze hanno la pelle bianca come la neve, con i capelli gialli che scendono diritti". Un suo contemporaneo, il poeta Lucrezio, ampliò l’idea di selezione naturale. Che cominciò ad essere presa in considerazione 1500 anni dopo da John Ray (1627-1705) e soprattutto da George Leclerc conte di Buffon (1707-1788): "…dopo essersi moltiplicati e diffusi sull’intera superficie terrestre, essi andarono incontro a diversi cambiamenti dovuti all’influenza del clima, del cibo, dei modi di vita, delle malattie epidemiche e della mescolanza continua tra individui più o meno simili. All’inizio questi cambiamenti non erano così marcati, e determinavano soltanto varianti individuali; in seguito queste varianti divennero varianti della specie, perché l’azione continua di queste stesse cause le rese più generali, più marcate e più permanenti. Tali varianti si trasmettono di generazione in generazione, come le deformità e le malattie vengono trasmesse da padri e madri ai loro figli" (i periodi in corsivo sono riportati da Count, 1950).

L’origine della parola razza’ fa discutere gli etimologisti per i quali il latino è tutto, che hanno ondeggiato tra generatio (generazione) e ratio (natura, qualità), finché qualcuno ne propose, con buona probabilità di aver ragione, l’origine dal francese haras, haraz, allevamento di cavalli, stalloni, termine a sua volta derivato dall’arabo.

E dall’idea di selezione (in quella dei cavalli gli arabi erano maestri), consciamente o inconsciamente, Joseph Arthur conte di Gobineau, scrittore e diplomatico francese (Ville d’Avray 1816-Torino 1882) attinse la sua critica all’egualitarismo promosso dalla rivoluzione francese proponendo al suo posto la superiorità della razza nordica (ariana) a cui si ispirarono i teorici del razzismo storico. Nella storia della destra (cioè di coloro che non si identificavano negli epigoni della rivoluzione francese), compare anche lo storico delle religioni Georges Dumézil (Parigi, 1898-1986) che identificò nelle civiltà ariane (Persia, India, Roma e realtà scandinava) la persistenza degli ‘dei delle tre funzioni’ (a Roma: Giove, Marte e Quirino) per introdurre la casta sacerdotale, quella guerriera e quella produttiva di ricchezze, giustificando lo slogan ‘dio-patria-famiglia’.

Naturalmente sarebbe ambizioso confutare il coltissimo Dumézil ma, anche solo con una buona penna, si potrebbe dimostrare qualcosa di analogo per la civiltà cinese (e giapponese), forse anche per i Dogon (Nigeria) e gli Aztechi (antichi messicani). Da cui nascerebbe il sospetto che gli extraterrestri, intervenuti a manipolare geneticamente i parenti degli orang-utan (termine malese, che può significare tanto ‘scimmia orango’ che ‘uomo della foresta’) in tempi immemorabili (60 o 70mila anni fa), abbiano infilato nel DNA gli elementi fondanti della società, oltre a quelli del linguaggio (grammatica).

In seguito a queste circostanze (la prima constatazione che un negro è diverso da un bianco, e poi l’impatto violento con l’antisemitismo nazista) noi siamo abbastanza condizionati nel considerare il concetto di razza e gli attributi che ne conseguono.

La razza (gruppo di individui, animali o vegetali, che per un certo numero di caratteri ereditari simili, si possono distinguere da altri della stessa specie) dovrebbe rientrare nella specie e quest’ultima nel genere; ma i nostri dizionari fanno la consueta confusione, anche per i diversi significati che questi termini assumono nelle varie e troppo indipendenti discipline del sapere. Dalla seconda metà del secolo passato viene in aiuto la genetica a chiarire (o a complicare) la cosa.

Un ‘gene’ è un segmento di DNA dotato di una funzione specifica (SGGU). Il DNA (sigla americana), o ADN (italiano) è l’acido desossiribonucleico, presente nel nucleo di tutte le cellule, dove svolge la funzione di portatore dell’informazione genetica. Nello studio delle popolazioni viventi si analizzano le distribuzioni geografiche dei dati, e particolarmente le diverse forme (alleli) assunte nel tempo dai geni. Ecco, questi alleli mostrano la realtà delle razze e, a lunga scadenza in un nostro possibile futuro spaziale, possono portare anche all’impossibilità di procreare tra ceppi che si sono differenziati (una difficoltà che cominciamo a constatare e che cerchiamo di prevedere nei consultori prematrimoniali).

