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LE REGOLE DEL COMPORTAMENTO SOCIALE

Il bambino e il vivere associato: Dinamiche di comportamento


DANILO GIACOMIN, PRESIDENTE BU-SEN JUDO MEOLO:
Buonasera a tutti e grazie di essere intervenuti alla serata. Questo è il secondo incontro rivolto a genitori e operatori promosso dall'Associazione Bu-Sen judo Meolo e dall'Istituto Comprensivo "E. Mattei" di Meolo in collaborazione con l'A.I.S.E. (Associazione Italiana Sport Educazione). Ringrazio il prof. Sangalli per la cortese disponibilità e porto i saluti del Dirigente scolastico prof. Pasini che si scusa, ma non può essere presente.
Dopo il notevole interesse riscontrato nell'incontro del 10 febbraio, dove il professore ha trattato i prerequisiti che il bambino deve maturare per affrontare serenamente la scuola primaria, il tema che il professor Sangalli tratterà stasera sarà il comportamento dei nostri bambini e come trasmettere alcune semplici regole del vivere associato, anche a scuola.
Quotidianamente si incontrano difficoltà in alcuni bambini nel rispettare semplici regole di comportamento, sempre più bambini "tiranneggiano" e si comportano in maniera poco consona alla loro età. Il tema è stato trattato anche durante l'incontro del pomeriggio con le insegnanti essendo di grande attualità, lascio la parola al professore.

