In ricordo di 35 anni fa
Quando è venuto Taisen Deshimaru roshi
Deshimaru Roshi
di C. Barioli
Venne che forse ne aveva 50. Venne un uomo dal volto espressivo e tranquillo. Portava un basco, vestiva di nero. Diceva con sicurezza parole che non capivamo.
Ci faceva meditare e all’inizio qualcuno scoppiò a ridere. Lui controllava la situazione e man mano che capivamo, diceva nuove parole incomprensibili. Riguardo allo Zen avevamo tanti dubbi, ma non ce ne importava nulla: se c’era lui guardavamo i nostri dubbi con pigrizia - se lui mancava il dubbio diventava come la camicia, che c’è e non c’è, secondo dove fissi l’attenzione.
Il dubbio è proprio come la camicia: se è pulita ti pesa meno addosso.
Quante avventure, insieme! sul tatami, a tavola, a Zinal, a Parigi, al congresso interreligioso dei Sufi. Visitava i sofferenti evocando l’atmosfera della medicina antica; palpava un braccio (dolorosamente) per diagnosticare una retina malferma; guariva il corpo e ammalava lo spirito col germe del dubbio.
E’ bene che il corpo sia sano, per affrontare la malattia dello spirito che, guarendo, ci darà l’eternità.
Parlava di Judo. Era nemico della mente. Gli portavo in regalo una bottiglia di whisky; che lui ricambiava. Parlava di sesso rimpiangendo di essere anziano e molto occupato. Recitava i sutra. Ricordava tutti quelli che aveva conosciuto. Magnificava il suo Maestro - che in Giappone nessuno conosce. Un grande Allievo può far grande il maestro.
Una volta, a Zinal, quando i francesi non me lo lasciarono avvicinare, io forzai il blocco e ci ritrovammo insieme. “Mi farai da guardia del corpo e mi proteggerai dalla calca" disse in quell’inglese miracoloso che non si capiva, ma s’intendeva. Scendemmo in albergo e nessuno si avvicinò: sembrava indispettito, come un bambino con cui nessuno vuol giocare.
Aveva la gravità d’un uomo e la personalità d’un bambino. Intendo il meglio di tutt’e due.
La vita ci portò lontano, anche se vivevamo vicini. Ognuno seguitò la sua strada, sotto la stessa luna, tra queste stesse pietre, tra la gente: la stessa.
Poi lui morì, lasciando un vuoto sereno. Lui non morì perché non c’è morte.
Senza distacco, senza dolore; l’esistenza ci ha portati un poco più lontani, anche se siamo vicini come non mai. Ognuno segue la sua strada infinita: sentieri ombrosi e colli, deserti e fresche sorgenti; la stessa luna, altre lune, lo stesso cielo, altri cieli.
Resta un bastone, un pezzo di universo. A quel bastone lui ha donato una reliquia di spirito. E’ il bastone del viandante, pellegrino dell’universo, a cui si appoggia lo spirito bambino, malfermo come il vecchio.
Biografia del Maestro Deshimaru
par Eric Rommeluère
Come ci è apparso
Quel grande buddha che si è chiamato Deshimaru per noi era "sensei" (l'anziano), quel titolo semplice, con cui in Giappone i bambini chiamano il nonno, o l'insegnante di scuola.
Ma in questo caso, per noi che l'abbiamo conosciuto, "sensei" voleva essere di più... voleva dire... quasi come se... Molto semplicemente ci stavamo rivolgendo a ottocento Buddha, tutt'insieme.
Poi, all'improvviso, non c'era più nessuno.
Come l'avventura di diventare immensamente ricchi e poi, tornati poveri perché si è speso tutto, resta solo il ricordo di quello che abbiamo fatto con quella ricchezza e il rimpianto di quanto avremmo potuto fare.
Quando la Géndronnière ricevette le sue ceneri per l'inumazione, gridai:
"Sensei! Dove sei, ora?
In questa scatola qualche osso tra la cenere.
le tue ginocchia,
la tua nuca eretta,
le tue mani congiunte,
prive del corpo e dello spirito!
Tu sei nell'universo, eppure
il tuo insegnamento, i tuoi discepoli,
qui, là, davanti a te
non sono lontani "
("Sensei !!!
Où êtes-vous maintenant?
Dans cette boîte, il y a des os et des cendres.
Ceux de vos genoux,
De votre nuque dressée,
De vos mains en zazen.
Dépouillé du corps et de l'esprit!
