La generosa intervista di Saverio Panzica a Nicola Tempesta
Il 20 giugno 2004, mi trovo a Napoli a casa di Gennaro Lippiello, maestro di judo, campione e atleta della nazionale degli anni 70. Mentre la gent.ma Sig.ra Ida, sua moglie, prepara un eccellente pranzo a base di pesce, Gennaro telefona al Maestro Tempesta per concordare un incontro pomeridiano.
Alle 17,30, nella sua casa al Vomero, il Maestro ci accoglie con un sorriso cordiale che lascia intravedere il clima nel quale avverrà la conversazione.
Ci accomodiamo in una stanza molto confortevole, arredata con stile e sobrietà; subito il maestro ci chiede se gradiamo un caffè, ma l’emozione è tale che fremiamo dal desiderio di ascoltare le esperienze vissute da Nicola Tempesta in oltre 50 anni di Judo. Siamo altrettanto consapevoli che in poche ore potremo ascoltare solo una parte delle esperienze.
- Caro Maestro, l’idea di questa intervista nasce dalla Sua fama nel mondo del judo, ma per me in particolare, dalle numerose citazioni di due amici comuni Gennaro Lippiello e Cesare Barioli. Il maestro Barioli dice che Lei non ha dovuto né studiare né imparare il judo perché Lei è il judo. L’estrema disinvoltura con la quale ha eseguito le tecniche di judo, sia in competizione che in allenamento, hanno reso il Suo modo di praticare RANDORI e SHIAI unico, in quanto spontaneo. Questa dote lo ha fatto apprezzare anche da grandi maestri giapponesi, in genere molto critici verso gli occidentali.
Con sincera modestia il maestro risponde
- Cesare è troppo buono.
- Quando e come ha iniziato a praticare il judo?
- A dire il vero noi judoka italiani siamo figli di N.N. Infatti la prima fonte alla quale ho attinto nella pratica del judo non è stato l’insegnamento di un maestro ma un libro di Sperling e Kupfer “L’Inerme vince”. Questo libro era tutto un programma, perché se non sei inerme non vai; mancava la qualità, l’essenza del judo, l’insidia nascosta, il fascino nascosto. Comunque, inizio nel 1950 grazie al maestro Infranzi che, giovane studente universitario, si trovava a Roma, per disputare un torneo di hokey a rotelle. Casualmente, in un sottoscala, sede del CUS Roma, vide Santarelli che insegnava judo e ne rimase affascinato.
- Allora possiamo dire che Infranzi è stato il suo primo maestro?
- In effetti, Attilio Infranzi era un po’ il mio fratello maggiore, in senso judoistico; io avevo solo 15 anni e lui era poco più che ventenne. La nostra fortuna consisteva nel fatto che a Napoli spesso passavano marinai, provenienti dall’Oriente, che ci trasmettevano le loro, relative, conoscenze del judo. In particolare ricordo, nel 1952, Ernesto Dragone, un laureato in legge, che in Francia aveva acquisito il grado, nientemeno che di cintura verde.
Quando Aldo Cerciello decise di istituire il servizio di overkraft tra Napoli e le sue isole minori, inviammo Beppe Panada a Londra per partecipare ad un corso per diventare pilota di overkraft. In quell’occasione consegnai 100.000 lire a Panada affinché acquistasse dei libri di judo, in quanto la bibliografia a nostra disposizione in merito era, pressoché, nulla. Panada al suo ritorno mi restituì solo 10.000 lire, con le altre 90.000 aveva acquistato libri di karate … così nasceva, grazie a Panada, che lo avrebbe insegnato da quel momento, il karate a Napoli.
- Ci parli, maestro, dei primi judogi che indossavate.
- Judogi? Alla Partenope, ai cavalli di bronzo, nostra prima palestra, Infranzi indossava una casacca di iuta, senza pantaloni e così anch’io chiesi a mia madre di cucirmi un indumento analogo. Nel 1951, con me e Infranzi praticavano, tra gli altri, De Angelis e Panachia. Le tecniche che, in qualche modo, conoscevamo erano: l’ancata, de ashi barai, hiza guruma e lo sgambetto che tutti i ragazzi praticavano per strada, potremmo forse chiamarlo osoto gari.
Un fatto molto divertente che voglio intercalare, visto che sei siciliano, è che nel 1958, in occasione dell’agosto messinese, portammo in Sicilia 12 ragazze judoiste. Immagina cosa significasse, in quegli anni, il fatto che delle ragazze partissero. In quell’occasione Nino Della Moglie accompagnò la sorella, che era una delle 12; così anche lui decise di iniziare la pratica del judo. Devo dire che per quanto riguarda le origini del judo siciliano, ricordo che il punto di riferimento, nell’isola, era il maresciallo dei carabinieri Tonino Voccia; ma l’impulso decisivo allo sviluppo del judo siciliano lo diede Franco Natoli, sempre in giro ad imparare, sebbene avesse iniziato da adulto.
