Ti trovi in: Home page Judo-Educazione --> Ricerche -->Articolo:

Sport e fascismo
Capire il passato, per costruire il presente

di C. Barioli

 

Devo studiare politica e guerra
perché i miei figli possano avere la libertà
di studiare matematica e filosofia.
I miei figli dovrebbero studiare matematica e filosofia,
geografia, storia naturale, costruzione navale,
navigazione, commercio e agricoltura
così da dare ai loro figli il diritto a poter studiare
pittura, poesia, musica, architettura, scultura, e ceramica

(John Adams, lettera a Abigail).

 

I tempi erano maturi. L'Italia si era formata in un'atmosfera di anticlericalismo e il fascismo della prima-ora non faceva eccezione; tuttavia avvenne la riconciliazione (per convenienza di entrambe le parti, come nel salvataggio del Banco di Roma in cambio delle dimissioni di don Sturzo dal Partito Popolare) sancita dai Patti Lateranensi del '29.

"In nome della Santissima Trinità. Premesso: che la S. Sede e l'Italia hanno riconosciuto la convenienza di eliminare ogni ragione di dissidio fra loro esistente…"

Il fascismo cercava l'allargamento del blocco borghese, di cui era espressione. E ci riuscì con la propaganda e la paura, la demagogia e le iniziative sociali, tra le quali la Scuola e l'Opera Nazionale Balilla collaborarono intensamente alla struttura sportiva. Prima che il fascismo si orientasse palesemente al riarmo (dalla metà degli anni '30), procurando evidenti vantaggi alla grande industria, si era occupato:
- del riordino finanziario e industriale;
- delle opere pubbliche, sia pure riducendo il disavanzo di bilancio maturato negli anni precedenti;
- del consenso popolare di cui una componente rilevante era rappresentata dal risultato sportivo.

L'ambiguo rapporto tra sport e ideologia. La concezione greca cerca nell'esercizio fisico la qualità guerriera e già viene travolta dal record e dal professionismo; Roma utilizza lo spettacolo come collante tra le classi sociali; ma lo Stato moderno arriva a monopolizzarne lo sfruttamento. Gli atleti-protagonisti possono facilmente e sinceramente ignorare la situazione, confinando la propria dimensione sociale all'ingenuità, e alla retorica del sacrificio e dell'allenamento.
Lo sport dilettantistico è un prodotto del benessere a cui l'Italia ebbe accesso tardi. Dopo la parentesi dei tornei, sino al XIX secolo la nobiltà praticava la caccia come distintivo sociale, e la scherma come necessità d'onore.

"A fil di spada…" il duello dalle origini agli ori olimpici

 

Nel meridione l'onorata società raccomandava l'esercizio di coltello e bastone per arrivare a difendersi dall'esosità degli esattori. A metà del XIX secolo alcuni muscolosi popolani cominciarono a sognare un professionismo da lottatore o da pugile che li strappasse alle fabbriche e alle miniere; la borghesia reagì producendo i giocolieri dei pesi, antenati dei sollevatori.
D'altro canto, quando l'Educazione Fisica venne introdotta nelle scuole (1878), la parte attiva della popolazione era composta da mezzadri analfabeti e da operai con orari di 13 ore al giorno, categorie che nemmeno immaginavano il tempo libero.

Certo la cultura motoria nacque spontaneamente col miglioramento delle condizioni di vita. Il sistema politico se ne accorse quando venne raccomandata a scuola dai filosofi dell'educazione; così gli sport maggiori divenne il panem et circensem delle neonate nazioni… con qualche pretestuosa concessione alla razza, argomento che era rimasto estraneo ai predecessori greci e romani.

Lo sport strumentalizzato. Col progredire dell'industrializzazione divenne evidente al capitalismo la necessità della prestanza fisica, anche in vista dell'efficienza militare. L'ambiente intellettuale, ammalato di protagonismo, tenne un atteggiamento diffidente. Benedetto Croce fece scuola tra i socialisti italiani denunciando lo sport come argomento legato alla decadenza morale e al vuoto spirituale conseguenti alla rivoluzione industriale. Filippo Turati riteneva lo sport: "un fenomeno stupido e aristocratico".
Per primo il movimento cattolico superò l'avversione dei gesuiti per tutto quello che era competizione, salute, aria aperta e corpo. Agli inizi del '900 aprì al popolo, con la Fasci (Federazione associazioni sportive cattoliche italiane) e l'Asci (Associazione scautistica cattolica italiana), la visione educativa con finalità religiose dell'attività motoria (peraltro proposta da Vittorino da Feltre nel XV secolo).

