Immagini di donna

Peppe Tribuzio

La  donna,  eterna compagna dell’uomo, è stata sempre, lungo il corso della  storia, oggetto di disattenzione da parte dell’uomo, in  quanto “altra” si direbbe oggi. Lasciamo stare i grandi personaggi   da  Cleopatra a Messalina, da Lucrezia Borgia a Maria Stuart, da Giovanna d’Arco a tante altre. La donna comune è sempre stata discriminata, tenuta  ai margini, nonostante la sua  presenza fosse più che concreta.

Nel Vangelo, finalmente, la figura della donna viene presa in giusta considerazione, diversamente da quanto veniva permesso dalla cultura strettamente ebraica (impurezza della donna, non rilevanza religiosa, esclusione dallo studio della Torà, ecc.). Gesù, infatti, non allontana nessun tipo di donna da sé, anzi, per certi versi è più vicino a coloro che hanno avuto un vissuto “discutibile”, non virtuoso, perfino peccaminoso: la Maddalena è la massima espressione di questa tipologia di donna. Il miracolo della donna che soffriva perdite di sangue (Marco 5,25-34) rappresenta un altro esempio, emblematico, di come la donna era vista e di come Gesù intende cambiare quella condizione, con una vera e propria rivoluzione culturale e sociale oltre che religiosa.  La  donna che soffriva da dodici anni e che nessun medico era riuscito a guarire, cerca in tutti i modi di avvicinarsi furtivamente a Gesù, non  vuole  parlare con lui, anche lei si sente impura, le basta toccare la veste di Gesù, sente  che solo questo basta a guarirla. Il suo è un atto di fede carico di disperazione, per una discriminazione ingiusta. Infatti:<<Subito si ristagnò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo di essere guarita da  quella infermità. E Gesù sapendo  che  una forza era uscita da lui, voltosi indietro, disse a quella folla: chi mi ha toccato le vesti?>>.  L’evangelista Marco, nel suo racconto, non ferma la sua attenzione sul miracolo, ma  sull’evento straordinario che Gesù è capace di creare. Infatti i discepoli meravigliati chiedono a Gesù.<<Vedi la folla che ti preme e domandi: chi mi ha toccato?>> La donna fa di tutto per non essere notata, invece Gesù con il suo atteggiamento sembra voler dare il massimo della pubblicità a quel gesto, vuole attirare l’attenzione  dei presenti su quello che è successo. La legge ebraica molto severamente  dichiarava impura una donna, che aveva perdite di sangue, e impuro diventava tutto  quello che lei toccava, non a caso la donna tocca Gesù di nascosto, approfittando  della calca. <<Ma egli guardava introno  per  vedere colei  che lo aveva fatto. Allora la donna, paurosa e tremante, ben sapendo quello che era  accaduto, venne e gli si gettò ai piedi e disse a lui tutta la verità>>.  Altre volte Gesù ha voluto tenere  nascosto l’evento miracoloso, come la guarigione del cieco, ma in questo caso  vuole rendere di dominio pubblico il fatto che non si sente affatto impuro, perché una  donna con perdite di sangue lo ha toccato e che le categorie del puro e dell’impuro   non  hanno alcun  valore. Non gli interessano, gli interessa la fede che la  donna ha  dimostrato di avere. Ancora  un’altra volta Gesù interverrà a favore di una  donna, accusata di adulterio, che per la sua condotta e per la legge ebraica, rischiava di essere lapidata. La donna, perciò, nel racconto evangelico trova una collocazione  nuova, del tutto  rivoluzionaria, di rilievo anche dal punto di  vista sociale.

Con il messaggio cristiano scompare del tutto l’aspetto discriminatorio della donna, come scompare anche la sua visione di perenne peccatrice, di impura per antonomasia.  Paradossalmente però, man mano che il cristianesimo si diffonde nel bacino del Mediterraneo, la  figura della donna ritorna ad essere marginale sia  nella pratica  religiosa, sia  nella società  che  nella famiglia.