- Quando inizia la sua attività agonistica?
- Nel 1952 si svolgono a Napoli i primi “veri” campionati italiani di judo. Negli anni passati, solo uno sparuto numero di judoisti romani e milanesi si erano spartiti i titoli. In quell’anno a Napoli arrivarono i pugliesi dell’Angiulli di Bari, i siciliani, i fiorentini. Così il 25 e il 26 aprile mi classificai terzo nella categoria “assoluti”, pesavo 65 kg. Vinse Cecchini del dopolavoro ferroviario di Roma che in finale sconfisse il mio compagno di squadra Passarelli, avevo 17 anni.
A questo punto la discussione cade sull’episodio che in Giappone portò alla squalifica dei Vismara e di Veronese. Quest’ultimo, per il maestro Tempesta è stato l’atleta italiano maggiormente dotato tecnicamente.
- Eseguiva, quasi contemporaneamente, tai otoshi e okuri ashi barai.
A parere del maestro Tempesta, i ragazzi non andavano radiati, intanto perché giovanissimi lasciati a se stessi in Giappone senza che li seguisse nessun responsabile federale, ma l’errore più grave fu quello di lasciarli in Giappone quando l’Università era chiusa. Senza entrare nel merito specifico della questione, il maestro Tempesta, che aveva seguito gli azzurri dal 1967 al 1972, ritiene che sarebbe più che mai opportuno riabilitare pienamente e pubblicamente, da parte del CONI, questi ragazzi che, a suo parere, non commisero assolutamente niente di illecito.
Il maestro continua a raccontarci la sua avventura.
- Nel 1952 a Milano vinsi la mia prima gara, pesavo 70 kg., il trofeo D’Aiello nella categoria degli 80 kg. Nel 1952 a Roma mi classificai primo al campionato italiano ENAL negli 80 kg. Nello stesso anno vissi la mia prima esperienza con la nazionale. Presso la società Audace di Roma, persi una selezione con Elio Volpi, alto 1,85 m. mi batté per 9 ippon a 8. Io attaccavo con la mia ancata a destra e Volpi mi contrattaccava con utsuri goshi a sinistra, mi rialzavo e gli facevo ippon con okuri ashi barai, che noi napoletani chiamavamo “SCIULIA MAZZO” ovvero “scivolata con caduta sul sedere”.
Tornando ai marinai che venivano dall’estremo Oriente devo dire che il più bravo fu Carlo Oletti che però non conosceva bene il judo; ma era piuttosto bravo nella difesa personale e organizzò spesso ottime manifestazioni in tal senso, la più importante a Nettuno nel 1955. Comunque Oletti era un ottimo uomo dalle elevate qualità morali.
Vorrei soffermarmi, a questo punto, su una questione che ritengo fondamentale nelle origini del judo italiano. In quel periodo il termine ricorrente non era judo ma “LOTTA GIAPPONESE”, lo stesso maestro Barioli chiama il Bu - sen “SCUOLA SUPERIORE DI LOTTA GIAPPONESE”.
Ci mostra una figura dal libro di Tommaso Betti Berutto “Da cintura bianca a cintura nera” che testimonia la dicitura del Bu - sen e la manifestazione di Oletti. Il maestro afferma che l’unico merito di questo libro è che rappresenta una testimonianza storica delle origini del judo, ma lo contesta perché, purtroppo, molti judoisti italiani, dalla sua prima pubblicazione, lo considerano una fonte tecnica che essi usano sia come metodo di insegnamento che di preparazione ai passaggi di dan. I primi campionati di disciplina orientale, svolti a Lanciano l’uno e il due maggio 1948, avevano l’intestazione “CAMPIONATI ITALIANI DI LOTTA GIAPPONESE”, mancano comunque documenti storici per ben decifrarli. Nel 1935 nasce il GALG “gruppo autonomo lotta giapponese”. Come si vede l’inizio è costellato di una serie di eventi che mostrano la lotta giapponese e non il judo. Un crogiuolo di confusione che condizionerà il judo italiano al punto di farlo diventare una costola della lotta italiana, sino al punto in cui venne inserito nella FIAP, nel 1953, Federazione Italiana di Atletica Pesante, insieme ai pesi, senza diritto di voto sino al 1965.