"Si dia ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento. La ginnastica, la musica, la declamazione, il teatrino, le passeggiate sono mezzi efficacissimi per ottenere la disciplina, giovare alla moralità e alla sanità" (S. Giovanni Bosco)

Ma il regime non permise che l'attività motoria servisse un'educazione fuori controllo e, dapprima negando i contributi poi sempre più decisamente intervenendo per motivi di ordine pubblico (spesso con l'azione del Guf - Gruppi universitari fascisti), costrinse Pio XI a sacrificare Asci e Fasci per cercare di salvare l'Azione Cattolica (peraltro sciolta nel '31).

I socialisti hanno tardato, considerando lo sport come trovata astuta della borghesia, vero "oppio dei popoli" che avrebbe distolto i giovani dalla lotta di classe .

"Le corse a premio rappresentano in piccolo la concorrenza, la lotta sfrenata a cui la società capitalista costringe i proletari nella lotta per un pezzo di pane e nelle gare ciclistiche non trionfa nemmeno il principio di selezione naturale" (L'Avanti, 1910).

Se a Losanna era nata nel 1907 un'Unione Sportiva Socialista, sezione dell'Internazionale Operaia, che reclutava tra i salariati tedeschi, francesi, austriaci, cecoslovacchi e inglesi, solo nel primo dopoguerra comparvero in Italia (1920) l'Ape (Associazione antialcolica proletari escursionisti) e l'Apef (Associazione proletaria per l'educazione fisica), di cui un indimenticabile animatore fu Attilio Maffi (fratello del più famoso Fabrizio) e campione il leggendario "gigante in cantina" Giuseppe Tonani, vincitore nel sollevamento pesi delle Olimpiadi del '24.
Poi ci pensò il fascismo con velleità igieniche, liberali, patriottiche, morali, atletiche, a concludere, con incursioni, sequestri e soppressioni di testate l'esperienza sportivo- proletaria (1926).

Ebbe in cambio il merito di coinvolgere la donna: "La donna fascista del domani - così si espresse Augusto Turati nel '27 - deve esercitare il fisico e la psiche per resistere al dolore dei parti e migliorare la razza". Il fine del regime era quello di riportare la donna nella sfera familiare dopo aveva sostituito impiegati e operai durante la guerra (Varrasi, Economia, politica e sport in Italia).

Il fascismo fu efficace nella gestione dello sport. Annullò le iniziative cattoliche (più dure a morire) e socialiste, favorendo lo sport di massa che altrimenti avrebbe faticato a imporsi. In quegli anni vediamo nascere:
- l'ideologia sportiva;
- la scienza dell'educazione fisica;
- lo sport militare e la diffusione dei valori nazionalistici;
- l'interesse dello Stato per campi-sportivi e palestre;
- l'aristocrazia dei "campioni";

Occorre distinguere assolutamente fra educazione fisica ed olimpismo. L'educazione fisica eleva la massa, crea i campioni fra i quali verranno scelti i super-campioni olimpionici. E' compito della tecnica preparare questi ultimi in modo diverso da quello con cui normalmente si preparano gli atleti. La forza sportiva di una nazione è data specialmente dalla massa dei buoni atleti, non dal numero delle vittorie olimpioniche. L'educazione fisica praticata a larghissima base deve essere essenzialmente popolare. L'olimpismo è rappresentato invece da un'aristocrazia sportiva, perché oltre ai mezzi fisici, sono assolutamente necessari tempo, danaro, intelligenza, poiché è dimostrato che a parità di preparazione fisica vince l'atleta più intelligente (Alberto Bonacossa).

