Szymborska
(Michele Basile)
Wislawa
Szymborska è una signora polacca piuttosto riservata, dalle sue poche foto in
circolazione si ha una immediata impressione di simpatia. E' nata il 2 Luglio 1923 in un
posto che si chiama Kornik, nella Polonia occidentale, ma già nel 1931 si trasferisce a
Cracovia con la famiglia. In questa città, dove vive ancora oggi, è cresciuta
affrontando l'occupazione militare tedesca e la successiva occupazione ideologica russa.
Durante la prima frequenta i corsi liceali organizzati clandestinamente; durante la
seconda partecipa all'entusiasmo iniziale di tutti gli intellettuali della sua epoca ma le
viene comunque impedito di pubblicare la sua prima raccolta di poesie perché non in linea
con l'ideologia estetica socialista di impronta realista.
Alla fine del conflitto mondiale si era avvicinata ai giovani gruppi di sinistra,
gravitando attorno al supplemento di una rivista settimanale ("La lotta")
dalle cui pagine debutta nel 1945 con la poesia "Cerco la parola". E' nel
'48 che viene rifiutata la sua prima raccolta. Nonostante il rifiuto, nel 1952 si iscrive
al partito comunista aderendo volontariamente ai canoni estetici imposti dall'ideologia
politica. In questo senso, la sua produzione diviene meno personale e affronta
problematiche più strettamente politico-sociali (basti pensare ad alcuni titoli come "Il
nostro operaio parla del capitalismo", "A chi entra nel partito"
o "Quel giorno", dedicata alla morte di Stalin).
Dal partito si allontanerà in maniera brusca e definitiva nel 1966 per solidarietà con
L. Kolakowski, un intellettuale allora represso dalle autorità comuniste per la sua
aperta protesta contro la censura e espulso dal partito. Anche in seguito a tale episodio,
perde il suo incarico di direttrice della sezione di poesia della rivista Zycie
Literackie "Vita Letteraria", ricoperto dal 1953. A partire da allora, nella
vita della Szymborska, lo scarto tra la politica e la cultura si viene acuendo. Lo stato
di assedio (1981) la vede dissidente, arruolata dalla parte dell'opposizione democratica
laica insieme a quella cattolica di destra. Di quel periodo l'autrice non parla volentieri
e non ha mai permesso che le sue poesie scritte in quell'epoca venissero ristampate.
Della sua vita più strettamente privata si ha giusto qualche data. Nel 1948 si unì in
matrimonio con Adam Wlodek, critico, poeta e traduttore, dal quale si separerà nel 1954.
In quest'ultimo anno si registrano numerosi viaggi in Francia, in Unione Sovietica, in
Gran Bretagna, in Olanda, in Austria. Nel 1967 si unì allo scrittore Kornel Filipowicz
(che morirà nel 1990).
E' soprattutto a partire dal 1957, con la pubblicazione della raccolta "Appello
allo Yeti", che la Szymborska, distaccandosi dall'ideologia imperante, rivelò un
suo stile poetico personalissimo ed originale. Nella produzione più matura e riuscita
viene indubbiamente soddisfatto un certo desiderio di astrattismo letterario poco
tollerato negli ambienti ideologici del socialismo. Temi tipici della sua poetica sono,
difatti, una visionarietà onirica, ad esempio, che non scade mai nel grottesco o
nell'inquietante, la cui essenza anzi è altamente ludica ("Le due scimmie di
Bruegel" e più avanti "Elogio dei sogni"); un intimismo che rifiuta
decisamente il melodramma, cosciente che quanto è nell'individuo resta tale ("Grande
numero") ma allo stesso modo condivisibile ("Ritorni"). Il
carattere più proprio delle sue poesie, la cifra che ne racchiude il nucleo essenziale
resta comunque quella di una ironia a volte velata, altre volte palese, sempre capace di
sovvertire l'ordine costituito delle ragioni comuni ("Uno spasso", "Lode
alla cattiva coscienza di sé") come anche di alleggerire e volare alto sulle
situazioni più penose ("Sulla morte, senza esagerare", "Addio a
una vista"). Un'ironia che gioca volentieri con le lusinghe del cinismo ma senza
cadervi mai ("Un amore felice"). L'incanto che le poesie della Szymborska
sprigionano è quello di una osservazione minimale della realtà in grado di sollevarsi
improvvisamente e divenire visione universale delle cose ("Vista con granello di
sabbia", "Scrivere il curriculum", "La realtà
esige").