- Nel 1958 venni sfidato da Pierino Zerella ormai settantenne, che riteneva di essere il primo e l’unico campione italiano della disciplina, (titolo vinto nel 1924).
- E lei cosa fa? Accetta? - chiediamo incuriositi. Con un sorriso benevolo il maestro Tempesta risponde.
- Certo che no, credevo scherzasse.
La conversazione, estremamente piacevole, continua, per buona sorte di tutti, senza seguire un filo temporale.
- Il Maestro Kano ha avuto il grande merito di porre alla base del ju jutsu, ormai decadente, i principi morali, “tutti insieme, attraverso il miglior impiego dell’energia”, perché aveva capito che l’antica arte della cedevolezza era ormai obsoleta in un periodo in cui cambiava il pensiero e il modo di vivere degli uomini nel contesto mondiale. Credo che per Kano l’agonismo non sia stato un incidente di percorso, ma piuttosto una necessità di adeguarlo ai tempi. Se Geesink non avesse vinto lo olimpiadi di Tokyo del 1964, il judo non si sarebbe diffuso così rapidamente. La ricerca di Kano, attraverso il judo, doveva portare l’uomo sempre più avanti.
Il maestro ci racconta di un episodio poco piacevole verificatosi nel 1968. Per la prima volta in Italia venne eletta, da tutti i tecnici italiani, la prima commissione tecnica. Insieme a lui furono scelti Cuzzocrea e Gaio. I tre vennero, stranamente, convocati a Cesena per eleggere, tra di loro il Presidente della commissione. Stranamente, perché era la vigilia di Pasqua e qualcuno sperava che non si presentassero. Ma i tre si incontrano e insieme a loro si presentò Tommaso Betti Berutto, in rappresentanza della Federazione. <<Quale Federazione?>> chiese Tempesta. Betti Berutto allora disse che lo aveva mandato il presidente del Comitato regionale Lazio avv. Augusto Ceracchini. I tre non concordano sulla decisione e, in assoluta autonomia, elessero Presidente della Commissione Tecnica, Nicola Tempesta che aveva ottenuto il maggior numero di consensi. Per molti anni quella fu l’ultima Commissione Tecnica eletta, si passò, successivamente, a Commissioni nominate dai vertici federali.
- Maestro ci parli delle sue esperienze internazionali.
- Quando, nel 1952, partecipai al mio primo campionato d’Europa persi al secondo incontro. Ma ciò che più mi preme ricordare, di quella esperienza, è che per la prima volta varcavo i confini nazionali. In quegli anni, di quasi immediato dopoguerra uscire dall’Italia, specialmente a 17 anni di età, era un evento a dir poco eccezionale, anzi per i miei genitori una vera pazzia. Mio papà, durante la guerra era stato a Gibilterra, conservava il passaporto come una reliquia.
- Da quale città d’Italia aveva raggiunto Parigi?
- Ci eravamo allenati per due giorni a Roma e da lì, in treno in terza classe, eravamo arrivati a Parigi. Eravamo in 7 o 8, sulle nostre tute, comprate da ognuno di noi presso i magazzini sportivi, avevamo fatto cucire la scritta “ITALIA”. In quell’occasione ebbi modo di allenarmi presso alcune palestre francesi, dove incontrai diverse cinture nere. Fu una grande emozione e una straordinaria esperienza che allargava i miei confini judoistici. Dopo il campionato d’Europa ci fermammo a Marsiglia per 3 giorni, presso il “Judo club Provence” dove incontrammo judoisti del sud della Francia. Abituati ai sottoscala con poche “materassine”, adatte più alla lotta che al judo, ci sembrò incredibile praticare in una sala di 300 mq. con veri tatami in paglia di riso. Ci allenammo mattina e pomeriggio, tanto era l’entusiasmo.
- Maestro, cosa può dirci del ruolo dell’Italia nel contesto europeo?
- Aldo Torti, giornalista romano, rappresentò l’Italia nella istituzione dell’Unione Europea di Judo, incredibile, nonostante ciò l’Italia non ha mai avuto una Federazione di Judo. Ecco un altro motivo per cui i praticanti di judo italiani siamo figli di N.N.
- Perché non siamo mai riusciti ad avere una Federazione solo per il judo?
- Ritengo che dobbiamo risalire alle origini dello sport organizzato in Italia, che successivamente portò alla nascita del CONI e delle Federazioni. I nobili, che praticavano lo sport, erano manager colti e mecenati. Pertanto, perorarono la causa degli sport che praticavano. Il judo, venne “importato” in Italia dai marinai e diffuso dai rappresentanti dell’esercito e delle forze dell’ordine, mancò, quindi, al judo italiano l’elemento umano d’elite che permettesse l’autonomia organizzativa ottenuta degli altri sport italiani. A quanto detto va aggiunto l’errore di non aver capito che la FIAP avrebbe condizionato irrimediabilmente la nostra crescita. Ma questo errore nacque da una classe dirigenziale judoistica “piccola e limitata” direi di “mezze calzette”, “portatori d’acqua”.
