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LE REGOLE DEL COMPORTAMENTO SOCIALE
Il bambino e il vivere associato: Dinamiche di comportamento
DANILO GIACOMIN, PRESIDENTE BU-SEN JUDO MEOLO:
Buonasera a tutti e grazie di essere intervenuti alla serata. Questo è
il secondo incontro rivolto a genitori e operatori promosso dall'Associazione
Bu-Sen judo Meolo e dall'Istituto Comprensivo "E. Mattei" di Meolo
in collaborazione con l'A.I.S.E. (Associazione Italiana Sport Educazione). Ringrazio
il prof. Sangalli per la cortese disponibilità e porto i saluti del Dirigente
scolastico prof. Pasini che si scusa, ma non può essere presente.
Dopo il notevole interesse riscontrato nell'incontro del 10 febbraio, dove il
professore ha trattato i prerequisiti che il bambino deve maturare per affrontare
serenamente la scuola primaria, il tema che il professor Sangalli tratterà
stasera sarà il comportamento dei nostri bambini e come trasmettere alcune
semplici regole del vivere associato, anche a scuola.
Quotidianamente si incontrano difficoltà in alcuni bambini nel rispettare
semplici regole di comportamento, sempre più bambini "tiranneggiano"
e si comportano in maniera poco consona alla loro età. Il tema è
stato trattato anche durante l'incontro del pomeriggio con le insegnanti essendo
di grande attualità, lascio la parola al professore.
ANGELO LUIGI SANGALLI, PEDAGOGISTA:
Nel mondo della scuola si è visto che, ultimamente, diventa sempre più
difficile insegnare quelle che sono le regole di comportamento ai bambini, non
tanto perchè non si è più capaci di insegnare, è
che i bambini sono cambiati e noi non sappiamo più come sono cambiati,
e quindi continuiamo ad adeguarci, a cercare soluzioni varie.
Chi di voi ha visto ultimamente, chi ha il satellite o su sky o su la7, un programma
che si chiama "S.O.S. tata", qualcuno di voi l'ha visto?
-Sì
Io volevo registrare quello, poi su un altro canale hanno fatto vedere questo
programma inglese, "Copy-wright formate" dove fanno la stessa cosa,
ovvero mettono in luce, per discuterne, comportamenti di bambini, riscontrabili
quotidianamente al supermercato, nei negozi, bambini cresciuti in famiglie assolutamente
sane, assolutamente adeguate, i cui genitori ad un certo punto non riescono
più a gestirne i comportamenti.
Premetto: io non sono psicologo, infatti non prenderò il punto di vista
dello psicologo, perché non è il mio campo, io sono pedagogista,
mi occupo comunque di educazione e affronterò la torta da un'altra metà,
quella diciamo più pratica... come accade ad esempio, nel programma...
chi lo ha visto ha capito che a volte bastava fare due cose e il comportamento
dei bambini cambiava drasticamente, cambiava notevolmente. E' una cosa abbastanza
semplice alla fine, ma prima di dire che cosa, vediamo come funziona un bambino
e la regola nel bambino.
Questo è un aspetto importante perché spesso noi riteniamo che
i bambini piccoli crescano come geni, abbiamo perso la percezione di quella
che è la normalità dell'evoluzione di un bambino. Vuoi che ce
ne sono un po' di meno vuoi che, mancando le famiglie allargate, c'è
molto meno il confronto, o il confronto è molto limitato, quando un bambino
fa una cosa, siamo tutti meravigliati... diciamo: "guarda cosa ha detto,
guarda cosa è stato in grado di fare, guarda come ha capito subito come
funziona il videoregistratore", come se fosse improvvisamente Einstein
che fa una cosa... in realtà è una cosa normalissima per un bambino,
quindi quello che per il bambino è normale, per molti bambini del mondo
è normale, a noi sembra una cosa eccezionale, molto eccezionale, tanto
che a quel punto tendiamo ad attribuire ai bambini una competenza e un potere
di capire le cose addirittura maggiori rispetto ai nostri, cambiamo completamente
rapporto e a questo punto il bambino diventa un genio, noi iniziamo a ribaltare
quello che è il rapporto di dipendenza, ci sentiamo inadeguati rispetto
al bambino, infatti pensiamo che il bambino fa delle cose straordinarie che
noi forse non eravamo in grado di fare; non è vero, perché il
bambino fa le cose e le impara perché è una spugna.
L'altra volta abbiamo visto la parte più neurofunzionale, abbiamo visto
come evolve il linguaggio, come evolve la parte dell'udito, il linguaggio della
visione, del motorio; è una parte se volete molto più fredda,
quasi meccanica.
La parte dell'evoluzione del bambino che impara le regole non è una parte
complicatissima, è molto semplice, il bambino impara le regole che noi
gli insegniamo, chi ha un cane e ha insegnato al suo cane a far la pipì
fuori, all'aperto, glielo ha insegnato perché si è impegnato e
gli ha dato delle regole; quando dobbiamo dare delle regole a un bambino può
capitare che ad un certo punto non riusciamo più a gestire il comportamento
di rifiuto del bambino verso la regola e ci sembra di dover cedere perché
è più facile concedere al bambino la vittoria che non scontrarci
e confrontarci, non perché non siamo in grado di farlo, ma perché
a quel punto non riusciamo più a gestire la situazione; il bambino si
impunta, pesta i piedi, fa scenate, noi arriviamo da una giornata di lavoro,
non ne possiamo più, per cui è più facile cedere che non
tenere ferma la regola; e cosa facciamo? Tentiamo di spiegare al bambino quella
cosa; chi ha figli adolescenti, quindi ragazzi già grandi, si rende conto
che anche se gli spiegate perché una cosa non va bene loro chiedono:
"perché?...perché?...perché.?" Voi la regola
gliela potete spiegare in 1257 modi, non la capiscono, non la capiscono adesso,
poi la capiranno; come può capirla un bambino?
Il problema grosso secondo me, io riporto quello che vedo girando nelle scuole
materne e parlando con i genitori, il problema grosso è che pensiamo
che il bambino debba capire. Ad esempio il bambino non capisce come ci si deve
comportare al supermercato, corre in giro, non capisce, io, genitore, glielo
spiego sempre, ma lui non capisce, corre, io devo rincorrerlo per cui alla fine
lo lascio a casa, e lui non capisce, e io glielo spiego sempre.
Il bambino non è in grado di capire il significato delle regole, perché
il significato delle regole è una cosa molto alta a livello cognitivo.
Mi spiego meglio con un esempio: quando c'è il semaforo rosso non mi
dico ogni volta "il semaforo è rosso per cui io devo fermarmi",
ma "c'è il rosso e freno"; se c'è il senso unico so
che c'è, giro di lì, se c'è divieto di accesso so che non
vado di lì, non mi chiedo il perché; il ragionamento sul perché,
nessuno se lo fa al semaforo, salvo quando vedete un incidente e dite "eh
perché è passato con il rosso!". Ma quando noi rispettiamo
le regole stradali, e partiamo dalle regole stradali perché lì
abbiamo un sacco di cartelli, non ci chiediamo mai il perché, facciamo
già fatica a ricordarli quei cartelli che, quando ci sono, non ci chiediamo
il perché, li rispettiamo e basta.
Questa semplice cosa si può trasferire nell'evoluzione del bambino, perché
il bambino, come noi, non è in grado di capire il perché, nessuno
di noi ogni volta che si ferma al semaforo riflette sul perché ci si
debba fermare, perché hanno scelto il rosso, perchè il rosso è
in cima... è una convenzione: al semaforo rosso ci si ferma, punto!
Uno dei problemi che inganna tantissimo i genitori oggi è il livello
di linguaggio dei bambini, ci sono bambini che parlano subito, con un linguaggio
anche molto forbito, altri parlano un po' in ritardo, ma parlano. In ogni caso
siamo meravigliati da questo fenomeno dell'esplosione del linguaggio. Perchè
ne siamo meravigliati? Perché nessuno di noi si ricorda come noi abbiamo
fatto ad iniziare a parlare, ma abbiamo fatto le stesse identiche cose! Forse
con molti meno stimoli, perché la televisione la si guardava un po' di
meno, avevamo altre occasioni. Eppure il bambino esplode di linguaggio e questa
cosa ci meraviglia tantissimo e più ci meraviglia più pensiamo
che, ciò che il bambino dice, equivale a ciò che il bambino capisce.
Il linguaggio, il linguaggio del bambino, è un prodotto del meccanismo
uditivo del bambino, più il bambino ascolta, più il bambino prima
e meglio parla; più ascolta e più parla... sono stati fatti degli
esperimenti: si è notato per esempio che se un bambino, un neonato di
Meolo si trasferisce in Cina, sicuramente, anche se è nato a Meolo, il
cinese lo impara, però se si trasferisce in Cina dopo i tre anni, impara
il cinese, ma non benissimo perché alla nascita la corteccia uditiva
è pronta a ricevere tutti i tipi di suono. Questa capacità ad
un certo punto, verso i sette/otto mesi, inizia a scomparire, perché?
Perché gli stimoli che il bambino riceve sono alcuni, per cui il cervello
seleziona, non so, il veneto stretto e per esempio, certe capacità dei
suoni le perde. Il cinese fa la stessa cosa; se un bambino cinese nasce qua
e nessuno gli parla in cinese, lui impara il veneto e lo impara benissimo, ma
non è più in grado poi di imparare il cinese, perché certe
potenzialità vengono perse in quanto non utilizzate; ecco perché
il bilinguismo non fa male ai bambini. Noi siamo quasi tutti bilingui, perché
parliamo l'italiano e il dialetto; chi ha la mamma calabrese e il papà
veneto è bilingue, magari non parla il calabrese però lo comprende
benissimo. Il bilinguismo è una potenzialità che abbiamo tutti.
Ma il linguaggio del bambino, le frasi forbite che spesso formula, ci fanno
spesso meravigliare e pensare che significhino subito comprensione.
La comprensione cos'è? È il capire! Se il bambino parla, il bambino
capisce, tutto, e questa cosa ci disorienta tantissimo, disorienta tantissimo
i genitori, per cui a quel punto diventa difficile iniziare a imporgli la regola,
perché viene subito spontaneo pensare che deve capire, deve capire, ad
esempio, che deve dormire nel suo letto: "no, tu sei grande non vieni nel
letto della mamma e del papà devi dormire nel tuo", solitamente
seguono scenate... oppure "mangi a pasto", e lui "no", pesta
i piedi perché vuole quella cosa lì assolutamente, per il quieto
vivere uno gliela dà, convinti anche di un'altra cosa, che il bambino
abbia un concetto di tempo. Per noi 5 minuti di pianti del bambino sono già
tanti, per il bambino 5 minuti, 10 minuti, mezz'ora... fa poca differenza, per
le nostre orecchie ne fa molta, per le orecchie dei vicini, di chi abita in
appartamento, ne fa ancora di più.