Votre corps dans la terre,
Votre esprit dans le cosmos
Et votre enseignement, vos disciples ici, là, devant-vous,
Ne sont pas séparés, ils sont en unité")
E poi:
"Il muggito del bue di pietra aleggia sui campi.
Fuori tutto è nulla.
Il nitrito del cavallo di legno risuona nella valle.
Montagne hanno nascosto la luna"
("Le long beuglement du boeuf de pierre plane au-dessus des champs,
Dehors n'est que vacuité.
Le hennissement du cheval de bois retentit dans la vallée,
Les montagnes ont caché la lune")
Sensei diceva:
"Prima di essere Buddha, dovete diventare uomini veri, comprendere l'essenza dell'umanità"
In un testo zen, troviamo:
"La natura essenziale dell'ignoranza è la stessa natura-buddha. Questo corpo vuoto e composto di illusione è il corpo stesso della Legge"
Prima ancora di essere un buddha vivente il maestro Deshimaru era umano. Incarnava la gioia e la generosità dell'essere umano e i suoi amici raccontavano che fosse l'ultimo giapponese di un'epoca mitica, quella dei racconti popolari e delle leggende. Ci ha trasmesso lo Zen, ma anche molto della cultura popolare giapponese, come se al buon uso della cultura fosse necessario disporre di due emisferi cerebrali complementari tra di loro.
"Un gruppo di giocolieri dava spettacolo all'aperto e la folla gremiva lo spiazzo attorno a loro. Ai margini, tra le ultime file, si trovava un nano che, naturalmente, non riusciva a vedere e nemmeno a seguire quello che accadeva sulla scena. Ma ogni volta che la folla rideva e applaudiva, il nano rideva e applaudiva anche lui".
Questa è una delle storie che è giunta fino a noi raccontata dalla madre al capezzale del piccolo Deshimaru. E prima dalla mamma della mamma, e prima ancora...
L'infanzia
Yasuo Deshimaru è nato nel 1914, il 29 novembre, in un villaggio sulla riva del fiume Chikugo che serpeggia nel piano di Chikushi, vicino alla città meridionale di Saga. La sua infanzia trascorse nel Giappone rurale. Suo padre era un piccolo impresario che coordinava l'agricoltura e la pesca del villaggio. Ma era autoritario e voleva per suo figlio un avvenire brillante:
"Mio figlio deve essere ricco e diventare importante, magari un ministro, o un grande industriale!" Ha sempre rimpianto che Yasuo fosse affascinato dalla religione e dedicasse l'energia a seguire e ad aiutare Kodo Sawaki. Fino all'ultimo incitò suo figlio a diventare una persona responsabile, a progettare la riuscita sociale, e a guadagnare molto denaro per onorare la famiglia.
Alla morte del padre, Sensei fu angosciato dalla tentazione di abbandonare la vocazione religiosa per accontentare il desiderio del padre. Ma gli venne in soccorso il maestro Sawaki:
"Non devi deludere tuo padre. Fai quello che ti ha chiesto di fare. Lo Zen non è separato dalla vita e tu devi conoscere la riuscita e il fallimento, la ricchezza e la povertà. Forse un giorno, se non cedi al fardello del karma dimenticando zazen, questa tua esperienza potrà aiutare gli altri"
Anche se avrebbe preferito farsi monaco, il giovane Deshimaru trovò lavoro in una pasticceria e si sposò. Proprio alla nascita del primo figlio scoppiò la Guerra e Deshimaru, indossando il rakusu del suo Maestro, partì per l'Indonesia.
La madre era tutto il contrario del padre. Piena di compassione e molto sensibile, credeva fervidamente nel buddha Amida, quello pieno di compassione, che salva tutte le esistenze: "Se perfino i buoni si salveranno, a maggior ragione i cattivi!".
Pregava tutti i giorni. Nel villaggio si chiedevano se non fosse un'incarnazione della dea Kwannon. Fu lei a inculcare al figlio lo spirito religioso. Yasuo aveva due sorelle maggiori e due minori.
Dato che in quel villaggio non c'era la scuola, il nonno gli fece da precettore. Ormai anziano era un uomo fiero, di forza poco comune. Maestro di Kyushin-ryu (una forma di yawara alle origini del jiujitsu e del judo) aveva addestrato alcuni uomini d'arme dell'era Meiji. Ancor prima di insegnare al nipote a leggere e scrivere, gli insegnò a combattere, proiettandolo sui tatami senza troppi riguardi. Con gli occhi pieni di lacrime, Yasuo stringeva le labbra e ripartiva all'attacco gridando: "Obangyaka!" (vecchio brigante!). Ma ancora quando Yasuo divenne giovanotto il vecchio gli tirava un ashi-barai che lo mandava a schiantarsi al suolo.