- l'importanza politica del Coni;
- l'incoraggiamento allo spettacolo con discorsi, canti e bande musicali;
- l'avvio dell'olimpismo al professionismo di Stato;
- fenomeni sociali quali il tifo per calcio, ciclismo e boxe, con conseguente vandalismo, teppismo, compra-vendita dei risultati;
- la promozione di media specializzati coordinati dal cine-giornale e dalle radio- cronache (le 14 testate sportive del 1919 divennero 94 nel 1934);
- l'esaltazione sportiva: nel '32 fummo secondi ai Giochi dietro gli USA; nel '34 Campioni del Mondo di calcio;

"Dare il massimo rilievo possibile alle partite di calcio, dedicando ad esse parte della 1° pagina, in modo da richiamare sulle manifestazioni del campionato l'interesse del pubblico" (nel '34, Galeazzo Ciano, Sottosegretario per la Stampa e la Propaganda).

- l'interesse letterario e teatrale per lo sport (la cui origine non è estranea al Futurismo).

Con la "Carta dello Sport" del 1928 si pone fine ai conflitti di competenza tra le varie organizzazioni e viene stabilito che l'educazione fisica generica dai 6 ai 17 anni è monopolio dell'Opera Nazionale Balilla, mentre la specializzazione nelle attività sportive è dominio del Coni (a parte le gare della Milizia Volontaria e una piccola autonomia del Dopolavoro).

Il Comitato Olimpico Nazionale Italiano. Il Coni era nato nel 1914 con la responsabilità della partecipazione italiana alle Olimpiadi e del coordinamento dell'attività sportiva nazionale; dal '23 fu finanziato col diritto erariale per spettacoli e manifestazioni sportive. Nel 25, Mussolini pretese che il Presidente del Coni venisse nominato su proposta del Segretario Generale del Partito, e questa decisione ebbe effetto sull'intera struttura Federazioni-Società: "I Presidenti delle Federazioni sono nominati dal Capo del Governo Nazionale su proposta del Segretario Generale del Partito. Essi designeranno al Presidente del Coni, a cui spetta ratificare la nomina, i nomi di coloro che intendono assumere a propri collaboratori".

"…porre lo sport italiano sotto il controllo del Pnf… non ha assolutamente il carattere di costrizione da esercitare né sulle Federazioni, né sugli atleti, ma poiché ormai tutta o quasi la gioventù italiana è fascista, era logico che fosse sentito il bisogno… di inquadrare anche il mondo sportivo all'ombra del Littorio. Bisogna non dimenticare che lo sport non cura solo lo sviluppo fisico della razza, ma è suscettibile di fenomeni morali e politici e legato a interessi economici che devono essere seguiti e vigilati" ("Perché lo sport deve essere controllato dal Partito", in: "Il regime fascista", 1926).

Siamo in un nuovo secolo. Grazie al doping il grande sport è divenuto uno spettacolo meno eccitante (per il pubblico); le masse popolari restano coinvolte dal tifo, con i suoi aspetti negativi; l'apparato militare ha ingiustificati interessi nel professionismo; il Comitato Olimpico detiene il monopolio dell'informazione; la stampa sportiva vive di sensazionalismo; ogni espressione politica ottiene dallo Stato finanziamenti per un suo Ente…
Quanto riconosce l'attuale struttura sportiva alle concezioni del ventennio?
Conviene al sistema la liberalizzazione dello sport?
Evitando di polemizzare politicamente e osservando il percorso storico dell'idea, proponiamo di discutere come lo sport possa accedere a una giustificazione moderna. Grazie alla celebrata semplicità dei protagonisti, lo sport è strumentalizzato da forze più grandi di lui (l'ideologia, il potere, il campioniamo, il clientelismo…).