Acquisita una dimensione propria, la voce della Szymborska torna anche a temi più
generalmente politico-sociali ma oramai completamente epurati da prese di posizione
assolutiste. E' come se la riflessione che intende suggerire, sempre tramite l'affilata
lama dell'ironia, si distenda su una dimensione volutamente prospettica. La storia, i suoi
movimenti, i suoi protagonisti vengono visti come da una visuale ravvicinata, senza filtri
storicistici. Si potrebbe dire, paradossalmente, che si tratta di una storia
de-storicizzata ("La prima fotografia di Hitler", "Scorcio di
secolo", "Figli dell'epoca").
Un cenno elogiativo va fatto al volume della sua produzione poetica. Questa autrice ha
dato alle stampe appena dieci raccolte in più di cinquanta anni vivendo per lo più delle
saltuarie collaborazioni con giornali e riviste per le quali ha scritto di botanica,
turismo, economia domestica, arte, ornitologia, letteratura classica e poliziesca; o di
qualche traduzione dal francese. Come dice lei stessa, nel suo discorso tenuto in
occasione del conferimento del premio Nobel: "Il poeta odierno è scettico e
diffidente anche - e forse soprattutto - nei confronti di se stesso. Malvolentieri
dichiara in pubblico di essere poeta - quasi se ne vergognasse un po'. Ma nella nostra
società chiassosa è molto più facile ammettere i propri difetti, se si presentano bene,
e molto più difficile le proprie qualità, perché sono più nascoste, e noi stessi non
ne siamo convinti fino in fondo.. In questionari o conversazioni occasionali, quando il
poeta deve necessariamente definire la sua occupazione, egli indica un generico
"letterato" o nomina l'altro lavoro da lui svolto. La notizia di avere a che
fare con un poeta viene accolta dagli impiegati o dai passeggeri sull'autobus con una
leggera incredulità e inquietudine".
Della raccolta del '57 fa parte anche la poesia "Nulla due volte" la
quale sembra sia stata musicata divenendo una canzone popolare in tutto il paese.
Dall'inizio degli anni '60 in poi, inoltre, le opere di questa autrice molto parca
iniziano ad essere pubblicate ed apprezzate in numerosi paesi stranieri: Germania,
Inghilterra, Russia, Svezia, ecc. La fortuna della nostra autrice comincia nel suo paese
dove, tra il '54 e il '63, riceve dei premi dalla città di Cracovia e dal Ministero della
cultura. Va segnalato che nel 1986 rifiuta un noto premio statale mentre accetta il Premio
per la Cultura di Solidarnosc clandestina. I primi riconoscimenti internazionali arrivano
dalla Germania con un Premio Goethe nel 1991 ed uno Herder nel 1995. L'anno seguente, il
1996, vince il Premio PEN/Book of the Months Club Translation Prize per la raccolta "Vista
con granello di sabbia" e le viene assegnato il Premio Nobel per la letteratura.
In Italia è arrivata la prima volta tramite la sensibilità dell'editore Scheiwiller con
una edizione fuori commercio del 1994 cui sono seguite altre quattro edizioni, di cui
l'ultima è del 2003. Il merito maggiore va comunque attribuito alle traduzioni di Pietro
Marchesani. Questi ha curato anche, per la casa editrice Mondadori, la pubblicazione di
25 Poesie, ma soprattutto, presso l'editore Adelphi, una ottima edizione della
raccolta Vista con granello di sabbia, formata nel '96, che ha segnato il successo
dell'autrice in tutto il mondo. La prima edizione Adelphi è del 1998 ma a questa sono
succedute in rapidissima serie cinque ristampe fino al 2003.
Vorrei fare
un esempio del mondo poetico della Szymborska, di grande immediatezza, di linearità
linguistica esemplare ma allo stesso tempo ricco di sfumature concettuali e sottili
riflessioni. Ecco una delle sue poesie.
La cipolla
La cipolla è un'altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.
In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d'inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla - cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.
Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell'una ecco sta l'altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un'eco in coro composta.
La cipolla, d'accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi - grasso, nervi, vene,
muchi e secrezioni.
E a noi resta negata
l'idiozia della perfezione.