Per noi è difficile comprendere la mentalità giapponese. Un po' perché il Giappone è un'isola (e gli isolani sono diversi dai continentali), ma anche perché questo Paese è passato, in meno di un secolo, da una feudalità medioevale alla civiltà industriale e democratica. Deshimaru ha assistito a questo processo storico in cui il popolo giapponese ha dimostrato di sapersi adattare in maniera sbalorditiva.
Dopo le elementari Yasuo si appassionò alla pittura sumio-e con l'ottimo professore Tanahaka Suishi. Ma dopo qualche anno, essendo divenuto molto bravo, il professore gli consigliò di iscriversi all'accademia di Ueno, a Tokyo per diventare pittore. A questa notizia il padre si scatenò con una pedata: "Dio mi sia testimone: finché vivo non sarai pittore! Entrerai in una scuola che ti prepari a prendere il mio posto!". Avendo combattuto valorosamente nella guerra russo-giapponese avrebbe voluto che il figlio cominciasse col far carriera nell'esercito... comunque le scuole militari e quelle di materie amministrative, a quel tempo, erano gratuite.
Così, abbandonando i sogni di ragazzo, Yasuo si presentò alla visita medica della Scuola Militare, venendo riformato per miopia. La sua classe fu decimata al fronte della Seconda guerra mondiale. Senza quel difetto difficilmente sarebbe sfuggito all'ecatombe, sopratutto perché il suo carattere l'avrebbe spinto a combattere in prima linea.
E la delusione del padre offrì un'opportunità al figlio.
Dopo aver fallito l'ammissione all'esercito, l'avvenire di Yasuo appariva incerto. Si iscrisse al Liceo di Saga ma, per insistenza del padre, abbandonò gli studi per aiutarlo a caricare il carbone delle miniere di Mike sui battelli a vapore che discendevano il fiume a rifornire le fornaci della regione.
Tra i forzuti scaricatori, il futuro sensei era incaricato di pesare i sacchi. Quando non era ancora pratico di questa incombenza, gli capitò di scivolare sulla passerella che collegava il battello al molo e di cadere nel fango della riva e gli operai dovettero faticare per tirarlo a riva.
Fradicio e coperto di fango, si domandava se il destino gli aveva riservato di lavorare nel fango... Quel mestiere non gli piaceva ma, per fortuna il padre finì per accettare che Yasuo progettasse la sua vita indipendentemente dal succedergli negli affari e adottò un giovane che prendesse in seguito il suo posto (costume diffuso in Giappone). Così Yasuo poté riprendere a studiare, prendendo alloggio a Saga, presso la famiglia Majima, dove incontrò Kodo Sawaki, il Maestro che avrebbe trasformato la sua vita.
Sensei ha raccontato: "Sawaki, che viveva allora nei dintorni di Kumamoto, veniva ogni tanto a Saga per fare conferenze. Veniva ospitato proprio nella mia camera, spostandomi per la notte altrove.
Quando se ne accorse, mi disse di restare con lui e mi aiutò a traslocare il letto e le mie cose da lui. Allora avevo diciotto anni e Kodo Sawaki circa cinquanta. Ero totalmente soggiogato al suo fascino. Vestiva in modo modesto, con un vecchio kolomo marrone-slavato e portava appesa al collo una bisaccia, ma il suo portamento maestoso incuteva rispetto.
- Deshimaru! gridava entrando in camera, sono ancora qui a disturbare! -
e prendeva nella bisaccia qualche dolce al sesamo. Io lo ammiravo e mi piaceva, ma non riuscivo a decidere di andare a sentirlo predicare. Per me Zen e zazen facevano parte delle attività religiose proibite, perché noi eravamo del Jodo-shinshu. Ma Kodo Sawaki non parlava mai dello Zen, solo capitava che prendessimo il the coi pasticcini insieme e dormivamo nella stessa stanza.
Ho il ricordo di una notte d'estate umida e appiccicosa in cui mi ero addormentato sotto la zanzariera e lo sentivo agitarsi e battere le mani, cosa che mi risvegliò completamente. Nella sua zanzariera svolazzava un numero impressionate di zanzare, penetrate attraverso un buco. - Ohlala! diceva Kodo Sawaki cercando di chiudere il buco col cuscino, questi insetti sono coriacei! - Io non capivo cosa volesse fare.