ANGELO LUIGI SANGALLI, PEDAGOGISTA:
Nel mondo della scuola si è visto che, ultimamente, diventa sempre più difficile insegnare quelle che sono le regole di comportamento ai bambini, non tanto perchè non si è più capaci di insegnare, è che i bambini sono cambiati e noi non sappiamo più come sono cambiati, e quindi continuiamo ad adeguarci, a cercare soluzioni varie.
Chi di voi ha visto ultimamente, chi ha il satellite o su sky o su la7, un programma che si chiama "S.O.S. tata", qualcuno di voi l'ha visto?
-Sì
Io volevo registrare quello, poi su un altro canale hanno fatto vedere questo programma inglese, "Copy-wright formate" dove fanno la stessa cosa, ovvero mettono in luce, per discuterne, comportamenti di bambini, riscontrabili quotidianamente al supermercato, nei negozi, bambini cresciuti in famiglie assolutamente sane, assolutamente adeguate, i cui genitori ad un certo punto non riescono più a gestirne i comportamenti.
Premetto: io non sono psicologo, infatti non prenderò il punto di vista dello psicologo, perché non è il mio campo, io sono pedagogista, mi occupo comunque di educazione e affronterò la torta da un'altra metà, quella diciamo più pratica... come accade ad esempio, nel programma... chi lo ha visto ha capito che a volte bastava fare due cose e il comportamento dei bambini cambiava drasticamente, cambiava notevolmente. E' una cosa abbastanza semplice alla fine, ma prima di dire che cosa, vediamo come funziona un bambino e la regola nel bambino.
Questo è un aspetto importante perché spesso noi riteniamo che i bambini piccoli crescano come geni, abbiamo perso la percezione di quella che è la normalità dell'evoluzione di un bambino. Vuoi che ce ne sono un po' di meno vuoi che, mancando le famiglie allargate, c'è molto meno il confronto, o il confronto è molto limitato, quando un bambino fa una cosa, siamo tutti meravigliati... diciamo: "guarda cosa ha detto, guarda cosa è stato in grado di fare, guarda come ha capito subito come funziona il videoregistratore", come se fosse improvvisamente Einstein che fa una cosa... in realtà è una cosa normalissima per un bambino, quindi quello che per il bambino è normale, per molti bambini del mondo è normale, a noi sembra una cosa eccezionale, molto eccezionale, tanto che a quel punto tendiamo ad attribuire ai bambini una competenza e un potere di capire le cose addirittura maggiori rispetto ai nostri, cambiamo completamente rapporto e a questo punto il bambino diventa un genio, noi iniziamo a ribaltare quello che è il rapporto di dipendenza, ci sentiamo inadeguati rispetto al bambino, infatti pensiamo che il bambino fa delle cose straordinarie che noi forse non eravamo in grado di fare; non è vero, perché il bambino fa le cose e le impara perché è una spugna.
L'altra volta abbiamo visto la parte più neurofunzionale, abbiamo visto come evolve il linguaggio, come evolve la parte dell'udito, il linguaggio della visione, del motorio; è una parte se volete molto più fredda, quasi meccanica.
La parte dell'evoluzione del bambino che impara le regole non è una parte complicatissima, è molto semplice, il bambino impara le regole che noi gli insegniamo, chi ha un cane e ha insegnato al suo cane a far la pipì fuori, all'aperto, glielo ha insegnato perché si è impegnato e gli ha dato delle regole; quando dobbiamo dare delle regole a un bambino può capitare che ad un certo punto non riusciamo più a gestire il comportamento di rifiuto del bambino verso la regola e ci sembra di dover cedere perché è più facile concedere al bambino la vittoria che non scontrarci e confrontarci, non perché non siamo in grado di farlo, ma perché a quel punto non riusciamo più a gestire la situazione; il bambino si impunta, pesta i piedi, fa scenate, noi arriviamo da una giornata di lavoro, non ne possiamo più, per cui è più facile cedere che non tenere ferma la regola; e cosa facciamo? Tentiamo di spiegare al bambino quella cosa; chi ha figli adolescenti, quindi ragazzi già grandi, si rende conto che anche se gli spiegate perché una cosa non va bene loro chiedono: "perché?...perché?...perché.?" Voi la regola gliela potete spiegare in 1257 modi, non la capiscono, non la capiscono adesso, poi la capiranno; come può capirla un bambino?
Il problema grosso secondo me, io riporto quello che vedo girando nelle scuole materne e parlando con i genitori, il problema grosso è che pensiamo che il bambino debba capire. Ad esempio il bambino non capisce come ci si deve comportare al supermercato, corre in giro, non capisce, io, genitore, glielo spiego sempre, ma lui non capisce, corre, io devo rincorrerlo per cui alla fine lo lascio a casa, e lui non capisce, e io glielo spiego sempre.
Il bambino non è in grado di capire il significato delle regole, perché il significato delle regole è una cosa molto alta a livello cognitivo.
Mi spiego meglio con un esempio: quando c'è il semaforo rosso non mi dico ogni volta "il semaforo è rosso per cui io devo fermarmi", ma "c'è il rosso e freno"; se c'è il senso unico so che c'è, giro di lì, se c'è divieto di accesso so che non vado di lì, non mi chiedo il perché; il ragionamento sul perché, nessuno se lo fa al semaforo, salvo quando vedete un incidente e dite "eh perché è passato con il rosso!". Ma quando noi rispettiamo le regole stradali, e partiamo dalle regole stradali perché lì abbiamo un sacco di cartelli, non ci chiediamo mai il perché, facciamo già fatica a ricordarli quei cartelli che, quando ci sono, non ci chiediamo il perché, li rispettiamo e basta.
Questa semplice cosa si può trasferire nell'evoluzione del bambino, perché il bambino, come noi, non è in grado di capire il perché, nessuno di noi ogni volta che si ferma al semaforo riflette sul perché ci si debba fermare, perché hanno scelto il rosso, perchè il rosso è in cima... è una convenzione: al semaforo rosso ci si ferma, punto!
Uno dei problemi che inganna tantissimo i genitori oggi è il livello di linguaggio dei bambini, ci sono bambini che parlano subito, con un linguaggio anche molto forbito, altri parlano un po' in ritardo, ma parlano. In ogni caso siamo meravigliati da questo fenomeno dell'esplosione del linguaggio. Perchè ne siamo meravigliati? Perché nessuno di noi si ricorda come noi abbiamo fatto ad iniziare a parlare, ma abbiamo fatto le stesse identiche cose! Forse con molti meno stimoli, perché la televisione la si guardava un po' di meno, avevamo altre occasioni. Eppure il bambino esplode di linguaggio e questa cosa ci meraviglia tantissimo e più ci meraviglia più pensiamo che, ciò che il bambino dice, equivale a ciò che il bambino capisce.
Il linguaggio, il linguaggio del bambino, è un prodotto del meccanismo uditivo del bambino, più il bambino ascolta, più il bambino prima e meglio parla; più ascolta e più parla... sono stati fatti degli esperimenti: si è notato per esempio che se un bambino, un neonato di Meolo si trasferisce in Cina, sicuramente, anche se è nato a Meolo, il cinese lo impara, però se si trasferisce in Cina dopo i tre anni, impara il cinese, ma non benissimo perché alla nascita la corteccia uditiva è pronta a ricevere tutti i tipi di suono. Questa capacità ad un certo punto, verso i sette/otto mesi, inizia a scomparire, perché? Perché gli stimoli che il bambino riceve sono alcuni, per cui il cervello seleziona, non so, il veneto stretto e per esempio, certe capacità dei suoni le perde. Il cinese fa la stessa cosa; se un bambino cinese nasce qua e nessuno gli parla in cinese, lui impara il veneto e lo impara benissimo, ma non è più in grado poi di imparare il cinese, perché certe potenzialità vengono perse in quanto non utilizzate; ecco perché il bilinguismo non fa male ai bambini. Noi siamo quasi tutti bilingui, perché parliamo l'italiano e il dialetto; chi ha la mamma calabrese e il papà veneto è bilingue, magari non parla il calabrese però lo comprende benissimo. Il bilinguismo è una potenzialità che abbiamo tutti. Ma il linguaggio del bambino, le frasi forbite che spesso formula, ci fanno spesso meravigliare e pensare che significhino subito comprensione.
La comprensione cos'è? È il capire! Se il bambino parla, il bambino capisce, tutto, e questa cosa ci disorienta tantissimo, disorienta tantissimo i genitori, per cui a quel punto diventa difficile iniziare a imporgli la regola, perché viene subito spontaneo pensare che deve capire, deve capire, ad esempio, che deve dormire nel suo letto: "no, tu sei grande non vieni nel letto della mamma e del papà devi dormire nel tuo", solitamente seguono scenate... oppure "mangi a pasto", e lui "no", pesta i piedi perché vuole quella cosa lì assolutamente, per il quieto vivere uno gliela dà, convinti anche di un'altra cosa, che il bambino abbia un concetto di tempo. Per noi 5 minuti di pianti del bambino sono già tanti, per il bambino 5 minuti, 10 minuti, mezz'ora... fa poca differenza, per le nostre orecchie ne fa molta, per le orecchie dei vicini, di chi abita in appartamento, ne fa ancora di più.
Ieri, una mamma mi diceva "io so che lei ha ragione quando mi dice che devo lasciarlo piangere fino a quando non rispetta la regola, ma io abito in appartamento.... ha ragione, perché quando sono dai miei suoceri... lì riesco, perché urla, urla poi lo capisce, ma è un altro ambiente... non c'è neanche bisogno di dirgli "va a dormire nella camera che ti è stata data"...in casa, vuole stare nel letto nostro, e se non lo fa, dà calci alla porta, pugni alla porta e va avanti per mezz'ora, un'ora" per cui dico io, potete resistere al massimo un quarto d'ora perché si pensa che in quel tempo il bambino possa capire.
Molto spesso, anche a 6 anni, in prima elementare, i bambini quando sono in auto con i genitori iniziano a ripetere le loro parole; questo non vuol dire che hanno capito quello che stanno dicendo, fanno solo una sorte di eco, ripetono... poi magari prendono una parola e dicono: "cosa vuol dire?"; allora significa che non hanno capito.
Quindi il linguaggio forbito dei bambini non significa che sappiano quello che stanno dicendo, il linguaggio forbito c'è perché gli stimoli di linguaggio sono molti, sono tantissimi; la scuola materna è piena di bambini e di stimoli, per cui alle volte tornano e qual è la cosa che imparano di più? Le parolacce! ...poi chiedete ai vostri genitori e scoprite che alla scuola materna un tempo avveniva la stessa cosa, la parolaccia è la prima cosa che si impara.
Il problema del capire è quello che poi ci tradisce perché confondiamo il linguaggio con il fatto che il bambino capisce tutto e a quel punto imporre la regola è difficile.
Ad una mia collega, che fa riabilitazione, è capitato di incontrare una mamma il cui bambino, che ha avuto un incidente stradale, è stato in coma e doveva essere riabilitato una volta uscito dal coma, perché aveva picchiato la testa contro il vetro; questa mamma inizia a dire: "perché uno stupido mi ha tagliato la strada e io ho frenato e il bambino ha battuto la testa contro il vetro, poi è andato in coma..." e la mia collega chiede: "scusi ma dov'era il bambino?", risposta: " ah, era davanti", "ma quanti anni aveva?" "5 anni" "ma non era nel seggiolino dietro?" "eh no, perché non ci voleva stare" la mia collega, che non le manda a dire: "Senta signora, non era stupido l'altro è scema lei, non dia la colpa all'altro, perché è lei che non ha dato una regola a suo figlio", questa si è "incazzata nera" ..."Mi scusi dove vanno i bambini piccoli?" "Dietro nel seggiolone per motivi di sicurezza!" risposta: "ah, ma lui non voleva" "scusi...? Non voleva? Questo è il risultato!".
Circa il discorso "seggiolini" vedi in giro in macchina bambini in piedi in mezzo e la spiegazione è: "ah, perché lui non vuole e si stacca la cintura, io continuo a dirglielo, ma lui si stacca la cintura"; io continuo a dirglielo ma lui si stacca la cintura?
L'esempio della macchina è un esempio lampante in cui i bambini rifiutano le regole: il genitore continua a dire "attaccati la cintura....attaccati la cintura....attaccati la cintura..." e il bambino la stacca, seguono scenate finché gli si dice: "dai, lasciala staccata"... DAI, LASCIALA STACCATA? Se voi avete una valigetta appoggiata sotto il lunotto posteriore e frenate di colpo, la valigetta vi arriva direttamente davanti, subito; il bambino quindi vola davanti.
Siccome non siete voi che andate in giro, ma sono gli altri che vi vengono addosso, spesso, il problema è quello, perché io posso anche stare attento, ma sono gli altri che mi vengono addosso... e il bambino vola; guardate che di incidenti così ce ne sono, già che il seggiolino non sia dei più sicuri, almeno riduco il danno, è rispettare una regola, semplice, di sicurezza. "Deve capire che deve..." non deve capire niente! Quando sono state rese obbligatorie le cinture di sicurezza, quanti di voi il giorno dopo le hanno allacciate? Dovevate capire che cosa? Ci hanno imposto una regola e l'abbiamo fatto, non perché abbiamo capito, ma perché era una regola.
