A cena con un Maestro
Che rabbia mi fa confrontare il nostro ambiente col loro! In un mondo di dilettanti moderatamente inquinato (per la prima volta in questoccasione la Federazione Italiana si è rifiutata di mettere in palio premi in danaro, preferendo destinare il disavanzo delle consistenti sponsorizzazioni in pranzi offerti ai partecipanti) abbiamo visto convenire una quindicina di professionisti giapponesi, cinesi e coreani con lunico scopo di commentare le partite, prodigarsi a insegnare e giocare con tutti (campioni e principianti). La pattuglia milanese degli organizzatori era volontaria (non remunerata). Due fenomeni tedeschi si sono offerti di scendere a valle con la loro attrezzatura a edire 7 numeri del giornalino di 24 pagine dellavvenimento (partite, commenti, cartoons, colore, turismo a Venezia, canzone dei giochi, foto ecc.). Una grande epopea di amicizia, che nulla ha tolto alla durezza del gioco vinto da Guo Juan (7° dan tesserato per lOlanda), 2° Lee Hyuk (6° dan, Corea, infatti la gara era aperta a tutti i dilettanti del mondo), 3° Sumikura Yasuyuki (6° dan, Giappone), 97° Enzo Pedrini (3° dan, Italia). 396 partecipanti al torneo maggiore.
Luciano Ghelli non ha perso loccasione per inserire il coltello nella piaga del mio cuore e ci invia questa intervista.
Una sera a cena con Saijo-sensei
Abe-san mi ha aiutato a tradurre questa conversazione.
In una serata calda al ristorante cinese avevo di fronte il sessantenne Saijo-sensei, 8° dan, che ha abbandonato da oltre 20 anni lagonismo, ma che viene considerato uno dei grandi maestri contemporanei. Gentile e riservato come solo sa essere un maturo signore orientale, rispondeva alle domande alternando il giapponese con Abe e con me un inglese primitivo sostenuto da una grande espressività nello sguardo. Beveva acqua; accettò solo mezzo bicchiere di birra cinese per fare kampai con noi.
Sebbene io fossi poco interessato al cibo, trovai deliziosi i wantong e glieli offrii; li assaggiò, rise e mi disse in italiano: "Buono!". Non resistetti oltre a sfruttare loccasione preziosa che mi si presentava. Chiesi se avrebbe consentito a rispondere a qualche domanda sulla filosofia e la natura del Go stesso. Assentì profondamente, facendosi serio.
Così inizia questintervista a cui ho scelto di dare un taglio giornalistico non volendo aggiungere nulla di mio alle parole del maestro. Ringrazio Abe-san per la meticolosa traduzione che mi ha permesso di trascrivere correttamente i concetti di Saijo-sensei.
D. Sensei, qual è il legame fra Go e Budo, fra la Via del Go (Ki-do) e quella delle Arti Marziali?
R. "Guardando con occhi esterni il Budo è larte del combattimento; il Go ne è la strategia. Do è ciò che unisce Judo, Aikido, Kendo e Kido, che traccia un sentiero, una Via per il miglioramento e la crescita dellessere umano. Ma parlare oggi di Do è presunzione; meglio parlare di jitsu (tecnica)..."
Lo interrompo: Sensei, non afferro questo concetto. Se posso farle un esempio in un campo che mi è familiare, Jigoro Kano ha trasformato il Jujutsu in Judo per farne un mezzo educativo alla vita.
"Kano Jigoro, come tu giustamente hai detto, ha trasformato il jitsu in do come Via al miglioramento, educazione dellessere umano. Ma il suo concetto è stato tradito. Oggi affermare che al Kodokan e nelle altre palestre del mondo si faccia Judo è una presunzione. Si fa uno sport che è Jiu-jitsu, o Kenjitsu. Il do non fa più parte di queste arti.
Tu maestro verrai riconosciuto dai tuoi allievi se farai Judo nel dojo e nella vita. Non avrai bisogno di affermare il tuo grado di maestro. Se ne senti il bisogno, meglio tornare a fare Jiu-jitsu."
Mi costrinsi a non andare oltre nella discussione: sapevo di avere poco tempo e che la mia ignoranza era troppo vasta. Rimpiansi lassenza di Barioli e tornai in tema.
D. Come vede, sensei, il futuro del Go?
R. "Oggi i computers sono vicinissimi a battere luomo negli scacchi. Quando accadrà la prima volta gli scacchi saranno morti. Nessuno studierà più con passione questo gioco. Il tempo è vicino.
Il Go come gioco sopravvivrà più a lungo ai computers, ma poi soccomberà. Per questo il maestro di Go deve trasmettere agli allievi altre cose per la vita. Deve insegnare Kido. Tu che hai fatto Judo (o Jiu-jitsu) sai che il Judo-sport è morto in Giappone nel momento in cui uomini più forti di noi hanno iniziato a batterci nelle competizioni. Io dico che non è il Judo che è morto, ma il Jiu-jitsu moderno. Ma nessuno mi ascolta."
D. Perché, sensei, lei continua a giocare a Go?
R. "Ho abbandonato il Go agonistico da molti anni; continuo a insegnare e a giocare a Go per dare il mio contributo alla civiltà."
Sorrideva vedendo il mio sguardo stupito. Ma poi riprese.
"La civiltà di oggi è arrivata al punto di distruzione. Il potere chiama la violenza verso luomo e verso luniverso. La conquista, lessere primi a spese degli altri, la ricchezza in denaro sono i soli obiettivi degli esseri umani.
Io cerco di frenare questo processo con i principi del Go: non conquista totale, ma divisione della terra; non distruzione, ma convivenza; non ingordigia, ma spartizione. Il mio è un piccolo contributo, ma è quello che do tutti i giorni."
Azzardai a introdurre unulteriore domanda:
D. E questa la differenza tra un professionista di Go e un maestro?
R. "Un professionista gioca contro di te una partita amichevole e se tu giochi una buona partita, equilibrata, ma commetti un errore banale di distrazione verso la fine, il professionista lo sfrutta e vince la partita. Nella stessa situazione un maestro di Go ti corregge e, se necessario, perde la partita con gioia."
Saijo chiuse la conversazione sottolineando ancora: "Quello che è importante per un maestro di Go o di Judo non è il Go o il Judo, ma quello che dà ai suoi allievi perché ne facciano uso nella vita."
Questo è Saijo-sensei. Mi sentivo un privilegiato. La serata era valsa da sola quanto tutti i Campionati Europei.
Porto rispetto per i grandi campioni professionisti, Takemya, Kobayashi, Cho Chikun e gli altri; tuttavia ciò che cerco nel Go sono le cose che Saijo-sensei mi ha raccontato. Un giorno andrò a cercare Saijo nel mondo, sicuro che la mia vecchiaia troverà serenità giocando con lui una partita a Go.
Luciano Ghelli (Abano, 30 Luglio 96)
Pubblicato su Kyu-shin Do N. 39 del 31 Agosto 1996