Potremmo citare Giuseppe Tomasi di Lampedusa che nel “Gattopardo “ afferma che quando i leoni si fanno da parte prendono il loro posto le iene.
- E, relativamente alla prima Olimpiade di Tokyo del 1964 alla quale è presente il judo?
- Avevo 28 anni, il segretario generale della Federazione FIAP mi consegnò una lettera, che non aveva neanche letto, “vedi cosa vogliono”. Era nientemeno che la richiesta di partecipazione al voto, da parte dell’Italia, per decidere se spostare o meno la sede della Federazione mondiale di judo dall’Oriente, in verità dal Giappone, in Europa. Cominciai a sentirmi “ballerino”. Ricevevo inviti da Risei Kano, ma ero costantemente controllato dai rappresentanti dell’Unione Europea di judo, il francese Ertell e l’austriaco Kucera affinché non lo incontrassi. Ero al centro dell’attenzione mondiale. Bene, il mio voto fu determinante per l’elezione dell’ottimo inglese Palmer per spostare la sede in Europa. Come contropartita l’Italia ottenne la vice-presidenza della Federazione Mondiale del judo che fu assegnata a Maurizio Genolini. La mia esperienza agonistica fu piuttosto deludente, dopo avere vinto il primo incontro, affrontai un coreano, gli feci ippon, ma l’arbitro mi diede wazari, lo immobilizzai e non ottenni osaekomi, gli chiesi perché e lui non rispose, allora lasciai kesagatame per rialzarmi, il coreano ne approfittò e mi immobilizzò, allora l’arbitro concesse osaekomi da cui non riuscii a liberarmi, così finì la mia gara. Mi piacerebbe rivedere il filmato, che qualcuno ha registrato, per cercare di capire.
Ma tutto ha una spiegazione nella vita. I giapponesi, non ho mai capito perché, mi chiamavano “L’elefante bianco”. I più temuti per le olimpiadi eravamo io e Anton Geesink. Nella mia categoria partecipò INOKUMA che era meno pesante, KAMINAGA, in quanto più pesante, fu opposto a Geesink.
- Da cosa dipendeva questo timore riverenziale nei suoi confronti e di Geesink? Eravate ben conosciuti dai giapponesi?
- Si, effettivamente nel 1963 arrivai in Giappone con lo stesso aereo sul quale si trovavano i grandi pugili italiani Arcari e Atzori. Il paese organizzatore delle Olimpiadi aveva il dovere di ospitare, per allenamenti pre-olimpici, gli atleti degli altri paesi partecipanti. Io e Geesink fummo ospitati in un appartamento riservato, solo per noi, nei pressi dell’Università di Tenri. Il grado di accoglienza e di ospitalità fu eccezionale. Arrivammo alle ore 24,00 e 3.000 persone ci accolsero all’arrivo in aeroporto. Il giorno dopo tutti i giornali giapponesi parlavano dell’arrivo dell’ ”elefante bianco”. (n.d.r. nessuno si è mai preoccupato di reperire quei giornali, di tradurne i testi e di diffonderli in Italia). Al proposito mi preme ricordare che un giorno un russo, mio avversario sul tatami e amico nella vita, era offeso con me, gli chiesi il motivo di tale atteggiamento, mi rispose che mi aveva invitato a Mosca, che la città era tappezzata di manifesti che annunciavano il mio arrivo e io non mi ero presentato. In Italia qualcuno non mi aveva passato l’invito. Correva l’anno 1963.
Ma torniamo al periodo preolimpico di Tokyo. Durante il nostro soggiorno fummo trattati in modo eccellente. Prima di continuare è giusto far sapere che la città di Tenri, dove fummo ospitati io e Geesink, venne realizzata dai seguaci della religione locale “TENRIKYO” i quali offrivano, gratuitamente, un mese di lavoro per costruirla con i materiali messi a disposizione dal loro Papa. In quegli anni il capo spirituale era “SHIMBASHIRA”. Questo movimento religioso raccoglie 5.000.000 di seguaci, perlopiù giapponesi, fondato nel 1838 da Nakayama Miki.