- Ecco! Adesso quelle che sono fuori non entreranno. E quelle dentro? Possiamo ucciderle una a una, ma ci mettiamo tutta la notte -
- Possiamo sollevare la zanzariera, dissi, e poi rimetterla a posto -
- Hai ragione, disse, facciamolo. Ah, Saga è veramente il regno delle zanzare, per fortuna tu sai come fare - Mentre sollevava la zanzariera io scacciavo gli insetti con un ventaglio così, dopo un po', rimettemmo a posto la rete.
- Ma ce n'è ancora - osservai. Nessuna risposta. Russava tranquillamente e ormai il sonno mi era passato.
- E' incredibile! Sembra più a suo agio che un abitante di Saga! -"
Proseguendo gli studi di Economia Yasuo sognava l'America e il successo; seguendo dei corsi di buddismo all'università sognava di purezza e di ideali. Buddismo teorico, naturalmente. Ma al terzo anno di università, nel corso di morale buddista in cui il professor Asahi commentava il Mumonkan e l'Hekiganroku (testi fondamentali della letteratura Zen), venne convinto a partecipare a una sesshin Rinzai. Con la sensazione di commettere eresia nei confronti del Jodo-shinshu, il grande rispetto che provava verso il Professore lo convinse a prendere il treno per Uinokama, invece che tornare a Saga come faceva ogni week-end e, dopo essersi ben riposato, il giorno seguente superò il tori di Korin-ji per la sua prima sesshin.
"Fummo svegliati brutalmente alle due del mattino, racconta Deshimaru. Forse per l'addestramento al Kendo, di cui ero 5° dan, che mi conferiva un atteggiamento involontariamente arrogante, il giovane monaco incaricato di dare il kyosaku sorvegliando la postura, si accanì contro di me negli otto giorni in cui si svolse la sesshin. Si accaniva, con i pesanti kyosaku che si utilizzano nel Rinzai, contro le mie spalle divenute violacee e gonfie.
Dopo otto giorni di questa cura non avevo visto il professor Asahi e tanto meno un maestro che si prendesse cura di dirigere la sesshin. Cominciavo a chiedermi se questo Zen di cui avevo apprezzato gli intenti consistesse semplicemente a farsi picchiare da un robusto ragazzotto. Ero nel dubbio quando, per sbadatezza, per fatica o per distrazione quel monaco maldestro e sadico che mi aveva preso di mira, sbagliò il colpo e mi prese alla testa. Allora fu un improvviso satori e, dimentico di tutto, mi ritrovai in piedi col bastone tra le mani a menare il giovane monaco come meritava.
Spuntarono monaci da tutte le parti e io li disperdevo a colpi di bastone cacciando quei "kwats!" che il Rinzai apprezza tanto. Se volevano dello Zen, glielo avrei dato!
- Ascoltatemi bene! Il vostro Zen non è una religione, è solo violenza e fascismo! Non vi voglio più vedere e non voglio più vedere lo Zen per tutta la vita! -"
Yasuo fece fagotto e si lasciò alle spalle il tempio e la montagna. Corse dal professor Asahi a Joshi-ji, raccontandogli tutto, manifestandogli indignazione e annunciando che se ne andava. Quello scoppiò in una risata: da quando esisteva quel tempio non si era mai assistito e nemmeno era stata ascoltata una storia simile!
Forse non avete presente cosa si intenda in Giappone per "zuppa": vi servono delle grandi ciotole di fettuccine brodose, che si gustano nei chioschi allestiti agli angoli delle strade. Forse riuscite a immaginare quanto possano essere deliziose dopo otto giorni di privazioni. Ebbene, Deshimaru pretende di averne divorate sette prima di saziarsi. A quell'epoca Yasuo Deshimaru non aveva trovato la proposta religiosa che gli conveniva e, anche se continuava a studiare buddismo col suo insegnante, si dedicò maggiormente agli studi di economia, che lasciavano intravedere un futuro in America.
Due mondi l'attiravano, completamente diversi e anche in contraddizione tra loro: difficilmente gli economisti si occupano di questioni religiose; mentre i maestri buddisti proprio non si occupano dei problemi economici attinenti la vita quotidiana. Ma perché era così? Perché c'era incompatibilità? La nostra esistenza deve prendere in considerazione tanto lo spirito che la materia.
L'argomento interessava la sua curiosità d'adolescente. Non si capacitava che l'ideale spirituale voltasse le spalle ai vantaggi della civiltà materialista.