Il destino della
cipolla, come lo dipinge qui la Szymborska, mi ha sempre suscitato molta nostalgia, quella
nostalgia tradizionalmente orfica per la trascendenza e l'essenza pura degli enti. Il mito
di una solarità e di una semplicità priva di ombre e di oscurità, priva di anfratti,
gorghi di materia sensibile. Quasi tutta la poesia mi dà ragione di credere ancora a
questa scissione, ne fornisce anche nuove immagini altrettanto chiare e lucide. La cipolla
è coerente, riuscita, il più bel ventre del mondo. Essa ha in sé una completezza che
noi ci affanniamo inutilmente di raggiungere. La cipolla è "più e più volte
nuda" di quella nudità preadamitica totalmente priva di colpa. Il suo spoglio
non conduce in alcun luogo asimmetrico, essa è perfettamente autocompiuta in ogni sua
singola parte: il sogno di ogni uomo inquinato dalla cultura.
Szymborska procede a ritroso, quello che dice nasconde sempre, fosse anche nell'ultima
riga, una svolta concettuale tale da stravolgere il contenuto precedente. Il finale
suggerisce una profondità radicale che non abbiamo affatto raggiunto con gli iniziali
aneliti ad una presunta ed effimera essenza. L'infervoramento per la perfezione assoluta
è qualcosa di assolutamente non umano, la nostalgia per la perfezione è la nostalgia del
vegetale: un'idiozia. Quella che in prima istanza sembrerebbe un'ode alla volontà di
superamento della condizione umana si trasforma in maniera repentina in una arguta
osservazione che va al di là della moralità più banale.
Il ribaltamento improvviso della prospettiva di lettura non vuol comunque essere un
semplice effetto teatrale, fine a se stesso. Se mai ciò dovesse essere supposto
basterebbe pensare all'accurata ricerca linguistica che riluce in lontananza, letto d'oro
di quel fiume su cui solo può fluire il linguaggio della semplicità e dell'immediatezza.
Il posizionamento della discussione su un piano del tutto inusuale, comunque, comincia a
partire dalla vena ironica di cui la Szymborska fa un uso quasi socratico. L'accostamento
or ora proposto intende mettere in rilievo un possibile campo di lavoro sui riferimenti
prettamente filosofici nell'opera della poetessa polacca. Questi vanno da Pascal a Kant
(con quella bellissima sintesi tra i due che si trova in Scheletro di dinosauro:
"il cielo stellato sopra la canna pensante,/la legge morale in lei" ma
soprattutto alla tradizione scolastica medioevale. L'osservazione sulla
"cipollità" della cipolla rimanda, difatti, alle diatribe dei nominalisti sulla
qualità, l'origine e perfino l'esistenza delle varie essenze. Il cambiamento di habitus,
di linguaggio e di tematiche da cui noi, in prospettiva, guardiamo oggi quei discorsi ci
trova completamente estranei. Tornare alle liti di alcuni monaci su cose lontanissime dal
nostro modo di vedere le cose provoca indubbiamente un effetto di divertito biasimo. In
questo senso l'accostamento allo scuotimento socratico può avere un luogo privilegiato di
sviluppo. E' chiaro come l'uso di un linguaggio ironico possa essere funzionale anzitutto
ad una maggiore leggerezza espositiva, tuttavia va riconosciuto che anche ad un livello
contenutistico questo strumento svolge un ruolo fondamentale. L'andamento danzante e
brioso delle strofe, il richiamo vezzoso alle beghe medievali, ad una concettualità
totalmente anacronistica, prepara, in un certo senso, il rivolgimento finale di tutto il
discorso.
Il messaggio più chiaro che la Szymborska sembra voler trasmettere è che la nostra
presenza nel mondo, il nostro esserci in quanto corpi, impedisce la realizzazione in noi
stessi di una perfezione ideale; tuttavia, questo nostro esserci non può non essere
assunto nei termini in cui si dà. Noi siamo composti di "visceri ritorti",
di "grasso, nervi, vene, muchi e secrezioni", ciò può anche risultare
sconvolgente ma questo è quello che siamo, ogni altra immagine dell'uomo non è che pura,
ingiustificata fantasia. Quello che ci si aspetta è un cambio di paradigma, il passaggio
da un regno del reale ad un altro. Viene in mente ancora un riferimento filosofico.
L'aporia sollevata da Parmenide al giovane Socrate nel controverso dialogo platonico che
prende il nome dal grande e "ingombrante" padre della filosofia: "anche
per il fango, anche per le unghie ci sono idee?". La domanda, posta in questi
termini, è addirittura imbarazzante, non è possibile rispondervi. L'unica soluzione
possibile è un cambio radicale di prospettiva, andare fino al fondo di quello che si
ammette implicitamente e ribaltarlo, discutere i principi. Dunque non più "essere
o non-essere", bensì "essere e non-essere". Nel
caso della Szymborska, la perfezione, per così dire, "vegetale" diventa una
piena idiozia dal momento che la perfezione cui possiamo eventualmente prender parte si
trova su un altro piano del regno naturale, la nostra potrà essere (se mai sarà)
solamente una perfezione "organica".