Prima della metà dell’800 gli antropologi cercavano di ricostruire la storia e le relazioni evolutive attraverso l’indice cefalico (rapporto tra lunghezza e larghezza del cranio). Poi il primo contributo alla scoperta degli adattamenti genetici è stato il gene responsabile dell’anemia falciforme, in quanto la sua distribuzione geografica ha mostrato relazione con quella della malaria (1949), facendo nascere l’ipotesi che questo gene si fosse modificato per generare resistenza alla malattia.

Già a questo punto possiamo dimostrare che gli esseri umani che vantano nel DNA il gene di quest’anemia sono diversi da quelli originali e precedenti, evoluti in zone dove la malaria non esiste. Possiamo parlare di un’altra razza? Prudenza.

Nella situazione territoriale in cui imperversa la malaria essi hanno maggiori probabilità di sopravvivenza. Una razza superiore? Calmiamoci.

Dopo la scoperta del primo sistema di gruppi sanguigni le frequenze degli alleli A, B, 0, vennero usate per classificare i popoli. Non possiamo riassumere tutte le vicissitudini sull’argomento, ma riportiamo un esempio. I valori AB0 degli autoctoni americani sono: 1,4 - 0,3 – 98, mentre quelli delle popolazioni dell’Asia orientale, da cui gli amerindi sono derivati forse 30.000 anni fa, sono: 20 – 19 – 61. Per l’allele 0’ questa è la massima distanza genetica tra macro-gruppi. Cosa è successo a quelle tribù che hanno attraversato a piedi, durante la glaciazione, lo stretto di Bering (92 km) che separa l’Asia dall’America, per modificare in maniera così eccezionale (per il resto del mondo) il gruppo ‘0’ del sangue? Forse è stata la reazione a una pestilenza che si è consumata?

Le scoperte dei geni proseguono col fattore Rh del sangue, il cui allele ‘-‘ è quasi soltanto d’origine europea con la frequenza più elevata (25%) tra i baschi.

Le continue scoperte della scienza genetica permettono oggi di raccontare storie meravigliose sul nostro passato (come quella di ‘Eva nera’, supposta antenata di tutte le donne) e attendono solo lo stanziamento di fondi sufficienti per rilevare i campioni che la legge dei grandi numeri richiede. Fin d’ora possiamo affermare che gli esseri umani sono tutti diversi (appariva già chiaro ai divorziati, ma certe persone ne pretendono la dimostrazione scientifica); naturalmente gli individui del genere umano possono essere raggruppati per comodità di classificazione in specie e razze, e attualmente non ci siamo messi d’accordo sulla precisa definizione del concetto di ‘razza’, tanto che se ne considerano 3 o 300 secondo gli autori. Ma basta una maggior pignoleria e diverranno 3.000.

La superiorità di certe razze è indiscutibile. Poche nozioni di geografia economica possono dimostrare che la razza bianca è la più aggressiva (militarmente superiore ai pellerossa); per gli amanti dello sport emergono prepotentemente le qualità dei neri (per altri amanti quelle delle nere); forse la ‘sottorazza’ indiana è la più intelligente (anche se la sua organizzazione sociale non lo dimostra) e quella cinese è più paziente. I giapponesi raccolgono geni dalla Cina e dal sud-est asiatico, avendo fatto il possibile per eliminare quelli proto-uralici rappresentati dagli Emishi e dagli Ainu, i più antichi abitanti dell’arcipelago, ma da questi ultimi hanno ereditato una sensibilità sciamanica particolare che dimostrano nello scintoismo. Gli aborigeni australiani hanno un difetto che li può far considerare inferiori: pare che il loro inconscio collettivo li guidi all’estinzione.

Nell’eterno divenire le qualità richieste alla sopravvivenza variano e favoriscono questo o quel gruppo umano; le circostanze casuali incidono e tolgono di mezzo certi gruppi, favorendo la nascita di altri. Proprio la genetica potrebbe essere all’origine di una mutazione dell’essere umano sportivo, modificando la produzione delle ghiandole in modo che ne derivi un essere umano più forte, più veloce, più agile. Che dire poi quando saremo pieni di alieni, cloni, mutanti, scimpanzuomini (per includere queste possibilità proponiamo il ‘genere’ umano, composto di specie comprendenti i vari umanoidi artificiali e le ‘razze’, basate sugli alleli naturali).

Il termine ‘razza’ possiamo anche sostituirlo se la nostra ignoranza lo considera legato agli orrori nazisti (questa ideologia non è l’unica responsabile di genocidio; i cristiani hanno quasi liberato da ingombranti aborigeni il più grande continente del mondo; i nipponici hanno mantenuto la promessa che nel 2.000 non sarebbe più esistita una civiltà Ainù; Giulio Cesare …). Ma le razze esistono per lo meno nello studio dell’essere umano. L’aspetto negativo è considerare solo la nostra razza (la nostra civiltà, la nostra religione, la nostra arte, i nostri principi di vita…) e non tollerare l’esistenza degli altri anzi, cercare di sopprimerli; quello positivo è comprendere che siamo qui "tutti insieme, persone di diverse razze, per crescere e progredire, col miglior impiego dell’energia".