Ieri, una mamma mi diceva "io so che lei ha ragione quando mi dice che
devo lasciarlo piangere fino a quando non rispetta la regola, ma io abito in
appartamento.... ha ragione, perché quando sono dai miei suoceri... lì
riesco, perché urla, urla poi lo capisce, ma è un altro ambiente...
non c'è neanche bisogno di dirgli "va a dormire nella camera che
ti è stata data"...in casa, vuole stare nel letto nostro, e se non
lo fa, dà calci alla porta, pugni alla porta e va avanti per mezz'ora,
un'ora" per cui dico io, potete resistere al massimo un quarto d'ora perché
si pensa che in quel tempo il bambino possa capire.
Molto spesso, anche a 6 anni, in prima elementare, i bambini quando sono in
auto con i genitori iniziano a ripetere le loro parole; questo non vuol dire
che hanno capito quello che stanno dicendo, fanno solo una sorte di eco, ripetono...
poi magari prendono una parola e dicono: "cosa vuol dire?"; allora
significa che non hanno capito.
Quindi il linguaggio forbito dei bambini non significa che sappiano quello che
stanno dicendo, il linguaggio forbito c'è perché gli stimoli di
linguaggio sono molti, sono tantissimi; la scuola materna è piena di
bambini e di stimoli, per cui alle volte tornano e qual è la cosa che
imparano di più? Le parolacce! ...poi chiedete ai vostri genitori e scoprite
che alla scuola materna un tempo avveniva la stessa cosa, la parolaccia è
la prima cosa che si impara.
Il problema del capire è quello che poi ci tradisce perché confondiamo
il linguaggio con il fatto che il bambino capisce tutto e a quel punto imporre
la regola è difficile.
Ad una mia collega, che fa riabilitazione, è capitato di incontrare una
mamma il cui bambino, che ha avuto un incidente stradale, è stato in
coma e doveva essere riabilitato una volta uscito dal coma, perché aveva
picchiato la testa contro il vetro; questa mamma inizia a dire: "perché
uno stupido mi ha tagliato la strada e io ho frenato e il bambino ha battuto
la testa contro il vetro, poi è andato in coma..." e la mia collega
chiede: "scusi ma dov'era il bambino?", risposta: " ah, era davanti",
"ma quanti anni aveva?" "5 anni" "ma non era nel seggiolino
dietro?" "eh no, perché non ci voleva stare" la mia collega,
che non le manda a dire: "Senta signora, non era stupido l'altro è
scema lei, non dia la colpa all'altro, perché è lei che non ha
dato una regola a suo figlio", questa si è "incazzata nera"
..."Mi scusi dove vanno i bambini piccoli?" "Dietro nel seggiolone
per motivi di sicurezza!" risposta: "ah, ma lui non voleva" "scusi...?
Non voleva? Questo è il risultato!".
Circa il discorso "seggiolini" vedi in giro in macchina bambini in
piedi in mezzo e la spiegazione è: "ah, perché lui non vuole
e si stacca la cintura, io continuo a dirglielo, ma lui si stacca la cintura";
io continuo a dirglielo ma lui si stacca la cintura?
L'esempio della macchina è un esempio lampante in cui i bambini rifiutano
le regole: il genitore continua a dire "attaccati la cintura....attaccati
la cintura....attaccati la cintura..." e il bambino la stacca, seguono
scenate finché gli si dice: "dai, lasciala staccata"... DAI,
LASCIALA STACCATA? Se voi avete una valigetta appoggiata sotto il lunotto posteriore
e frenate di colpo, la valigetta vi arriva direttamente davanti, subito; il
bambino quindi vola davanti.
Siccome non siete voi che andate in giro, ma sono gli altri che vi vengono addosso,
spesso, il problema è quello, perché io posso anche stare attento,
ma sono gli altri che mi vengono addosso... e il bambino vola; guardate che
di incidenti così ce ne sono, già che il seggiolino non sia dei
più sicuri, almeno riduco il danno, è rispettare una regola, semplice,
di sicurezza. "Deve capire che deve..." non deve capire niente! Quando
sono state rese obbligatorie le cinture di sicurezza, quanti di voi il giorno
dopo le hanno allacciate? Dovevate capire che cosa? Ci hanno imposto una regola
e l'abbiamo fatto, non perché abbiamo capito, ma perché era una
regola.
Vi racconto questa: ...a Catania, arrivavo da Ragusa e mi portavano all'aeroporto,
c'era ancora tempo, mi dicono "ti facciamo vedere Catania", ad un
certo punto i due davanti si staccano la cintura e poco dopo anche la persona
seduta dietro con me la stacca, e io li guardo con la cintura attaccata e dico
"ma cosa fate?" "ci stacchiamo la cintura" "perché?"
"perché qua a Catania nessuno usa la cintura! Se hai la cintura
vuol dire che non sei di Catania" "e cosa succede se sanno che non
sono di Catania?" ".... sai, in alcuni posti, possono seguirti in
motorino e se hai la cintura attaccata ti aprono la portiera e ti tolgono quello
che hai in mano e vanno via" infatti avevano chiuso le portiere da dentro.
La cosa è avvenuta con una naturalezza tale, ma tale, che io sono rimasto
veramente sbalordito, però quella è la regola di quel posto. Se
hai la cintura ti possono seguire in macchina, perché sanno che non sei
di lì, e in effetti, c'era la gente che circolava senza cintura e naturalmente
senza casco, perché il casco fa caldo.
Noi abbiamo messo la cintura perché c'è una regola che ci impone
di metterla, poi diventa un'abitudine o un vizio, ma nessuno fa il ragionamento...
perché la cintura ti salva la vita. Il concetto che voglio farvi passare
è che per il bambino è la stessa identica cosa, è una regola;
non c'è la comprensione! Perché non c'è la comprensione?
Perché il livello evolutivo della comprensione si sviluppa molto più
lentamente rispetto al linguaggio che il bambino riesce ad usare e quando anche,
ha capito una cosa, non riesce a richiamare l'informazione subito, come capita
a noi. Noi non richiamiamo subito l'informazione del perché una cosa
non si fa, non si fa punto e basta.
Il bambino è estremamente legato al piacere e per lui tutto ciò
che gli piace è bello, tutto ciò che gli dà piacere lo
vuole; attenzione, il principio del piacere governa il bambino, ma governa anche
noi adulti; sopportiamo anche noi delle cose che non ci piacciono della vita,
però se possiamo fare delle cose che ci piacciono, ce le teniamo strette
perché il principio del piacere è proprio dell'uomo. Nel bambino
il principio del piacere è molto, molto presente.
Il bambino è egocentrico, il bambino fa solo ciò che gli dà
piacere e, pur di ottenere ciò che gli dà piacere, è disposto
a qualsiasi cosa: piange, batte i piedi, urla, strepita e cosa fa, quando ad
esempio va in esplorazione e c'è la presa di corrente, cosa fa? Non sa
cos'è la corrente, gli si dice "puoi prendere la corrente!",
ma chi di voi ha mai visto la corrente nel filo? posso vedere l'acqua nel tubo,
la corrente io non l'ho mai vista, non so com'è, posso vedere delle scintille,
ma non l'ho mai vista la corrente, è invisibile, non l'ho mai vista io
adulto, e allora come faccio a dire a un bambino puoi prendere la corrente?
A quel punto il nostro tono diventa importante per il bambino: non si fa così
(tono molto tranquillo), non si mettono le dita nella presa (tono molto affettuoso,
molto accondiscendente).
Il bambino non comprende a quel livello, quando gattona e esplora, il significato
della parola NO, coglie solo il tono e la mimica, attenzione il TONO, e la MIMICA,
avete presente quando si dice: "gli ho dato un'occhiataccia e ha capito":
la mimica. La prima cosa che un bambino impara a guardare è proprio la
faccia, se io prendo un tondo con tre buchi, da molto piccolo, il bambino lo
identifica con una sorta di pseudo-faccia perché sembra che noi geneticamente
abbiamo questa predisposizione per il viso, ma il viso poi esprime una mimica.
La risposta del bambino al nostro sorriso da dove viene? avete presente quando
uno sbadiglia e sbadigliamo tutti, è la stessa cosa, da adulti lo sbadiglio
è, come possiamo dire...contagioso, ma è contagioso di riflesso,
come il sorriso è contagioso di riflesso. Il bambino all'inizio ride
per riflesso, non perché è divertente la cosa, vede sorridere
e sorride, questo ci dice che è molto attento alla mimica della faccia.
Quando un genitore o una maestra richiama il bambino e usa un tono dolce caldo
affettuoso su una cosa che richiama al pericolo, il bambino cosa capisce? Questa
è una cosa che si può fare.
Quando io impedisco al bambino di fare una cosa, non è che il bambino
la prima volta l'ha capito, perché non è in grado di capirlo,
deve sapere che quella cosa non si fa, punto...non perché!
Glielo posso anche spiegare, ma non è in grado ancora di capire che non
si mettono le dita nella presa, che non si butta la bottiglia di vetro per terra,
che non si tocca il fuoco perché il fuoco scotta.
A questo proposito mi ha sempre colpito un mio amico che mi raccontava di una
mamma molto rigida che è riuscita ad allevare tre figli avendo in sala
un carrello pieno di Swarovski, ha allevato tre figli con un carrello in sala
pieno di Swarovski, lì siamo all'eccesso... eppure la lettura qual era:
l'ha fatto! però, per carità, i bambini non è che siano
i bambini più felice del mondo... ci sono degli estremi che diventano
problematici. A proposito degli estremi che diventano problematici, in una conferenza
analoga verso Lodi, la suora della scuola materna ad un certo punto mi fa: "Guarda
che in realtà il mio problema è che io ho due genitori, che saranno
presenti di sicuro, che sono di una rigidità estrema verso i bambini,
e i bambini sono molto inibiti", per cui, attenzione, nel mio discorso
posso sembrare estremo, ma sono estremo per chi è mollo mollo, per chi
è già estremo bisogna fare un passo indietro.... faccio questo
riferimento perché dopo uno tende ad essere estremo su tutto: "non
far questo, non fare quell'altro, non fare quell'altro ancora..."
Il discorso della presa di corrente e del NO è riferito al fatto che
la prima cosa che il bambino è in grado di recepire è il NO, non
il Sì, paradossalmente è il NO, prima capisce e comprende il NO,
se detto con tono deciso e mimica e non urlato. Tenete conto che più
urlate e più il bambino dà i numeri, più urlate e meno
il bambino comprende perché il suo livello cognitivo fino a 4/5 anni
non è in grado reggere grosse frequenze. Considerate che il bambino dalla
nascita migliora fino a reggere suoni sempre più forti, anche come voce,
però più la voce è forte (soprattutto nei primi due, tre
anni), meno il bambino ascolta, perché succede un effetto che si chiama
effetto "re bournd"cioè di rimbombo e in quel momento, nel
momento in cui rimbomba, non è più in grado di ascoltare.
Ecco un modo che io vi suggerisco per sgridare, per esercitarsi a sgridare i
bambini: se siete in chiesa e dovete sgridarlo, come fate? (Sottovoce): "ti
ho detto di stare fermo", in pochissimi secondi, con una mimica "cattiva"
e sottovoce... è un sistema molto efficace, breve e conciso.