La ragione per cui fummo trattati con tanti riguardi fu che “SHIMBASHIRA” era un appassionato di “ARTE ANTICA” e di “JUDO”. Due volte la settimana, per la cena, ci veniva inviato un cuoco artista, “OROKU SAN” che preparava cene a base di pesce, su decorazioni di ghiaccio che rappresentavano: cavalli di cristallo, la Primavera del Botticelli, castelli. Ogni sera un massaggiatore, non vedente, provvedeva a farci sentire meglio, a recuperare gli acciacchi conseguenti ad una pratica che consisteva in un allenamento basato sulla preparazione atletica, al mattino, chi voleva si poteva applicare allo studio della tecnica, dopo le fatiche atletiche; ricordo che in pochi secondi ero in grado di scalare la fune e la pertica; il pomeriggio 4 ore di randori. Al proposito dell’alimentazione degli atleti, ricordo che all’Acquacetosa si mangiava bene solo quando andava in visita l’avv. Giulio Onesti, ma una settimana prima si sapeva del suo arrivo. Quando mi accorgevo dell’ingrossamento del fegato dei miei atleti e facevo le mie rimostranze in Federazione mi rispondevano di fare il mio lavoro.
La sera del giugno del 1963 quando arrivai a Tokyo, lasciai le scarpe fuori la porta affinché gli inservienti le pulissero. Casualmente mi accorsi che due persone stavano fotografando le suole delle mie scarpe. Pensai che questa curiosità dipendesse dalla misura delle mie scarpe, calzo 47 o 48. In seguito mi accorsi che la ragione era molto più profonda. Durante i randori, all’Università NIHON mi accorsi che i miei avversari mi attaccavano con ouchi gari, kouchi gari e osoto gari sul mio appoggio destro. Dalle foto avevano dedotto che tendevo a poggiare il peso del mio corpo sulla parte esterna del mio piede destro. Ciò era constatabile perché quando giocavo a calcio colpivo la palla con il piede sinistro poggiandomi su quello destro. Nel 1964, 4 mesi prima delle Olimpiadi, vidi Inokuma, al KODOKAN, seguito da 3 o 4 maestri ottavi dan che gli insegnavano shime waza e come liberarsi da osaekomi waza.
Nella mia preparazione preolimpica a Nettuno, ero seguito dal maestro Ken Otani che, a bordo di un moscone, mi diceva “KIDEMOBONO”, “fa questo che va bene”, mi faceva fare la traversata da Anzio a Nettuno e viceversa, per due mesi.
- Con chi praticava judo a Nettuno?
- Bella domanda. A Nettuno c’erano almeno 200 cinture nere, solo De Carlo si prestava, ma dopo appena mezz’ora di randori, esausto chiedeva di ritirarsi. A Tenri ero seguito dai maestri Ashimoto e Matsumoto. Avevo conosciuto il secondo in Europa, ricordo in particolare che nel 1963 lo vidi a Ginevra, in occasione della finale degli assoluti del campionato d’Europa che disputai con un tedesco dell’Est certo Nietse. Dopo che il tedesco si era arreso ad una mia prima leva, l’arbitro decideva che continuassimo, alla mia terza leva, a seguito delle grida di dolore del tedesco, l’arbitro decideva di squalificarmi, per cui venivo classificato al secondo posto. A quel punto il maestro Matsumoto saliva sul tatami e regalava all’arbitro il suo orologio per dirgli che era un “venduto”.
- Maestro ci parli del suo “palmares” in campo europeo.
- Ho vinto due titoli europei, 9 volte secondo, posso dire di non avere mai perso veramente. L’unica volta in cui ho realmente perso è stato ad Amsterdam nel 1960. Ci eravamo classificati terzi come squadra italiana. L’Italia spesso pareggiava ed io facevo da jolly per gli incontri di spareggio. Dopo essermi classificato, ripeto senza perdere realmente, secondo nelle categorie: “massimi” e “dan” dovevo affrontare la finale degli open con Geesink, solo che non riuscivo più a deambulare, così Geesink mi prese all’angolo, con delicatezza mi immobilizzò e mi riportò al mio angolo. Si doveva fare così perché era presente la regina d’Olanda e Geesink doveva disputare la finale. Durante la notte i dirigenti federali, Addamiani e Genolini mi sorressero a spalla perché non riuscivo più a camminare. In occasione di questo campionato d’Europa, avevo prima immobilizzato e poi strangolato Geesink, ma entrambe le volte l’arbitro aveva dato mate, così ho preferito ritirarmi. Nel 1962 ad Essen, in finale affrontai il francese D’Essai, era così netta la mia superiorità che il suo allenatore, quando l’incontro stava per finire, gli gridava “TOUT PAR TOUT”, ma visto che questi non ce la faceva, si allontanò con tutta la delegazione. L’arbitro però assegnò la vittoria per decisione al mio avversario, io gli dissi ma guardi che io ho la cintura rossa, ma lui imperterrito assegnò la vittoria al francese. Comunque, per dovere di cronaca, è giusto sottolineare che l’arbitro era francese.
