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Shu ha ri: modalità di trasmissione culturale

(di Roberta Niccolò)

 

Leggendo gli articoli pubblicati sul sito AISE, dal titolo: “la didattica di Shu-ha-ri, ovvero le tappe dell’assimilazione attraverso il Kata”, “La verità dello specchio. Cento giorni di teatro Noh con il maestro Umawaka Makio” e “La scuola nella tradizione”, ho immediatamente visto dei collegamenti con ciò che in antropologia è definito con il termine trasmissione culturale.
Ripercorrendo le tappe dell’umanità a svariate latitudini e studiando le molteplici differenti culture ad oggi presenti nel mondo, salta all’occhio la netta corrispondenza tra quello che in Giappone viene denominato con il termine Shu-ha-ri e le infinite metodologie di trasmissione culturale che ritroviamo in qualsiasi gruppo umano. La teorizzazione della trasmissione non è sempre esplicitata, nella maggior parte dei casi avviene secondo regole dettate da tabù (soprattutto nelle società semplici per esempio quelle delle bande di cacciatori-raccoglitori) o messe in pratica seguendo delle forme rituali, kata ( tipico delle culture orali).
I tre passi fondamentali per la trasmissione ossia: imitazione del modello, rottura con il modello e adattamento, “insegnamento”, sono alla base dell’evoluzione stessa dell’essere umano.

“…quando nell’evoluzione umana l’uso di attrezzi acquisì maggiore importanza, la selezione naturale favorì individui più intelligenti, che erano più abili nell’elaborare e nel trasmettere tradizioni comportamentali” [M.Harris, Antropologia culturale, Zanichelli, Bologna, 1997, pag.27.]

La necessità di trasmettere tradizioni di comportamento ed abilità apprese ha fatto si che si sviluppasse un “metodo” per rendere sempre possibile un avanzamento nella competenza del gruppo.
Lo sviluppo del metodo non è stato pensato e teorizzato secondo concezioni filosofiche o pedagogiche, ma si è semplicemente formato seguendo l’evoluzione stessa dell’essere umano.
Ad oggi il modello di base rappresentato da shu ha ri è presente in moltissime culture e lo ritroviamo in primis nella costruzione di entità familiari. La famiglia nella maggior parte delle culture, che sia essa famiglia allargata con diversità nei rami di discendenza (cognatica, unilineare, bilaterale, ambilineare, patrilineare, patrilineare) o nucleare, è l’organo che per primo è chiamato a trasmettere alla prole le regole della socializzazione e delle competenze. [M.Harris, 1997, pag.154-158]

Il comportamento sociale, con i suoi meccanismi di contatto, di difesa, di attitudine verso il prossimo e verso il mondo circostante, viene acquisito in gran parte nel periodo di dipendenza dalla madre. Essa trasmette al piccolo una gamma fondamentale di conoscenze, di valori, di attitudini che poi faranno parte del suo essere per sempre e che a sua volta tramanderà alla progenie [E. Anati, Le radici della cultura, Jaca Book, Milano, 1992, pag. 55]

Nella formazione del bambino riconosciamo chiaramente le tappe descritte in Shu ha ri. Nei primi anni di vita il piccolo forma le basi attraverso l’imitazione del modello parentale, linee guida che saranno le fondamenta della sua personalità, il bimbo si trova ad affrontare una fase prelogica, la nascita dell’intuizione, la strutturazione del pensiero [Cfr. Jean Piaget,1970]. Soprattutto la figura della madre è di grande importanza, ma anche quella del padre e/o dei parenti delegati all’educazione del piccolo. Il bambino è completamente immerso nell’imparare e ricalca il modello culturale a lui proposto.
Questa prima fase è abbastanza comune in gran parte delle culture. Nella nostra società occidentale così come in quella dei cacciatori-raccoglitori i bambini piccoli sono generalmente accuditi dalla madre, o chi per essa, al fine di far loro acquisire competenze e modalità di socializzazione corrette.
Quando il bambino raggiunge la pubertà ed entra nell’adolescenza il modello d’apprendimento cambia, c’è qui una netta discrepanza tra modalità e tempi e non sono paragonabili i modelli presenti in una società semplice di cacciatori-raccoglitori dell’Africa orientale con quelli della nostra società occidentale. Il passaggio all’adolescenza in molte di quelle che vengono chiamate società primitive (che non significa che siano società della preistoria ma solo che presentano una certa struttura sociale) è spesso accompagnato da riti di passaggio [Cfr. Arnold Van Gennep, 1981], ossia manifestazioni rituali che servono a segnare la fine della fanciullezza e l’inizio di una nuova fase d’apprendimento. Spesso questi riti prevedono l’abbandono della casa materna e l’entrata nella casa degli uomini, dove impareranno a diventare cacciatori, sciamani ecc.