Le regole, il bambino le impara prima di tutto rispetto al pericolo, è
la prima cosa che impara. Io ho visto mamme inseguire i bambini per casa, seguirli
dicendo "no, non si fa questo, no questo no, no non toccare, no, no non
fare, no..." Allora cosa succede? Il maratoneta, il bambino che scappa
da una parte all'altra.
Il bambino costruisce un comportamento sul nostro atteggiamento.
Poi a casa di un'amica succede che gli si dice: "no" e lui non lo
fa, "no" e non lo fa, "ma come hai fatto?" Non è
che esiste la ricetta, esiste la regola!
L'ho già detto ma lo ridico, una mia collega medico sostiene che lei,
nei reparti di ostetricia, quando nasce un neonato, vorrebbe regalare a tutte
le mamme, lo dice lei che è medico, il manuale : "Come addestrare
il vostro cane" perché chi ha un cane in casa lo addestra in tutto,
banalmente c'è una traccia che è comune. La regola è: addestramento,
non comprensione.
Noi siamo stati addestrati al semaforo rosso, ci siamo addestrati a mettere
la cintura, a forza di metterla, tanto che se ci manca diciamo "ah, mi
manca la cintura....", ci si accorge subito.
È un addestramento alle regole, soprattutto alle regole del pericolo,
quando si dice "...ah, il bambino non ha il senso del pericolo", "come
non ha il senso del pericolo?", è che ha capito che tanto non viene
mai fermato e si adegua al comportamento dell'adulto. Non solo, lo fa con tutti
gli adulti, perché poi inizia a generalizzare, si comporta allo stesso
modo, però se capita sotto le grinfie di un parente non ben disposto
e quando andate a prenderlo chiedete: "com'è stato?" "bravissimo
tutto il giorno, neanche sapevo di averlo", per forza l'adulto lo ha incollato
al muro subito e il bambino ha capito chi è che comanda.
Nel comportamento cosiddetto a inseguimento, il bambino non è che ha
imparato oggi a fare quella cosa, è una cosa che è maturata per
cui lui si è adeguato, ha creato un comportamento rispetto a ciò
che gli veniva dato, per cui ha visto che è un bel gioco correre facendosi
inseguire da un genitore, quando poi il genitore perde la pazienza la risposta
del bambino è spropositata, e il pianto è forse la cosa di un
bambino che manda in crisi di più.
Tutti gli adulti, oggi come oggi, vanno in crisi per il pianto del bambino,
tutti.
Non siamo in grado di tollerarlo perché attribuiamo subito al pianto
una forma di sofferenza.
Esistono 5/6 tipi di pianto del bambino, l'unico pianto che deve veramente preoccuparci
è quando il bambino è disperato o sta male, il pianto del dolore,
altri pianti possono essere di mancanza della mamma o di capriccio, cioè
quello della sirena, e comunque siamo ugualmente poco inclini a tollerarli.
"Il pianto della sirena" è un'esplosione neurologica del bambino,
è il primo atto che il bambino esprime quando è stanco, se un
bambino piange vuol dire che è sano.
La prima cosa che chiedo: "ha pianto subito?", "sì, bene,
allora so che è sano".
Per cui il pianto non è una cosa negativa, il pianto è una cosa
positiva perché è l'elemento fondamentale, è uno degli
elementi fondamentali nella valutazione che durante il parto è andato
tutto bene. "Ha pianto subito?", "Ha pianto, non subito, c'è
voluto un po'; l'hanno intubato, poi il giorno dopo ha pianto", non c'è
stata subito questa risposta vitale. Vi dico questo per farvi capire che il
pianto del bambino non è sempre una cosa negativa, di sofferenza, per
cui un bambino poi viene segnato per tutta la vita perché sta piangendo
per 5 minuti; ci sono 365 giorni all'anno, non sono 10 minuti di pianto che
stravolgono la psicologia di un bambino, la sua personalità, siamo noi
che attribuiamo al pianto una disperazione senza fine.
Il bambino sa che in quel modo, non avendo ottenuto ciò che vuole, piangendo,
prima o dopo qualcuno cede perché: la nonna cede, il nonno cede, la mamma
cede, il papà ogni tanto cede...a questo punto piango, ma io ho fatto
un ragionamento, il bambino non fa il ragionamento perché? Perché
la parte, chiamiamola emotiva, primitiva è scollegatissima da quella
cognitiva.
Andate in un negozio, il negozio è vuoto, il bambino sa che voi il dolcettino
non glielo date, per cui inutile neanche che lo chieda. Andate in un negozio
e ci sono 3 persone, il bambino pianta i piedi, fa una scenata che non finisce
più, vi sentite in colpa perché tutti vi guardano "come è
cattiva quella mamma"...a quel punto voi dite: "guarda come è
complesso mio figlio!", non è vero, non è un ragionamento
che ha fatto il bambino per quanto possa sembrare strano, non ha messo in atto
una strategia, ha fatto una cosa molto elementare, molto primitiva, di stimolo
e di risposta. Il bambino sa che quando c'è gente voi cedete prima, lo
sa, l'ha fatto, l'ha già fatto e lo ripropone, ma senza fare questa grossa
pensata sotto, siamo noi che gli attribuiamo un pensiero così sofisticato
e strategico; quel pensiero strategico ce l'hanno i ragazzini più smaliziati,
cioè verso le elementari che dicono: "ah...faccio così...
eccetera", da piccolini non ce l'hanno.
Chi ha visto alcuni pezzettini di "S.O.S. Tata", ha visto alcuni bambini
e ha detto: "Oddio quei bambini come sono tremendi!", in realtà
qualcuno poi ha riconosciuto l'atteggiamento dei figli di qualche parente, di
sicuro... in realtà, certi comportamenti, sono molto più diffusi
di quanto ci si possa immaginare, ma non sono il prodotto che è nato
una mattina perché il bambino si è svegliato e ha detto "adesso
faccio il diavolo a quattro"... c'è stato un processo di ascesa
e spesso, a quel punto, subentra il senso di colpa del genitore che si preoccupa:
"ho troppo poco tempo".
Questa è una grossissima "sciocchezza" che ci portiamo dietro,
una volta i genitori dovevano lavorare per mandare avanti la famiglia, non avevano
tempo per stare con i figli, questo senso di colpa è il risultato della
nostra cultura occidentale, di questo periodo storico, ci sentiamo in colpa
perché non restiamo con i nostri figli e nel poco tempo che ci stiamo
gli concediamo tutto perché avvertiamo il senso di colpa (sto facendo
lo psicologo anche se non è il mio lavoro). Il bambino non ha bisogno
di timbrare il cartellino dei genitori, il genitore vive nella testa del bambino
anche se non è lì. Non ho mai visto un genitore andare alla scuola
materna a prendere suo figlio e il bambino dire: "chi è mia madre?"
Uno dei giochi che faceva uno psicologo che si chiamava Piaget per capire come
funzionavano i bambini, era la conservazione dell'oggetto: il gesso lo nascondo
e l'oggetto non c'è più davanti agli occhi del neonato, lui non
va alla ricerca dell'oggetto, sa che è sotto, è la prima cosa
che impara, per cui anche se il papà non c'è, il bambino sa che
c'è.
Io ho visto papà fare i papà per telefono perché erano
via per lavoro e non è che sono stati papà più disgraziati
di quelli che erano a casa tutte le sere. Importante è come esercito
la mia presenza, non per quanto tempo.
Se oggi tutti e due i genitori non lavorano, non si arriva alla fine del mese.
Se uno vuole godersi il principio del piacere sa che deve avere due soldi in
più, più soldi entrano meglio si va, questo vuol dire togliere
tempo. Ma non è che togliendo la quantità ho tolto la qualità,
anche perché i bambini quando ci siamo noi che cosa fanno? "giocano",
i bambini, fanno gli "affari loro", sanno cosa fare, giocano. Non
è che se c'è il genitore passano ore e ore a giocare con lui,
i bambini da soli giocano, si organizzano. Credi di compensare il tempo concedendo,
concedendo, concedendo.
Se io concedo, concedo, sì fai quello che vuoi, perché sai sono
mancato un poco, però adesso divento buono... divento bravo perché
ti faccio fare quello che vuoi...ad un certo punto questo meccanismo si ritorce
contro, ogni tanto tento di fare il cattivo, ma il bambino non riesce più
ad adeguarsi perché ha sempre ottenuto.
Mi viene in mente: papà che torna, arrivano due bambini "cosa ci
hai portato?", neanche salutano, "cosa ci hai portato?", "ti
ho portato questo, ti ho portato quest'altro..." e loro prendono e vanno
via. "Eh, sai io sono sempre via", "potevi stare via ancora,
mica si sono accorti che manchi, sei importante solo perché gli hai portato
qualcosa". Provate a fare l'elenco, in euro, in una riga, dei giochi che
avete comperato e hanno regalato a vostro figlio e fate il totale, ed ora evidenziate
i giochi con cui il bambino ha giocato per più di una settimana di fila.
Con i soldi che c'erano in questa colonna le Maldive erano il minimo, davvero!
Veramente. Non è uno scherzo, fate il conto con la calcolatrice....vi
viene il senso di colpa grande come una casa, e i bambini non ci hanno giocato
per di più di due minuti.
Poi nella colonna di qua trovate: cassetta delle mele, scatola di cartone del
computer, scatola di imballaggio del televisore, polistirolo, cioè le
cose che non costavano niente perché se andavate al mercato o al supermercato
o in un magazzino ve le tiravano dietro. Nell'altra colonna ci sono cose assolutamente
inutili, con le quali il bambino non gioca perché il gioco, gioca già
da solo.
Il bambino impara la regola se il genitore non cede. Una delle regole principali,
spesso non rispettata, riguarda l'ora in cui i bambini vanno a dormire e il
luogo dove si coricano. Se i bambini dormono nel letto dei genitori alla fine
questo comportamento diventa anche un segnale chiaro da parte di un partner
all'altro "stasera niente..." Molti genitori, pur consapevoli che
i bambini devono dormire nel loro letto, non riescono a respingere i tentativi
dei figli di entrare nella loro camera e per contenere le ripetute insistenze
si addormentano vicino ai bambini, poi si svegliano e tornano nel loro letto
seguiti poco dopo dal piccolo che, una volta svegliatosi, cerca il genitore
nel "lettone"... oppure il genitore fa addormentare il figlio nel
letto dei genitori e poi lo porta nella sua cameretta, ma quando il bambino
si sveglia protesta, piange e si dispera...
La regola fondamentale è: tu dormi lì sempre e da subito. Ti concedo
la domenica mattina quando puoi venire a svegliarmi oppure quando sei particolarmente
spaventato... ma solo quella volta! Sicuramente se cedete la seconda sera i
bambini sono lì, e anche la terza sera e la quarta e poi non si riesce
più a tornare indietro: IL COSTO E' IMPUNTARSI.
Parlando di cibo: "mio figlio mangia poco" dice la mamma di un ragazzino,
mangia poco? Poi si scopre che il bambino non mangia a pasto, ma mangia fuori:
la brioche, una cosa, un'altra e guai se non gliela dai perché batte
i piedi, pesta e la mamma conclude: "pur che mangi..."