Vi racconto questa: ...a Catania, arrivavo da Ragusa e mi portavano all'aeroporto, c'era ancora tempo, mi dicono "ti facciamo vedere Catania", ad un certo punto i due davanti si staccano la cintura e poco dopo anche la persona seduta dietro con me la stacca, e io li guardo con la cintura attaccata e dico "ma cosa fate?" "ci stacchiamo la cintura" "perché?" "perché qua a Catania nessuno usa la cintura! Se hai la cintura vuol dire che non sei di Catania" "e cosa succede se sanno che non sono di Catania?" ".... sai, in alcuni posti, possono seguirti in motorino e se hai la cintura attaccata ti aprono la portiera e ti tolgono quello che hai in mano e vanno via" infatti avevano chiuso le portiere da dentro. La cosa è avvenuta con una naturalezza tale, ma tale, che io sono rimasto veramente sbalordito, però quella è la regola di quel posto. Se hai la cintura ti possono seguire in macchina, perché sanno che non sei di lì, e in effetti, c'era la gente che circolava senza cintura e naturalmente senza casco, perché il casco fa caldo.
Noi abbiamo messo la cintura perché c'è una regola che ci impone di metterla, poi diventa un'abitudine o un vizio, ma nessuno fa il ragionamento... perché la cintura ti salva la vita. Il concetto che voglio farvi passare è che per il bambino è la stessa identica cosa, è una regola; non c'è la comprensione! Perché non c'è la comprensione? Perché il livello evolutivo della comprensione si sviluppa molto più lentamente rispetto al linguaggio che il bambino riesce ad usare e quando anche, ha capito una cosa, non riesce a richiamare l'informazione subito, come capita a noi. Noi non richiamiamo subito l'informazione del perché una cosa non si fa, non si fa punto e basta.
Il bambino è estremamente legato al piacere e per lui tutto ciò che gli piace è bello, tutto ciò che gli dà piacere lo vuole; attenzione, il principio del piacere governa il bambino, ma governa anche noi adulti; sopportiamo anche noi delle cose che non ci piacciono della vita, però se possiamo fare delle cose che ci piacciono, ce le teniamo strette perché il principio del piacere è proprio dell'uomo. Nel bambino il principio del piacere è molto, molto presente.
Il bambino è egocentrico, il bambino fa solo ciò che gli dà piacere e, pur di ottenere ciò che gli dà piacere, è disposto a qualsiasi cosa: piange, batte i piedi, urla, strepita e cosa fa, quando ad esempio va in esplorazione e c'è la presa di corrente, cosa fa? Non sa cos'è la corrente, gli si dice "puoi prendere la corrente!", ma chi di voi ha mai visto la corrente nel filo? posso vedere l'acqua nel tubo, la corrente io non l'ho mai vista, non so com'è, posso vedere delle scintille, ma non l'ho mai vista la corrente, è invisibile, non l'ho mai vista io adulto, e allora come faccio a dire a un bambino puoi prendere la corrente? A quel punto il nostro tono diventa importante per il bambino: non si fa così (tono molto tranquillo), non si mettono le dita nella presa (tono molto affettuoso, molto accondiscendente).
Il bambino non comprende a quel livello, quando gattona e esplora, il significato della parola NO, coglie solo il tono e la mimica, attenzione il TONO, e la MIMICA, avete presente quando si dice: "gli ho dato un'occhiataccia e ha capito": la mimica. La prima cosa che un bambino impara a guardare è proprio la faccia, se io prendo un tondo con tre buchi, da molto piccolo, il bambino lo identifica con una sorta di pseudo-faccia perché sembra che noi geneticamente abbiamo questa predisposizione per il viso, ma il viso poi esprime una mimica. La risposta del bambino al nostro sorriso da dove viene? avete presente quando uno sbadiglia e sbadigliamo tutti, è la stessa cosa, da adulti lo sbadiglio è, come possiamo dire...contagioso, ma è contagioso di riflesso, come il sorriso è contagioso di riflesso. Il bambino all'inizio ride per riflesso, non perché è divertente la cosa, vede sorridere e sorride, questo ci dice che è molto attento alla mimica della faccia. Quando un genitore o una maestra richiama il bambino e usa un tono dolce caldo affettuoso su una cosa che richiama al pericolo, il bambino cosa capisce? Questa è una cosa che si può fare.
Quando io impedisco al bambino di fare una cosa, non è che il bambino la prima volta l'ha capito, perché non è in grado di capirlo, deve sapere che quella cosa non si fa, punto...non perché!
Glielo posso anche spiegare, ma non è in grado ancora di capire che non si mettono le dita nella presa, che non si butta la bottiglia di vetro per terra, che non si tocca il fuoco perché il fuoco scotta.
A questo proposito mi ha sempre colpito un mio amico che mi raccontava di una mamma molto rigida che è riuscita ad allevare tre figli avendo in sala un carrello pieno di Swarovski, ha allevato tre figli con un carrello in sala pieno di Swarovski, lì siamo all'eccesso... eppure la lettura qual era: l'ha fatto! però, per carità, i bambini non è che siano i bambini più felice del mondo... ci sono degli estremi che diventano problematici. A proposito degli estremi che diventano problematici, in una conferenza analoga verso Lodi, la suora della scuola materna ad un certo punto mi fa: "Guarda che in realtà il mio problema è che io ho due genitori, che saranno presenti di sicuro, che sono di una rigidità estrema verso i bambini, e i bambini sono molto inibiti", per cui, attenzione, nel mio discorso posso sembrare estremo, ma sono estremo per chi è mollo mollo, per chi è già estremo bisogna fare un passo indietro.... faccio questo riferimento perché dopo uno tende ad essere estremo su tutto: "non far questo, non fare quell'altro, non fare quell'altro ancora..."
Il discorso della presa di corrente e del NO è riferito al fatto che la prima cosa che il bambino è in grado di recepire è il NO, non il Sì, paradossalmente è il NO, prima capisce e comprende il NO, se detto con tono deciso e mimica e non urlato. Tenete conto che più urlate e più il bambino dà i numeri, più urlate e meno il bambino comprende perché il suo livello cognitivo fino a 4/5 anni non è in grado reggere grosse frequenze. Considerate che il bambino dalla nascita migliora fino a reggere suoni sempre più forti, anche come voce, però più la voce è forte (soprattutto nei primi due, tre anni), meno il bambino ascolta, perché succede un effetto che si chiama effetto "re bournd"cioè di rimbombo e in quel momento, nel momento in cui rimbomba, non è più in grado di ascoltare.
Ecco un modo che io vi suggerisco per sgridare, per esercitarsi a sgridare i bambini: se siete in chiesa e dovete sgridarlo, come fate? (Sottovoce): "ti ho detto di stare fermo", in pochissimi secondi, con una mimica "cattiva" e sottovoce... è un sistema molto efficace, breve e conciso.
Le regole, il bambino le impara prima di tutto rispetto al pericolo, è la prima cosa che impara. Io ho visto mamme inseguire i bambini per casa, seguirli dicendo "no, non si fa questo, no questo no, no non toccare, no, no non fare, no..." Allora cosa succede? Il maratoneta, il bambino che scappa da una parte all'altra.
Il bambino costruisce un comportamento sul nostro atteggiamento.
Poi a casa di un'amica succede che gli si dice: "no" e lui non lo fa, "no" e non lo fa, "ma come hai fatto?" Non è che esiste la ricetta, esiste la regola!
L'ho già detto ma lo ridico, una mia collega medico sostiene che lei, nei reparti di ostetricia, quando nasce un neonato, vorrebbe regalare a tutte le mamme, lo dice lei che è medico, il manuale : "Come addestrare il vostro cane" perché chi ha un cane in casa lo addestra in tutto, banalmente c'è una traccia che è comune. La regola è: addestramento, non comprensione.
Noi siamo stati addestrati al semaforo rosso, ci siamo addestrati a mettere la cintura, a forza di metterla, tanto che se ci manca diciamo "ah, mi manca la cintura....", ci si accorge subito.
È un addestramento alle regole, soprattutto alle regole del pericolo, quando si dice "...ah, il bambino non ha il senso del pericolo", "come non ha il senso del pericolo?", è che ha capito che tanto non viene mai fermato e si adegua al comportamento dell'adulto. Non solo, lo fa con tutti gli adulti, perché poi inizia a generalizzare, si comporta allo stesso modo, però se capita sotto le grinfie di un parente non ben disposto e quando andate a prenderlo chiedete: "com'è stato?" "bravissimo tutto il giorno, neanche sapevo di averlo", per forza l'adulto lo ha incollato al muro subito e il bambino ha capito chi è che comanda.
Nel comportamento cosiddetto a inseguimento, il bambino non è che ha imparato oggi a fare quella cosa, è una cosa che è maturata per cui lui si è adeguato, ha creato un comportamento rispetto a ciò che gli veniva dato, per cui ha visto che è un bel gioco correre facendosi inseguire da un genitore, quando poi il genitore perde la pazienza la risposta del bambino è spropositata, e il pianto è forse la cosa di un bambino che manda in crisi di più.
Tutti gli adulti, oggi come oggi, vanno in crisi per il pianto del bambino, tutti.
Non siamo in grado di tollerarlo perché attribuiamo subito al pianto una forma di sofferenza.
Esistono 5/6 tipi di pianto del bambino, l'unico pianto che deve veramente preoccuparci è quando il bambino è disperato o sta male, il pianto del dolore, altri pianti possono essere di mancanza della mamma o di capriccio, cioè quello della sirena, e comunque siamo ugualmente poco inclini a tollerarli. "Il pianto della sirena" è un'esplosione neurologica del bambino, è il primo atto che il bambino esprime quando è stanco, se un bambino piange vuol dire che è sano.
La prima cosa che chiedo: "ha pianto subito?", "sì, bene, allora so che è sano".
Per cui il pianto non è una cosa negativa, il pianto è una cosa positiva perché è l'elemento fondamentale, è uno degli elementi fondamentali nella valutazione che durante il parto è andato tutto bene. "Ha pianto subito?", "Ha pianto, non subito, c'è voluto un po'; l'hanno intubato, poi il giorno dopo ha pianto", non c'è stata subito questa risposta vitale. Vi dico questo per farvi capire che il pianto del bambino non è sempre una cosa negativa, di sofferenza, per cui un bambino poi viene segnato per tutta la vita perché sta piangendo per 5 minuti; ci sono 365 giorni all'anno, non sono 10 minuti di pianto che stravolgono la psicologia di un bambino, la sua personalità, siamo noi che attribuiamo al pianto una disperazione senza fine.
Il bambino sa che in quel modo, non avendo ottenuto ciò che vuole, piangendo, prima o dopo qualcuno cede perché: la nonna cede, il nonno cede, la mamma cede, il papà ogni tanto cede...a questo punto piango, ma io ho fatto un ragionamento, il bambino non fa il ragionamento perché? Perché la parte, chiamiamola emotiva, primitiva è scollegatissima da quella cognitiva.
Andate in un negozio, il negozio è vuoto, il bambino sa che voi il dolcettino non glielo date, per cui inutile neanche che lo chieda. Andate in un negozio e ci sono 3 persone, il bambino pianta i piedi, fa una scenata che non finisce più, vi sentite in colpa perché tutti vi guardano "come è cattiva quella mamma"...a quel punto voi dite: "guarda come è complesso mio figlio!", non è vero, non è un ragionamento che ha fatto il bambino per quanto possa sembrare strano, non ha messo in atto una strategia, ha fatto una cosa molto elementare, molto primitiva, di stimolo e di risposta. Il bambino sa che quando c'è gente voi cedete prima, lo sa, l'ha fatto, l'ha già fatto e lo ripropone, ma senza fare questa grossa pensata sotto, siamo noi che gli attribuiamo un pensiero così sofisticato e strategico; quel pensiero strategico ce l'hanno i ragazzini più smaliziati, cioè verso le elementari che dicono: "ah...faccio così... eccetera", da piccolini non ce l'hanno.
Chi ha visto alcuni pezzettini di "S.O.S. Tata", ha visto alcuni bambini e ha detto: "Oddio quei bambini come sono tremendi!", in realtà qualcuno poi ha riconosciuto l'atteggiamento dei figli di qualche parente, di sicuro... in realtà, certi comportamenti, sono molto più diffusi di quanto ci si possa immaginare, ma non sono il prodotto che è nato una mattina perché il bambino si è svegliato e ha detto "adesso faccio il diavolo a quattro"... c'è stato un processo di ascesa e spesso, a quel punto, subentra il senso di colpa del genitore che si preoccupa: "ho troppo poco tempo".
Questa è una grossissima "sciocchezza" che ci portiamo dietro, una volta i genitori dovevano lavorare per mandare avanti la famiglia, non avevano tempo per stare con i figli, questo senso di colpa è il risultato della nostra cultura occidentale, di questo periodo storico, ci sentiamo in colpa perché non restiamo con i nostri figli e nel poco tempo che ci stiamo gli concediamo tutto perché avvertiamo il senso di colpa (sto facendo lo psicologo anche se non è il mio lavoro). Il bambino non ha bisogno di timbrare il cartellino dei genitori, il genitore vive nella testa del bambino anche se non è lì. Non ho mai visto un genitore andare alla scuola materna a prendere suo figlio e il bambino dire: "chi è mia madre?"
Uno dei giochi che faceva uno psicologo che si chiamava Piaget per capire come funzionavano i bambini, era la conservazione dell'oggetto: il gesso lo nascondo e l'oggetto non c'è più davanti agli occhi del neonato, lui non va alla ricerca dell'oggetto, sa che è sotto, è la prima cosa che impara, per cui anche se il papà non c'è, il bambino sa che c'è.
