Donne e Judo

Perché ci dedichiamo a Donna e Sport, il progetto che vorrebbe una maggior partecipazione della donna alla dirigenza sportiva? Per contribuire, nel nostro ambito, alla condivisione del mondo tra uomini e donne; per dare all'Aise un volto umano, per assicurare il nostro appoggio all'ascesi femminile, per rispettare una libertà religiosa, di costume, di mentalità, che va di pari passo con la responsabilità. E, come presidente, perché considero questo impegno un'investimento della nostra Associazione. Certo l'Italia non è il Terzo Mondo, ma da essa possiamo contribuire a una diversa visione dei rapporti tra uomini e donne.

La donna si assume molte responsabilità, tra cui quella incomparabile di allevare la vita e ha diritto a un equivalente grado di libertà. L'uomo deve smettere di usarla e di imporle condizioni, per trovare complicità con essa.
L'Uomo Maggiorenne, affrancato da dio e dal diavolo.

Questo scritto parla di un olocausto volutamente ignorato, di un 'sessicidio' voluto e condiviso, di centinaia di milioni di vittime (ma non saranno ormai miliardi, col passare dei millenni?)

Non riportiamo questo scritto per informazione, ma per chiedere condivisione e aiuto.

Cesare Barioli

Olocausto femminile nel Terzo mondo

E' un articolo sul Corriere del 26/3/2006 di Ayaan Hirsi Ali, deputata olandese del VVD il partito laburista olandese. Questa donna esprime la più radicale e coraggiosa posizione mai apparsa per la libertà della donna nell'Islam ed è salita prepotentemente alla ribalta con l'assassinio di Teo Van Gogh (nipote del pittore) da parte di un integralista marocchino, in quanto sceneggiatrice del cortometraggio "Submission". Ma non solo, gli stessi che hanno ritenuto blasfemo il film di Theo van Gogh hanno condannato Ayaan Hirsi Ali a morte.
Ha scritto:
Non sottomessa. Contro la segregazione nella società islamica. Einaudi, 2005

 

 

Ayaan Hirsi Ali

 

Com'è possibile che sia così? Ecco alcuni fattori. Nei Paesi in cui la nascita di un bambino è considerata un dono e la nascita di una bambina una maledizione degli dei, l'aborto selettivo e l'infanticidio eliminano le neonate. Le bambine muoiono di incuria in misura sproporzionata perché il cibo e le cure mediche vengono riservati prima ai fratelli, ai padri, ai mariti e ai figli maschi.

Nei Paesi in cui le donne sono considerate proprietà degli uomini, i padri e i fratelli possono ucciderle perchè hanno scelto il partner sessuale. Li chiamano delitti «d'onore», anche se con l'onore non hanno niente a che vedere. Le giovani spose vengono uccise se i padri non pagano denaro a sufficienza agli uomini che le hanno sposate. Le chiamano «morti per dote», anche se non tanto di morte, quanto di omicidio si tratta.

Il brutale commercio sessuale di bambine a livello internazionale ne uccide un numero incalcolabile. La violenza domestica è una delle cause primarie di morte fra le donne di tutti i Paesi.
Alla salute femminile viene attribuito così poco valore che ogni anno circa seicentomila donne muoiono di parto.
Seimila bambine, secondo l'Organizzazione mondiale della sanità, vengono sottoposte quotidianamente alla mutilazione dei genitali. Molte muoiono; le altre vivono il resto dei loro giorni con un dolore paralizzante. Secondo l'Oms, una donna su cinque a livello mondiale ha probabilità di essere vittima di uno stupro o di un tentato stupro nel corso della propria vita.

Ciò che accade alle donne e alle bambine in molti luoghi del pianeta è un genocidio.
Tutte le vittime urlano la propria sofferenza. Non è che il mondo non le senta: è che gli esseri umani loro simili scelgono di non farci caso. E' molto più comodo per noi ignorare queste questioni. E dicendo «noi» includo anche le donne. Troppo spesso siamo le prime a guardare altrove. Può persino succedere che siamo partecipi, favorendo i nostri figli maschi e non curandoci delle nostre figlie femmine. Tutte queste cifre sono stime: il computo esatto della violenza contro le donne non è considerato una priorità nella maggior parte dei Paesi.
Abbiamo di fronte tre sfide. Le donne non sono organizzate né unite. Quelle di noi che stanno nei Paesi ricchi, e hanno ottenuto l'eguaglianza davanti alla legge, devono mobilitarsi per assistere le proprie compagne. Soltanto la nostra rabbia e la nostra pressione politica possono portare a un cambiamento.

Gli islamisti si stanno impegnando a resuscitare e diffondere leggi brutali e retrograde.
Ovunque gli islamisti applichino la Sharia, o legge islamica, le donne vengono cacciate dalla scena pubblica, escluse dall'istruzione e costrette a una vita di schiavitù domestica.
I relativisti culturali e morali fiaccano il nostro senso di rabbia morale sostenendo che i diritti umani sono un'invenzione occidentale. Gli uomini che violentano le donne raramente fanno a meno di utilizzare il vocabolario fornito loro dai relativisti.
Rivendicano il diritto di attenersi a un sistema di valori alternativo, un approccio «asiatico», «africano» o «islamico» ai diritti umani.
Questo atteggiamento mentale deve essere spezzato. Una cultura che mutila i genitali delle bambine, imbriglia le menti e giustifica l'oppressione fisica non è uguale a una cultura che ritiene che le donne abbiano gli stessi diritti degli uomini.

I leader mondiali potrebbero cominciare a fare tre cose per iniziare a sradicare l'omicidio di massa delle donne. Un Tribunale simile alla Corte di giustizia dell'Aia dovrebbe cercare i 113-200 milioni di donne e bambine che mancano all'appello.
Andrebbe fatto urgentemente un serio sforzo internazionale per ottenere un computo esatto della violenza contro le donne e le bambine, Paese per Paese. C'è bisogno di una campagna mondiale per riformare le culture che permettono questo tipo di crimine.
Cominciamo a dar loro un nome e a smascherarle.

Negli ultimi due secoli gli occidentali hanno progressivamente cambiato il modo di trattare le donne. Il risultato è che l'Occidente gode di più pace e maggior progresso. La mia speranza è che anche il Terzo mondo intraprenda un'opera del genere. Così come abbiamo posto fine alla schiavitù, dobbiamo porre fine al genocidio basato sulla discriminazione sessuale.

Traduzione di Monica Levy