C'è stato un periodo, durante l'ultima guerra, in cui la gente veramente
pativa la fame, successivamente si è entrati in una fase di abbondanza
in cui tutti gli adulti, in particolare i più anziani, insistevano per
dar da mangiare ai bambini. L'origine di questo atteggiamento è quindi
culturale e si collega alle sofferenze legate alla mancanza di cibo che, in
chi le ha vissute, suscitano il desiderio di rimpinzare soprattutto i bambini.
Nessun bambino è mai morto di fame in Italia, a meno che, deliberatamente,
non gli si dia da mangiare, tutti i bambini si auto-regolano nel loro rapporto
con il cibo, ovviamente se sono ghiotti di un alimento tendono a volerlo. I
bambini a cui, fin da piccoli, non sono stati dati cibi dolci, miele, zucchero
sul ciuccio tendono, quando diventano grandi, a non amare molto i dolci, perché
il gusto dolce non è stato usato come rinforzo. Attenzione, non che lo
zucchero non sia utile ma c'è quasi dappertutto... i medici screditano
zucchero e miele perchè rischiano di danneggiare i denti. Ci sono bambini
che hanno i denti da latte cariati, quelli che crescono sotto sono già
cariati da eccesso di zucchero. Quindi i bambini che hanno mangiato poco zucchero
da piccoli, tendono a non volere i dolci, non sono amanti dei dolci, quelli
che da piccoli hanno mangiato tanti zuccheri, dovevano mangiare a tutti i costi
zuccheri, hanno appreso il meccanismo del dovere mangiare a tutti i costi; il
dover mangiare a tutti i costi mi insegna anche il senso di fame: io ho sempre
fame e continuo a mangiare. Il bambino si regola, se non ha fame non mangia,
quando ha fame mangia ma, attenzione, anche a voi sarà capitato di mangiare
mezzo panino prima di pranzo e poi di non avere più fame una volta seduti
a tavola... per i bambini è la stessa cosa: a volte per un bambino è
sufficiente un boccone di pane prima del pasto per sentirsi sazio, magari, dopo
cena, ha una fame nera e allora cosa fa il genitore? Si sente in colpa perché
il figlio ha fame e gli consente allora di mangiare quello che più gli
piace ovvero merendine, brioche...
Chi lavora nelle ditte di succhi di frutta, non beve i succhi di frutta, perché?
Chiedete a qualcuno che lavora in fabbrica di cosa sono fatti... Parlando di
cibo vorrei ricordare una bellissima pubblicità, della VICS VAPORUM,
che usa come slogan: "LA MIGLIOR DIFESA E' L'ATTACCO", propone un
bambino che, al supermercato, vuole un pacco enorme di caramelle, lo prende,
guarda la mamma, la mamma lo guarda, lei gli dice "mettilo giù!"
lui allora lo sbatte in terra, si butta in terra e fa "Uehh (piange)",
la mamma lo guarda, la mamma si butta in terra e inizia a dire "UEHHHH"
poi si alza e fa il broncio. Il bambino rimane lì a guardare la mamma
in terra che urla, si ferma e la mamma gli fa il gesto "metti a posto"
e lui mette a posto, va lì dalla mamma e le fa "LA MIGLIOR DIFESA
E' L'ATTACCO" ; stupenda, peccato che l'hanno rovinata con il farmaco...
io però ho preso quel pezzettino lì e vi assicuro che è
eccezionale. Il bambino vuole quella cosa, spetta a me decidere ciò che
può e ciò che non può fare. Il bambino cicciotello che
non mangia mai come fa ad essere diventato cicciotello? Non fa colazione. Attenzione
se voi uscite a cena questa sera domani mattina non avete fame. Noi poi per
abitudine mangiamo poco, molti bambini fanno una colazione ricca di zuccheri
e alle 9:30 qualcuno di loro comincia a dare i numeri, gli zuccheri vanno subito
in circolo, poi crollano e succede che i bambini abbiano una fame nera... succede
anche a noi. Ci sono bambini che diventano isterici a certi orari, anche a scuola,
e diventano ingestibili nel momento in cui sono in crisi ipoglicemica perché
hanno fame, hanno bisogno di zuccheri, perché hanno avuto un picco e
poi un crollo immediato e allora tendono ad inghiottire qualsiasi cosa capiti,
poi a tavola non mangiano e sono grassi.... E quando diciamo si deve mangiare
regolamentare significa che si mangia a pasto.
Altro esempio: bambina che non mangia a mezzogiorno, non mangia a cena, ma mangiucchia
costantemente, dobbiamo tenere in considerazione che il bambino che prende mezzo
biscotto lo mette in bocca e va via non è un "marcantonio"
di 180 cm... un conto è un "tappettino" di un metro, un conto
è uno di 80 Kg. Che non si sazia certo con un biscottino!
Il rapporto con il cibo si deve regolamentare: il bambino mangia a pasto e mangia
quello che si sente. Circa il fatto che i bambini non mangiano tutto perché
selezionano i gusti, noi facciamo un errore grossolano quando iniziamo a svezzarli
e cominciamo a dargli le pappine dove c'è dentro di tutto, così
il bambino si nutre in modo completo, da un certo punto di vista è giusto,
ma voi avete mai provato a prendere ad esempio un secondo piatto, carne, insalata
e patate, sminuzzarlo e mescolarlo tutto insieme? non ha più il sapore
né di carne, né di patate, né di verdura.
Il bambino, come tutti gli esseri umani, va allenato al gusto, se io mangio,
assaggio un pezzettino di quella cosa, di quel sapore, memorizzo il sapore.
Attenzione, noi abbiamo un meccanismo di difesa umano, probabilmente è
antichissimo, che ci permette di distinguere ciò che è commestibile
da ciò che comunque è velenoso. Se noi aiutiamo il bambino a sentire
un sapore al giorno, un giorno la carota, un altro il finocchio, ecc., anche
se mangia poco, inizia a memorizzare i gusti.
Per imparare il "gusto" se io prendo di una "cosa" un cucchiaino
tutti i giorni, o 2-3 volte al giorno un pezzettino, lo memorizzo, mi formo
dei gusti per cui le cose che hanno un gusto che ad altri non piace a me piacciono
tantissimo, perché il mio cervello è allenato a percepirlo.
Nel bambino funziona la stessa cosa: "ah, che schifo non mi piace...",
un pezzettino lo mangia, un pezzettino oggi, un pezzettino domani e memorizza
il gusto, perché questo è il problema "memorizzare il gusto"
ovvero il bambino non è stato allenato a percepire quel gusto... negli
omogeneizzati a volte non percepisci il gusto, è troppo mescolato, selezionare
i gusti permette al bambino di imparare i gusti... ma non di "imparare
la fame", quella o ce l'ha o non ce l'ha.
Se io mangio e poi vado a letto, il giorno dopo rischio di non far colazione
perché è in corso ancora la digestione della cena. I bambini dovrebbero
poter mangiare, avere poi due ore a disposizione e andare a letto, senza mangiare
cose fuori pasto. Non è una violenza, è educazione alimentare.
Se andiamo indietro nel tempo a quando si andava in panetteria, io ricordo che
c'era la girella, la fiesta, non ricordo molti tipi diversi di brioche o intermezzi....oggi
c'è un'invasione.
Questo avviene non perché la Nestlè voglia molto bene ai nostri
figli, ma perchè vuole molto bene al suo portafoglio. Se non ci sono
merendine in giro, non si cercano, e si può tornare al vecchio pane,
burro, zucchero, pane, burro e marmellata, o alla frutta. Quando hai fame mangi
questi alimenti, fuori da questi no, altrimenti non c'è la regolazione
del cibo. Tanti bambini già sentendo l'odore del cibo hanno la nausea,
ma è perché sono già sazi! E nasce allora un problema alimentare,
i disturbi alimentari ce li siamo inventati noi. Colazione, metà mattina,
pranzo, merenda, cena e a letto, qualcuno ha il rituale del latte prima di andare
a letto, o altre cose prima di andare a letto... basta, in mezzo nessun altro
cibo perché altrimenti salti il momento del pasto. Quando un bambino
mangia poco tante volte, la bocca dello stomaco si chiude. Se per un periodo
si mangia poco a cena il senso di sazietà si altera... uno ha fame, ha
fame, ha fame, ma poi mangia poco perché la bocca dello stomaco si chiude,
se uno mangia tanto la bocca dello stomaco si allarga, per cui poi non posso
dire ad un bambino che mangi subito tutto senza che faccia delle scenate tremende.
Con il cibo abbiamo lo stare a tavola e i rumori di fondo... a tavola vuol dire
stare a tavola davanti alla televisione per un gran numero di persone, non solo,
arrivi a casa, cosa fai? Accendi la televisione e vai in cucina a far da mangiare
con il rumore di fondo. Si è a tavola con la televisione accesa, non
è stare a tavola, è stare con la televisione accesa.
Quando un bambino è stanco prende e va via e, scena che qualcuno ha gia
visto, la mamma lo insegue con la forchetta in mano pensando "oddio muore
di fame", poi se non lo fa la mamma lo fa la nonna, per cui è meglio
che lo faccia la mamma, perché se lo fa la nonna è ancora peggio.
Io a gennaio, per 3 settimane, faccio scuola di sci con una mia collega a bambini
disabili. Ce ne sono 35 ogni settimana ad Asiago, bambini disabili con problemi
comportamentali, non ce n'è uno che si alzi dal tavolo fino a quando
non si è finito. Tenete conto che è venuta una famiglia di ristoratori
a vedere... con un bambino disabile... a vedere cosa facevano i maestri di sci
etc....
Hanno mangiato così... guardandosi intorno con i loro figli in giro,
allora beccati i loro figli per l'orecchio e messi seduti, gli hanno fatto una
scena, ma i figli hanno provato ad alzarsi ancora, presi e messi seduti e "guai
se vi muovete!"... è seguita una scena di implorazione verso i genitori
e tirate di orecchie ai genitori se non facevano star seduti i loro figli...
alla fine hanno detto: "noi abbiamo un ristorante, non abbiamo mai visto
35 bambini seduti ai loro posti, i bambini con i loro fratelli"...perché
la regola in quella sala è che nessuno si alza finché non ha finito
il suo tavolo, PUNTO. E guai a chi si alza, nessuno si alza.
Ci sono stati genitori che con i bambini sani, dopo quella settimana, hanno
ripreso ad andare in pizzeria perché, prima, quando ci andavano passavano
il tempo in pizzeria ad inseguire i bambini. Non è una cosa da capire,
anche lo stare a tavola, lo fai PUNTO E BASTA.
Quando hai finito di piangere e di frignare mangi, altrimenti stai qui seduto
punto e basta, il bambino cosa fa? Ne fa di tutti i colori, salta, si dimena,
si tira su, se uno non è abbastanza stanco dal lavoro vince, ma non la
vince la prima sera, vince dopo la seconda o dopo la quarta, dopo la quinta,
ma prima della fine della settimana la vince perché la regola è
chiara.
Ma come deve essere una regola? Deve essere chiara, precisa, univoca.
UNIVOCA cosa vuol dire? Che non deve essere una cosa fraintendibile, questa
cosa non si fa, punto.
