Dal "Libro delle donne"(XI°)
L'interpretazione dell'apologo sul bramano caduto nell'abisso
La Terra e il Gioco Divino
Alla fine della guerra tra i Kaurava e i Pandava, dopo che le armate si sono massacrate in battaglia e i vincitori sono stati distrutti nell'incursione notturna finale, dopo che i cento figli di Dhrtarastra hanno sostituito nel sacrificio della guerra i cento re che Jarasandha (nemico di Krsna) aveva promesso di sacrificare per consolare la Terra, ci si domanda se lo scenario dipinto era quello voluto dagli dei, cioè se l'azione dell'avatar (Krsna, incarnazione divina) doveva misurarsi in sangue versato e in guerrieri morti. La soluzione adottata (la guerra) sembra più onerosa del progetto di Jarasandha (cento re morti).
Ma Krsna racconta la nascita miracolosa, o mostruosa di Jarasandha: il padre aveva due spose gemelle che voleva trattare con assoluta imparzialità (chi è del mestiere sa quanto la cosa sia impossibile). Ma non ne aveva avuto figli e la cosa lo disperava, finché non capitò che un giorno un rsi (saggio o veggente) gli regalasse un mango che poteva fecondare una donna. Cosa avrebbe potuto fare questo re se non dividere il frutto magico tra le mogli? E ciascuna delle due partorì metà figlio: una metà destra e una metà sinistra, che le inservienti si premurano di far scomparire nelle discariche.
Ecco che l'odore di carne umana attirò la raksasi Jara (demone-brahmano, il cui nome significa "vecchiaia") che, ben contenta, per farne un boccone riunì le due metà, ottenendo immediatamente un bel bambino vivace. Il re si gettò fuori dal palazzo per rivendicare il figlio e la demone glielo consegnò, predicendo la sua brillante successione al trono.
Da cui il nome Jarasandha "che è stato unito da Jara", o anche: "che ha fatto un patto con Jara", o "che è preso nella malia di Jara".
Molti anni dopo una spedizione notturna di Krsna, Arjuna e Bhima a Rajagrha, la città di Jarasandha, permette un duello "sacrificale" in cui Bhima uccide questo re.
Ma il nome "jara" ritorna nell'apologo che Vidura racconta al fratellastro, il vecchio cieco Dhrtarastra, per sollevarlo dai rimorsi.
L'apologo del Brahmano caduto nell'abisso e minacciato dai pericoli, che si perde a gustare il miele, è presentato nel buddismo come un episodio-modello. Ma nella versione indiana originale denota l'uomo di poca intelligenza. Forse tutto potrebbe essere inteso come la Bhagavad-gita di Vidura impartita al re che si rifiuta di regnare. Nella riduzione romanzata del Mahabharata di Carrière questa parabola è attribuita a Bishma sul letto di morte.
Dhrtarastra chiese:
- Mostrami completamente e in dettaglio il cammino dell'intelligenza che penetra il mistero del dharma.
Rispose Vidura:
- Dopo aver reso omaggio a Svayambhu, ti dirò come i più grandi rsi descrivono il profondo mondo della trasmigrazione (samsara).
Un Brahmano che attraversava un'immensa foresta, giunse un giorno in un'altra grande foresta molto folta, popolata da belve selvagge. Ruggiti e ululati di leoni, tigri, elefanti e orsi rendevano terrorizzante il luogo. Le forme gigantesche di mostri divoratori di carne umana si profilavano da ogni parte e lo stesso Yama ne avrebbe avuto paura.
Il cuore del Brahmano si empì di terrore. Il suo corpo mostrava tutti i segni della paura. Correva qua e là, incerto, a caso, chiedendosi dove avrebbe trovato rifugio. Cercava con lo sguardo un'interruzione nel cerchio di nemici che lo braccava, ma non trovava scampo, né riusciva a distanziarli. Si accorse che le braccia di una donna, immensa e spaventevole a vedersi, avevano avvolto l'intera foresta in una rete impenetrabile, custodita da serpenti a cinque teste alti come montagne, disposti tra gli alberi che salivano fino al cielo.