Suonano abbastanza inquietanti le parole pronunciate da San Paolo durante la sua predicazione; nella sua Prima Lettera ai Corinzi, in modo perentorio, come una sentenza, scrive: <<capo della donna è l’uomo>>, anche se successivamente  riconosce l’uguaglianza di natura e di dignità dei due sessi: <<come la  donna deriva dall’uomo, così l’uomo ha  vita dalla donna>>. E ancora  nella Lettera ai Galati  3;28: << In Cristo…non vi è  né Giudeo né Greco; non vi è né servo né libero; non  vi è né maschio né femmina>>. In questo modo San Paolo sembra che proclami il manifesto della libertà cristiana, ma anche della parità cristiana dell’uomo e della donna. In Cristo le donne hanno salvezza né più né meno di come ce l’hanno i maschi. Successivamente, però, le cose cambiano al punto che, intorno all’anno mille, il movimento monastico, che propugnava un rigoroso celibato, ignorando tutto delle donne e del  loro mondo, non si esime dall’esprimere giudizi sulle donne. E che  giudizi! E’ l’idea stessa della donna a tormentarli, tanto da  essere capaci di passare dalla venerazione della Madonna, quale modello di donna  perfetta (molte cattedrali saranno innalzate in omaggio a Maria), alla considerazione della donna come la personificazione del male, capace di generare le peggiori nefandezze. A questo proposito è opportuno citare quanto veniva affermato da Goffredo di Vendome, che sicuramente non esprimeva solo un suo pensiero, ma, evidentemente, un sentimento abbastanza diffuso:<<Questo sesso ha avvelenato il nostro primo genitore, che era anche suo marito e suo padre, ha strangolato Giovanni Battista, portato a morte il coraggioso Sansone. In un certo qual modo, ha ucciso anche il Salvatore, perché se non  fosse stato necessario per il suo peccato, nostro Signore non avrebbe avuto il bisogno di morire. Maledetto sia  questo sesso in cui non vi è né timore, né bontà né amicizia e di  cui bisogna diffidare più quando è amato che  quando è odiato>> [1] . Come  Goffredo e  forse  peggio di lui,  Oddone di Cluny, sempre intorno all’anno mille, non trovava di meglio da dire della donna se non  che: << la bellezza del corpo sta solo nella pelle. In realtà se gli uomini potessero vedere ciò è sotto la pelle, la vita delle donne darebbe loro la  nausea […] Mentre non sopportiamo di toccare uno sputo o un escremento nemmeno con la punta delle dita, come  possiamo desiderare di abbracciare questo  sacco di escrementi?>> [2] . Quello che si nota in questo periodo è una volontà volta al ritorno ad una interpretazione delle sacre scritture  tale da offuscare la  figura femminile, temuta, forse, per questo suo essere a contatto con il mistero della vita e della morte. La donna  viene sempre  più vista come alleata del maligno, posseduta dal demonio. Morbodo di Rennes non si risparmia nel descrivere la donna dicendo che: <<la  femmina è il peggiore dei tranelli tesi dal nemico, radice del male, germoglio di tutti i vizi>> [3] .

Fatte queste premesse non c’è affatto da meravigliarsi se nella scelta monastica che porta all’ascesi c’è un’aggressione verso la donna, tentatrice di peccati carnali.  Allo  stesso modo non bisogna meravigliarsi se si insite in modo ossessivo sulla verginità di Maria, madre  di Gesù, che  in questo modo diventa un’eccezione unica nel suo genere, modello di suprema virtù. Perché sarebbe stato difficile accettare Gesù,  figlio di Dio,  generato da una semplice donna, impura come le altre. Questi argomenti  furono oggetto di accese discussioni nei primi secoli della diffusione del Cristianesimo. Se la donna era ritenuta peccatrice carnale lo si faceva per  stigmatizzare l’aspetto sessuale, che assumeva sempre più una vera e propria  forma di fobia, dalla  quale ci si salvava solo attraverso la penitenza, mortificando la  carne con una, sempre più  rigida, repressione sessuale, i cui strascichi si notano ancora  oggi nella dottrina della Chiesa.

La realtà femminile in questo periodo, caratterizzato da una evidente misoginia, viene rappresentata da una triade di modelli dalla valenza simbolica  notevole: Eva, Maria e la Maddalena. La prima, Eva, carica di colpe e di peccati rappresenta l’aspetto più deleterio della natura femminile; Maria, invece, l’estremo opposto: la massima espressione della virtù femminile, tanto  ideale quanto irraggiungibile per la sua perfezione. In mezzo a queste due figure troviamo la Maddalena, che potremmo definire la rappresentazione di una “terza via”, più umana. Maddalena è sì peccatrice, ma ha la capacità di ravvedersi, di pentirsi. La  sua presa di coscienza rappresenta la possibile, anche se ardua, redenzione. Si ebbe perciò l’impressione che se ad ognuno, nascendo, era stata  data la possibilità di mondarsi dalla macchia  del peccato originale, la donna doveva farlo due volte, la prima perché peccatrice, come tutti, la seconda perché donna.

Queste considerazioni non restarono a lungo relegate nell’ambito dei monasteri, dove era molto sentita la necessità di allontanarsi dalle tentazioni della carne per  avviarsi nell’ascesi mistica. Difatti, intorno al XII secolo, queste convinzioni iniziarono a essere rivolte ad un  pubblico ben più vasto. Sia i moralisti che i filosofi trovarono conforto alle loro  teorie nei testi aristotelici, nei quali le donne non facevano una  bella figura, anzi, erano  definite uomini mancati, perciò imperfetti sia dal punto di vista fisico che  intellettuale. Le  donne erano prive di razionalità, ma non solo, quella che era ritenuta più grave era la loro passionalità. Qualcuno come Egidio Romano, fortemente legato al sillogismo aristotelico, affermò che se: << l’anima segue la costituzione del corpo, le donne hanno un corpo molle e instabile, le donne sono instabili e  nella volontà e nel desiderio>> [4] . Quindi se la donna  mostra di  avere un’indole irrequieta è necessario, secondo i moralizzatori del tempo, che venga  custodita, preservata e protetta e che abbia atteggiamenti timorosi nei rapporti con gli altri. Coloro che non erano protette dalle solide mura domestiche o dei monasteri e che erano costrette, comunque, a vivere nel sociale, dovevano mantenere un contegno riservato, vergognoso e sottomesso in pubblico. In privato, invece, molto ipocritamente, dovevano  mostrarsi:<<selvaggie e nove […] nell’ovre d’amore>> [5] .