Io e i disabili, il maschio e la femmina, il mio avversario, colore di pelle, taglio di occhi, bagaglio culturale, sensibilità, intelligenza, genialità. Non c’è male nell’essere superiori, purché la nostra superiorità sia al servizio della Società (genere) umana. Anzi, la nostra superiorità consista nell'amore.

Lettura

Documenti di una sensibilità diversa: la Genesi degli aborigeni

"Per afferrare il concetto di Tempo del Sogno" disse "devi considerarlo un equivalente aborigeno dei primi due capitoli della Genesi, con una differenza significativa".

Nella Genesi Dio creò per prima cosa gli ‘esseri viventi’, poi con l’argilla plasmò il padre Adamo. Qui in Australia gli Antenati si crearono da sé con l’argilla, migliaia e migliaia, uno per ogni specie totemica. Perciò, quando un aborigeno dice: ‘Io ho un sogno Wallaby’, intende: ‘il mio totem è Wallaby’, ‘sono membro del clan Wallaby’ (‘wallaby’ è la specie di canguri medi e piccoli, alcuni dei quali son grandi come conigli; n.d.r.).

Ma il Sogno è molto di più che l’emblema di un clan, una distinzione tra questi e quelli, tra questa terra e quella terra. Ogni Uomo Wallaby crede di discendere da un Padre Wallaby universale, antenato di tutti gli altri Uomini Wallaby e di tutti gli esseri wallaby del mondo. Perciò i wallaby sono suoi fratelli; ucciderne uno per cibarsi è fraticidio e cannibalismo.

Ogni specie può essere un Sogno. Anche un virus: ci può essere un Sogno-varicella, un Sogno-pioggia, un Sogno-arancio-del-deserto, un Sogno-pidocchio. Nel Kimberley (regione dell’Australia settentrionale che sovrasta il Gran Deserto Sabbioso; n.d.r.) adesso hanno un Sogno-denaro".

Riprese la spiegazione: "Ogni antenato totemico, nel suo viaggio per tutto il Paese, ha sparso sulle sue orme una scia di parole e di note musicali e queste Piste del Sogno sono rimaste sulla terra come ‘vie’ di comunicazione fra le tribù più lontane. Un canto - disse - fa contemporaneamente da mappa e da antenna. A patto di conoscerlo, sai sempre trovare la strada".

"E se l’uomo devia dalla sua strada?" chiesi.

"Sconfina. La trasgressione poteva costargli un colpo di lancia".

"E finché restava sulla pista, invece, trovava sempre persone con il suo stesso Sogno? Che erano, di fatto, suoi fratelli?"

"Si"

"Dai quali poteva aspettarsi ospitalità?"

"E viceversa".

L'Australia intera può essere letta come uno spartito. Non c’è roccia o ruscello, che non sia stato cantato o che non possa essere cantato. Forse il modo migliore per capire le Vie dei Canti è di pensare a un piatto di spaghetti, ciascuno dei quali è un capitolo di tante Iliadi o Odissee – un intrico di percorsi dove ogni ‘episodio’ è leggibile in termini geologici.

"Ovunque nel bush puoi indicare un elemento del paesaggio e domandare all’aborigeno che è con te: ‘Che storia c’è là?’, oppure: ‘Chi è quello?’. E lui probabilmente ti risponderà: ‘Canguro’ o ‘Budgerigar’(un variopinto pappagallo; n.d.r.) o ‘Lucertola’, secondo l’Antenato che passò di là".

"E la distanza tra due luoghi del genere si può misurare con un brano musicale?"

"Questa" rispose Arkady "è la fonte di tutti i miei guai con quelli della ferrovia".

Un conto è persuadere un ispettore che un mucchio di sassi sono le uova del Serpente Arcobaleno o che un monticello di arenaria rossiccia è il fegato di un canguro ucciso da un colpo di lancia. Un altro é convincerlo che una vuota distesa di pietrisco è l’equivalente dell’opera 111 di Beethoven.

"Gli Antenati, che avevano creato il mondo cantandolo - disse - erano stati poeti nel significato originale di poiesis, e cioè "creazione" in greco. Nessun aborigeno poteva concepire che il mondo creato fosse in qualche modo imperfetto. La vita religiosa di ognuno di essi aveva un unico scopo: conservare la terra com’era e come doveva essere. L’uomo che andava in walkabout (american, da walk-about; un aborigeno australiano si prende vacanza dalle sue occupazioni abituali per vagabondare nel deserto) compiva un viaggio rituale: calcava le orme del suo Antenato. Cantava le strade dell’Antenato senza cambiare una parola o una nota - e così ricreava il Creato".