Nel bel mezzo della foresta cadde in una voragine coperta di liane su cui cresceva l'erba, restando appeso alle radici di una pianta sopra l'acqua del fondo, come un grosso frutto dell'albero del pane mantenuto dal picciolo. Subito dal basso lo minacciò un enorme naga (serpente mitico del mondo acquatico sotterraneo) dalla forza straordinaria, mentre dall'alto si avvicinava un immenso elefante a sei teste e dodici zampe, bianco e nero, che girava tutt'attorno alla voragine, calpestando tutto quello che si trovava sull'orlo.
La pianta alle cui radici si era aggrappato era infestata da grosse api velenose, che avevano fatto il nido tra i rami, e dall'alveare spandevano un miele dolcissimo per tutte le creature, ma di cui erano particolarmente golose quelle che vivevano nell'ignoranza. Rivoli di miele gocciolavano verso il basso.
L'uomo sospeso ne ingoiava a sazietà e la sua ingordigia non risentiva dellla situazione in cui si trovava. Ne voleva sempre di più senza sentirsene sazio e senza preoccuparsi della sua vita: pur trovandosi in quella situazione non pensava al pericolo. Topi bianchi e neri rodevano le radici a cui era appeso.
Così cinque pericoli lo minacciavano: le belve della foresta impenetrabile, la donna spaventevole, il naga sul fondo dell'abisso, l'elefante che marciava sul bordo e infine la caduta dell'albero che lo sosteneva. Il sesto pericolo era rappresentato dalle api velenose ma, in questa situazione, immerso nell'oceano del samsara, egli non perdeva la speranza di vivere -
- Dunque! esclamò Dhrtarastra, quest'essere è ben sfortunato e la sua vita misera. In queste condizioni, come può dedicarsi al piacere ed essere così incosciente? Qual è questo luogo in cui si trova, così sfavorevole per le condizioni del dharma? Come potrebbe sottrarsi a questi pericoli? Rispondimi e suggerisci il da farsi. Quest'uomo merita la nostra pietà e vorremmo salvarlo -
- O re, rispose Vidura, ti ho descritto un'allegoria nota ai conoscitori della Liberazione, che permette all'essere umano di raggiungere il bene in altri mondi. La prima foresta è il samsara (cosmico); quella inattraversabile (raggiunta poi) rappresenta la profondità del samsara (terrestre). Bestie feroci sono le malattie. La donna gigante, che distrugge la forma e la bellezza, è dai saggi chiamata Jara (decrepitudine, estrema vecchiaia).
La voragine, l'abisso, il pozzo nascosto è il corpo degli esseri viventi, una tana in cui vive il grande serpente che è il Tempo, che distrugge ogni vita: esso rappresenta il Distruttore universale. L'intreccio di liane e di erbe che copre la voragine sono i desideri di vita delle creature. L'elefante a sei teste come le sei stagioni, e dai dodici piedi come i dodici mesi, è l'anno, mentre i topi bianchi e neri sono i giorni. Le api sono i desideri di possesso, che producono fiumi di miele a soddisfazione dei desideri di cui gli esseri umani sono ghiotti.
In questo modo i saggi rappresentano il continuo girare della ruota del samsara e questa conoscenza permette di tagliare i legami che ad essa li trattengono -
- Che fortuna, disse Dhrtarastra, che tu, contemplatore della Verità, m'abbia raccontato questa storia. La mia gioia sgorga senza tregua ascoltando l'ambrosia delle tue parole -
Vidura continuò:
- Ascolta ancora, ti descriverò in dettaglio questa strada. I saggi che ascoltano queste parole si liberano dalla ruota della trasmigrazione.
Come il viaggiatore che percorre un lungo cammino è costretto dalla fatica a sostare, nel corso del samsara l'uomo di poca intelligenza deve fermarsi assumendo atteggiamenti (forme) diversi (per poi tornare a rinascere). Ma i saggi non hanno bisogno di questo. Così coloro che sanno parlano della strada da percorrere.
I saggi descrivono la profondità del samsara come una foresta: è quel ritornare (perpetuo) nel mondo a cui sono costrette le creature mortali, mobili o immobili. Ma il saggio si sottrae a questo ritorno.
Le malattie che infestano il corpo o lo spirito dei mortali, che siano manifeste o latenti, vengono descritte come bestie feroci, che tormentano senza tregua l'essere umano poco intelligente e gli pongono ostacoli, distraendolo da altre belve rappresentate dalle sue stesse azioni.