Chi sceglieva la via spirituale era condannato a vivere da eremita, nutrendosi di minestra di riso e, in queste condizioni, la sua dirittura morale sarebbe stata oggetto di dileggio, se non di insulto nel mondo degli affari. D'altro canto chi avesse cercato il successo e i piaceri materiali avrebbe vissuto un'eterna competizione fatta di calcolo, di tradimento e di diffidenza, fino a perdersi come essere umano. Questi due mondi apparivano incompatibili e incomunicabili e coesistevano ignorandosi reciprocamente.
A Yasuo sembrava di conoscere questa situazione, diviso dall'infanzia tra il padre onestissimo, ma materialista e una madre profondamente spiritualista. Pur vivendo in armonia le loro visioni del mondo erano inconciliabili.
Cercando se stesso nella post-adolescenza, provava il desiderio di conoscere l'Occidente. Si preoccupò di studiare inglese. I suoi insegnanti, giapponesi e americani, erano severi e fu obbligato ad imparare interminabili liste di parole difficili a pronunciare per un giapponese. Ma ci si dedicava con tenacia.
Per tenersi nell'atmosfera anglofona, la domenica partecipava ai riti della chiesa Battista, ascoltando letture della Bibbia.
Così scoprì interesse per la religione giudeo-cristiana, anche per la presenza della figlia del pastore, che non lo lasciava indifferente. Capitava che questa fanciulla organizzasse dei ritrovi di danza e Deshimaru era sedotto dalla sua intelligenza brillante finché il sentimento prevalse sull'interesse culturale. Quel mondo giapponese che lo aveva avvolto e protetto durante la giovinezza, si andava incrinando.
Le influenze politiche che scuotevano il mondo coinvolsero alcuni dei suoi insegnanti, che lo spinsero a leggere Marx e Engels per poter intervenire nelle discussioni. Per la cultura giapponese queste idee erano spiccatamente rivoluzionarie, ma quello che lo sconvolgeva era la visione esclusivamente materialista e unilaterale proposta alla Società da questi filosofi-politici. Come potevano staccarsi completamente dai principi spirituali del cristianesimo? "Ero incapace di considerare incondizionatamente l'una o l'altra di queste visioni".
Poi terminò gli studi. Scartando l'opportunità di approfondire la storia economica, preferì trovare impiego in un'azienda che, con un po' di fortuna, avrebbe potuto realizzare il sogno di mandarlo in missione negli Stati Uniti. La conoscenza dell'inglese gli aprì le porte della ditta Morinaga.
La famiglia fu felice di saperlo sistemato e in gradi di mantenersi. Ma lui soffriva l'attesa di essere trasferito all'estero e vedeva passare i giorni in una routine che non lo interessava. Il cugino Tamotsu, fervente ammiratore di Takakusujun Chiro, divenne Presidente dell’associazione dei giovani buddisti, movimento che si proponeva non solo di arginare le tendenze fasciste che cominciavano a manifestarsi in Giappone, ma anche di riformare la Società su basi buddiste.
Disgraziatamente il movimento fallì per aver fatto alleanza col Fronte Popolare, che d’altro canto l’avrebbe abbandonato di lì a poco. Yasuo divenne sempre più scettico riguardo all’integrità dal Governo e dei movimenti politici giapponesi in generale.
In verità i suoi dubbi erano fondati. Venne a sapere che la polizia aveva arrestato il generale Majima – che era stato suo compagno di studi a Saga e per il quale nutriva ammirazione –per la partecipazione™ ai sollevamenti del 26 febbraio del ’36.
La notizia fu per lui uno choc terribile, non poteva credere che accusassero Majima di tradimento. In verità il generale aveva semplicemente protestato contro la politica fascista del clan militare Tosheya.
La situazione politica peggiorava di giorno in giorno, suscitando la collera e la solitudine di Yasuo Deshimaru. Estraneo all’ambiente e alla mentalità dei suoi compagni di lavoro, divenne malinconico e insoddisfatto. Era nell’impossibilità di parlare dei suoi timori e delle sue angosce ai colleghi che non si sentivano toccati da quei problemi. D’altro canto esitava ad entrare nell’associazione politico-religiosa del cugino, il cui settarismo lo spaventava. Combattuto sul da farsi, non apprezzava la vita, non provava interesse per le ragazze, per il vino, per i divertimenti, per gli aumenti di salario. Pensava che non si sarebbe dato agli affari e la vita gli appariva priva di senso. E come sarebbe vissuto se non trovava soddisfazione nei piaceri, nei desideri comuni, nell’integrazione attraverso il lavoro?
Si sentiva solo. Ricordava questa frase della Bibbia: “Non è bene che l’uomo sia solo”. Avrebbe voluto incontrare una compagna, ma quel tempo non venne per lui: invece ricevette una lettera della moglie del generale Majima – quanto è strano il destino – che lo consigliava di andare a trovare il maestro Kodo Sawaki per risolvere i problemi che lo tormentavano.
