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La verità dello specchio. Cento giorni di teatro Noh con il maestro Umewaka Makio

AVVERTENZA: negli estratti qui presentati mancano i segni diacritici utilizzati per la traslitterazione del giapponese che compaiono invece all'interno del libro.

Prefazione di Giovanni Azzaroni

"In Shinra, a mezzanotte, il sole splende": con questa essenziale e illuminante metafora zen Zeami definisce l'ineffabile, lo stile fatto tutto di incanto sottile, la non recitazione, il momento assoluto e perfetto che solo pochi attori possono raggiungere.
Tra i diecimila attori che conosce - afferma apoditticamente il massimo teorico del teatro Noh - soltanto suo padre Kan'ami ha colto il fiore meraviglioso posato sul nono gradino, il più elevato, della scala performativa, della filosofia dell'essere attore o, come preferisco, della vita stessa. Poiché allo stato attuale degli studi non è possibile conoscere con certezza le qualità interpretative di Kan'ami, probabilmente un buon attore e niente di più, l'affermazione di Zeami va interpretata in un altro contesto, che afferisce il mondo stesso del Noh. Un mondo segreto e misterioso per coloro che ne rimangano distanti, ma pronto a svelare quasi tutti i suoi segreti a coloro che bussino alla sua porta.
Il rapporto che lega maestro e allievo è proprio di questo tipo, è un legame simbiotico che dura tutta la vita, anche quando l'allievo si sarà affrancato dall'insegnamento e, divenuto a sua volta maestro, potrà variare le kata che gli sono state insegnate. Col tempo la sua riconoscenza non cesserà, il suo oi con l'artista che gli ha insegnato le regole per muovere i primi passi sul sentiero dell'arte è imperituro. Se saprà raggiungere i tre gradi superiori della kiuishidai il merito sarà sempre e solo del suo maestro.
Le parole di Zeami possono allora essere interpretate come un omaggio doveroso al primo maestro, suo padre appunto.
Questa deontologia, che è poi anche scienza di vita, si rappresenta non solo sulle tavole di un palcoscenico ma anche nel mondo degli studi. È dunque chiaro il rapporto di riconoscenza che ha legato, lega e legherà per sempre Matteo Casari, il giovane autore de La verità dello specchio, a Umewaka Makio, il suo maestro. Questo bel libro è il racconto di un "debito d'amore" che è maturato sulle dure tavole dell'honbutai dell'Umewaka Kennokai, a Tokyo, durante lunghe e faticose giornate di lavoro certamente contrassegnate da dubbi e paure di non essere all'altezza, e quindi di rischiare di essere allontanato per sempre.
Nel libro di Casari questi timori sono diventati il racconto della sua "iniziazione" nel teatro Noh, dai primi timidi approcci ai sempre più sicuri passi nelle shimai. Ma il libro è anche una storia del Noh vissuta e scritta dall'interno, secondo i parametri teorizzati da James Clifford e George E. Marcus; senza pretese esaustive, è il Noh visto e studiato dall'autore, io partecipante, personale quindi, e per questo più interessante e intrigante.
Pur non avendo la struttura del diario di lavoro, il libro ne presenta le scansioni, interpolate da approfondimenti tecnici e di studio. Lo si legge con piacere e si giunge così alle pagine finali, che presentano un clamoroso colpo di scena, uno splendido coup de théàtre.
Tutti gli studiosi del teatro Noh, in Oriente e in Occidente, hanno fondato i loro lavori sulla certezza della granitica trasmissione dei saperi di Zeami, da maestro ad allievo, generazione dopo generazione, prima oralmente e poi, a partire dai primi anni del XX secolo, nelle pagine scritte. Un sapere sacro e inviolabile, come i norito dello shintoismo o i mantra buddhisti, che pervade il teatro, l'attore e la sua recitazione, la messa in scena e il pubblico. Parafrasando Gandhi, che lo affermò citando il Ramayana, sacra storia del dio Rama e capolavoro della letteratura epica hindu, tutto quello che esiste nel Noh lo si ritrova nei Trattati, quello che Zeami non ha teorizzato non rientra nel mondo del Noh.