Se mi è concessa una breve deviazione letteraria su questo punto, il passaggio di
paradigma qui esposto o supposto mi induce ad un parallelo con il romanzo Le affinità
elettive di Goethe. Il tipo di "perfezione" incarnata nella figura di
Ottilia è uno splendido esempio di quella degenerazione patologica cui espone la
chiarezza assoluta, idealizzata. L'animo di Ottilia non ha quasi nulla di umano,
appartiene più al regno minerale, esso è un cristallo delicatissimo (lo stesso cristallo
con le iniziali dei due amanti che improvvisamente si rompe!). Alcuni interpreti hanno
notato esplicitamente il legame di questo personaggio con un altro regno naturale facendo
pesare l'episodio che porta alla scoperta di una piccola miniera grazie agli scompensi
nervosi della ragazza. Si conosce molto bene l'interesse dell'autore di questo romanzo per
la scienza in generale, e si sono persino supposte delle letture assai suggestive sulle
convergenze dei personaggi con gli elementi naturali essenziali (1). Il
solo titolo, inoltre, testimonia già l'intento goethiano di far muovere i suoi personaggi
in una struttura dettata da alcune speculazioni sulla chimica degli elementi. Ma la cosa
che a noi più interessa, comunque, è il destino e la morte di Ottilia. La perfezione di
Ottilia, la sua bellezza, la sua intelligenza quasi opaca, il suo talento artistico e la
sua sensibilità esaltata sono inevitabilmente destinate all'infelicità e alla morte. Una
morte che si impone come emblema specifico di quanto stiamo dicendo, morte per inedia.
Tipo di morte che non è il sottrarsi alla vita, la quale - anche nel romanzo - può
ancora e sempre riservare delle felicità, ma un rifiutare la vita del corpo, rifiutare
ostinatamente che la vita sia anche funzionamento organico del corpo. Ecco, mi sembra che
questo destino infame sia quello rifiutato dalla poesia vitale e ironica della Szymborska.
Della "perfezione organica", come la abbiamo chiamata, non sappiamo ancora
nulla, ad essa non abbiamo ancora mai pensato. Bisogna che impariamo a cercare una
perfezione dall'aspetto molto differente da quello che noi pensiamo debba avere. La
perfezione umana non può e dunque non deve pretendere una concentricità simmetrica.
Bisogna che impariamo ad amare la nostra "violenta anatomia".
(1) Si pensi alla natura "liquida" dell'altra protagonista, Charlotte, il suo carattere quieto e adattabile; alla presenza costante dell'elemento simbolico in vari episodi come quello (originariamente scritto come racconto a sé stante) che narra della caduta in acqua da cui verrà salvata da un uomo di cui si innamorerà; si pensi al fatto che il figlio di lei morirà affogato. Si pensi alla impulsività di Eduard, all'elemento pirico che lo domina e che lo porterà ad arruolarsi e partire in guerra. Tra le molte cose che si sono dette in questo senso si veda, ad esempio, Remo Bodei (http://www.emsf.rai.it/tv_tematica/trasmissioni.asp?d=297).
Il gatto in un appartamento vuoto
Morire - questo a
un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.
Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.
Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c'era qualcuno, c'era,
poi d'un tratto è scomparso
e si ostina a non esserci.
In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani si è corso.
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Che altro si può fare.
Aspettare e dormire.
Che provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparerà allora
che con un gatto così non si fa.
Gli si andrà incontro
come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all'inizio niente salti né miaulii.
Sulla morte, senza esagerare
Non s'intende di
scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.
La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno fin ora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova. Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all'orizzonte.
Chi ne afferma l'onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c'è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell'attimo.
Invano scuote la maniglia
d'una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.
Amore a prima vista
Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E' bella una tale certezza
ma l'incertezza è più bella.
Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?
Vorrei chiedere loro
se non ricordano -
una volta un faccia a faccia
in qualche porta girevole?
uno "scusi" nella ressa?
un "ha sbagliato numero" nella cornetta?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.
Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio tempo
il caso stava giocando con loro.
Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando una risata
si scansava con un salto.
Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un'altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell'infanzia?
Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.
Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.