- I suoi rapporti con Geesink?
- Ottimi.
A questo punto il maestro ci offre un liquore a base di “CETRANGOLO”, il padre di tutti gli agrumi, eccellente!
- Ritiene che il peso sia determinante nella pratica del randori?
- Nel vero judo il peso non è importante, se si pratica con scioltezza e con sincerità.
- Ritiene che il judo agonistico sia cambiato?
- Negli anni 70 il regolamento internazionale aveva reso il judo agonistico estremamente statico, inoltre, in quegli anni il judo subiva l’influenza del sambo, dalla lotta brasiliana, di quella mongola, georgiana; nuovi paesi si affacciavano al panorama judoistico internazionale. Si assisteva ad un judo da “ragionieri” calcolato per vincere con piccoli espedienti. Così il vero judo, basato sul principio attacco-difesa, perdeva il suo dinamismo, dominato da soto-makikomi, eseguito nella speranza di ottenere un misero koka. In un’intervista dichiarai che era il peggiore regolamento internazionale mai varato. Finalmente nel 2000, a Monaco, dopo che erano state apportate sostanziali modifiche regolamentari, per cui gli atleti dovevano attaccare nell’arco di pochi secondi, si assistette, da una parte alla squalifica per poca combattività di molti atleti, ma conseguenzialmente, la percentuale degli ippon aumentò del 50%.
- Cosa pensa del rapporto tori – uke?
- Da circa 30 anni cerco di far comprendere alcuni concetti fondamentali nella pratica del judo. Non sempre ci poniamo nella maniera esatta di come va praticato il judo, quale debba essere il vero spirito. Solo con la verità che dobbiamo avere dentro di noi, possiamo essere nel giusto. Mi spiego meglio. Se affermiamo che nel randori non si cerca il risultato, in questa definizione ci dobbiamo credere fermamente. Solo se lo riteniamo giusto cresceremo, se non ci crediamo è inutile farlo. Se ci poniamo con sincerità nella pratica del randori, sotto la doccia non diremo.” Hai visto cosa gli ho fatto in allenamento?” Il proprio tokui waza sarà applicabile solo se proposto con lo stato di “mu shin” “mente vuota, priva di interessi, il distacco dal risultato “.
Fatta questa premessa, siccome in Italia siamo figli di N.N. continuiamo a dire che uke è colui che subisce, che cade, mentre Tori è chi esegue la tecnica; questa è una solenne “cazzata”. Ritengo che tutti i più grandi judoka siano degli ottimi uke; che “partecipano attivamente” all’azione di tori. Uke è colui il quale riceve qualcosa, la confusione nasce perché si identifica uke con ukemi, evidentemente da parte di chi non ha compreso. Kano afferma che è sempre difficile differenziare nettamente i ruoli di uke e tori. Se il randori si pratica con lo spirito sopra enunciato, sarà indifferente subire o fare ippon, anzi offrirò, in segno di ringraziamento, una pizza a colui il quale mi spiegherà poi in che modo mi ha proiettato ottenendo ippon.
Questo preambolo serve per illustrare una metodica di allenamento, da me ideata, ed applicata per preparare gli atleti della nazionale italiana di judo.
Nella mia vita di judoka ho constatato che gli atleti venivano colpiti da vere e proprie crisi ipoglicemiche, in particolare negli ultimi due minuti del combattimento andavano in debito di ossigeno e non riuscivano nemmeno a tenere una corretta posizione. Nel mio ruolo di tecnico mi accorgevo che, nonostante i ragazzi si allenassero molte ore al giorno, non sopportavano intensi ritmi di gara e, pertanto, non erano in grado di reggere la tensione della competizione sino in fondo. Decisi, allora, di utilizzare stimoli di allenamento altamente specifici affinché gli atleti si adattassero allo stress della gara. Inventai, così, la regola dei “10 secondi”. Essa consisteva nel decidere in quel breve lasso di tempo il destino dell’intero incontro. I ragazzi dovevano ottenere un vantaggio tangibile, tale da sancire la vittoria. I risultati furono eccellenti al punto che, nell’arco di 5 anni gli atleti in 10 secondi erano in grado di conseguire anche due ippon, mantenendo quel “regime di gara” anche per tre minuti consecutivi. Riuscii così a fare in modo che gli atleti fossero in grado di ottenere una velocità di azione pari al doppio di quella iniziale. Ciò gli permise, altresì, di superare il concetto riduttivo di vittoria attraverso il koka, ricercando, invece, costantemente e con decisione l’ippon.