Io ho visto papà fare i papà per telefono perché erano via per lavoro e non è che sono stati papà più disgraziati di quelli che erano a casa tutte le sere. Importante è come esercito la mia presenza, non per quanto tempo.
Se oggi tutti e due i genitori non lavorano, non si arriva alla fine del mese. Se uno vuole godersi il principio del piacere sa che deve avere due soldi in più, più soldi entrano meglio si va, questo vuol dire togliere tempo. Ma non è che togliendo la quantità ho tolto la qualità, anche perché i bambini quando ci siamo noi che cosa fanno? "giocano", i bambini, fanno gli "affari loro", sanno cosa fare, giocano. Non è che se c'è il genitore passano ore e ore a giocare con lui, i bambini da soli giocano, si organizzano. Credi di compensare il tempo concedendo, concedendo, concedendo.
Se io concedo, concedo, sì fai quello che vuoi, perché sai sono mancato un poco, però adesso divento buono... divento bravo perché ti faccio fare quello che vuoi...ad un certo punto questo meccanismo si ritorce contro, ogni tanto tento di fare il cattivo, ma il bambino non riesce più ad adeguarsi perché ha sempre ottenuto.
Mi viene in mente: papà che torna, arrivano due bambini "cosa ci hai portato?", neanche salutano, "cosa ci hai portato?", "ti ho portato questo, ti ho portato quest'altro..." e loro prendono e vanno via. "Eh, sai io sono sempre via", "potevi stare via ancora, mica si sono accorti che manchi, sei importante solo perché gli hai portato qualcosa". Provate a fare l'elenco, in euro, in una riga, dei giochi che avete comperato e hanno regalato a vostro figlio e fate il totale, ed ora evidenziate i giochi con cui il bambino ha giocato per più di una settimana di fila. Con i soldi che c'erano in questa colonna le Maldive erano il minimo, davvero! Veramente. Non è uno scherzo, fate il conto con la calcolatrice....vi viene il senso di colpa grande come una casa, e i bambini non ci hanno giocato per di più di due minuti.
Poi nella colonna di qua trovate: cassetta delle mele, scatola di cartone del computer, scatola di imballaggio del televisore, polistirolo, cioè le cose che non costavano niente perché se andavate al mercato o al supermercato o in un magazzino ve le tiravano dietro. Nell'altra colonna ci sono cose assolutamente inutili, con le quali il bambino non gioca perché il gioco, gioca già da solo.
Il bambino impara la regola se il genitore non cede. Una delle regole principali, spesso non rispettata, riguarda l'ora in cui i bambini vanno a dormire e il luogo dove si coricano. Se i bambini dormono nel letto dei genitori alla fine questo comportamento diventa anche un segnale chiaro da parte di un partner all'altro "stasera niente..." Molti genitori, pur consapevoli che i bambini devono dormire nel loro letto, non riescono a respingere i tentativi dei figli di entrare nella loro camera e per contenere le ripetute insistenze si addormentano vicino ai bambini, poi si svegliano e tornano nel loro letto seguiti poco dopo dal piccolo che, una volta svegliatosi, cerca il genitore nel "lettone"... oppure il genitore fa addormentare il figlio nel letto dei genitori e poi lo porta nella sua cameretta, ma quando il bambino si sveglia protesta, piange e si dispera...
La regola fondamentale è: tu dormi lì sempre e da subito. Ti concedo la domenica mattina quando puoi venire a svegliarmi oppure quando sei particolarmente spaventato... ma solo quella volta! Sicuramente se cedete la seconda sera i bambini sono lì, e anche la terza sera e la quarta e poi non si riesce più a tornare indietro: IL COSTO E' IMPUNTARSI.
Parlando di cibo: "mio figlio mangia poco" dice la mamma di un ragazzino, mangia poco? Poi si scopre che il bambino non mangia a pasto, ma mangia fuori: la brioche, una cosa, un'altra e guai se non gliela dai perché batte i piedi, pesta e la mamma conclude: "pur che mangi..."
C'è stato un periodo, durante l'ultima guerra, in cui la gente veramente pativa la fame, successivamente si è entrati in una fase di abbondanza in cui tutti gli adulti, in particolare i più anziani, insistevano per dar da mangiare ai bambini. L'origine di questo atteggiamento è quindi culturale e si collega alle sofferenze legate alla mancanza di cibo che, in chi le ha vissute, suscitano il desiderio di rimpinzare soprattutto i bambini.
Nessun bambino è mai morto di fame in Italia, a meno che, deliberatamente, non gli si dia da mangiare, tutti i bambini si auto-regolano nel loro rapporto con il cibo, ovviamente se sono ghiotti di un alimento tendono a volerlo. I bambini a cui, fin da piccoli, non sono stati dati cibi dolci, miele, zucchero sul ciuccio tendono, quando diventano grandi, a non amare molto i dolci, perché il gusto dolce non è stato usato come rinforzo. Attenzione, non che lo zucchero non sia utile ma c'è quasi dappertutto... i medici screditano zucchero e miele perchè rischiano di danneggiare i denti. Ci sono bambini che hanno i denti da latte cariati, quelli che crescono sotto sono già cariati da eccesso di zucchero. Quindi i bambini che hanno mangiato poco zucchero da piccoli, tendono a non volere i dolci, non sono amanti dei dolci, quelli che da piccoli hanno mangiato tanti zuccheri, dovevano mangiare a tutti i costi zuccheri, hanno appreso il meccanismo del dovere mangiare a tutti i costi; il dover mangiare a tutti i costi mi insegna anche il senso di fame: io ho sempre fame e continuo a mangiare. Il bambino si regola, se non ha fame non mangia, quando ha fame mangia ma, attenzione, anche a voi sarà capitato di mangiare mezzo panino prima di pranzo e poi di non avere più fame una volta seduti a tavola... per i bambini è la stessa cosa: a volte per un bambino è sufficiente un boccone di pane prima del pasto per sentirsi sazio, magari, dopo cena, ha una fame nera e allora cosa fa il genitore? Si sente in colpa perché il figlio ha fame e gli consente allora di mangiare quello che più gli piace ovvero merendine, brioche...
Chi lavora nelle ditte di succhi di frutta, non beve i succhi di frutta, perché? Chiedete a qualcuno che lavora in fabbrica di cosa sono fatti... Parlando di cibo vorrei ricordare una bellissima pubblicità, della VICS VAPORUM, che usa come slogan: "LA MIGLIOR DIFESA E' L'ATTACCO", propone un bambino che, al supermercato, vuole un pacco enorme di caramelle, lo prende, guarda la mamma, la mamma lo guarda, lei gli dice "mettilo giù!" lui allora lo sbatte in terra, si butta in terra e fa "Uehh (piange)", la mamma lo guarda, la mamma si butta in terra e inizia a dire "UEHHHH" poi si alza e fa il broncio. Il bambino rimane lì a guardare la mamma in terra che urla, si ferma e la mamma gli fa il gesto "metti a posto" e lui mette a posto, va lì dalla mamma e le fa "LA MIGLIOR DIFESA E' L'ATTACCO" ; stupenda, peccato che l'hanno rovinata con il farmaco... io però ho preso quel pezzettino lì e vi assicuro che è eccezionale. Il bambino vuole quella cosa, spetta a me decidere ciò che può e ciò che non può fare. Il bambino cicciotello che non mangia mai come fa ad essere diventato cicciotello? Non fa colazione. Attenzione se voi uscite a cena questa sera domani mattina non avete fame. Noi poi per abitudine mangiamo poco, molti bambini fanno una colazione ricca di zuccheri e alle 9:30 qualcuno di loro comincia a dare i numeri, gli zuccheri vanno subito in circolo, poi crollano e succede che i bambini abbiano una fame nera... succede anche a noi. Ci sono bambini che diventano isterici a certi orari, anche a scuola, e diventano ingestibili nel momento in cui sono in crisi ipoglicemica perché hanno fame, hanno bisogno di zuccheri, perché hanno avuto un picco e poi un crollo immediato e allora tendono ad inghiottire qualsiasi cosa capiti, poi a tavola non mangiano e sono grassi.... E quando diciamo si deve mangiare regolamentare significa che si mangia a pasto.
Altro esempio: bambina che non mangia a mezzogiorno, non mangia a cena, ma mangiucchia costantemente, dobbiamo tenere in considerazione che il bambino che prende mezzo biscotto lo mette in bocca e va via non è un "marcantonio" di 180 cm... un conto è un "tappettino" di un metro, un conto è uno di 80 Kg. Che non si sazia certo con un biscottino!
Il rapporto con il cibo si deve regolamentare: il bambino mangia a pasto e mangia quello che si sente. Circa il fatto che i bambini non mangiano tutto perché selezionano i gusti, noi facciamo un errore grossolano quando iniziamo a svezzarli e cominciamo a dargli le pappine dove c'è dentro di tutto, così il bambino si nutre in modo completo, da un certo punto di vista è giusto, ma voi avete mai provato a prendere ad esempio un secondo piatto, carne, insalata e patate, sminuzzarlo e mescolarlo tutto insieme? non ha più il sapore né di carne, né di patate, né di verdura.
Il bambino, come tutti gli esseri umani, va allenato al gusto, se io mangio, assaggio un pezzettino di quella cosa, di quel sapore, memorizzo il sapore. Attenzione, noi abbiamo un meccanismo di difesa umano, probabilmente è antichissimo, che ci permette di distinguere ciò che è commestibile da ciò che comunque è velenoso. Se noi aiutiamo il bambino a sentire un sapore al giorno, un giorno la carota, un altro il finocchio, ecc., anche se mangia poco, inizia a memorizzare i gusti.
Per imparare il "gusto" se io prendo di una "cosa" un cucchiaino tutti i giorni, o 2-3 volte al giorno un pezzettino, lo memorizzo, mi formo dei gusti per cui le cose che hanno un gusto che ad altri non piace a me piacciono tantissimo, perché il mio cervello è allenato a percepirlo.
Nel bambino funziona la stessa cosa: "ah, che schifo non mi piace...", un pezzettino lo mangia, un pezzettino oggi, un pezzettino domani e memorizza il gusto, perché questo è il problema "memorizzare il gusto" ovvero il bambino non è stato allenato a percepire quel gusto... negli omogeneizzati a volte non percepisci il gusto, è troppo mescolato, selezionare i gusti permette al bambino di imparare i gusti... ma non di "imparare la fame", quella o ce l'ha o non ce l'ha.
Se io mangio e poi vado a letto, il giorno dopo rischio di non far colazione perché è in corso ancora la digestione della cena. I bambini dovrebbero poter mangiare, avere poi due ore a disposizione e andare a letto, senza mangiare cose fuori pasto. Non è una violenza, è educazione alimentare.
Se andiamo indietro nel tempo a quando si andava in panetteria, io ricordo che c'era la girella, la fiesta, non ricordo molti tipi diversi di brioche o intermezzi....oggi c'è un'invasione.
Questo avviene non perché la Nestlè voglia molto bene ai nostri figli, ma perchè vuole molto bene al suo portafoglio. Se non ci sono merendine in giro, non si cercano, e si può tornare al vecchio pane, burro, zucchero, pane, burro e marmellata, o alla frutta. Quando hai fame mangi questi alimenti, fuori da questi no, altrimenti non c'è la regolazione del cibo. Tanti bambini già sentendo l'odore del cibo hanno la nausea, ma è perché sono già sazi! E nasce allora un problema alimentare, i disturbi alimentari ce li siamo inventati noi. Colazione, metà mattina, pranzo, merenda, cena e a letto, qualcuno ha il rituale del latte prima di andare a letto, o altre cose prima di andare a letto... basta, in mezzo nessun altro cibo perché altrimenti salti il momento del pasto. Quando un bambino mangia poco tante volte, la bocca dello stomaco si chiude. Se per un periodo si mangia poco a cena il senso di sazietà si altera... uno ha fame, ha fame, ha fame, ma poi mangia poco perché la bocca dello stomaco si chiude, se uno mangia tanto la bocca dello stomaco si allarga, per cui poi non posso dire ad un bambino che mangi subito tutto senza che faccia delle scenate tremende.
Con il cibo abbiamo lo stare a tavola e i rumori di fondo... a tavola vuol dire stare a tavola davanti alla televisione per un gran numero di persone, non solo, arrivi a casa, cosa fai? Accendi la televisione e vai in cucina a far da mangiare con il rumore di fondo. Si è a tavola con la televisione accesa, non è stare a tavola, è stare con la televisione accesa.
Quando un bambino è stanco prende e va via e, scena che qualcuno ha gia visto, la mamma lo insegue con la forchetta in mano pensando "oddio muore di fame", poi se non lo fa la mamma lo fa la nonna, per cui è meglio che lo faccia la mamma, perché se lo fa la nonna è ancora peggio.
Io a gennaio, per 3 settimane, faccio scuola di sci con una mia collega a bambini disabili. Ce ne sono 35 ogni settimana ad Asiago, bambini disabili con problemi comportamentali, non ce n'è uno che si alzi dal tavolo fino a quando non si è finito. Tenete conto che è venuta una famiglia di ristoratori a vedere... con un bambino disabile... a vedere cosa facevano i maestri di sci etc....