Intervistato da Casari sull'efficacia odierna dei Trattati - per la storia del teatro (ma non solo) l'opera di Zeami è universale, come la Poetica di Aristotele e il Natya Sastra di Bharata - il maestro Umewaka ha affermato con forza quello che solamente gli studiosi più coraggiosi (o imprudenti?) avevano osato supporre: "Il tempo di Zeami è molto lontano e quindi i suoi Trattati non sono così importanti. Poi dipende da attore ad attore, io non li considero fondamentali. Il messaggio di Zeami è però ancora presente nel Noh attuale. [...] Indubbiamente Zeami ha posto le basi del Noh, ma ciò che di uguale ad allora c'é ancora oggi non lo insegnamo o non lo impariamo attraverso i suoi Trattati". E la famiglia di Umewaka Makio è un ramo della famiglia Kanze, una delle cinque grandi famiglie di attori Noh, che discende direttamente da Zeami!
Parole rivoluzionarie che scardinano secoli di convinzioni storiche ed estetiche, ma al tempo stesso trasformano il Noh in un'arte più viva, eliminano le ripetitività museologiche e fanno di ogni attore il maestro di se stesso, probabilmente come Zeami pensava dovesse essere. Legano anche e per sempre l'allievo al suo maestro, a colui che gli ha insegnato l'arte del salire sul palcoscenico secondo una sua visione, perché dal XVI secolo tutti i Trattati sono misteriosamente svaniti nel nulla per essere ritrovati dopo circa quattrocento anni, nel 1909, quasi per caso, sepolti tra i polverosi libri della biblioteca della famiglia di un daimyo. Il Noh non è scomparso con i Trattati, ma al contrario ha assunto connotazioni riverberanti il pensiero dei maestri, che hanno creato nuove kata partendo da quelle base, come nel Kabuki. Dall'intervista traspare con chiarezza un desiderio di autonomia e di autoconsapevolezza nei confronti della tradizione precedente, ma al tempo stesso la coscienza della necessità del suo rispetto.
E allora questo libro, approfondimento della tesi di laurea dell'autore, che racconta la storia della famiglia Umewaka oggi, è diventato un percorso esistenziale iniziato timidamente e da me suggerito, poi pervenuto a esiti imprevisti e fondamentali che non possono non interessare gli studiosi del Noh in particolare e la più vasta platea dei consumatori di teatro in generale.
Per svelare il segreto del teatro Noh non è sufficiente saper impugnare il grimaldello dell'interpretazione teorica e tecnica, ma è necessario sapersi calare con umiltà nella sua sostanza antropologica per capirne le connessioni e le strutture interne, derivazioni imprescindibili e dirette della mitica danza della dea Amaterasu no Mikami davanti alla Caverna Celeste.
Intendo sostenere la stretta interdipendenza tra il Noh e la cultura che lo ha originato, perché Zeami è stato un artista geniale figlio del Giappone degli shogun Ashikaga. Il Noh quindi va affrontato non solo come una meravigliosa e perfetta macchina teatrale, come una lettura superficiale ed epidermica dei Trattati potrebbe far supporre, ma come un teatro di attori che vivono sulla scena la realtà della vita reale o del mito - l'ossimoro è solo apparente perché questa affermazione va interpretata in un'accezione antropologica -, e quindi come uomini che con il magistero dell'arte sanno trasformare la realtà e il mito.
Probabilmente nell'intervista il maestro Umewaka intendeva manifestare questa consapevolezza per rivendicare la sua capacità di creare il personaggio da interpretare, seppur nelle maglie della sua sua - del personaggio, ma anche di Umewaka uomo e attore - tradizione e della sua storia.