La normazione dei comportamenti femminili, attinente al come la donna doveva rappresentarsi e cosa doveva rappresentare, era studiata in modo preciso e minuzioso, sempre e comunque da parte dell’uomo. Anche il modo di vestirsi e truccarsi, di apparire in pubblico, di atteggiarsi era regolato con  la stessa dovizia di particolari. Questo perché la donna che vestiva e si truccava con raffinatezza metteva in risalto il proprio corpo, la sua femminilità, la sua fisicità, che era  il contrario di quanto veniva imposto dai moralisti o dai religiosi del tempo. In particolare il trucco che era ritenuto  un vezzo luciferino, perché cercava di fermare l’ordine naturale divino, che si concretizzava nel decadimento fisico. La donna che  cura il suo aspetto, la sua immagine da esibire in pubblico è ormai da considerare un’anima persa, posseduta dal demonio. Reprimere il desiderio, tutto femminile, di cercar il buon gusto nel vestire, nell’ornarsi di gioielli, diventava col tempo sempre più arduo, da parte dell’uomo. Era semplice, invece, controllare le donne che  avevano scelto una vita di preghiera tra le mura dei monasteri: l’abito monastico  con la sua semplicità ed austerità evitava ogni tipo di  esposizione del corpo.

Perfino  i gesti, secondo il pensiero corrente dell’epoca, dovevano essere controllati. Lo sguardo, camminando dalla casa alla chiesa, doveva  rivolgersi verso il suolo onde evitare di incrociare sguardi irriguardevoli di eventuali passanti. La donna  doveva mantenersi possibilmente taciturna, parlare solo quando era ritenuto  necessario, alla pari delle religiose che infrangevano il loro voto di silenzio solo in particolari circostanze.

Dal punto di vista culturale la donna non doveva ambire ad alcuna conoscenza: <<non deve imparare né a leggere né a scrivere, perché dal leggere e dallo scrivere delle donne molti mali sono venuti>> [6] . A queste affermazioni ciniche e drastiche ne seguirono altre di ben altri autori, che ammettevano, eccezionalmente, in alcuni casi, la lettura di testi religiosi, nella convinzione che questo esercizio potesse custodire meglio le virtù femminili dalla tentazione della carne.

La donna perciò dal XII  secolo alla  fine del XV secolo sembra essere un osservato speciale, deve muoversi in ambiti ristretti con molte limitazioni seguendo canoni comportamentali imposte da figure arcigne di chierici, moralisti, filosofi, teologi, comunque di uomini, che si erano fatti carico della salvezza della donna, arrogandosi il diritto  di guidarla nelle sue  scelte di vita.

A distanza di qualche secolo molte cose sono cambiate, la parentesi del femminismo ha contribuito, sicuramente a  liberare la donna da quelle ingiuste catene che la opprimevano in uno stato di inferiorità. A volte, però, si rischia di esagerare. La liberazione della donna, la sua emancipazione culturale, economica, sociale non la deve porre in competizione con l’uomo, perché così facendo  rinuncia  a una parte della sua femminilità, preziosa per sé e per l’uomo. Uguaglianza nella diversità, che impone ruoli diversi nell’educazione come nella sessualità. Questi i lineamenti ideali, la realtà  vede ancora  la  donna oggetto di discrimine nei luoghi di lavoro, nell’affermazione professionale, nella politica. Un dato emblematico è rappresentato dal fatto che è vero che ci sono donne nell’esercito, in polizia, perfino  nei carabinieri, non ci sono in Italia donne ambasciatrici, cioè la donna non è ancora  considerata in grado di poter gestire quei delicati rapporti che possono instaurarsi tra  stati diversi. Invece forse questo è il momento giusto anche storicamente per poter lasciare più spazio alla sensibilità femminile, viste le nefandezze portate avanti dai  maschietti.



[1] Goffredo di Vendome, PL 157, coll.168. in Storia delle donne in Occidente, l’antichità, Laterza. Bari-Roma.

[2] Oddone di Cluny, PL 162, coll. 556 648, in  Storia delle donne in Occidente, l’antichità,op.cit..

[3] Morbodo di Rennes, PL 171, coll.1698-1699, in Storia delle donne in Occidente, l’antichità,op.cit. .

[4] Egidio Romano, De regimine principum, Libri III, apud Bartholomaeum Zanettum, Romae 1607.

[5] Francesco da Barberini, Reggimento e costumi di donne, ed. G.E. Sansone, Torino 1957, p.88.

[6] Filippo da Novara, Les quatres  ages de l’homme, ed. M. De Feville, Paris 1888, p.16.