CHIARA e PRECISA: deve essere definita, non deve essere lunghissima, non deve
essere una cosa che ci vuole "una laurea" per capirla
Univoca significa che non deve essere ambigua, perché a quel punto non
è più una regola. Quando inizia ad essere chiara, precisa, univoca
la situazione diventa facile per noi, anche se è difficile per il bambino
all'inizio accettare quella regola di comportamento. L'atteggiamento del bambino
sarà sempre quello di tentare di infrangerla, per vedere se ogni tanto
qualcuno ha cambiato idea.
Ma quando le regole proprio il bambino non le impara?
C'è un meccanismo per cui il bambino anche se io indico una regola non
la impara ed è questo, sapete com'è la regola del gioco d'azzardo?
Il gioco d'azzardo funziona che io gioco la prima volta e vinco, gioco la seconda
e vinco, la terza perdo, perdo, perdo, vinco e poi perdo, perdo, perdo, perdo,
perdo, vinco, poi vinco, vinco, poi perdo per una serie di volte, poi vinco,
perdo e vinco, perdo, perdo, perdo, perdo, vinco, vinco.
Come fa il pescatore in rapporto al tempo che impiega per tirar fuori dall'acqua
un pesce: può tirar fuori 5 pesci in 10 minuti, può tirar fuori
5 pesci in un mese, eppure è lì, prima o dopo il pesce arriva,
ogni tanto abbocca. Per cui uno dice: "cosa ti fa stare lì ore,
ore, ore?" Per me il gusto c'è, il bello è nei tempi, a volte
arrivo a casa con tanto, a volte arrivo a casa con poco, a volte con niente,
però continuo ad andare.
Questo è il meccanismo del gioco d'azzardo, ti basta vincere ogni tanto
per poi essere completamente preso, per cui tu continui a puntare anche se perdi
e sai che sono gli altri che vincono. Tu fai il conto dei soldi che hai portato
e sai che hanno vinto gli altri, ti saresti fatto la villa nuova, preso la barca,
ma hanno vinto gli altri. Tu hai vinto ogni tanto, pochino, hai perso un sacco
di volte. Il principio del piacere è predominante rispetto alle sconfitte.
Se il bambino scopre che vince e ogni tanto perde, ogni tanto vince e ogni tanto
perde, per un po' di volte, perché ogni tanto tengo duro e ogni tanto
cedo... è FINITA.
State tranquilli che non ve ne disfate più per un periodo lunghissimo
perché subentra questo meccanismo, subentra negli adulti per cui anche
se razionalizzi ti comporti secondo il principio del piacere. Figuratevi nel
bambino. Questo è per il gioco d'azzardo. Tenete conto che nelle tecniche
di addestramento di un cane, questa è una delle tecniche usate.
All'inizio il cane fa una cosa, gli do un premio, il cane fa una cosa e gli
do un premio, però non posso sempre dargli un premio perché voglio
che il cane faccia quella cosa. Allora iniziamo a fare che ogni tanto ti premio,
alcune volte no. Un po' ti premio e un po' no. Un po' sì e un po' no,
a caso. Il cane, quella cosa lì la farà sempre in attesa del premio,
morirà convinto che prima o dopo il premio arrivi, perché è
stato addestrato ad una casualità, è una tecnica.
Noi abbiamo molti bambini che, quando scoprono che ogni tanto vincono, prolungano
le loro scene all'inverosimile fino ad arrivare, come dicono alcuni genitori
morti stremati, a dormire, morti stremati, sudati...
A quel punto, la volta dopo, quando succede, voi avete in mente che grande sofferenza
sia quella roba là rispetto al mangiare la caramella, e dite "ma
sì mangia la caramella", però sapete che non può mangiare
caramelle tutto il giorno, è anche vero che per una caramella uno non
può fare una scena cinese! Se subentra questo meccanismo è difficilissimo
poi tornare indietro ed è un meccanismo che non è razionale, è
molto profondo nel cervello di un bambino e non ti permette di uscire, non ce
la fai più.
L'adolescente quando infrange la regola o tenta di dire: perché? perché?
questo perché non ha un significato, ha solo il desiderio di fare quella
cosa, di poter tornare tardi la sera, di poter fare questa cosa: "voglio
andare in pizzeria da solo, i miei amici sì e io no?" tu gli puoi
spiegare benissimo 20.000 perché, il tuo perché gli entra da una
parte e gli esce dall'altra. La regola è quella contro cui lui si scontra,
E' NO PUNTO E BASTA. Non è no perché, e non tento neanche di convincerlo,
tempo perso, è no punto e basta. Quando lo capirà? Ad un certo
punto, più avanti.
Ci sono bambini, mi è venuto in mente prima, che a casa tentano comunque
di fare quello che vogliono pur avendo genitori che seguono delle regole e che
hanno a volte l'impressione di non ottenere molto, in realtà poi, gli
stessi genitori, rimangono meravigliati perché a scuola la maestra della
materna dice: "suo figlio si comporta bene, è adeguato".
Questo risultato ricade fuori casa, il bambino che impara che dagli adulti ha
tutto, ritiene che tutti gli adulti devono dargli tutto. Il famoso bambino viziato,
piange, dalla maestra deve avere tutto, perché la maestra è un
adulto, la zia è un adulto, lo zio è un adulto e quando impara
che tutti gli adulti gli devono dare, a questo punto percepisce ancora meno
l'autorità degli altri. Per cui anche la maestra alla materna diventa
quella che deve dargli. "Perché tu devi darmi".
A questo punto i bambini entrano in un circolo vizioso e fanno molta fatica
ad accontentarsi e non è che accontentarli li placa, li fa rilanciare,
sempre di più. Rilanciano! Il bambino ha bisogno di avere dei limiti.
I bambini che vengono accontentati in tutto ad un certo punto rilanciano sempre
di più, sempre di più, sempre di più, non c'è niente
che li sazi. Ma non solo con i genitori, questa cosa si verifica anche con gli
altri e hanno in realtà un bisogno spasmodico di avere dei limiti. Il
bisogno spasmodico di avere dei limiti viene dal fatto che loro non sono in
grado di capire, sono solo in grado di volere, per il momento, non di capire,
e questa cosa rischia poi, nel tempo, di compromettere i rapporti sociali.
Ieri, per esempio, parlando con le maestre, parlavamo dei bambini che hanno
famiglie tranquille, molto adeguate ecc.. ma non hanno il rispetto, non tanto
della regola prima di tutto, ma dell'adulto che dà la regola, perché?
Perché tentano, attenzione eh, tentano, di far valere anche con quell'adulto
il principio del piacere. Fanno il gioco da bambini "io voglio".
Faccio un esempio: il bambino che da piccolino inizia a dire alla mamma "brutta
cattiva" dandole una botta e la mamma ride, "brutta cattiva"
e il papà ride, "brutta cattiva" PAM! e tutti ridono e ridono
sempre, quando ha tre anni può essere definito "violento" da
altri adulti. "Guardi che suo figlio è violento!", "Mio
figlio violento? Mio figlio gioca!, Sì ha menato un po' di bambini, ha
menato anche me!". Ma perché? Non perché è violento,
perché il bambino ha creato un bel gioco di cui tutti hanno riso. E'
una fase che tutti i bambini hanno quella di picchiare sulla faccia, ci sono
bambini che la smettono subito, altri che continuano per parecchio.
Perché mi picchia? Perché è piccolino... se avesse avuto
18 anni ti avrebbe dato un "cartone" e questa cosa, banalmente, non
la riconosci e ti dici: "che strano non è mai stato un bambino violento",
il bambino non vive in una situazione familiare difficile, è una famiglia
tranquilla la sua e lui "mena", attenzione "mena" perché
è un bel gioco.
La prima esperienza sociale di un bambino spesso viene vissuta nella scuola
materna, le esperienze sociali di un bambino infatti sono molto ridotte, ad
eccezione che per qualcuno. Quando i bambini si trovano a confrontarsi con altri,
alcuni di loro, si "menano" e si misurano, qualcuno va oltre, lo fa
anche con l'adulto, morsica, morsica uno, morsica quell'altro ecc...
Nel caso in cui l'adulto rida - e guardate che adulti che ridono ce ne sono
-, i bambini fanno: "o che bel gioco" e vanno avanti a mordere, e
quello piange e l'adulto ride, guarda che segni mi ha lasciato... poi quando
morsica gli altri bambini è perché continua il gioco.
Ma la cosa più difficile è quando anche la maestra è un
adulto che mi deve dare... allora vi racconto di un bambino che ha incontrato
una mia collega. Il bambino arriva con la mamma che si presenta e dice per prima
cosa :"io sono laureata alla Bocconi (..già è una cosa che
ti fa cadere gambe braccia e tutto..), sono venuta da lei perché le maestre
mi hanno detto che mio figlio ha un po' di problemi, per me non è vero,
va in psicoterapia da quando aveva 2 anni, perché io sono svenuta una
volta in casa e i miei genitori si sono spaventati e secondo me lui è
rimasto traumatizzato".
La mia collega le ha detto: "mi scusi, ci sono bambini i cui genitori sono
morti di una grave malattia e non sono mica rimasti traumatizzati, sono andati
avanti a fare la loro vita, per cui se lei è svenuta guardi che...ecc...".
Questo bambino, 6 anni, fa alla mamma: "cretina, non devi parlare delle
mie cose con gli altri", molto grande per un bambino, e ad un certo punto
le dice: "perché le mie maestre sono stupide", e lei "guarda
che stupide non si dice, alle maestre si porta rispetto" e lui "vedi,
anche lei non capisce, mi tratta male, sono loro che non capiscono..."
Quello va preso così: "Ciccio, comportati bene perché guarda
che qua comando io!"; è una pantomima... la maestra "non capiva"
e il bambino continua "andiamo via, io non voglio restare qui..."
e la mamma "sì, dai che andiamo", la mia collega dice: "adesso
lei si siede lì e non si alza fino a quando io non ho finito".
Con i ragazzini è così, praticamente le maestre avevano fatto
capire alla mamma che il ragazzino, intelligentissimo e bravissimo, è
ingestibile in classe ed ha sempre da dire su quello che dice la maestra.
E' stato allevato così e quello è il risultato, è un caso
estremo in cui il bambino ribatte alle maestre, "la maestra non può
permettersi di..." perché è la maestra che non sa; succede
che il bambino arriva a scuola e la maestra lo rimprovera e il bambino dice:
"tu non puoi rimproverarmi, perché la mia mamma non vuole".