Hanno mangiato così... guardandosi intorno con i loro figli in giro, allora beccati i loro figli per l'orecchio e messi seduti, gli hanno fatto una scena, ma i figli hanno provato ad alzarsi ancora, presi e messi seduti e "guai se vi muovete!"... è seguita una scena di implorazione verso i genitori e tirate di orecchie ai genitori se non facevano star seduti i loro figli... alla fine hanno detto: "noi abbiamo un ristorante, non abbiamo mai visto 35 bambini seduti ai loro posti, i bambini con i loro fratelli"...perché la regola in quella sala è che nessuno si alza finché non ha finito il suo tavolo, PUNTO. E guai a chi si alza, nessuno si alza.
Ci sono stati genitori che con i bambini sani, dopo quella settimana, hanno ripreso ad andare in pizzeria perché, prima, quando ci andavano passavano il tempo in pizzeria ad inseguire i bambini. Non è una cosa da capire, anche lo stare a tavola, lo fai PUNTO E BASTA.
Quando hai finito di piangere e di frignare mangi, altrimenti stai qui seduto punto e basta, il bambino cosa fa? Ne fa di tutti i colori, salta, si dimena, si tira su, se uno non è abbastanza stanco dal lavoro vince, ma non la vince la prima sera, vince dopo la seconda o dopo la quarta, dopo la quinta, ma prima della fine della settimana la vince perché la regola è chiara.
Ma come deve essere una regola? Deve essere chiara, precisa, univoca.
UNIVOCA cosa vuol dire? Che non deve essere una cosa fraintendibile, questa cosa non si fa, punto.
CHIARA e PRECISA: deve essere definita, non deve essere lunghissima, non deve essere una cosa che ci vuole "una laurea" per capirla
Univoca significa che non deve essere ambigua, perché a quel punto non è più una regola. Quando inizia ad essere chiara, precisa, univoca la situazione diventa facile per noi, anche se è difficile per il bambino all'inizio accettare quella regola di comportamento. L'atteggiamento del bambino sarà sempre quello di tentare di infrangerla, per vedere se ogni tanto qualcuno ha cambiato idea.
Ma quando le regole proprio il bambino non le impara?
C'è un meccanismo per cui il bambino anche se io indico una regola non la impara ed è questo, sapete com'è la regola del gioco d'azzardo? Il gioco d'azzardo funziona che io gioco la prima volta e vinco, gioco la seconda e vinco, la terza perdo, perdo, perdo, vinco e poi perdo, perdo, perdo, perdo, perdo, vinco, poi vinco, vinco, poi perdo per una serie di volte, poi vinco, perdo e vinco, perdo, perdo, perdo, perdo, vinco, vinco.
Come fa il pescatore in rapporto al tempo che impiega per tirar fuori dall'acqua un pesce: può tirar fuori 5 pesci in 10 minuti, può tirar fuori 5 pesci in un mese, eppure è lì, prima o dopo il pesce arriva, ogni tanto abbocca. Per cui uno dice: "cosa ti fa stare lì ore, ore, ore?" Per me il gusto c'è, il bello è nei tempi, a volte arrivo a casa con tanto, a volte arrivo a casa con poco, a volte con niente, però continuo ad andare.
Questo è il meccanismo del gioco d'azzardo, ti basta vincere ogni tanto per poi essere completamente preso, per cui tu continui a puntare anche se perdi e sai che sono gli altri che vincono. Tu fai il conto dei soldi che hai portato e sai che hanno vinto gli altri, ti saresti fatto la villa nuova, preso la barca, ma hanno vinto gli altri. Tu hai vinto ogni tanto, pochino, hai perso un sacco di volte. Il principio del piacere è predominante rispetto alle sconfitte. Se il bambino scopre che vince e ogni tanto perde, ogni tanto vince e ogni tanto perde, per un po' di volte, perché ogni tanto tengo duro e ogni tanto cedo... è FINITA.
State tranquilli che non ve ne disfate più per un periodo lunghissimo perché subentra questo meccanismo, subentra negli adulti per cui anche se razionalizzi ti comporti secondo il principio del piacere. Figuratevi nel bambino. Questo è per il gioco d'azzardo. Tenete conto che nelle tecniche di addestramento di un cane, questa è una delle tecniche usate.
All'inizio il cane fa una cosa, gli do un premio, il cane fa una cosa e gli do un premio, però non posso sempre dargli un premio perché voglio che il cane faccia quella cosa. Allora iniziamo a fare che ogni tanto ti premio, alcune volte no. Un po' ti premio e un po' no. Un po' sì e un po' no, a caso. Il cane, quella cosa lì la farà sempre in attesa del premio, morirà convinto che prima o dopo il premio arrivi, perché è stato addestrato ad una casualità, è una tecnica.
Noi abbiamo molti bambini che, quando scoprono che ogni tanto vincono, prolungano le loro scene all'inverosimile fino ad arrivare, come dicono alcuni genitori morti stremati, a dormire, morti stremati, sudati...
A quel punto, la volta dopo, quando succede, voi avete in mente che grande sofferenza sia quella roba là rispetto al mangiare la caramella, e dite "ma sì mangia la caramella", però sapete che non può mangiare caramelle tutto il giorno, è anche vero che per una caramella uno non può fare una scena cinese! Se subentra questo meccanismo è difficilissimo poi tornare indietro ed è un meccanismo che non è razionale, è molto profondo nel cervello di un bambino e non ti permette di uscire, non ce la fai più.
L'adolescente quando infrange la regola o tenta di dire: perché? perché? questo perché non ha un significato, ha solo il desiderio di fare quella cosa, di poter tornare tardi la sera, di poter fare questa cosa: "voglio andare in pizzeria da solo, i miei amici sì e io no?" tu gli puoi spiegare benissimo 20.000 perché, il tuo perché gli entra da una parte e gli esce dall'altra. La regola è quella contro cui lui si scontra, E' NO PUNTO E BASTA. Non è no perché, e non tento neanche di convincerlo, tempo perso, è no punto e basta. Quando lo capirà? Ad un certo punto, più avanti.
Ci sono bambini, mi è venuto in mente prima, che a casa tentano comunque di fare quello che vogliono pur avendo genitori che seguono delle regole e che hanno a volte l'impressione di non ottenere molto, in realtà poi, gli stessi genitori, rimangono meravigliati perché a scuola la maestra della materna dice: "suo figlio si comporta bene, è adeguato".
Questo risultato ricade fuori casa, il bambino che impara che dagli adulti ha tutto, ritiene che tutti gli adulti devono dargli tutto. Il famoso bambino viziato, piange, dalla maestra deve avere tutto, perché la maestra è un adulto, la zia è un adulto, lo zio è un adulto e quando impara che tutti gli adulti gli devono dare, a questo punto percepisce ancora meno l'autorità degli altri. Per cui anche la maestra alla materna diventa quella che deve dargli. "Perché tu devi darmi".
A questo punto i bambini entrano in un circolo vizioso e fanno molta fatica ad accontentarsi e non è che accontentarli li placa, li fa rilanciare, sempre di più. Rilanciano! Il bambino ha bisogno di avere dei limiti.
I bambini che vengono accontentati in tutto ad un certo punto rilanciano sempre di più, sempre di più, sempre di più, non c'è niente che li sazi. Ma non solo con i genitori, questa cosa si verifica anche con gli altri e hanno in realtà un bisogno spasmodico di avere dei limiti. Il bisogno spasmodico di avere dei limiti viene dal fatto che loro non sono in grado di capire, sono solo in grado di volere, per il momento, non di capire, e questa cosa rischia poi, nel tempo, di compromettere i rapporti sociali.
Ieri, per esempio, parlando con le maestre, parlavamo dei bambini che hanno famiglie tranquille, molto adeguate ecc.. ma non hanno il rispetto, non tanto della regola prima di tutto, ma dell'adulto che dà la regola, perché? Perché tentano, attenzione eh, tentano, di far valere anche con quell'adulto il principio del piacere. Fanno il gioco da bambini "io voglio".
Faccio un esempio: il bambino che da piccolino inizia a dire alla mamma "brutta cattiva" dandole una botta e la mamma ride, "brutta cattiva" e il papà ride, "brutta cattiva" PAM! e tutti ridono e ridono sempre, quando ha tre anni può essere definito "violento" da altri adulti. "Guardi che suo figlio è violento!", "Mio figlio violento? Mio figlio gioca!, Sì ha menato un po' di bambini, ha menato anche me!". Ma perché? Non perché è violento, perché il bambino ha creato un bel gioco di cui tutti hanno riso. E' una fase che tutti i bambini hanno quella di picchiare sulla faccia, ci sono bambini che la smettono subito, altri che continuano per parecchio.
Perché mi picchia? Perché è piccolino... se avesse avuto 18 anni ti avrebbe dato un "cartone" e questa cosa, banalmente, non la riconosci e ti dici: "che strano non è mai stato un bambino violento", il bambino non vive in una situazione familiare difficile, è una famiglia tranquilla la sua e lui "mena", attenzione "mena" perché è un bel gioco.
La prima esperienza sociale di un bambino spesso viene vissuta nella scuola materna, le esperienze sociali di un bambino infatti sono molto ridotte, ad eccezione che per qualcuno. Quando i bambini si trovano a confrontarsi con altri, alcuni di loro, si "menano" e si misurano, qualcuno va oltre, lo fa anche con l'adulto, morsica, morsica uno, morsica quell'altro ecc...
Nel caso in cui l'adulto rida - e guardate che adulti che ridono ce ne sono -, i bambini fanno: "o che bel gioco" e vanno avanti a mordere, e quello piange e l'adulto ride, guarda che segni mi ha lasciato... poi quando morsica gli altri bambini è perché continua il gioco.
Ma la cosa più difficile è quando anche la maestra è un adulto che mi deve dare... allora vi racconto di un bambino che ha incontrato una mia collega. Il bambino arriva con la mamma che si presenta e dice per prima cosa :"io sono laureata alla Bocconi (..già è una cosa che ti fa cadere gambe braccia e tutto..), sono venuta da lei perché le maestre mi hanno detto che mio figlio ha un po' di problemi, per me non è vero, va in psicoterapia da quando aveva 2 anni, perché io sono svenuta una volta in casa e i miei genitori si sono spaventati e secondo me lui è rimasto traumatizzato".
La mia collega le ha detto: "mi scusi, ci sono bambini i cui genitori sono morti di una grave malattia e non sono mica rimasti traumatizzati, sono andati avanti a fare la loro vita, per cui se lei è svenuta guardi che...ecc...". Questo bambino, 6 anni, fa alla mamma: "cretina, non devi parlare delle mie cose con gli altri", molto grande per un bambino, e ad un certo punto le dice: "perché le mie maestre sono stupide", e lei "guarda che stupide non si dice, alle maestre si porta rispetto" e lui "vedi, anche lei non capisce, mi tratta male, sono loro che non capiscono..."
Quello va preso così: "Ciccio, comportati bene perché guarda che qua comando io!"; è una pantomima... la maestra "non capiva" e il bambino continua "andiamo via, io non voglio restare qui..." e la mamma "sì, dai che andiamo", la mia collega dice: "adesso lei si siede lì e non si alza fino a quando io non ho finito".
Con i ragazzini è così, praticamente le maestre avevano fatto capire alla mamma che il ragazzino, intelligentissimo e bravissimo, è ingestibile in classe ed ha sempre da dire su quello che dice la maestra.
E' stato allevato così e quello è il risultato, è un caso estremo in cui il bambino ribatte alle maestre, "la maestra non può permettersi di..." perché è la maestra che non sa; succede che il bambino arriva a scuola e la maestra lo rimprovera e il bambino dice: "tu non puoi rimproverarmi, perché la mia mamma non vuole". C'è il bambino che può provare questa carta, ma a volte c'è il bambino che lo dice con cognizione di causa, perché si sente spalleggiato dalla mamma. Tenete conto che per le maestre non è semplice dire: "guardi che suo figlio è in difficoltà" e spesso anche la maestra non sa bene come aiutarlo, ma quando il bambino in difficoltà inizia ad avere problemi di comportamento è un'altra cosa. A quel punto il genitore, se inizia a spalleggiare il bambino, perché lo spalleggia? Perché lo protegge, perché il bambino che va male fa star male anche te, però la maestra che si sente dire così, non ha armi, né autorità verso il bambino, né per quanto riguarda l'insegnamento, né per la gestione dei rapporti, come fa a dirgli: "Guardi che suo figlio ha difficoltà a livello scolastico oltre che problemi di comportamento?" Eppure queste cose succedono, succedono, anzi poi c'è il caso in cui, per carità, c'è la maestra che "non funziona", perché ci sono anche quelle... ci sono anche maestre che "non funzionano" e maestre che "funzionano", come professori che "non funzionano", come c'è il postino che non consegna la posta. Però, per quanto la maestra possa non essere brava, nel momento in cui il genitore, per appoggiare il figlio, denigra l'operato della maestra, è finita. Il bambino, a quel punto, ha un potere enorme sull'adulto e non si riesce più a gestirlo e più potere noi gli diamo, più il bambino va in crisi e in difficoltà. Il problema è che queste cose si possono gestire bene verso la quarta elementare; in quinta elementare, alle medie è già più difficile tornare indietro, ed è difficile cambiare registro, difficilissimo. Già è difficile quando sono piccoli accettare che, se abbiamo deciso che una cosa è no è NO! Se in un posto non ti comporti bene - e ti devi comportare bene - pigliamo e torniamo a casa. E' difficile reggere questa cosa. Quando sono più grandi non è più possibile perché a quel punto il bambino si auto-determina da solo, si auto-organizza da solo.
Io adesso mi fermo e aspetto le vostre domande.