Ho iniziato il judo nell'ambiente terzinternazionalista dell'Apef. Una domenica, giornata nella quale si incontravano varie specialità, venni palpeggiato da un maturo nanerottolo in mutande sporche: "Venn chi, che te insegni la lota!". Le mie recriminazioni ai dirigenti ricevettero la giustificazione: "E' un compagno!". Nella palestra della Camera del Lavoro, mi lamentai dello stalinismo dei dirigenti. "E' vero. E dove li mettiamo?"
Dopo gli Europei di Ginevra volevo rientrare a Milano con gli amici che erano venuti a vedermi. Risposta del d.t.: "La Nazionale italiana si è formata a Roma e a Roma si scioglie" (era il federale di Roma). Nella notte in treno compativo i sudditi dell'Impero! Più tardi ebbi modo di osservare che molti dirigenti federali erano ex-gerarchi. Risposta: "E cosa dovevamo farci? Fucilarli, forse?" Vi risparmio gli episodi relativi ad Enti di Promozione (progressisti, conservatori e confessionali) e alla struttura della Federazione che risente tuttora del 1926.

Prendiamone atto. E proponiamo di strumentalizzare lo sport (che non mostra apprezzabili motivazioni per essere fine a se stesso) ad una motivazione super-partes: l'educazione, soprattutto dei giovani.
In modo che questo scopo incentivi:
- dirigenti che siano educatori interessati alla crescita psico-fisica e culturale;
- la pratica comune di: progressisti, conservatori e menefreghisti;
- ugualmente di cristiani, mussulmani, e agnostici,
- e comunitari ed extra-; disadattati e integrati;
- naturalmente mescolando maschi e femmine (l'educazione sessuale si avvalga del renderli complici o concorrenti in un'impresa);
- trascurando campionismo e retorica per l'obiettivo di essere sani per essere utili;
- una partecipazione che chiede un certificato medico e un'assicurazione; e solo per rappresentare l'Italia sia necessaria anche la Carta d'Identità.

Ridimensionando il Coni alla preparazione olimpica; emarginando gli Enti politicizzati; finanziando le discipline che realizzano finalità educative e culturali; coinvolgendo Scuola, Università e Protezione Civile; interessando gli enti che si occupano di ecologia, assistenza e problematiche giovanili. Realizzando infine una proposta utile, al di fuori da ogni alternanza di governo.

La proposta che vorremmo discutere è questa:

Costituente dello Sport

1. Lo Sport, considerato come componente attivo della Società, consiste in educazione, cultura e poi anche competizione.
1.1 Educazione nel senso di 'insegnare ad affrontare la realtà', valorizzando l'essere umano al fine di essere utile nella Società.
1.2 Cultura intesa come 'saper fare', cioè prendere dall'esperienza umana quanto vi si trova di positivo per crescere e progredire individualmente e collettivamente.
1.3 Infine la competizione come un 'gioco', che riflette il sentimento di sfidarci oggi in amicizia per domani collaborare nel lavoro.

2. E' bandita dall'idea di sport qualsiasi attività che possa danneggiare il corpo, la mente e il cuore (centro di coscienza) dell'essere umano; o che non miri a formare una personalità sviluppata e utile alla collettività.
2.1 La pratica fisica comprende rischi che devono rientrare in una statistica accettabile, e modificazioni dell'essere che devono risultare igieniche e positive per l'efficienza sociale dell'individuo.
2.2 Mentre l'impegno tecnico e agonistico è relativo al periodo giovanile; l'insieme della disciplina deve suggerire l'applicazione delle strategie di studio, allenamento e competizione al più vasto campo dell'azione nella vita.
2.3 Il sentimento ispirato dall'insegnante e coltivato nel gruppo deve ispirarsi a costruire l'individuo per essere utile ed efficiente nel lavoro e nei rapporti umani.

3. La collettività, cioè il sentimento popolare e gli enti amministrativi preposti, deve concepire l'idea di uno Sport che interessa la crescita dell'essere umano nella vita sociale.
3.1 Le attività di puro agonismo, con la loro esasperazione a favore del risultato, devono costituire un mondo separato dall'attività formativa, e rientrare nel mondo dello spettacolo, con propri protagonisti e proprie manifestazioni.
3.2 Lo Sport deve essere considerato come un'educazione permanente (a tutte le età); nel suo complesso devono essere selezionate le discipline che realizzano questa definizione; le medesime devono dimostrare la loro disponibilità a perseguire fini sociali.
3.3 Una particolare considerazione devono godere le discipline sportive che potenziano temi come l'amicizia, l'ecologia, la difesa della comunità, l'assistenzialismo e i temi di interesse generale.