- Maestro sappiamo che Lei è stato uno dei promotori del judo estivo.
- In effetti nel 1967, insieme al maestro Cesare Barioli, organizzammo a Sperlonga il primo stage estivo di judo, realizzando ciò di cui parlava Jigoro Kano, relativamente alle vacanze e al judo. Quello è stato un evento che ha cambiato il judo italiano perché ha permesso a 600 ragazzi, provenienti da ogni parte d’Italia, di incontrarsi nell’arco di 48 giorni. L’esperienza fu ripetuta l’anno successivo; io e Barioli coinvolgemmo nella docenza anche il maestro Kataoka; la Federazione inviò il maestro Koike. Al proposito mi va di raccontare due aneddoti che caratterizzarono lo stage. Il primo riguarda Tommaso Betti Berutto che una notte dormì da solo in una tenda per venti persone a causa del suo russare. L’altro va attribuito al maestro Koike il quale si presentava alle 15,59, per la sua lezione e, finita la lezione, andava via alle 17,59, il maestro tornava in albergo e sino alla lezione del giorno dopo nessuno riusciva più a vederlo. Così nacque “l’ora Koike”. Dopo lo stage di Sperlonga sono stati organizzati innumerevoli incontri judoistici estivi; ciò ha permesso un continuo scambio tra judoisti nel periodo delle vacanze.
- Maestro quale ritiene siano i principali problemi nell’insegnamento del judo di questi tempi?
- Sicuramente il judo è un metodo che permette la socializzazione, sia tra normodotati che tra questi e i portatori di H. Al proposito sono in contatto con il maestro Barioli per portare avanti un progetto comune.
Ritengo che abbiamo un grosso problema di comunicazione con coloro i quali non appartengono al mondo del judo per diffonderlo e farlo conoscere. Noi appassionati praticanti non ci rendiamo conto che i nostri interlocutori esterni non hanno la più pallida idea di cosa sia il judo. Quando parliamo tra noi praticanti molti concetti sono per noi scontati, per cui ci rivolgiamo all’esterno con la stessa terminologia e la stessa predisposizione mentale che adottiamo nei nostri contesti. Ritengo che sarebbe indispensabile avviare uno studio o meglio una ricerca per formare una classe di promotori in grado di relazionare il mondo del judo con il mondo esterno.
Per quanto riguarda l’insegnamento in palestra dobbiamo, purtroppo, constatare che le lezioni di judo sono condizionate dalla eterogeneità dei partecipanti ai corsi, per cui è spesso difficile trovare un filo conduttore che vada bene per tutti i presenti. L’ideale sarebbe di organizzare gruppi omogenei per lo svolgimento di programmi ben definiti. Spesso anche dopo mesi che i corsi sono iniziati ci troviamo a dovere insegnare a nuovi iscritti che non ci possiamo permettere di perdere. Ci troviamo di fronte ad una gran confusione, noi a Napoli diciamo “a scola cavatola”
- Maestro Tempesta, ultimamente ho assistito ad alcune gare di judo e ho notato che gli arbitri non permettono di combattere in ne-waza. Cosa ne pensa?
- Ritengo che la colpa di ciò vada attribuita ai tecnici che non sanno insegnare la continuità nel ne - waza. L’eccessiva metodologia applicativa ha tolto alla lotta a terra la continuità d’azione che dovrebbe caratterizzare questo momento. Per cui, spesso, un atleta si perde nella ricerca di tecniche particolari non riuscendo a concretizzare, in tempi brevi, la sua azione dando, così, l’impressione di volere perdere tempo.
- Maestro, quali sono le sue tecniche preferite?
- Nell’arco della mia carriera ho cambiato molto il mio speciale: okuri - ashi - barai, tai - otoshi, o - guruma, uchi - mata.
Nel 1961 ho vinto la finale dei campionati europei con ippon seoi nage a sinistra che non ero solito allenare. Un’altra volta vinsi con seoi nage; durante l’incontro, svoltosi nel Principato di Monaco, tra Italia e Francia; alla fine della gara il principe Ranieri di Monaco, entusiasta della mia prestazione, mi premiò erroneamente; il trofeo andava assegnato alla Francia che aveva vinto l’incontro, Ranieri andò via indispettito.
Nel 1965 a Pesaro ho vinto 6 incontri in complessivi 22 secondi. Un giorno mi dissero che c’era un massimo dei carabinieri che, durante un campionato italiano, mi avrebbe battuto e sarebbe diventato il mio successore, vinsi in appena due secondi. Per me fare una presa corrispondeva a cercare l’ippon. Non ho mai contemplato un tatticismo sulle prese. Ribadisco che non dobbiamo penalizzare l’agonismo, grazie ad esso il judo ha potuto diffondersi.