C'è il bambino che può provare questa carta, ma a volte c'è
il bambino che lo dice con cognizione di causa, perché si sente spalleggiato
dalla mamma. Tenete conto che per le maestre non è semplice dire: "guardi
che suo figlio è in difficoltà" e spesso anche la maestra
non sa bene come aiutarlo, ma quando il bambino in difficoltà inizia
ad avere problemi di comportamento è un'altra cosa. A quel punto il genitore,
se inizia a spalleggiare il bambino, perché lo spalleggia? Perché
lo protegge, perché il bambino che va male fa star male anche te, però
la maestra che si sente dire così, non ha armi, né autorità
verso il bambino, né per quanto riguarda l'insegnamento, né per
la gestione dei rapporti, come fa a dirgli: "Guardi che suo figlio ha difficoltà
a livello scolastico oltre che problemi di comportamento?" Eppure queste
cose succedono, succedono, anzi poi c'è il caso in cui, per carità,
c'è la maestra che "non funziona", perché ci sono anche
quelle... ci sono anche maestre che "non funzionano" e maestre che
"funzionano", come professori che "non funzionano", come
c'è il postino che non consegna la posta. Però, per quanto la
maestra possa non essere brava, nel momento in cui il genitore, per appoggiare
il figlio, denigra l'operato della maestra, è finita. Il bambino, a quel
punto, ha un potere enorme sull'adulto e non si riesce più a gestirlo
e più potere noi gli diamo, più il bambino va in crisi e in difficoltà.
Il problema è che queste cose si possono gestire bene verso la quarta
elementare; in quinta elementare, alle medie è già più
difficile tornare indietro, ed è difficile cambiare registro, difficilissimo.
Già è difficile quando sono piccoli accettare che, se abbiamo
deciso che una cosa è no è NO! Se in un posto non ti comporti
bene - e ti devi comportare bene - pigliamo e torniamo a casa. E' difficile
reggere questa cosa. Quando sono più grandi non è più possibile
perché a quel punto il bambino si auto-determina da solo, si auto-organizza
da solo.
Io adesso mi fermo e aspetto le vostre domande.
GENITORE: ...cosa ne pensa di un bambino che a scuola vede una netta differenza
con quello che gli hanno insegnato i propri genitori - come ha detto lei "NO
regole coerenti dove questo si fa e questo non si fa"... tu gli dai delle
indicazioni di comportamento e poi lui si trova a scuola dove ci sono i compagni
che fanno esattamente l'opposto?
SANGALLI: ...va sottolineato che non è mai facile per una maestra gestire bambini che stanno alla regola e bambini che non stanno alla regola e la cosa è difficile perché il bambino che non sta alla regola dice: "beh, perché la devo rispettare io se non lo fa neanche lui?"
GENITORE ESATTO!
SANGALLI: Questo purtroppo quando esiste una varietà
di situazioni diventa quasi insostenibile, ingestibile. Io faccio questo esempio:
sono stato in una scuola sopra Bergamo, invitato dalla maestra che mi ha detto:
"vieni a vedere, perché è una situazione allucinante e non
sappiamo cosa fare". Vi assicuro che è una maestra di quelle indubbiamente
con "le palle", in gamba, una che ama il suo lavoro, veramente brava
perché si sta tirando avanti situazioni... e il problema è proprio
questo, lei ha un gruppetto che funziona bene ma ha 4/5 elementi che per gestirli
esce sudata, perché il problema, attenzione, ne parlavamo stamattina
e oggi pomeriggio, non è far rispettare la regola a scuola, il problema
è che io devo insegnare, quindi quello è solo un passaggio, il
mio obiettivo non è farti comportare bene, il mio obiettivo è
che io ti devo insegnare, cioè tu devi uscire di qua che hai imparato
delle cose.
Per esempio, questa maestra per gestire la classe faceva i salti mortali - io
mi sono messo in fondo - chiamava uno, chiamava l'altro, poi l'altro. Mentre
uno era fuori dava un occhio all'altro, cioè li gestiva, poi arriva un
maestro e inizia la lezione, un casino micidiale. Allora ho detto alla maestra:
"ma era questo che volevi farmi vedere, come insegnavi tu?" "no"
dice "è questo che volevo farti vedere: un casino"... cosa
vuol dire? un bambino sotto il tavolo, un altro che andava dietro la cattedra,
il maestro continuava a spiegare, un bambino passa davanti e lo guarda, lì
così... era andato a prendere nel barattolo delle penne una cosa... si
è alzato un altro, è andato dall'altra parte, ha buttato la gomma
del compagno in terra, queste sono alcune cose che ho visto ma era... l'intervallo...
e il maestro che imperterrito parlava del Paleolitico... il polso, lo sforzo,
le energie... ci sono un sacco di energie perse nel mantenere un livello sufficiente
per l'apprendimento, è più difficile gestire un problema di comportamento...
e il bambino dice: "perché lui lo fa e io no?"
Esempio: bambino iperattivo che si alza a fare un giro, a buttare la carta etc...,
perché lui si alza e io no? questo lo fanno tutti i bambini, è
una cosa che fanno tutti e in una situazione un po' più incandescente,
questa cosa è difficile da gestire.
GENITORE: ...ma lei ha guardato solo il lato dell'insegnante, il problema è il genitore, e io sono genitore, purtroppo io non sono a scuola quando mio figlio fa confusione, il problema è quando viene a casa e mi dice che i suoi compagni si sono comportati in questo modo, l'altro si è comportato in quest'altro e io devo dirgli di non fare come i suoi compagni...
SANGALLI: ...infatti... attenzione però, la vediamo
da un altro punto di vista, non devo passare io per cattivo, no, io ti insegno
che quella è la regola, punto. Perché lì ci stai 5 anni
e poi vai avanti, ma quella è la regola che io ti garantisco.
Il punto, da genitore, è che comunque, nella coerenza, tu non gli insegni
a comportarsi male, ma gli insegni a comportarsi bene ed il bambino elabora
la cosa con i suoi strumenti da bambino e tu rimani coerente.
GENITORE: ...il bambino fa la doppia faccia poi perché sa che a casa si comporta in un modo, e a scuola in un altro modo...
SANGALLI: A scuola non è che si comporta male, a scuola tenta di comportarsi bene, per un po', poi se l'adulto non riesce a gestire la situazione, non è un solo bambino, sono tutti i bambini che gli vanno dietro, perché il problema poi è l'adulto che non gestisce la situazione della classe. Il bambino è a scuola, non è a casa, a casa lo dice però, l'ha fatto uno, l'ha fatto l'altro, lo faccio anch'io... Se io adulto non ti do la regola, dall'altra parte tu cosa fai? Fai il gioco del bambino, per il bambino si fa così, non c'è il discorso del capire, lo dicevo prima... la comprensione non scatta. Attenzione, il bambino non può capire, non ce la fa, non scatta il discorso del capire, scatta il discorso dell'adeguarsi al resto, il problema a questo punto è dell'adulto che si trova a gestire la situazione, dell'adulto che, in questo caso, ricopre un ruolo "istituzionale" e si condiziona così l'apprendimento. A me capita ancora l'insegnante che mi dice: "quando manca "tizio" noi ci accorgiamo perché facciamo lezione e facciamo molta meno fatica".
GENITORE: Allacciandomi a questo filone volevo dire, quando
un bambino cambia e si comincia a dire: "...ma è maleducato",
si intende dire che è stato MALE-EDUCATO, non si intende dire che è
stato male-educato dalla maestra, ma si intende dire sempre che la responsabilità
è dei genitori.
Prima si parlava anche di tempo, di mancanza di tempo. A me è sembrato
che in questi ultimi anni tanti genitori deleghino anche la parte educativa
agli insegnanti... forse stanno, anche a livello di ore, poco con i figli, li
vedono solo di sera.
SANGALLI: Questa cosa abbiamo visto che non funziona, le faccio
un esempio che abbiamo fatto oggi. Ci sono bambini molto meno fortunati, che
vivono situazioni familiari abbastanza disastrate, non parlo delle separazioni
che ormai vengono affrontate abbastanza tranquillamente dai bambini, ma di situazioni
socialmente problematiche, dove i bambini subiscono un grosso "danno"
a livello di personalità emotiva etc... e quindi si ritrovano con molte
difficoltà affettivo-relazionali... ne parlavo con le insegnanti e si
diceva che la scuola ha un compito, che è l'unico compito, quello di
insegnare, attraverso l'insegnamento educo. Ma come insegnante non posso, non
riesco, non ho le forze per compensare una carenza familiare. Non ce la fa la
scuola a far questo e anche se si impegnasse a farlo non lo potrebbe fare.
Gli insegnanti non sono i genitori, il problema grosso è che nella scuola
oggi vengono proposte l'educazione stradale, l'educazione sessuale, l'educazione
ambientale, tutte le educazioni del mondo... e alla scuola vengono delegate
tante altre cose, ma la scuola non può fare tutto, perché l'insegnante
non è una figura affettivamente significativa quanto il genitore. E qui
bisognerebbe parlare della differenza tra un legame affettivo e un attaccamento
profondo. Con il genitore esiste un attaccamento, un legame stretto affettivo,
con l'insegnante no, per cui l'insegnante non è in grado di sopperire
a questa cosa, non lo può fare.
L'insegnante può insegnare ai bambini le regole della convivenza comune
civile, perché questa è una situazione che poi vivranno, l'obiettivo
dell'insegnante è quello di insegnare, il bambino deve apprendere, perché
l'apprendimento è quello che può fare la differenza nel suo percorso
scolastico, non può caricarsi di altro perché il messaggio non
passerebbe comunque, istituzionalmente non passerebbe, a maggior ragione nei
confronti di bambini problematici.
Perché non passa? Perché la scuola non è un ente dove si
fa psicoterapia ai bambini. L'ho detto, ci sono altri contesti, però
la scuola si trova a gestire i bambini e quindi deve attrezzarsi anche se non
è pronta e le risorse non riescono ad essere efficaci. L'istituzione
non può sostituire né compensare.
EDUCATRICE: Lei parlava della gestione del tempo, è questione anche del modo di rapportarsi dei genitori, perché le regole di comportamento e di relazione passano anche a seconda di come si relazionano i genitori tra di loro, anche se hanno poco tempo per stare insieme, se in quel poco tempo è chiaro il modo di relazionarsi, i bambini imparano a relazionarsi. Se un papà dice alla mamma: "tu non capisci niente...", chiaramente il bambino quando viene a scuola alla sua insegnante dirà "tu non capisci niente"; è chiaro che la qualità del tempo che si passa assieme è molto importante, ma è importante anche il modo in cui si gestisce la relazione.
SANGALLI: Mi ha telefonato una signora di Milano che voleva
un consiglio dicendomi: "con i miei figli ho un po' di problemi nel motivarli
a fare i compiti, non so come fare, non li vogliono mai fare". Io dico:
"ma quante ore passano a scuola?" e lei "Finiscono alle 16:30...
a Milano, tra una cosa e l'altra, tornano alle 17:30, come fai a fare i compiti...".
A parte quello, il problema qual era? Quando la mamma litiga con i bambini per
i compiti arriva il papà che acconsente alle richieste dei figli; e alla
fine il problema era il papà. Allora ho detto: "signora, io non
sono uno psicologo, però questo è un problema che non riguarda
il fatto che i bambini non vogliono fare i compiti, il problema è un
altro ed esula dal discorso "scuola", lì la scuola è
impotente. Credo che anche la famiglia stessa sia impotente in questa situazione,
cioè non riesca ad uscire da questo circolo vizioso. Certe volte non
te ne rendi conto, magari lo noti negli altri e non riesci a vedere che avviene
anche in casa tua, sei un po' cieco, perché altrimenti faresti di tutto
per evitarlo, si fa di tutto per stare bene ed essere felici, non per stare
male.