Ma se un essere umano sfugge alle malattie, cade preda della vecchiaia che ne distrugge la bellezza. Immerso in un calderone di midollo e di carne, con suoni, forme, sapori, sensazioni tattili e odori, non trova un punto d'appoggio. Anni, mesi, settimane, giorni e notti che si alternano gli consumano poco a poco la bellezza e il tempo che gli rimane da vivere. Sono gli strumenti della Morte, ma le persone poco intelligenti non lo sanno.
Si usa dire che l'Ordinatore disegna tutte le creature. Il loro corpo è un carro di cui lo spirito è l'auriga; gli organi del senso e dell'azione sono i cavalli; l'intelligenza delle decisioni sono le redini. Chi lascia libero sfogo al galoppo dei cavalli, continua a girare nella ruota del samsara; ma chi li controlla con l'intelligenza e domina anche se stesso si sottrae al turbine.
Coloro che, pur trovandosi nel girotondo del samsara non ne sono coinvolti, si sottraggono al samsara; la disgrazia è questa folla che continua a girare, per cui il saggio si sforza di mettere fine a tutto questo. Non deve mostrarsi negligente, altrimenti l'albero moltiplica la dimensione e i rami.
L'essere umano che ha dominato i sensi, che ha estirpato la collera e l'invidia, che è contento e dice la verità, raggiunge la serenità. Si usa dire che il carro con cui le persone poco intelligenti si perdono, appartiene a Yama. E costoro arrivano dove ora sei tu, re, che intravedi la perdita del regno, dei figli e degli amici come una disgrazia.
L'essere umano realizzato applica a queste disgrazie i rimedi opportuni. Chi è padrone del suo pensiero attinge alla grande pianta medicinale della conoscenza, che si ottiene con difficoltà, ma che poi permette di annullare la malattia della disgrazia.
Né le capacità individuali, né la fortuna, non gli amici o le persone care, possono liberarci dalla disgrazia come invece possiamo far da soli quando possiamo controllarci. Così, cerca di controllarti e adotta un buon modo di fare.
La padronanza di sè, la rinuncia ai desideri, e l'attenzione sono i tre cavalli di Brahma. Chi viaggia sul carro del corpo, reggendo le redini della buona condotta e rifiutando la paura della morte, raggiunge il mondo di Brahma. Chi è inoffensivo per tutte le creature giunge alla dimora suprema, al paradiso di Visnu, dove si è liberati dal male. I frutti causati dal rispetto verso la vita non sono paragonabili a quelli ottenuti con migliaia di sacrifici o continui digiuni. Tutti gli esseri hanno a cuore la vita, per nessuno è piacevole morire e quindi al saggio è cara la vita di ognuno.
In preda a completo smarrimento, stretti nella rete di un punto di vista (sbagliato), gli stupidi corti di vista vengono sballottati continuamente, mentre chi vede lontano punta al Brahma eterno... -
Vyasa disse:
- Ascolta, o Dhrtarastra dal braccio potente, tu sei istruito e determinato, pratico di dharma e di artha (la Legge e la Ricchezza che, con il Piacere e la Conoscenza formano "i quattro scopi dell'essere umano"). O tormentatore di nemici, tu conosci tutto ciò che devi conoscere. E quindi hai considerato l'impermanenza dei mortali.
Dato che il mondo dei viventi è instabile, la nostra condizione non è eterna e la vita si conclude inevitabilmente con la morte, perché ti angosci? Tu hai visto nascere questa guerra. Essa è stata provocata da un artificio del Tempo, che ha preso tuo figlio come strumento.
Dato che questa strage di Kuru (in questo caso i "discendenti di Kuru" sono tanto i Kurava che i Pandava) doveva avvenire senza che nessuno la potesse evitare, perché piangi gli eroi che hanno raggiunto il loro fine supremo? Il grande Vidura che vedeva lontano ha fatto quanto poteva per mantenere la pace, ma nessun essere può deviare il corso degli eventi determinato dal destino. Questa è la mia opinione. Gli dei mi avevano confidato quanto avevano intenzione di fare e te ne parlo perché tu riprenda coraggio.