Deshimaru racconta la sua prima visita al tempio di Soji: “Arrivai, dice, davanti al portale della cinta del tempio. All’interno apparivano tre grandi pini imponenti che sfioravano le nuvole con la cima e nascondevano l’edificio principale. Contrariamente alle stradine del quartiere, polverose e ingombre di detriti, il tempio era pulitissimo. Mi tolsi le calzature e chiesi timidamente dove avrei potuto incontrare Kodo Sawaki ai monaci vestiti di nero che attendevano i visitatori dietro un banco. E un novizio silenzioso mi guidò per lunghi corridoi fino alla sala del godo, in un’atmosfera serena.
Era autunno, i monaci schiamazzavano nel giardino fra aiole di crisantemi aranciati. Mi annunziai a Sawaki che mi attendeva e gridò con la sua voce profonda: - Entra! - Attraverso la porta scorrevole appariva come un drago pronto a balzare, immobile, calmo e forte, accosciato in zazen.
Mi colpì e lo guardai intensamente. Non si muoveva. Mi presentai ancora. Non si mosse e non mi guardò, ma con quella voce piena e forte gridò: - Attendi un momento! Majima m’ha detto che saresti venuto e io sono impaziente di accoglierti -.
Qualche istante più tardi si volse per scrutarmi a fondo con i suoi occhi a mandorla vivi e brillanti. Non so cosa dire, se non che lo divorai anch’io con lo sguardo. Doveva avere cinquantacinque anni: anche se l’avevo già visto, solo in quel momento avvertii la sua forza e la comunicazione che si installò tra di noi sembrò un’onda enorme che spazzava tutti i dubbi, istantaneamente.
Abbandonando la posizione incrociò le braccia infilandole nelle maniche: pareva una montagna, ma esprimeva una dolcezza ineffabile. Mi chiese notizia del lavoro.
- Non va come mi aspettavo - risposi.
- Sei forse troppo difficile e troppo orgoglioso? - Queste parole, piene di caloroso interesse, mi giunsero nel profondo. Aveva ragione.
- Mi sento il gallo di Saga - risposi.
- Ti ricordi ancora di quella storia! - disse scoppiando a ridere -Ma ho l’impressione che non siano solo i galli ad arrampicarsi sulla mia testa, lo fanno anche gli uomini! -
Ebbi l’impressione che fosse un rimprovero rivolto a me e mi passò la voglia di raccontargli la mie ambasce.
Mi disse: - Vieni quando vuoi, qui sei il benvenuto -
Non tardai ad accettare l’invito, cogliendo l’occasione dello zazen della domenica.
- Te lo dico subito che fa male alle gambe - commentò.
- Lo so bene, l’ho già fatto a Enkaku-ji quando studiavo - gli dissi, raccontando quello che era avvenuto.
- Che selvaggio sei? Un marmocchio insopportabile, sarà stato difficile allevarti. Non temere, in questo dojo sono io a dare il kyoshaku e non mi avvicinerò a te. Ma sono molto esigente riguardo alla postura -
- Cosa intendete? Mi piacerebbe che mi faceste vedere come ci si siede -
Sui due piedi parve che il Maestro non avesse sentito. Ma dopo un minuto prese un zafu e me lo pose davanti: - Siedi e te lo spiego -
- Così…subito? -
- Sì, sì…! - Cominciavo a rimpiangere quel che avevo detto. Mi pareva di essere sotto esame. Teso e nervoso mi misi a sedere come mi avevano mostrato a Engaku-ji. Lui mi esaminò, e disse:
- La tua posizione è corretta e piena di energia, solo le mani sono messe male: la mano destra è nella mano sinistra, con i pollici allineati. Poi il bacino pende in avanti, per raddrizzare la spina dorsale -
- Va bene -
- Non basta averlo capito, devi farlo molte volte prima di realizzarlo, ma ora scusami, devo andare a dirigere zazen. Nell’attesa ti lascio questi kaki: Tornerò tra un’ora o due -
Lui stesso mi pelò il kaki (i kaki in Giappone vengono mangiati quando per noi sono acerbi e legano la bocca; n.d.r.), poi tolse da un cassettone due o tre libri polverosi dalla rilegatura antica a cui aggiunse un quaderno sporco di annotazioni.