GENITORE: ...cosa ne pensa di un bambino che a scuola vede una netta differenza con quello che gli hanno insegnato i propri genitori - come ha detto lei "NO regole coerenti dove questo si fa e questo non si fa"... tu gli dai delle indicazioni di comportamento e poi lui si trova a scuola dove ci sono i compagni che fanno esattamente l'opposto?

SANGALLI: ...va sottolineato che non è mai facile per una maestra gestire bambini che stanno alla regola e bambini che non stanno alla regola e la cosa è difficile perché il bambino che non sta alla regola dice: "beh, perché la devo rispettare io se non lo fa neanche lui?"

GENITORE ESATTO!

SANGALLI: Questo purtroppo quando esiste una varietà di situazioni diventa quasi insostenibile, ingestibile. Io faccio questo esempio: sono stato in una scuola sopra Bergamo, invitato dalla maestra che mi ha detto: "vieni a vedere, perché è una situazione allucinante e non sappiamo cosa fare". Vi assicuro che è una maestra di quelle indubbiamente con "le palle", in gamba, una che ama il suo lavoro, veramente brava perché si sta tirando avanti situazioni... e il problema è proprio questo, lei ha un gruppetto che funziona bene ma ha 4/5 elementi che per gestirli esce sudata, perché il problema, attenzione, ne parlavamo stamattina e oggi pomeriggio, non è far rispettare la regola a scuola, il problema è che io devo insegnare, quindi quello è solo un passaggio, il mio obiettivo non è farti comportare bene, il mio obiettivo è che io ti devo insegnare, cioè tu devi uscire di qua che hai imparato delle cose.
Per esempio, questa maestra per gestire la classe faceva i salti mortali - io mi sono messo in fondo - chiamava uno, chiamava l'altro, poi l'altro. Mentre uno era fuori dava un occhio all'altro, cioè li gestiva, poi arriva un maestro e inizia la lezione, un casino micidiale. Allora ho detto alla maestra: "ma era questo che volevi farmi vedere, come insegnavi tu?" "no" dice "è questo che volevo farti vedere: un casino"... cosa vuol dire? un bambino sotto il tavolo, un altro che andava dietro la cattedra, il maestro continuava a spiegare, un bambino passa davanti e lo guarda, lì così... era andato a prendere nel barattolo delle penne una cosa... si è alzato un altro, è andato dall'altra parte, ha buttato la gomma del compagno in terra, queste sono alcune cose che ho visto ma era... l'intervallo... e il maestro che imperterrito parlava del Paleolitico... il polso, lo sforzo, le energie... ci sono un sacco di energie perse nel mantenere un livello sufficiente per l'apprendimento, è più difficile gestire un problema di comportamento... e il bambino dice: "perché lui lo fa e io no?"
Esempio: bambino iperattivo che si alza a fare un giro, a buttare la carta etc..., perché lui si alza e io no? questo lo fanno tutti i bambini, è una cosa che fanno tutti e in una situazione un po' più incandescente, questa cosa è difficile da gestire.

GENITORE: ...ma lei ha guardato solo il lato dell'insegnante, il problema è il genitore, e io sono genitore, purtroppo io non sono a scuola quando mio figlio fa confusione, il problema è quando viene a casa e mi dice che i suoi compagni si sono comportati in questo modo, l'altro si è comportato in quest'altro e io devo dirgli di non fare come i suoi compagni...

SANGALLI: ...infatti... attenzione però, la vediamo da un altro punto di vista, non devo passare io per cattivo, no, io ti insegno che quella è la regola, punto. Perché lì ci stai 5 anni e poi vai avanti, ma quella è la regola che io ti garantisco.
Il punto, da genitore, è che comunque, nella coerenza, tu non gli insegni a comportarsi male, ma gli insegni a comportarsi bene ed il bambino elabora la cosa con i suoi strumenti da bambino e tu rimani coerente.

GENITORE: ...il bambino fa la doppia faccia poi perché sa che a casa si comporta in un modo, e a scuola in un altro modo...

SANGALLI: A scuola non è che si comporta male, a scuola tenta di comportarsi bene, per un po', poi se l'adulto non riesce a gestire la situazione, non è un solo bambino, sono tutti i bambini che gli vanno dietro, perché il problema poi è l'adulto che non gestisce la situazione della classe. Il bambino è a scuola, non è a casa, a casa lo dice però, l'ha fatto uno, l'ha fatto l'altro, lo faccio anch'io... Se io adulto non ti do la regola, dall'altra parte tu cosa fai? Fai il gioco del bambino, per il bambino si fa così, non c'è il discorso del capire, lo dicevo prima... la comprensione non scatta. Attenzione, il bambino non può capire, non ce la fa, non scatta il discorso del capire, scatta il discorso dell'adeguarsi al resto, il problema a questo punto è dell'adulto che si trova a gestire la situazione, dell'adulto che, in questo caso, ricopre un ruolo "istituzionale" e si condiziona così l'apprendimento. A me capita ancora l'insegnante che mi dice: "quando manca "tizio" noi ci accorgiamo perché facciamo lezione e facciamo molta meno fatica".

GENITORE: Allacciandomi a questo filone volevo dire, quando un bambino cambia e si comincia a dire: "...ma è maleducato", si intende dire che è stato MALE-EDUCATO, non si intende dire che è stato male-educato dalla maestra, ma si intende dire sempre che la responsabilità è dei genitori.
Prima si parlava anche di tempo, di mancanza di tempo. A me è sembrato che in questi ultimi anni tanti genitori deleghino anche la parte educativa agli insegnanti... forse stanno, anche a livello di ore, poco con i figli, li vedono solo di sera.

SANGALLI: Questa cosa abbiamo visto che non funziona, le faccio un esempio che abbiamo fatto oggi. Ci sono bambini molto meno fortunati, che vivono situazioni familiari abbastanza disastrate, non parlo delle separazioni che ormai vengono affrontate abbastanza tranquillamente dai bambini, ma di situazioni socialmente problematiche, dove i bambini subiscono un grosso "danno" a livello di personalità emotiva etc... e quindi si ritrovano con molte difficoltà affettivo-relazionali... ne parlavo con le insegnanti e si diceva che la scuola ha un compito, che è l'unico compito, quello di insegnare, attraverso l'insegnamento educo. Ma come insegnante non posso, non riesco, non ho le forze per compensare una carenza familiare. Non ce la fa la scuola a far questo e anche se si impegnasse a farlo non lo potrebbe fare.
Gli insegnanti non sono i genitori, il problema grosso è che nella scuola oggi vengono proposte l'educazione stradale, l'educazione sessuale, l'educazione ambientale, tutte le educazioni del mondo... e alla scuola vengono delegate tante altre cose, ma la scuola non può fare tutto, perché l'insegnante non è una figura affettivamente significativa quanto il genitore. E qui bisognerebbe parlare della differenza tra un legame affettivo e un attaccamento profondo. Con il genitore esiste un attaccamento, un legame stretto affettivo, con l'insegnante no, per cui l'insegnante non è in grado di sopperire a questa cosa, non lo può fare.
L'insegnante può insegnare ai bambini le regole della convivenza comune civile, perché questa è una situazione che poi vivranno, l'obiettivo dell'insegnante è quello di insegnare, il bambino deve apprendere, perché l'apprendimento è quello che può fare la differenza nel suo percorso scolastico, non può caricarsi di altro perché il messaggio non passerebbe comunque, istituzionalmente non passerebbe, a maggior ragione nei confronti di bambini problematici.
Perché non passa? Perché la scuola non è un ente dove si fa psicoterapia ai bambini. L'ho detto, ci sono altri contesti, però la scuola si trova a gestire i bambini e quindi deve attrezzarsi anche se non è pronta e le risorse non riescono ad essere efficaci. L'istituzione non può sostituire né compensare.

EDUCATRICE: Lei parlava della gestione del tempo, è questione anche del modo di rapportarsi dei genitori, perché le regole di comportamento e di relazione passano anche a seconda di come si relazionano i genitori tra di loro, anche se hanno poco tempo per stare insieme, se in quel poco tempo è chiaro il modo di relazionarsi, i bambini imparano a relazionarsi. Se un papà dice alla mamma: "tu non capisci niente...", chiaramente il bambino quando viene a scuola alla sua insegnante dirà "tu non capisci niente"; è chiaro che la qualità del tempo che si passa assieme è molto importante, ma è importante anche il modo in cui si gestisce la relazione.

