DELL'INFERNO DI QUEL RIMAIOLO DI DANTE
Da 30.000 anni gli
sciamani affermano che dopo la morte possono verificarsi stati di sofferenza
dovute alle circostanze morali in cui abbiamo vissuto (non è una situazione
uguale per tutti, la moralità che ci concede pace è relativa al
nostro grado di evoluzione; inoltre vi sono pratiche che migliorano il nostro
karma). Ora anche Famiglia Cristiana tratta l'argomento.
Io invidio i lettori che questa risposta accontenta ("Beati i poveri
di spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli...").
Ma osservo che, come per il Limbo, la Strage degli Innocenti e le Lacrime della
pietra, tante creazioni fantastiche del passato sono destinate a dimensionarsi
alla luce di un'evoluzione della coscienza.
Nella spiritualità siamo ancora a Tolomeo e alla Creazione, con la religione
(una qualsiasi) al centro dell'Universo e i chierici che gridano "uno
spettro si aggira per l'Europa: il relativismo, cioè il dogma che non
c'è nessun dogma".
Anche il relativismo può essere una religione.
Ma a tutt'oggi una verità relativa certo s'impone: la vita, il corpo,
la libertà della ricerca, il rispetto dei diritti e con essi della fede
individuale. E la contro-verità è lo sfruttamento di tutto questo
per beneficio materiale, mentale o spirituale.
(C.B.)
Famiglia Cristiana
n° 37 - 2005
Il Teologo di Giordano Frasini
L'inferno è
un luogo fisico, o uno stato?
A proposito dell'inferno suor Faustina Kowalska nel suo Diario parla di
"luogo di grandi tormenti" e non di uno "stato" come, invece,
voi teologi sostenete. Mario M. - Pescara
La convinzione che
il paradiso, l'inferno e il purgatorio siano tre stati e non tre luoghi è
di recente acquisizione, ma ai teologi di oggi appare come un'acquisizione da
cui non si torna indietro. La vecchia concezione dei tre luoghi era in linea
con opere letterarie come La Divina Commedia di Dante Alighieri, ma le stesse
espressioni bibliche, se non controllate, possono portare alla medesima conclusione.
Per questa strada, però, si incontrano difficoltà crescenti che
immettono in vicoli ciechi e si ingolfano in problematiche prive di senso. Per
di più, la concezione dei tre luoghi era strettamente legata a una cosmologia
superata.
Il cardinale Congar parlava a questo proposito di "fisica dei novissimi"
e aggiungeva che la maggior parte dei trattati di escatologia nei nostri manuali
era di questo tipo. Ecco perché l'escatologia contemporanea ha ritenuto
giusto prendersi un momento di pausa per di riflessione al fine di riguardare
meglio e più criticamente in faccia le cose. Tanto che con una battuta
si diceva "Chiuso in attesa di restauro".
Il colpo di grazia a questa presentazione secondo lo schema dei tre luoghi lo
dava Hans Urs von Balthasar, il teologo cui si ascrive una parte determinante
per la rinascita del pensiero escatologico cattolico. Egli, basandosi su un
testo di sant'Agostino ("Lo stesso Dio dopo questa vita è il nostro
luogo"), avviava quello che lui stesso chiamava un processo di decosmologizzazione,
sottraendo in tal modo i fini ultimi a quel processo del figurativo in cui l'opinione
pubblica (e la teologia) li aveva relegati. Nio, infatti, istintivamente rivestiamo
le nostre immaginazioni con le categorie di tempo e spazio, come ha riconosciuto
il filosofo Kant. Lo stesso è avvenuto con i concetti riguardanti l'aldilà.
Ma, sosteneva Von Balthasar, in seguito a un processo razionale
e sulla base di una più stretta fedeltà alla rivelazione e alla
fede, si può pazientemente riportare le cose alla loro vera natura. La
conclusione di Von Balthasar è così espressa: "E' Dio il
"fine ultimo" della sua creatura. Egli è il cielo per chi lo
guadagna, l'inferno per chi lo perde, il giudizio per chi è esaminato
da lui, il purgatorio per chi è purificato da lui. Egli è colui
per il quale muore tutto quello che è mortale e che risuscita per lui
e in lui". Nella riflessione di Von Balthasar è Dio che sostituisce
le nostre povere immagini e le nostre ingannevoli proiezioni. Dio o, per essere
più esatti, Gesù Cristo, che è la rivelazione di Dio e
perciò il compendio dei fini ultimi. Si passa dunque dalle immagini mentali
di luogo e tempo al concetto di Dio immateriale ed eterno e al Figlio suo unigenito
Gesù Cristo. C'è una ripulitura, un progresso sulla linea di una
concezione adulta e svincolata dalla nostra natura sensibile.
Certo in questa linea il mistero aumenta, ma l'espressione
è più esatta e appropriata. E si evitano domande tipo: ma dove
sono questi luoghi? A cui non si potrebbe rispondere se non con la vecchia concezione
del mondo. Tornano opportune le parole di Congar: "Chi vuol capire qualcosa
in questa materia chiuda la Divina Commedia, specialmente se è
illustrata da Gustavo Doré".
Quanto al linguaggio di suor Faustina Kowalska, è chiaramente sulla linea
antica (e non soltanto per la questione dei luoghi): nel suo Diario si parla
di orribili caverne, di voragini, di tormenti, di abissi infernali. Evidentemente
la visione è ispirata ai concetti che la veggente ha fatto propri nel
corso della sua formazione. Trasportare queste sensazioni sul piano della realtà
non sembra un'operazione consentita.