- Penso che ti piaccia leggere: questi ti faranno bene, bilanceranno le sciocchezze che ti hanno insegnato a scuola - Io avevo appena letto, in Takiguchi Yudo: - Le letture che circolano sono quasi sempre noiose; spesso arrivano a trasmettere pensieri semplici per circoli viziosi e raramente contengono qualcosa che valga –.
Prima di uscire dalla stanza gli chiesi di seguirlo, ma rifiutò decisamente, accampando il pretesto che mi avrebbero fatto male le gambe e che non serviva fare presto: Cosa che, naturalmente, accrebbe il mio desiderio. Poi restai solo, peraltro a mio agio, nella stanza in cui si ammucchiavano molti libri antichi sul buddismo.Mi sorprendeva che una persona in fondo modesta potesse leggere tanto. Mangiai il kaki che mi aveva offerto trovandolo così amaro e acre che ne avevo le labbra paralizzate. Pensai che l’avesse fatto apposta per divertirsi, tuttavia ne mangiai un altro, che mi parve più dolce, oppure la lingua s’era abituata: Migliorarono decisamente man mano che li mangiavo: il terzo parve delizioso, e il quarto altrettanto buono.
Allora mi rivolsi ai libri, anzi cominciai col suo quaderno di note.
Subito mi capitarono dei pensieri particolarmente profondi. Qualcuno di essi non lo scorderò mai:
- Zazen è fare esperienza dello spirito del Buddha.
- Zazen è cambiare radicalmente lo spirito.
- Zazen è una rivoluzione fondamentale della vita.
- Zazen è rinascere, scoprire una vita nuova.
- Zazen è passare sotto un arco di trionfo. E’ la più grande vittoria della nostra vita.
- Il vero zazen è il grande portale per penetrare i segreti del buddismo; è il segreto dell’essenza del buddismo.
- Zazen è il satori (l’illuminazione). Il satori è zazen.
- Zazen non è austerità, non è mortificazione. E’ il vero accesso alla felicità, alla pace, alla libertà.
- Zazen è la ri-creazione di se stesso, la comprensione del vero io.
- Zazen non è ragionamento, non è teoria, non è un’idea. E neppure una conoscenza da assorbire nel cervello, ma solo una pratica.
- Zazen non è un “gioco” dialettico, e neppure un concetto filosofico.
- Zazen è la suprema saggezza. E’ trovare la vera libertà dello spirito.
- Zazen è lo slancio dell’essere umano verso l’infinito e la sua possibilità di sperimentare la risposta dell’infinito.
- Zazen è la trasmissione del vero spirito da maestro a discepolo. Una trasmissione diretta, una comunicazione immediata da spirito a spirito, da essere a essere.
- Zazen è l’abbandono dell’io. L’oblio dell’io. La totale rinuncia all’io. Giacché noi possiamo avere tutto rinunciando a tutto.
- Zazen è fondersi col tutto nell’universo.
- Rifletti, guarda i tuoi bisogni spirituali, accorgiti di quali siano le richieste fondamentali e supreme dell’essere umano.
- Lo zen è una nuova vita.
- Lo zen ci permette di adattarci all’ambiente senza lasciarci sommergere da esso.
- Non dobbiamo subire la nostra storia, o la società in cui viviamo, ma nemmeno dobbiamo dimenticarle o essere incapaci di armonizzare con esse.
- Lo zen ci consente di raggiungere la profondità della nostra solitudine; l’essere umano deve poter scoprire l’intimo di se stesso nella solitudine. Come dice giustamente il Shodoka, avanza solo colui che è emancipato.
- Un essere umano santo non ha bisogno di nulla. Colui che ha raggiunto il vero io, avanza a grandi passi, nessuno gli è superiore, egli si sente una cosa sola con l’universo.
Mi sentivo di condividere tutti questi pensieri.
Cosa può dare all’essere umano la grande felicità? La scienza, la filosofia, la ricchezza, l’amore?
Certamente l’essere umano può trovare la felicità in diversi modi, ma solo il risveglio interiore può portarlo alla vera felicità, solo questo risveglio consola i dolori e placa le angosce. Coloro che desiderano o ricercano i beni materiali non troveranno piena soddisfazione – anche se raggiungeranno i più alti posti di responsabilità, se incontreranno le donne più belle, se diventeranno più ricchi di tutti – se non accetteranno di perdere, di rinunciare senza rimpianto, se non riusciranno a trovare la gioia nella massima semplicità – nel soffio del vento, ad esempio.
Alcuni ritengono che, trovando l’amore, la religione non è più necessaria; ma tutto cambia, nulla è stabile, nulla si ferma; a un certo momento scompare ogni traccia, e nessuno è eterno. Sono questi cambiamenti a creare la nostra solitudine. Bisogna comprendere che questo mondo di relatività e di cambiamento è infinito.