SANGALLI: Mi ha telefonato una signora di Milano che voleva un consiglio dicendomi: "con i miei figli ho un po' di problemi nel motivarli a fare i compiti, non so come fare, non li vogliono mai fare". Io dico: "ma quante ore passano a scuola?" e lei "Finiscono alle 16:30... a Milano, tra una cosa e l'altra, tornano alle 17:30, come fai a fare i compiti...". A parte quello, il problema qual era? Quando la mamma litiga con i bambini per i compiti arriva il papà che acconsente alle richieste dei figli; e alla fine il problema era il papà. Allora ho detto: "signora, io non sono uno psicologo, però questo è un problema che non riguarda il fatto che i bambini non vogliono fare i compiti, il problema è un altro ed esula dal discorso "scuola", lì la scuola è impotente. Credo che anche la famiglia stessa sia impotente in questa situazione, cioè non riesca ad uscire da questo circolo vizioso. Certe volte non te ne rendi conto, magari lo noti negli altri e non riesci a vedere che avviene anche in casa tua, sei un po' cieco, perché altrimenti faresti di tutto per evitarlo, si fa di tutto per stare bene ed essere felici, non per stare male.
Una cosa vorrei fosse chiara, soprattutto per i bambini più piccoli, la regola va rispettata e io genitore posso farla rispettare, basta non cedere, ovviamente senza diventare estremamente rigidi e inibitori perché purtroppo, come in tutte le cose, si può concedere il massimo della libertà o imporre il massimo della costrizione. Esiste una via di mezzo, una delle cose per esempio che ho visto fare nel programma "S.O.S. Tata" è che quando si stabiliscono le regole, si scrivono, e si appiccicano in vari posti della casa. Le "tate, che in realtà sono delle psicologhe, dicevano al bambino: "ci sono delle regole 1-2-3-4" senza spiegargliele. Ad esempio: "I bambini dormono nel loro letto", punto e appiccicavano il foglio; "Si mangia tutti a tavola", punto.
Questa è la cosa più importante, non bisogna farsi prendere dal pianto, dalle crisi isteriche dei bambini perché quello è il loro modo di esprimersi, ma ricordatevi che se piangono... meglio respirano e meno bronchiti hanno! Fate sempre questo pensiero.
Una delle situazioni in cui il discorso delle regole è fondamentale è nell'insegnamento di alcune arti marziali, come il judo, tenendo conto però che la differenza è sempre fatta dal maestro.
Punto fondamentale è che uno impara a fare determinate cose, in un determinato tempo, a rispettare la regola e guarda caso tantissimi bambini alla fine la rispettano perché ti dimostrano di averne bisogno. Con alcuni ragazzini è necessario prima stancarli fisicamente, quando sono stanchi allora rispettano molto meglio la regola, cioè riescono ad adeguarsi al contesto, ai tempi...
Parlo del judo perché c'è qui l'insegnante di judo, è uno sport che richiede il rispetto delle regole, non c'è il capire si fa così punto e basta e devi farlo in quel determinato momento perché quello che fai potrebbe danneggiare un altro. A nessun bambino viene insegnata una cosa se non è in grado di gestirla, prima deve dimostrare di saper gestire quella cosa allora va avanti. Il lavoro che deve fare è molto "routinario", il gesto viene ripetuto, viene rifatto, non esiste il gesto creativo, il gesto deve essere fatto come viene insegnato, sempre nello stesso modo. Quella cosa non posso farla in un altro modo, devo sempre eseguirla nello stesso identico modo, correttamente, nel modo più preciso possibile. Se l'attenzione cala nessun problema, i bambini si devono stancare facendo fare loro striscio - capriole - striscio - capriole, poi ritornano a fare il gesto ripetitivo e tornano a casa stanchi e tranquilli, però con l'autocontrollo. Attenzione non autocontrollo ancora cognitivo, è questo un autocontrollo sul gesto, sul movimento.
Il problema del judo, come di tutte le arti marziali, è che io ti insegno, paradossalmente, a far del "male ad un altro", dall'esterno "io ti prendo e ti butto in terra" ed è lì che viene fuori l'autocontrollo, o meglio, non tutti i bambini sono in grado di arrivarci, questo è il problema. Ci sono bambini che non sono in grado di arrivare a questo livello per cui si fermano ad un livello più basso, non accedono ai livelli superiori se prima non hanno interiorizzato i livelli più bassi.
Io comunque ti insegno una cosa che può far male a qualcun altro, però è una cosa che avviene in una palestra dove io faccio a te e tu fai a me, dove io controllo e tu controlli perché quando cado devo controllare come cado, quando ti faccio cadere devo controllare come ti faccio cadere e tu devi controllare come cadi. C'è un altissimo autocontrollo sui gesti, non è lo sport creativo del calcio, che una volta che so tirar la palla posso inventare delle cose, nel judo devo stare a quelle che sono le regole date e il movimento dato, punto. E' uno sport per molti ma non per tutti!!! Io questo lo dico a tutti i maestri di judo. Non tutti i bambini che vengono a fare judo possono fare judo, perché ci sono bambini che, se non hanno un minimo di autocontrollo non possono andare avanti.
Voi dareste in mano un fucile da caccia a tutti i bambini? No, per carità!
A tutti gli adulti dareste in mano un fucile da caccia? No, perché serve un autocontrollo nel gestire una certa cosa, nel judo, come in tanti altri sport.
Prima parlavo con un ragazzino, bravo a giocare a calcio, e mi diceva che da quando è cambiato l'allenatore lui a giocare non ci va più. Gli ho detto: "cambia squadra, vai in un'altra squadra", il ragazzino con quel allenatore non si trova bene rispetto al precedente. E' l'adulto che fa la differenza nello sport che noi facciamo fare ai bambini, non è lo sport che è bello. Ad esempio ci sono maestri di arti marziali il cui scopo è l'agonismo. Anch'io ho praticato, tantissimi anni fa, un'arte marziale, mi ricordo mi spaventava tantissimo il desiderio negli altri di fare le gare a tutti i costi. Lo sport è uno strumento per far muovere, anche il calcio, la pallavolo, il basket sono tutti strumenti, una volta si correva nei campi, ci si arrampicava sulle piante e si era felice ugualmente, adesso per far muovere si deve fare uno sport istituzionale, ma deve essere un'attività da cui si esce rafforzati. Il gioco, in questo caso il calcio, il basket mi da tutte le regole. Ci sono delle regole che devo rispettare. Nel calcio se prendo un pallone con le mani è rigore o è fallo, perché non si fa, PUNTO. Perché non si fa? E' una regola PUNTO.

GENITORE: Volevo sapere se secondo lei c'è una relazione fra le regole e la funzione della ricompense; le parla una che ha letto, ha fatto il corso e si sta allenando continuamente utilizzando il metodo Gordon, metodo in cui non si danno regole perché è una prevaricazione verso il bambino.

SANGALLI: Metodi... a scuola, il voto brutto, il voto bello, è una punizione o una ricompensa, il voto di per sé è questo. Se io lavoro a fine mese ho una ricompensa, se io non lavoro a fine mese non ho una ricompensa. Sul bambino il meccanismo della ricompensa è difficile da gestire. Se fai ti do, è difficile da gestire ad oltranza perché diventa una sorta di continua contrattazione. Io, genitore, non devo contrattare per forza con te, sempre, su tutto, no è "no", sì è "sì" e non "se fai ti do" perché innesco comunque un meccanismo di contrattazione col bambino e non è più finita. Rispetto al metodo Gordon, secondo me, alcune modalità di rapporto fornite ai genitori sono molto utili perché permettono di vedere le cose da un certo punto di vista, però si parla già di ragazzini un po' più grandicelli con i quali puoi gestire la contrattazione, puoi patteggiare di più.
Nei bambini più piccoli si innesca un meccanismo di piacere, con loro io preferisco adottare il sistema "io comando e tu fai, perché è giusto così, perché io ritengo che in questo modo ti educo". Poi, man mano che il ragazzino cresce, allora puoi comunque patteggiare, ma è un patteggiamento messo in atto già con un ragazzino che ha due dita di cervello in più, che è consapevole del gesto che sta compiendo, è consapevole della ricompensa, è consapevole della punizione sull'azione fatta. Con i ragazzini più grandi c'è maggiore consapevolezza, però è sempre difficile da gestire.
Un esempio: questo ragazzino va male a scuola, non va più a calcio, non fa più questo, non fa più quest'altro. E poi io chiedo: "ma da quanto tempo non fa più niente?" "Ah, dall'inizio dell'anno". Ed eravamo a Marzo. E' cambiato qualcosa? No. Vabbè signora rivediamo un attimo le cose. Questo ragazzino non migliora, per cui il problema è probabilmente da un'altra parte. Se il problema è da un'altra parte non posso punire ad oltranza il bambino in rapporto al rendimento scolastico, alla fine, dietro, c'era un problema di apprendimento, il bambino non aveva tutta la responsabilità della cosa, era in grossissima difficoltà a fare le cose e aveva deciso ad un certo punto che non faceva più niente. Siamo alle medie, alle elementari già è diverso.
Il castigo non ha mai ucciso nessuno, è utile anche quando, la paura del pericolo può salvare la vita ad un bambino. Ad esempio le cinture in macchina, il seggiolino in macchina, il bambino che ti guarda, ride e stacca la cintura... a quel punto ne va della sua sicurezza. Come mi provoca su questa cosa, mi può provocare su 20.000 altre ... cosa gliene frega al bambino della macchina che frena, per il bambino è un gioco, quando vede che la nostra faccia cambia sa che non è un gioco.
Il castigo a volte serve per far capire che quella cosa va fatta e quindi è irremovibile. Ci sono dei genitori che ad un certo punto potrebbero arrivare a castigare su tutta la linea, ma allora il problema non è nel castigo.

DIRIGENTE SPORTIVO: Come si deve comportare un allenatore nei confronti di quelle situazioni in cui abbiamo genitori che denigrano anche pubblicamente l'allenatore, l'insegnante, l'educatore? il bambino si vede che si vergogna tremendamente nei confronti dei compagni, continua a partecipare però alle attività, non rimane a casa pur avendo questi genitori che dicono: "l'allenatore non capisce niente, non ti fa giocare perché... ". Parlare con il genitore è tempo perso, ma nei confronti di questi bambini...

SANGALLI: Sto pensando che se avessi una risposta sarei miliardario... penso che sia una domanda che non ha una risposta, perché credo che si risponda da sola. Spesso la strada non c'è, è una di quelle situazioni che non hanno via d'uscita perché l'unica via d'uscita che c'era lei ha già detto che non vale, parlare con i genitori non vale... per cui non c'è nessun altra via d'uscita, non esiste.

DIRIGENTE SPORTIVO: L'educatore di turno deve parlare con il ragazzo, la ragazza, deve far finta di non sapere niente...

SANGALLI: Ah, questa è un'altra cosa, dipende da dove lo prendi il problema, dipende da che rapporto ho io con il ragazzino e che piacere prova il ragazzino a partecipare all'attività sportiva, quanti anni ha... posso sapere se posso permettermi di sdrammatizzare la cosa.
Io, educatore, sdrammatizzerei la cosa.
Dall'altro, se la considerazione è oggettiva, se "non ti fa mai giocare" è oggettivo, a questo punto posso dare l'opportunità al bambino di dimostrare che comunque non è così, o comunque quelle sono le regole che si stabiliscono, ma sono regole che valgono per tutti. Cioè cerco di togliere il bambino dall'imbarazzo, dimostrandogli che non è così, ma senza entrare nella cosa, è la situazione che creo che gli dimostra che non è così. E lì devi valutare l'educatore fino a che punto arrivare ad esporsi. Facciamo un esempio: squadra di calcio, così diventa più facile. Siamo in 22, giocano 11.
O facciamo la regola che giocano tutti, a rotazione, e quindi si fa il calendario e si gioca tutti, o giocano solo quelli che vengono all'allenamento e gli altri no, indipendentemente dal fatto che siano bravi o meno bravi. Faccio una scelta. E una scelta che cosa produce? Accontenta dei genitori e scontenta i papà dei futuri campioni. Se la regola è chiara per tutti i genitori, tutti i bambini giocano indipendentemente, a rotazione, a quel punto il problema in parte si è risolto a monte.