Una cosa vorrei fosse chiara, soprattutto per i bambini più piccoli,
la regola va rispettata e io genitore posso farla rispettare, basta non cedere,
ovviamente senza diventare estremamente rigidi e inibitori perché purtroppo,
come in tutte le cose, si può concedere il massimo della libertà
o imporre il massimo della costrizione. Esiste una via di mezzo, una delle cose
per esempio che ho visto fare nel programma "S.O.S. Tata" è
che quando si stabiliscono le regole, si scrivono, e si appiccicano in vari
posti della casa. Le "tate, che in realtà sono delle psicologhe,
dicevano al bambino: "ci sono delle regole 1-2-3-4" senza spiegargliele.
Ad esempio: "I bambini dormono nel loro letto", punto e appiccicavano
il foglio; "Si mangia tutti a tavola", punto.
Questa è la cosa più importante, non bisogna farsi prendere dal
pianto, dalle crisi isteriche dei bambini perché quello è il loro
modo di esprimersi, ma ricordatevi che se piangono... meglio respirano e meno
bronchiti hanno! Fate sempre questo pensiero.
Una delle situazioni in cui il discorso delle regole è fondamentale è
nell'insegnamento di alcune arti marziali, come il judo, tenendo conto però
che la differenza è sempre fatta dal maestro.
Punto fondamentale è che uno impara a fare determinate cose, in un determinato
tempo, a rispettare la regola e guarda caso tantissimi bambini alla fine la
rispettano perché ti dimostrano di averne bisogno. Con alcuni ragazzini
è necessario prima stancarli fisicamente, quando sono stanchi allora
rispettano molto meglio la regola, cioè riescono ad adeguarsi al contesto,
ai tempi...
Parlo del judo perché c'è qui l'insegnante di judo, è uno
sport che richiede il rispetto delle regole, non c'è il capire si fa
così punto e basta e devi farlo in quel determinato momento perché
quello che fai potrebbe danneggiare un altro. A nessun bambino viene insegnata
una cosa se non è in grado di gestirla, prima deve dimostrare di saper
gestire quella cosa allora va avanti. Il lavoro che deve fare è molto
"routinario", il gesto viene ripetuto, viene rifatto, non esiste il
gesto creativo, il gesto deve essere fatto come viene insegnato, sempre nello
stesso modo. Quella cosa non posso farla in un altro modo, devo sempre eseguirla
nello stesso identico modo, correttamente, nel modo più preciso possibile.
Se l'attenzione cala nessun problema, i bambini si devono stancare facendo fare
loro striscio - capriole - striscio - capriole, poi ritornano a fare il gesto
ripetitivo e tornano a casa stanchi e tranquilli, però con l'autocontrollo.
Attenzione non autocontrollo ancora cognitivo, è questo un autocontrollo
sul gesto, sul movimento.
Il problema del judo, come di tutte le arti marziali, è che io ti insegno,
paradossalmente, a far del "male ad un altro", dall'esterno "io
ti prendo e ti butto in terra" ed è lì che viene fuori l'autocontrollo,
o meglio, non tutti i bambini sono in grado di arrivarci, questo è il
problema. Ci sono bambini che non sono in grado di arrivare a questo livello
per cui si fermano ad un livello più basso, non accedono ai livelli superiori
se prima non hanno interiorizzato i livelli più bassi.
Io comunque ti insegno una cosa che può far male a qualcun altro, però
è una cosa che avviene in una palestra dove io faccio a te e tu fai a
me, dove io controllo e tu controlli perché quando cado devo controllare
come cado, quando ti faccio cadere devo controllare come ti faccio cadere e
tu devi controllare come cadi. C'è un altissimo autocontrollo sui gesti,
non è lo sport creativo del calcio, che una volta che so tirar la palla
posso inventare delle cose, nel judo devo stare a quelle che sono le regole
date e il movimento dato, punto. E' uno sport per molti ma non per tutti!!!
Io questo lo dico a tutti i maestri di judo. Non tutti i bambini che vengono
a fare judo possono fare judo, perché ci sono bambini che, se non hanno
un minimo di autocontrollo non possono andare avanti.
Voi dareste in mano un fucile da caccia a tutti i bambini? No, per carità!
A tutti gli adulti dareste in mano un fucile da caccia? No, perché serve
un autocontrollo nel gestire una certa cosa, nel judo, come in tanti altri sport.
Prima parlavo con un ragazzino, bravo a giocare a calcio, e mi diceva che da
quando è cambiato l'allenatore lui a giocare non ci va più. Gli
ho detto: "cambia squadra, vai in un'altra squadra", il ragazzino
con quel allenatore non si trova bene rispetto al precedente. E' l'adulto che
fa la differenza nello sport che noi facciamo fare ai bambini, non è
lo sport che è bello. Ad esempio ci sono maestri di arti marziali il
cui scopo è l'agonismo. Anch'io ho praticato, tantissimi anni fa, un'arte
marziale, mi ricordo mi spaventava tantissimo il desiderio negli altri di fare
le gare a tutti i costi. Lo sport è uno strumento per far muovere, anche
il calcio, la pallavolo, il basket sono tutti strumenti, una volta si correva
nei campi, ci si arrampicava sulle piante e si era felice ugualmente, adesso
per far muovere si deve fare uno sport istituzionale, ma deve essere un'attività
da cui si esce rafforzati. Il gioco, in questo caso il calcio, il basket mi
da tutte le regole. Ci sono delle regole che devo rispettare. Nel calcio se
prendo un pallone con le mani è rigore o è fallo, perché
non si fa, PUNTO. Perché non si fa? E' una regola PUNTO.
GENITORE: Volevo sapere se secondo lei c'è una relazione fra le regole e la funzione della ricompense; le parla una che ha letto, ha fatto il corso e si sta allenando continuamente utilizzando il metodo Gordon, metodo in cui non si danno regole perché è una prevaricazione verso il bambino.
SANGALLI: Metodi... a scuola, il voto brutto, il voto bello,
è una punizione o una ricompensa, il voto di per sé è questo.
Se io lavoro a fine mese ho una ricompensa, se io non lavoro a fine mese non
ho una ricompensa. Sul bambino il meccanismo della ricompensa è difficile
da gestire. Se fai ti do, è difficile da gestire ad oltranza perché
diventa una sorta di continua contrattazione. Io, genitore, non devo contrattare
per forza con te, sempre, su tutto, no è "no", sì è
"sì" e non "se fai ti do" perché innesco comunque
un meccanismo di contrattazione col bambino e non è più finita.
Rispetto al metodo Gordon, secondo me, alcune modalità di rapporto fornite
ai genitori sono molto utili perché permettono di vedere le cose da un
certo punto di vista, però si parla già di ragazzini un po' più
grandicelli con i quali puoi gestire la contrattazione, puoi patteggiare di
più.
Nei bambini più piccoli si innesca un meccanismo di piacere, con loro
io preferisco adottare il sistema "io comando e tu fai, perché è
giusto così, perché io ritengo che in questo modo ti educo".
Poi, man mano che il ragazzino cresce, allora puoi comunque patteggiare, ma
è un patteggiamento messo in atto già con un ragazzino che ha
due dita di cervello in più, che è consapevole del gesto che sta
compiendo, è consapevole della ricompensa, è consapevole della
punizione sull'azione fatta. Con i ragazzini più grandi c'è maggiore
consapevolezza, però è sempre difficile da gestire.
Un esempio: questo ragazzino va male a scuola, non va più a calcio, non
fa più questo, non fa più quest'altro. E poi io chiedo: "ma
da quanto tempo non fa più niente?" "Ah, dall'inizio dell'anno".
Ed eravamo a Marzo. E' cambiato qualcosa? No. Vabbè signora rivediamo
un attimo le cose. Questo ragazzino non migliora, per cui il problema è
probabilmente da un'altra parte. Se il problema è da un'altra parte non
posso punire ad oltranza il bambino in rapporto al rendimento scolastico, alla
fine, dietro, c'era un problema di apprendimento, il bambino non aveva tutta
la responsabilità della cosa, era in grossissima difficoltà a
fare le cose e aveva deciso ad un certo punto che non faceva più niente.
Siamo alle medie, alle elementari già è diverso.
Il castigo non ha mai ucciso nessuno, è utile anche quando, la paura
del pericolo può salvare la vita ad un bambino. Ad esempio le cinture
in macchina, il seggiolino in macchina, il bambino che ti guarda, ride e stacca
la cintura... a quel punto ne va della sua sicurezza. Come mi provoca su questa
cosa, mi può provocare su 20.000 altre ... cosa gliene frega al bambino
della macchina che frena, per il bambino è un gioco, quando vede che
la nostra faccia cambia sa che non è un gioco.
Il castigo a volte serve per far capire che quella cosa va fatta e quindi è
irremovibile. Ci sono dei genitori che ad un certo punto potrebbero arrivare
a castigare su tutta la linea, ma allora il problema non è nel castigo.
DIRIGENTE SPORTIVO: Come si deve comportare un allenatore nei confronti di quelle situazioni in cui abbiamo genitori che denigrano anche pubblicamente l'allenatore, l'insegnante, l'educatore? il bambino si vede che si vergogna tremendamente nei confronti dei compagni, continua a partecipare però alle attività, non rimane a casa pur avendo questi genitori che dicono: "l'allenatore non capisce niente, non ti fa giocare perché... ". Parlare con il genitore è tempo perso, ma nei confronti di questi bambini...
SANGALLI: Sto pensando che se avessi una risposta sarei miliardario... penso che sia una domanda che non ha una risposta, perché credo che si risponda da sola. Spesso la strada non c'è, è una di quelle situazioni che non hanno via d'uscita perché l'unica via d'uscita che c'era lei ha già detto che non vale, parlare con i genitori non vale... per cui non c'è nessun altra via d'uscita, non esiste.
DIRIGENTE SPORTIVO: L'educatore di turno deve parlare con il
ragazzo, la ragazza, deve far finta di non sapere niente...
SANGALLI: Ah, questa è un'altra cosa, dipende da dove lo prendi il problema,
dipende da che rapporto ho io con il ragazzino e che piacere prova il ragazzino
a partecipare all'attività sportiva, quanti anni ha... posso sapere se
posso permettermi di sdrammatizzare la cosa.
Io, educatore, sdrammatizzerei la cosa.
Dall'altro, se la considerazione è oggettiva, se "non ti fa mai
giocare" è oggettivo, a questo punto posso dare l'opportunità
al bambino di dimostrare che comunque non è così, o comunque quelle
sono le regole che si stabiliscono, ma sono regole che valgono per tutti. Cioè
cerco di togliere il bambino dall'imbarazzo, dimostrandogli che non è
così, ma senza entrare nella cosa, è la situazione che creo che
gli dimostra che non è così. E lì devi valutare l'educatore
fino a che punto arrivare ad esporsi. Facciamo un esempio: squadra di calcio,
così diventa più facile. Siamo in 22, giocano 11.