- Maestro quali sono stati i più grandi judoka che ha conosciuto?
- SASAHARA l’unico che sia veramente riuscito ad eseguire uchi mata in ashi - waza (n.d.r. Tempesta ha battuto una volta Sasahara contrattaccando con utsuri goshi a kosoto gake); OKANO il più completo, mi ha colpito tutto il judo da lui praticato; il coreano KIM per la sua eleganza; MATSTUSHITA per ashi - guruma; WATANABE per tai – otoshi.
- Maestro, Gennaro Lippiello mi ha raccontato che un giorno il maestro MATSUMOTO la ha invitato a spiegare delle tecniche in un contesto internazionale.
- Si, a Ludwigshafen durante un convegno mondiale di judo. A Tokyo il judo era uno sport dimostrativo, dopo quell’Olimpiade divenne uno sport olimpico a tutti gli effetti. La Federazione mondiale di judo decise di dare uniformità ai kata e alle tecniche, così fummo convocati, nel 1972, appunto a Ludwigshafen. Ad una precisa richiesta per mostrare la differenza tra harai -goshi, ashi - guruma e o - guruma, ebbi l’onore di essere invitato dal maestro MATSUMOTO a spiegare queste tre tecniche.
- Maestro il suo pensiero sui kata?
- Il maestro MATSUMOTO dice che sono necessari perché portano avanti la tradizione e ricordano le origini del judo. Ritengo che lo studio dei randori - kata, in particolare del nage – no - kata sia fondamentale per applicare il proprio tokui waza. L’uomo, durante la sua vita vive tre fasi: la prima di crescita, la seconda di mantenimento e la terza di decadenza. Il kata serve a ripercorrere le fasi della vita e a ritrovare se stessi nei momenti di difficoltà. Possiamo dire che lo studio del kata si sviluppa in tre momenti: 1) ascendente; 2) stabilità; 3) discendente, se non adeguatamente applicato. Questa è l’analogia che riscontro tra il kata e la vita.
La differenza tra il judo di ieri e quello di oggi è che in passato l’ippon non rappresentava la vittoria, ma la realizzazione di un percorso. La vittoria era incidentale. Oggi la vittoria è diventata l’obiettivo da raggiungere, stravolgendo lo spirito del judo. L’ippon rappresenta la conclusione di una serie di azioni che portano all’equilibrio dell’essere. L’ippon in gara sta stretto perché ti priva della possibilità di farne altri. Vincere un incontro significa bloccare la possibilità di farne altri. La differenza, quindi, tra il judo del passato e quello presente la potremmo sintetizzare nel dire che in passato si cercava la grandezza, oggi la mediocrità. Quando nel judo si raggiunge l’apice, in questo i kata sono fondamentali, bisogna creare nuove basi, altrimenti tutto ciò che si è costruito crolla. Al proposito un proverbio napoletano dice: ”meglio essere coda di balena che capa d’alice”; meglio essere parte di una balena, fare parte di un grande contesto, anche se non ne sei il numero uno, che essere testa di alice cioè essere a capo di un piccolo e mediocre contesto. Kata ed ippon permettono, se interpretati correttamente, di essere grandi nello spirito e nella vita.
- Maestro Tempesta, l’ultima domando riguarda il suo pensiero sull’attribuzione dei dan.
- Credo che attribuire un sesto o settimo dan a chi ha contribuito in maniera determinante alla crescita del judo sia giusto. Ma il punto dolente è che non c’è un’adeguata selezione dal terzo al quinto dan. Questi gradi dovrebbero costituire la vera base del judo. I parametri di valutazione dovrebbero tenere conto delle capacità tecniche, un aspirante dovrebbe dimostrare perché ed in che modo è possibile applicare una tecnica. Si entra nello spirito del judo attraverso un percorso tecnico. Una volta mi hanno mostrato un kata, privo di tutte le caratteristiche precedentemente definite, mi hanno chiesto un giudizio; ho detto “aviti imparatu a cuntà sinu a quindici”. Quando ero agonista il maestro MATSUMOTO, al Kodokan, mi attribuì il quinto dan; ma per la Federazione italiana ero solo quarto dan.
Sono passate oltre cinque ore, il maestro ci dice che avrebbe, ancora, un’infinità di cose da raccontarci. Devo dire che sono profondamente colpito dal fatto che una figura così imponente del judo italiano sia così poco conosciuta nel nostro paese e non solo nel mondo del judo.
Saverio Panzica