GENITORE: ...C'è chi vuole anche che vincano però!

SANGALLI: Infatti io ho conosciuto, vicino a Milano, un papà medico che, con un gruppo di amici, ha deciso di fare la squadretta dei brocchi del paese; nel paese c'è la squadra che gioca in promozione regionale, ci sono tutte le categorie, anche i pulcini che vengono da altri paesi e compongono la squadra. Al mio paese hanno fatto la stessa cosa, in oratorio si è costituita la squadra, perdono sempre, ma la regola è che giocano tutti.

GENITORE: Casi così sono pochi però, perché tutti vogliono esibire il figlio.

SANGALLI: Lo so, le assicuro comunque che la regola è questa, si gioca così, perdono quasi sempre, ma la regola è data, il genitore sa che se il figlio va lì a giocare, giocano tutti! PUNTO. Io posso dimostrare al bambino, ma fino a quanto la situazione mi consente di farlo... sa cosa diceva qualcuno: "la mamma dei cretini è sempre incinta", in tutte le cose c'è un limite oggettivo, questo per esempio è un limite oggettivo oltre il quale non si può andare. In tante situazioni ci piacerebbe avere una soluzione, in alcune c'è un limite oggettivo.

GENITORE: Volevo agganciarmi a questo per sottolineare il fatto che perché una regola funzioni anche in casa, tutti gli adulti dovrebbero essere concordi.

SANGALLI: Ah, ho capito signora, adesso ho capito. Si è vero. Vale in tutti i contesti.
Infatti io ho una proposta: stabilire una serie di regole, chiamiamole così, "paletti", da dare ai genitori prima che inizi la scuola, in modo tale che stabiliamo subito le situazioni. Se le cose vengono dette prima che inizi la scuola, prima che le insegnanti conoscano i bambini, nessun genitore si sentirà, questa mi sembra la cosa più sana. C'è un modo di analizzare più distaccato, mio figlio non va ancora in prima, ci andrà fra una settimana, per cui posso analizzare quelle che sono le varie situazioni che si sono verificate negli anni, posso sapere come si ha intenzione di affrontarle in modo tranquillo e rilassato senza che nessuno si senta più forte. Le regole si stabiliscono prima, questa è la cosa importante, e sono uguali in tutti i contesti.
Ci sono bambini che a casa danno i numeri, a scuola no, in realtà il loro "dare i numeri a casa" è un mettere alla prova continuamente la regola, infatti i genitori dicono "chissà come farà la maestra con 22!". In un contesto sociale spesso si scatenano dei meccanismi dove i bambini a volte si inseriscono abbastanza bene, di solito i maschi e le femmine si amalgamano. Ho visto una classe di 3^ dove le femmine - la maestra le chiamava "AMEBE" - erano spente mentre i ragazzi saltavano da tutte le parti! Di solito, mi diceva la maestra, nelle altre classi, le femmine sono più brillanti e quindi compensano i ragazzi! Uno dei problemi grossi che avevano era proprio il fatto che ogni volta che c'era una riunione alcuni genitori pensavano: "ecco parla di mia figlia di sicuro" invece di parlare prima delle aspettative reciproche, dei tempi di lavoro.
A volte non si riesce ad identificare immediatamente che cosa c'è che non permette al bambino di fare un salto, e magari il bambino si ritrova in 3° e ci si accorge allora che qualcosa non va, ma la maestra non è che non ci ha provato, ha provato, ha visto, ha fatto, ma non ha trovato, a volte, il perché. Se le regole vengono dette all'inizio si è molto più tranquilli, anche nell'affrontare le difficoltà che emergono. Vero è che la scuola come istituzione, nel tempo, è andata modificandosi così come si è modificata la nostra percezione della scuola e della professione dell'insegnante, oggi siamo molto più propensi ad incolpare la scuola, l'insegnante... una volta, il sindaco, il farmacista, il medico, il prete, la maestra rappresentavano un'istituzione... ciò non accade più e questo aumenta la nostra capacità di criticare l'operato degli insegnanti. La scuola non è più così forte, non lo è più al suo interno, per cui questo atteggiamento incide di sicuro. Mi è venuto in mente un altro esempio per sottolineare cosa può fare la scuola e cosa non può fare: a Lodi ho fatto una ramanzina ai genitori in una scuola in cui, con gli insegnanti delle scuole materna ed elementare, operavano anche delle suore. Ho detto ad una suora: "di sicuro i genitori che mandano i loro figli in una scuola materna gestita da suore indugiano nel muovere critiche", la suora mi ha risposto: "fino ad un po' di anni fa, il fatto che noi fossimo suore funzionava da deterrente, per cui si comportavano con rispetto, adesso, anche se siamo suore, vengono qui e si dimostrano invadenti con le loro richieste...".
Una volta il genitore che mandava il proprio figlio in un collegio gestito da preti aveva un notevole rispetto nei confronti dell'autorità scolastica e si rapportava con essa umilmente, oggi neanche lì funziona più così. C'è comunque sempre qualcuno che sa fare il suo lavoro e qualcuno che non lo sa fare.

GENITORE: ... come riesce un bambino di prima elementare a gestire l'avvicendamento continuo di 7 insegnanti tutte diverse, con modi, regole diversi?

SANGALLI: Rispondo ripetendo quello che dico tranquillamente a tutti i corsi di aggiornamento... io rimpiango la maestra unica in 1° e 2° elementare... per me, la riforma scolastica, dovrebbe essere: una maestra unica che si proponga con i metodi di un tempo ed insegni a leggere, scrivere e a far di conto, ovvero insegni le basi strumentali. Perché una? Perché così può stabilire i ritmi di apprendimento dei bambini, cioè non arriva a fare nelle ultime 2 ore matematica dopo che i bambini hanno fatto 3 ore di lingua perché l'orario è così, in questo caso è l'insegnante stesso di matematica che dice: "sono cotti e io non riesco". Come può insegnare matematica? Poi ci sono tanti bambini che non sanno fare i conti, ma perché non sono allenati in modo continuativo a farli.
La maestra unica ecco che cosa ti può dare di più: i bambini arrivano in 3° che sanno leggere, scrivere e far di conto... della cellula, di un isotopo, della pianura padana non me ne frega niente, perché io prima devo imparare a leggere e a capire ciò che c'è scritto, a scrivere sotto dettatura, senza errori e a fare "più", "meno" con cambio della decina, almeno in fine seconda. Ai miei tempi in prima elementare facevi "più", "meno", "per", "diviso" e non se ne parlava più.
Ma, attenzione, perché? Perché la maestra unica ha modo di dettare i tempi ai bambini e di decidere: sono freschi, per questa settimana facciamo più matematica tutte le mattine così memorizzano, poi facciamo il dettato, la ricerca, perché sono più stanchi.
L'esercizio di lettura, legge uno, legge l'altro, posso farlo fare a tutta la classe, non ho fretta, "fretta" è la parola chiave, ho fretta perchè arriva la mia collega alle 9:30 - 10:00! Il tempo si suddivide un pezzettino per uno e alla fine ho bambini che non sanno ancora leggere. A Milano, nel 1976, su 2500 bambini ce n'erano 44 che non sapevano leggere, nel '96 ce n'erano 400 su 2500. Sono un'enormità, questa è l'indagine formulata dalla ASL in occasione della visita oculistica obbligatoria.
Tenete conto che tantissimi di noi hanno imparato a leggere perché leggevano gli altri e noi seguivamo, un tempo esistevano tantissimi bambini che leggevano una cosa per un'altra, non capivano il senso. Osservare una persona che leggeva costituiva un esercizio. Una volta i pochi bambini che avevano problemi di lettura potevano avere o un problema di linguaggio o un problema di occhi. Oggi se io valuto un bambino con problemi di lettura, di solito, trovo qualcosa che non va, a livello di coordinamento motorio, una volta chi andava bene a scuola era il più imbranato, chi andava male era il più sciolto, ma andava male perché "non aveva voglia". Oggi chi va bene a scuola motoriamente è eccellente, chi va male, quando io chiedo ai maestri: "Com'è quando corre?" "Ah... scoordinato". Per l'opportunità motoria del bambino una maestra unica detta i tempi molto meglio. Dalla terza possono anche avere 7 maestre, perché si preparano poi alle medie, ma va bene perché a questo punto sono in grado di accedere a tutte le materie: scienze, storia, geografia...
Ma hanno acquisito la capacità di scrivere, la capacità di leggere, la capacità di fare i conti, capacità gestite lavorando sui tempi del bambino. Questo è il mio parere e sono stra-convinto.
Dalla terza elementare più maestre vanno bene, perché? Perché io maestra mi specializzo su una cosa, l'altra maestra si specializza su un'altra cosa, l'altra si specializza su un'altra cosa ancora per cui ho bisogno di più specializzazione, i primi due anni, attenzione, ho invece bisogno di una grossissima specializzazione sulla strumentalità. Infatti, se fosse possibile, la sceglierei la maestra, non importa se poi non li accompagna per il resto del percorso scolastico, almeno ci sono bambini che sanno leggere e scrivere.
Il problema più grosso che io verifico, che sottolineano i maestri, è l'aumento dei bambini con problemi di apprendimento, sono tantissimi, il problema è che sono sempre di più e non sono bambini stupidi, sono bambini che finiscono appena le medie, poi mollano di colpo e dicono: "tanto sono stupido", vanno a lavorare e magari avviano 2 fabbriche, hanno la barca, hanno la villa, per cui non erano poi così stupidi questi ragazzini, però alle medie facevano fatica.
Oggi il ritmo scolastico è un po' troppo intenso, io mi confronto sempre con quello che ho fatto io e con quello che ho visto fare agli altri. Alle maestre dico sempre: "voi, ai vostri tempi, quando eravate alunne alle elementari, avete fatto un percorso scolastico che non è quello che fanno adesso i bambini e non siete diventate stupide". Rita Levi Montalcini, anche se non mi è simpatica, ha fatto le elementari del '15-18, Ciampi ha fatto le elementari del '15-18, tanti scienziati hanno fatto le elementari più semplici, questo non ha loro precluso l'accesso ad un successo intellettuale. Ma perché oggi i bambini non rendono di più? Purtroppo ci sono bambini che fanno sempre più fatica a rimanere al passo e se perdi il treno in 3° è finita, purtroppo è finita.
Io farei una riforma scolastica di questo genere per ridare al bambino più tempo i primi due anni per imparare a leggere, a scrivere e a far di conto, poi passerei all'apprendimento.


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