 

In principio… la terra era piatta, sconfinata, immersa in un crepuscolo indistinto, separata dal cielo e dal grigio mare salato. Lontano vivevano gli Abitanti del Cielo, spensierati e indifferenti, simili ad umani ma con le gambe da emù (uccello casuario, simile allo struzzo, ma più piccolo, con tre dita nelle zampe; n.d.r.) e i capelli dorati lucenti come ragnatele al tramonto, eterni e immortali, perennemente giovani nel verde Paradiso al di là delle Nuvole Occidentali.

Sulla pianura della Terra c’erano le buche che un giorno sarebbero diventati i pozzi. Non c’erano animali né piante, solo molli masse di materia aggrappata alle buche, grumi di minestra primordiale, silenziosi, ciechi, senza respiro o veglia o sonno; eppure sotto la crosta vivevano le Costellazioni, il Sole splendeva, la Luna cresceva e calava, e giacevano nel sonno tutte le forme di vita: il fiore scarlatto del pisello del deserto, l'iridescenza dell’ala di farfalla, i vibranti baffi bianchi di Vecchio Uomo Canguro – assopiti come i semi del deserto, che devono aspettare un acquazzone per sbocciare.

La mattina del Primo Giorno il sole ebbe voglia di nascere (con lui, quella sera sarebbero nate le Stelle e la Luna). La superficie della Terra venne squarciata e il sole inondò la piana di luce dorata, riscaldando le buche dove dormivano gli Antenati.

Diversamente dagli Abitanti del Cielo questi Uomini dei Tempi Antichi non erano mai stati giovani. Erano vecchi zoppi e stremati, dalla barba grigia e le membra anchilosate, che per tutto il Tempo avevano dormito soli. Ma quel Primo Mattino ogni Antenato sentì il calore del sole premere sulle palpebre, e poi il suo corpo che generava figli. L’Uomo Serpente li sentiva strisciare fuori dall’ombelico. L’Uomo Cacatua si sentiva accarezzare da piume. L’Uomo Bruco sentiva le contorsioni del movimento, la Formica del Miele un prurito di zampe, il Caprifoglio sentiva schiudersi foglie e fiori. L’uomo Bandicoot sentì i piccoli bandicoot fremergli sotto le ascelle. Ogni "essere vivente", dal suo luogo di nascita, salì alla luce del giorno.

In fondo alle buche (che ora si stavano riempiendo d’acqua) gli Antenati distesero prima una gamba e poi l’altra, scrollarono le spalle e piegarono le braccia. Si alzarono galleggiando nel fango. Quando le loro palpebre si aprirono di schianto videro i figli che giocavano al sole.

Come la placenta di un neo-nato il fango si staccò dalle loro cosce; come un primo vagito ciascuno aprì la bocca a gridare: "Io sono!… Sono Serpente… Sono Cacatua… Sono Formica del Miele… Sono Caprifoglio…". E questo primo "Io sono!", questa prima creazione del nome venne considerata, allora e per sempre, il distico più sacro e segreto del Canto dell’Antenato.

Ogni Uomo del Tempo Antico (che ora si crogiolava al sole) mosse col piede sinistro e gridò un secondo nome. Mosse col piede destro e gridò un terzo nome. Diede nome al pozzo, ai canneti, agli eucalipti, si volse a destra e a sinistra, chiamò le cose alla vita e con quei nomi fece dei canti.

Gli Uomini dei Tempi Antichi percorsero il mondo cantando; cantarono i fiumi e le catene di montagne, le saline e le dune di sabbia. Cacciarono, mangiarono, fecero l’amore, danzarono, uccisero: una scia di musica segna ogni punto della loro pista.

Avevano avvolto il mondo in una rete di canto e quando ebbero cantato la Terra intera furono stanchi. Le membra li chiamavano alla gelida immobilità di secoli. Alcuni, dov’erano, sprofondarono nel terreno. Altri strisciarono nelle grotte. Altri ancora tornarono lentamente alle Dimore Eterne, ai pozzi ancestrali che li avevano generati.

Tutti tornarono "dentro".

Per gentile cortesia di Le Vie dei Canti, Adelphi, il cui autore non immagina come gli ho rielaborato il pezzo.

(Il 'bush' indica le grandi distese all'interno del paese, con vegetazione tipica delle praterie e delle zone boscose.

Il 'bandicot' è un marsupiale di piccole dimensioni, simile ad un topo gigante).