Una volta sono andato al sabha (sala delle udienze oppure assemblea dei notabili) d'Indra, velocemente e senza fatica. Ho visto gli abitatori del Cielo raccolti con gli sri guidati da Narada (una sorta di Mercurio, messaggero tra gli dei e gli umani) e con loro era giunta la Terra che portava una supplica. La Terra ha detto agli amici presenti: "Nel paradiso di Brahma avete promesso di aiutarmi, o eccelsi. Fatelo senza tardare". Alle sue parole Visnu, onorato dal mondo intero, sorrise alla Terra davanti all'assemblea divina: "Il primogenito di Dhrtarastra, chiamato Duryodhana, compirà questo dovere per te. Da questo re avrai soddisfazione. Per causa sua i Principi combatteranno a Kuruksetra e si uccideranno vicendevolmente con armi potenti. Questa battaglia ti libererà del tuo fardello, bella dea. Torna al tuo posto e sopporta ancora per poco il peso degli umani".
O re, proseguì Vyasa, tuo figlio è una parte di Kali, incarnata nel ventre di Gandhari per provocare la distruzione universale. Egli è stato intollerante, capriccioso, collerico e ribelle, e per effetto del destino ha trovato appoggio nei fratelli. Lo zio materno Sakuni, il suo grande amico Karna e i principi che l'hanno seguito sono venuti sulla terra per quest'opera di distruzione. Tutta la corte è tenuta a seguire il re, e l'adarma (il contrario di "dharma") diventa darma se il sovrano è devoto a quest'ultimo. Senza dubbio le qualità e i difetti del signore ricadono sui servitori: i tuoi figli sono morti perché il loro primogenito era corrotto, e Narada, il conoscitore della verità, lo sapeva. Sono morti per loro scelta e tu non piangere, massimo tra i re, non hai motivo di dolerti. I Pandava non hanno commesso errore contro di te; i tuoi figli erano dei miserabili per aver fatto del male alla Terra.
Ben prima di tutto questo, nell'assemblea del rajasuya (dove il disco di Krsna ha mozzato la testa di Sisupala, n.d.r.), Narada aveva informato Yudhisthira: "I Pandava e i Kaurava si scontreranno e verranno annientati. Figlio di Kunti, fai il tuo dovere". A queste parole di Narada, i Pandava erano caduti in depressione.
Ecco che ti ho riportato integralmente ciò che è un segreto degli dei. Metti fine alla tua pena, abbi compassione della tua vita e ama i figli di Pandu, ora che conosci il corso del destino deciso nei Cieli.
Io sono stato messo al corrente di questo destino ben prima che avvenisse e ne ho informato Dharmaraja (cioè Yudhisthira) durante il rajasuya, il più grande dei sacrifici. Dopo la mia rivelazione il figlio di Dharma si è sforzato di evitare la guerra con i Kaurava, ma il destino non l'ha permesso. Non vi è creatura, mobile o immobile che possa deviare la decisione dello Sterminatore (Shiva).
Tu sei devoto al dharma, possiedi un'intelligenza superiore, conosci i modi che sono agibili agli esseri umani e tuttavia ti crogioli nell'errore. Se il re Yudhisthira sapesse che ti consumi nel rimorso e continui a svenire, rinuncerebbe alla sua stessa vita. Quest'eroe prova sempre compassione, perfino per chi è nato nel corpo d'animale; come potrebbe non provare compassione per te? Resta in vita poiché io te l'ordino, perché il destino è ineluttabile, e per pietà per i Pandava. In questo modo acquisterai una buona fama nel mondo, verrai ampiamente ricompensato per il tuo darma e potrai dedicarti ai sacrifici e alle austerità. Dedicati costantemente a spegnere, con l'acqua della salvezza, la pena di aver perduto i figli, che ti sta consumando come il fuoco di un braciere, o fortunatissimo -
Dopo aver ascoltato l'incomparabile tejas (luce e calore del guerriero e dell'asceta) di Vyasa, Dhrtarastra ci pensò sopra e disse:
- Io sono avvolto in un'immensa rete di dolore, o migliore tra i Brahmani. Non ho più coscienza di me e mi indebolisco sempre di più. Tuttavia, dopo aver ascoltato le parole che hai riportato per ordine degli dei, mi terrò in vita e cercherò di mettere fine alle mie pene -
Ascoltate queste parole Vyasa, il figlio di Satyavati, lo lasciò.