All’interno della casa degli uomini i ragazzi iniziano un nuovo percorso d’apprendimento che vanterà una nuova struttura data da “imitazione”, sperimentazione, insegnamento. Per diventare cacciatori dovranno seguire dapprima coloro che lo sono già osservando ed imparando tecnica e strategie, poi si cimenteranno loro stessi mettendo in pratica ciò che hanno imparato e apportando delle varianti personali, dopodichè saranno loro stessi parte del gruppo degli anziani col compito di istruire i nuovi giovani aspiranti cacciatori. Naturalmente non tutti raggiungeranno lo stesso livello di abilità e non tutti avranno la stessa predisposizione alla trasmissione dei saperi, ci sarà chi è più dotato e chi meno, ma tutti attraverseranno le 3 fasi della trasmissione culturale.
Un esempio un po’ particolare è quello degli sciamani. Un aspirante sciamano deve possedere a priori un inclinazione ad allucinazioni visive ed uditive, spesso non vi sono distinzioni di sesso (possono esserci tranquillamente sciamani donna) e la trasmissione dei saperi avviene solo dopo avere stabilito l’effettiva dote dell’aspirante.
Nelle culture orali, ossia laddove la scrittura non c’è o è arrivata con la colonizzazione europea, si trovano delle forme di canti, danze, leggende, ecc. che vengono tramandate di generazione in generazione. Queste contengono le basi della cultura, sono come dei libri dai quali attingere conoscenza, in pratica sono dei Kata. Racchiudono i principi da trasmettere. Naturalmente col susseguirsi delle generazioni a questi Kata verranno apportate delle piccole modifiche, che li rendano utili alla trasmissione delle innovazioni che il gruppo avrà apportato al proprio interno, ma la base resterà quella.
L’innovazione, l’adattamento, sono vitali alla sopravvivenza di una cultura, laddove per qualsiasi motivo vi sia uno stop nell’aggiornamento delle forme tradizionali, che perdura per più generazioni, avremo un collasso. Un esempio di quello che accade non perpetuando innovazione culturale in un gruppo si può osservare con i nativi nord americani [Cfr. R. Nicolò, 2001; R. Nicolò, 2007, Vedi sito Aise alla sezione Brevi racconti].

Nelle culture moderne occidentali ritroviamo la stessa struttura in tre fasi per quel che riguarda la crescita del bambino, imitazione del modello parentale, ma ci sono grosse differenze per quanto riguarda il passaggio degli adolescenti all’età adulta. Inutile dire che l’età media in cui un giovane lascia la casa materna è notevolmente avanzata e supera spesso i 20 anni, inoltre non ci sono riti di passaggio forti, che traccino un netto confine.

Non ho intenzione (almeno per il momento) di addentrarmi nello sviscerare strutture e percorsi che hanno portato alla formazione della struttura sociale e culturale a cui apparteniamo, ma faccio notare che Shu ha ri è presente sempre anche nel nostro percorso di crescita, nonostante vada ricercato in strutture forse meno immediate di quelle presenti nelle società semplici. Invito a riflettere sui sistemi educativi, sulle strutture familiari, sulle attività ricreative, invito a ricordare percorsi di crescita personali, esperienze positive o negative e a quello che hanno lasciato in noi.

Per finire ricordo e propongo una lettura interessante Considerazioni sullo stage estivo, devo queste note a Maria Montessori, in Kyu-shin-do la via per essere insieme, Donne e judo, 31 dicembre 1996, n°41 di Cesare Barioli.

 

Breve bibliografia di riferimento:

Emmanuel Anati, Le radici della cultura, Jacca Book, Milano, 1992.

Marvin Harris, Antropologia culturale, Zanichelli, Bologna, 1997.

Arnold Van Gennep, I riti di passaggio, Bollati Boringhieri,Torino, 1981.

Maria Arioti, Produzione e riproduzione nelle società di caccia-raccolta, Loescher editore, Torino,1980.

Jean Piaget, Psicologia e sviluppo mentale del bambino, Einaudi, Torino, 1970.

Charles R. Aldrich, Mente primitiva e civiltà moderna, Bollati Boringhieri, Torino, 1992.

Cesare Barioli, Considerazioni sullo stage estivo, in Kyu-shin-do la via per essere insieme , Donne e Judo , 31 dicembre 1996, n°41.

Edmund Leach, Culture and communication, Cambridge University press, New York, 1976.

Jared Dimond, Armi, acciaio e malattie, Einaudi, Torino, 1998.

Roberta Nicolò, Essere navajo a Gallup, dalla politica sull’educazione allo slang metropolitano, in Studi Americani, Cisai, Siena, 2001.