Quando il Maestro rientrò ero completamente assorbito nella lettura dei suoi libri: Si accorse subito che mi ero mangiato i kaki e sembrò sorpreso dalla mia golosità, ma mi propose di sciacquare la bocca con qualcosa di meglio e scartocciò da un giornale una bottiglia di sake.
- E’ del migliore, me l’ha mandata un certo Koga. Non dirlo in giro, perché sei il primo che l’assaggia, ma fai attenzione a non ritrovarti ubriaco per strada, perché è forte -
Parlava riempiendomi una tazza da the di questa grappa a 45°.
- Olala, Maestro, è tanto per sciacquare la bocca! -
- Taci, che sei un novizio -
Mi tese la tazza, piena fino all’orlo.
- Bene, ora vuota d’un fiato! Kampai! -
Ero imbarazzato davanti alla coppa piena. Sospettavo che mi giocasse un tiro. Sollevai la tazza lentamente e poi la vuotai d’un colpo, ricordando il famoso litro di sake che avevo bevuto d’un colpo quand’ero più giovane, spinto dai compagni, che pretendevano che dimostrassi cos’è un uomo. L’episodio si era conclusi all’ospedale, in coma.
- Vedi come va giù? Diceva Kodo, Che ne diresti d’un altro? -
- Grazie, ma è veramente molto forte -
Mi bastava, anzi, ne avanzava!
- Dai, sei abbastanza forte da sopportare un altro kampai - diceva sorridendo.
Bevvi ancora, mentre lui riponeva la bottiglia; lo stomaco pareva un forno e avevo il viso in fiamme.
- Vi ringrazio molto di avermi fatto assaggiare la vostra primizia, cominciai a balbettare in uno stato angelico -
- Ma non dirlo in giro! - Mi ripeteva.
Lo stomaco stava esplodendo, dovevo andarmene subito, prima di dover essere accompagnato e sorretto, quindi salutai e il Maestro disse:
- Vieni domenica e ti mostrerò zazen -
Perché mi aveva fatto bere quando l’alcool è vietato a chi vuole raggiungere la saggezza di Buddha? La testa mi girava, agitai il braccio come saluto e barcollai aprendo la porta, ma lui mi richiamò, infilandomi sottobraccio i libri che pretendeva avermi imprestato. Mi scusai per la maleducazione e mi lanciai lungo il corridoio. Volevo fare in fretta, perché stavo perdendo il controllo. Poi mi accorsi che andavo nella direzione sbagliata. E che dovevo recuperare le scarpe nuove all’entrata.
Mi slanciai quindi nella nuova direzione, ripromettendomi di portarle fino alla porta del Maestro, la prossima volta. Rovesciai tutte le calzature che trovai nello stipo, prima di recuperare le mie: E mi dedicai quindi a identificare il portone d’ingresso, che non si trovava.
Incespicando e esitando, cominciai a cantare a gran voce: Mi si piegavano le gambe e ambivo sdraiarmi: al diavolo i monaci a cui avrei dato scandalo! Ma cercavo un angolo defilato in cui non mi trovasse nessuno.
Mi gettai a terra finalmente sotto un pino, dietro a certi cespugli: Il cuore batteva forte. - M’ha giovato un brutto tiro questo Maestro: mi ha fatto infrangere le regole e mi sono sporcato il vestito. Devo alzarmi, ma… -
Con uno sforzo riuscii a malapena a sollevare la testa. Per riprendermi respirai profondamente, come in zazen e allora mi accorsi che il mio sedere era umido: mi ero sdraiato su uno stronzo fresco di cane. Cosa era successo al mio abito! Cercavo di pulirmi col fazzoletto, ma senza liberarmi da quella puzza: nessuno doveva vedermi in quella condizione! Riuscii a sollevarmi, barcollante, maleodorante, incollerito; non guardavo i passanti in viso. Così lasciai il tempio di Soji.
Raggiunsi un taxi. Il conducente mi fece un sorriso complice: - Ecco almeno uno che comincia bene la giornata! E’ bello aver la possibilità di essere ubriaco la mattina! -
Gli raccontai la mia avventura, cosa che lo fece sganasciare dalle risa”.

Taisen Deshimaru spesso in conferenza saliva sul tavolo a mostrare la posizione di zazen. Sullo sfondo lo osserva l'organizzatrice di questa occazione: Maria Montanari Pisani, Gran Maestro di Diritto Umano italiano.