E per le successive parole di Vidura, Dhrtarastra, questo toro tra gli uomini, comandò di preparare il grande cocchio e aggiunse:
- Chiamate in fretta Gandhari e tutte le donne dei Bharata. Anche Kunti e le altre dame -
Detto questo a Vidura, che era il miglior conoscitore del dharma, il virtuoso re, reso incosciente dal dolore, si diresse alla carrozza. L'ordine dello sposo fece accorrere Gandhari stravolta dal dolore per la perdita dei figli, e Kunti, e le altre donne. Si trovarono presso il re, salutandosi, e poi subito cominciarono a piangere. Le consolava lo ksattr (Vidura appartiene alla casta mista avendo padre bramano e madre sudra) ancor più afflitto di loro. Le donne in lutto salirono sulla carrozza che si diresse a uscire dalla città.
Allora un pianto si levò dalla città dei Kuru, in ogni casa le donne e perfino i bambini erano in preda alla disperazione. Le vedove comparvero in pubblico, mentre fin'allora nemmeno gli dei avevano potuto vederle. Con i capelli scompigliati, prive di ornamenti, coperte da vesti semplici, vagavano come donne senza protezione.
Uscivano dalle case simili a bianche montagne, come le antilopi maculate fuggono i loro rifugi rocciosi quando viene ucciso il montone. Una folla di donne agitate, in lacrime, correva come un branco di animali allo sbando; invocava i figli, i fratelli, i padri, torcendo le mani e offrendo uno spettacolo da fine del mondo. Si lamentavano e piangevano correndo qua e là, rese incoscienti dal dolore senza sapere come comportarsi. Donne pudiche perfino con le amiche, ora si mostravano con una sola veste perfino alle suocere; quando prima consolavano le compagne per un nonnulla, ora non si accorgevano neppure del dolore delle altre. Accompagnato da questa folla di donne disperate, il re, che non era in migliori condizioni, volgeva rapidamente verso il campo di battaglia. Li accompagnavano anche gli artigiani, i commercianti e i vaisya (contadini) di tutte le corporazioni d'arti e mestieri, ma le donne lanciavano grida da far tremare l'universo. L'ambiente era quello della fine d'una era e della distruzione del mondo intero (qualche anno dopo, con la morte di Krsna inizia tradizionalmente il Kali-yuga).
Sconvolti per la perdita dei Kuru, anche chi era restato in città lanciava grida di desolazione.
L'apologo di Vidura sul bramano che mangia il miele è chiaro. Il discorso di Vyasa mette in relazione la liberazione dal ciclo delle rinascite con la Katha-upanisad, che è la scrittura cara al guerriero epico: è possibile sfuggire al ciclo delle reincarnazioni e attingere alla liberazione sfuggendo alla rete della raksasi Jara, che ripete all'infinito Decrepitudine, Morte e Rinascita...
Jarasandha sarebbe allora il re che rappresenta la trasmigrazione perpetua, senza speranza, un re che regna su una terra sovrappopolata in cui le guerre riforniscono Siva Pasupati di vittime sacrificali, un re disinteressato al dharma, che si gusta le gocce di miele del potere.
Al contrario la consacrazione reale di Yudhisthira, destinato a consolare la terra del fardello umano, è anche l'annunzio di tempi difficili (la successiva morte di Krsna determina l'inizio del kali-yuga, l'epoca nera della Terra). Narada lo invita a provvedere al caturvarnya, il sistema sociale delle quattro caste, che rappresenta il dharma sulla Terra.
Non si tratta di risolvere la situazione con una relativamente modesta distruzione di re, ma di assicurare l'ordine socio-cosmico e permettere ai suoi garanti di salire al Cielo. Infatti Yudhisthira è figlio di Dharma.
Non è quindi il caso che gli umani si dolgano per un disastro necessario e voluto dagli dei e da Visnu.
E, come la Bhaghavad-gita è la rivelazione di Krsna ad Arjuna del dovere di uomo d'azione in chiave filosofica, l'apologo del bramano sospeso nell'abisso è la rivelazione di Vidura, figlio di Dharma, a Yudhisthira del dovere di bramano, nella chiave della Legge di obbedienza agli dei.