O facciamo la regola che giocano tutti, a rotazione, e quindi si fa il calendario
e si gioca tutti, o giocano solo quelli che vengono all'allenamento e gli altri
no, indipendentemente dal fatto che siano bravi o meno bravi. Faccio una scelta.
E una scelta che cosa produce? Accontenta dei genitori e scontenta i papà
dei futuri campioni. Se la regola è chiara per tutti i genitori, tutti
i bambini giocano indipendentemente, a rotazione, a quel punto il problema in
parte si è risolto a monte.
GENITORE: ...C'è chi vuole anche che vincano però!
SANGALLI: Infatti io ho conosciuto, vicino a Milano, un papà medico che, con un gruppo di amici, ha deciso di fare la squadretta dei brocchi del paese; nel paese c'è la squadra che gioca in promozione regionale, ci sono tutte le categorie, anche i pulcini che vengono da altri paesi e compongono la squadra. Al mio paese hanno fatto la stessa cosa, in oratorio si è costituita la squadra, perdono sempre, ma la regola è che giocano tutti.
GENITORE: Casi così sono pochi però, perché tutti vogliono esibire il figlio.
SANGALLI: Lo so, le assicuro comunque che la regola è questa, si gioca così, perdono quasi sempre, ma la regola è data, il genitore sa che se il figlio va lì a giocare, giocano tutti! PUNTO. Io posso dimostrare al bambino, ma fino a quanto la situazione mi consente di farlo... sa cosa diceva qualcuno: "la mamma dei cretini è sempre incinta", in tutte le cose c'è un limite oggettivo, questo per esempio è un limite oggettivo oltre il quale non si può andare. In tante situazioni ci piacerebbe avere una soluzione, in alcune c'è un limite oggettivo.
GENITORE: Volevo agganciarmi a questo per sottolineare il fatto che perché una regola funzioni anche in casa, tutti gli adulti dovrebbero essere concordi.
SANGALLI: Ah, ho capito signora, adesso ho capito. Si è
vero. Vale in tutti i contesti.
Infatti io ho una proposta: stabilire una serie di regole, chiamiamole così,
"paletti", da dare ai genitori prima che inizi la scuola, in modo
tale che stabiliamo subito le situazioni. Se le cose vengono dette prima che
inizi la scuola, prima che le insegnanti conoscano i bambini, nessun genitore
si sentirà, questa mi sembra la cosa più sana. C'è un modo
di analizzare più distaccato, mio figlio non va ancora in prima, ci andrà
fra una settimana, per cui posso analizzare quelle che sono le varie situazioni
che si sono verificate negli anni, posso sapere come si ha intenzione di affrontarle
in modo tranquillo e rilassato senza che nessuno si senta più forte.
Le regole si stabiliscono prima, questa è la cosa importante, e sono
uguali in tutti i contesti.
Ci sono bambini che a casa danno i numeri, a scuola no, in realtà il
loro "dare i numeri a casa" è un mettere alla prova continuamente
la regola, infatti i genitori dicono "chissà come farà la
maestra con 22!". In un contesto sociale spesso si scatenano dei meccanismi
dove i bambini a volte si inseriscono abbastanza bene, di solito i maschi e
le femmine si amalgamano. Ho visto una classe di 3^ dove le femmine - la maestra
le chiamava "AMEBE" - erano spente mentre i ragazzi saltavano da tutte
le parti! Di solito, mi diceva la maestra, nelle altre classi, le femmine sono
più brillanti e quindi compensano i ragazzi! Uno dei problemi grossi
che avevano era proprio il fatto che ogni volta che c'era una riunione alcuni
genitori pensavano: "ecco parla di mia figlia di sicuro" invece di
parlare prima delle aspettative reciproche, dei tempi di lavoro.
A volte non si riesce ad identificare immediatamente che cosa c'è che
non permette al bambino di fare un salto, e magari il bambino si ritrova in
3° e ci si accorge allora che qualcosa non va, ma la maestra non è
che non ci ha provato, ha provato, ha visto, ha fatto, ma non ha trovato, a
volte, il perché. Se le regole vengono dette all'inizio si è molto
più tranquilli, anche nell'affrontare le difficoltà che emergono.
Vero è che la scuola come istituzione, nel tempo, è andata modificandosi
così come si è modificata la nostra percezione della scuola e
della professione dell'insegnante, oggi siamo molto più propensi ad incolpare
la scuola, l'insegnante... una volta, il sindaco, il farmacista, il medico,
il prete, la maestra rappresentavano un'istituzione... ciò non accade
più e questo aumenta la nostra capacità di criticare l'operato
degli insegnanti. La scuola non è più così forte, non lo
è più al suo interno, per cui questo atteggiamento incide di sicuro.
Mi è venuto in mente un altro esempio per sottolineare cosa può
fare la scuola e cosa non può fare: a Lodi ho fatto una ramanzina ai
genitori in una scuola in cui, con gli insegnanti delle scuole materna ed elementare,
operavano anche delle suore. Ho detto ad una suora: "di sicuro i genitori
che mandano i loro figli in una scuola materna gestita da suore indugiano nel
muovere critiche", la suora mi ha risposto: "fino ad un po' di anni
fa, il fatto che noi fossimo suore funzionava da deterrente, per cui si comportavano
con rispetto, adesso, anche se siamo suore, vengono qui e si dimostrano invadenti
con le loro richieste...".
Una volta il genitore che mandava il proprio figlio in un collegio gestito da
preti aveva un notevole rispetto nei confronti dell'autorità scolastica
e si rapportava con essa umilmente, oggi neanche lì funziona più
così. C'è comunque sempre qualcuno che sa fare il suo lavoro e
qualcuno che non lo sa fare.
GENITORE: ... come riesce un bambino di prima elementare a gestire l'avvicendamento continuo di 7 insegnanti tutte diverse, con modi, regole diversi?
SANGALLI: Rispondo ripetendo quello che dico tranquillamente
a tutti i corsi di aggiornamento... io rimpiango la maestra unica in 1°
e 2° elementare... per me, la riforma scolastica, dovrebbe essere: una maestra
unica che si proponga con i metodi di un tempo ed insegni a leggere, scrivere
e a far di conto, ovvero insegni le basi strumentali. Perché una? Perché
così può stabilire i ritmi di apprendimento dei bambini, cioè
non arriva a fare nelle ultime 2 ore matematica dopo che i bambini hanno fatto
3 ore di lingua perché l'orario è così, in questo caso
è l'insegnante stesso di matematica che dice: "sono cotti e io non
riesco". Come può insegnare matematica? Poi ci sono tanti bambini
che non sanno fare i conti, ma perché non sono allenati in modo continuativo
a farli.
La maestra unica ecco che cosa ti può dare di più: i bambini arrivano
in 3° che sanno leggere, scrivere e far di conto... della cellula, di un
isotopo, della pianura padana non me ne frega niente, perché io prima
devo imparare a leggere e a capire ciò che c'è scritto, a scrivere
sotto dettatura, senza errori e a fare "più", "meno"
con cambio della decina, almeno in fine seconda. Ai miei tempi in prima elementare
facevi "più", "meno", "per", "diviso"
e non se ne parlava più.
Ma, attenzione, perché? Perché la maestra unica ha modo di dettare
i tempi ai bambini e di decidere: sono freschi, per questa settimana facciamo
più matematica tutte le mattine così memorizzano, poi facciamo
il dettato, la ricerca, perché sono più stanchi.
L'esercizio di lettura, legge uno, legge l'altro, posso farlo fare a tutta la
classe, non ho fretta, "fretta" è la parola chiave, ho fretta
perchè arriva la mia collega alle 9:30 - 10:00! Il tempo si suddivide
un pezzettino per uno e alla fine ho bambini che non sanno ancora leggere. A
Milano, nel 1976, su 2500 bambini ce n'erano 44 che non sapevano leggere, nel
'96 ce n'erano 400 su 2500. Sono un'enormità, questa è l'indagine
formulata dalla ASL in occasione della visita oculistica obbligatoria.
Tenete conto che tantissimi di noi hanno imparato a leggere perché leggevano
gli altri e noi seguivamo, un tempo esistevano tantissimi bambini che leggevano
una cosa per un'altra, non capivano il senso. Osservare una persona che leggeva
costituiva un esercizio. Una volta i pochi bambini che avevano problemi di lettura
potevano avere o un problema di linguaggio o un problema di occhi. Oggi se io
valuto un bambino con problemi di lettura, di solito, trovo qualcosa che non
va, a livello di coordinamento motorio, una volta chi andava bene a scuola era
il più imbranato, chi andava male era il più sciolto, ma andava
male perché "non aveva voglia". Oggi chi va bene a scuola motoriamente
è eccellente, chi va male, quando io chiedo ai maestri: "Com'è
quando corre?" "Ah... scoordinato". Per l'opportunità
motoria del bambino una maestra unica detta i tempi molto meglio. Dalla terza
possono anche avere 7 maestre, perché si preparano poi alle medie, ma
va bene perché a questo punto sono in grado di accedere a tutte le materie:
scienze, storia, geografia...
Ma hanno acquisito la capacità di scrivere, la capacità di leggere,
la capacità di fare i conti, capacità gestite lavorando sui tempi
del bambino. Questo è il mio parere e sono stra-convinto.
Dalla terza elementare più maestre vanno bene, perché? Perché
io maestra mi specializzo su una cosa, l'altra maestra si specializza su un'altra
cosa, l'altra si specializza su un'altra cosa ancora per cui ho bisogno di più
specializzazione, i primi due anni, attenzione, ho invece bisogno di una grossissima
specializzazione sulla strumentalità. Infatti, se fosse possibile, la
sceglierei la maestra, non importa se poi non li accompagna per il resto del
percorso scolastico, almeno ci sono bambini che sanno leggere e scrivere.
Il problema più grosso che io verifico, che sottolineano i maestri, è
l'aumento dei bambini con problemi di apprendimento, sono tantissimi, il problema
è che sono sempre di più e non sono bambini stupidi, sono bambini
che finiscono appena le medie, poi mollano di colpo e dicono: "tanto sono
stupido", vanno a lavorare e magari avviano 2 fabbriche, hanno la barca,
hanno la villa, per cui non erano poi così stupidi questi ragazzini,
però alle medie facevano fatica.
Oggi il ritmo scolastico è un po' troppo intenso, io mi confronto sempre
con quello che ho fatto io e con quello che ho visto fare agli altri. Alle maestre
dico sempre: "voi, ai vostri tempi, quando eravate alunne alle elementari,
avete fatto un percorso scolastico che non è quello che fanno adesso
i bambini e non siete diventate stupide". Rita Levi Montalcini, anche se
non mi è simpatica, ha fatto le elementari del '15-18, Ciampi ha fatto
le elementari del '15-18, tanti scienziati hanno fatto le elementari più
semplici, questo non ha loro precluso l'accesso ad un successo intellettuale.
Ma perché oggi i bambini non rendono di più? Purtroppo ci sono
bambini che fanno sempre più fatica a rimanere al passo e se perdi il
treno in 3° è finita, purtroppo è finita.
Io farei una riforma scolastica di questo genere per ridare al bambino più
tempo i primi due anni per imparare a leggere, a scrivere e a far di conto,
poi passerei all'apprendimento.