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Pacifismo e internazionalismo negli insegnamenti di Kano e Gandhi - Claudio Sanna
Ideale, utopia, politica sono termini che evocano memoria, riflessione e analisi critica.
Ai tempi delle lotte
studentesche al liceo sentivo alcuni compagni (piuttosto isolati) che citavano
Gandhi e parlavano di non-violenza. Molto coinvolto nella pratica sportiva,
pensavo che un giorno avrei dovuto trovare tempo e modo di approfondire il pensiero,
l’azione politica e sociale, le peculiarità di Gandhi.
Dopo aver scoperto quanto fossi inconsapevolmente vicino alla possibilità
di percorrere la Via Maestra, il Dai Do del prof. Kano, entrandoci ho coltivato
un interesse via via crescente verso la vita e il pensiero di grandi personaggi
e maestri di vita. Figure che hanno lasciato un’eredità spirituale
al mondo, figure delle quali rimane ancora evidente il segno del loro passaggio
su questa terra.
Ora ho pensato di mettere in parallelo gli insegnamenti di Kano e di Gandhi
relativamente ad alcuni grandi temi. Il paragone non si presta molto ad un’esposizione
di pochi minuti ma ritengo possa risultarne interessante la lettura. Punti di
vista diversi che consentiranno al lettore di farsi un’idea ed eventualmente
lo solleciteranno a personali approfondimenti.
Rispetto a Gandhi, del quale sapevo poco e, temo, quel poco anche condizionato
dalla ricostruzione cinematografica della sua biografia, ho svolto una ricerca
per conoscere meglio le sue idee e ho dedicato particolare attenzione all’accertamento
della sua posizione nei confronti della guerra e del nazismo. Diversi i testi
consultati e anche qualche lettura interessante sul sito della storica indiana
Jyotsna Kamat (vive a Bangalore e uno dei suoi argomenti preferiti è
la lotta di liberazione dell’India) e su altri trovati casualmente, con
motore di ricerca, in internet.
Rispetto a Kano m’intrigava molto vagliare l’ipotesi della sua eliminazione
da parte dei servizi segreti di un paese, il Giappone, in cui a partire dal
1932 (assassinio del capo del governo Inukai Tsuyoshi) erano stati estromessi
i partiti politici e dominava una concezione militarista molto aggressiva. Lo
stimolo è venuto da alcune rivelazioni del Maestro di Judo americano
Steven Cunningham che qualche anno fa accesero un dibattito sulle cause della
morte di Jigoro Kano.
Ho cercato di approfondire le mie superficiali nozioni storiche sul Giappone
nelle ere Meiji, Taisho e Showa. Nel contempo ho letto gran parte, credo, della
documentazione disponibile su testo e su internet del e sul fondatore del Judo.
Sono giunto a delle conclusioni su questi particolari argomenti che ho qui riassunto.
Naturalmente non hanno alcuna pretesa di verità anche per l’incompletezza
delle informazioni raccolte e delle fonti disponibili.
Jigoro Kano (1860-1938): per parte paterna discende da una famiglia che annovera fra gli antenati preti shinto, maestri buddisti e studiosi confuciani; per parte materna discende da una delle principali famiglie produttrici di sake. Studia nel Giappone che si dibatte in un momento storico di grande fermento, di entusiasmo per le idee del mondo ma anche di orgoglioso nazionalismo che mirava a colmare il divario socioeconomico rispetto alle nazioni occidentali e così sottrarre il paese alla dominazione esercitata dalle loro potenze. Diviene ottimo conoscitore della lingua inglese, approfondisce le culture di altri paesi sia frequentando corsi di docenti come Ernst Fenollosa e Tanzan Hara sia, in seguito, con numerosi viaggi in Europa e nel mondo. Si occupa di educazione accettando diversi incarichi di insegnamento, lavorando come preside e come funzionario del Ministero dell’Educazione, divenendo uno degli artefici del sistema d’istruzione giapponese. Ma soprattutto crea il Judo, una disciplina che interpreta la tecnica del Jiu-jutsu alla luce del principio di essere tutti insieme per crescere e progredire col miglior impiego dell’energia.
Mohandas Gandhi (1869-1948): nel piccolo stato di Kathiawar i Gandhi da diverse generazioni avevano ricoperto la carica di Diwan (primo ministro), ma la famiglia non era di alta casta, perchè apparteneva al sottogruppo vaisya noto come banja. Mohan era cioè membro della terza delle grandi caste (quella dei mercanti) caratterizzata da estremo puritanesimo, assoluto vegetarianismo, assenza di preoccupazioni metafisiche e di cultura filosofica e, per contro, forte sentimentalità religiosa. Studia in Inghilterra e diviene membro del foro di Londra. In Sud Africa dirige un movimento che reclama uguaglianza di diritti per indiani ed europei e finisce in carcere. Quando nel 1914 torna in India subito si impegna in politica e in pochi anni diventa leader del Partito del Congresso. Gradualmente Gandhi trasforma il suo aspetto in quello di un profeta, ottenendo la fiducia delle masse indiane e impressionando gli occidentali. I suoi compagni lo definirono Mahatma (grande anima) ed egli guidò il movimento indipendentista caratterizzandolo con le battaglie di disobbedienza civile.
Jigoro Kano visse
in Giappone nel momento storico in cui il paese è determinato a risolvere
il problema del ritardo accumulato nei confronti delle potenze occidentali sul
piano economico e sociale. Il Giappone decide di mettersi su un piano di pari
dignità e si conquista rispetto a livello internazionale dimostrando
potenza militare e capacità in politica estera. Vanno ricordate le guerre
con la Cina (1895) e con la Russia (1905) e la presenza del Giappone tra le
cinque più importanti nazioni vincitrici della I guerra mondiale.
Dall’ambiente chiuso dei monasteri Kano volle trasferire nella società
il concetto di ‘Via’; stabilì gli scopi del Judo ispirandosi
a ciò che considerava la più alta delle morali possibili: “realizzare
la VIA del fare nella vita umana e sociale”. Resi migliori con un’educazione
orientata a potenziare l’altruismo e a mettere sotto controllo l’egoismo,
gli uomini avrebbero poi messo a disposizione le loro capacità per migliorare
sistemi e istituzioni sociali e, in definitiva, reso il mondo più giusto.
Percepì ed elaborò questa sua speranza sintetizzandola in seguito
nelle massime ‘Jitakyoei e Sei ryoku zen’yo’ , i principi
del Judo, la sua Via.
Il Giappone doveva progredire e certamente nei primi tempi ebbe una geniale
intuizione per riuscire a conservare la tradizione dell’arte del combattimento,
ormai in decadenza, rivestendola di un principio morale adattabile allo spirito
del tempo.
Kano enunciò il principio Jitakyoei “tutti insieme per crescere
e progredire”che si adattava perfettamente alla necessità socio-economica
di un enorme sforzo collettivo. In seguito di certo dimostrò enorme coraggio,
anticonformismo e ampiezza di vedute, spiegandone pubblicamente i contenuti
e le chiare implicazioni in quel clima di crescente sciovinismo militarista
proprio del Giappone nella prima parte del secolo scorso. Un periodo in cui,
come sappiamo, l’assassinio politico era piuttosto frequente.
Nei suoi scritti e in diverse conferenze, in patria come all’estero, illustrò
infatti il principio che aveva maturato e sostenne posizioni apertamente pacifiste
e internazionaliste. Nonostante ricoprisse cariche importanti per il suo paese
nell’ambito dell’impostazione del sistema scolastico educativo,
il suo pensiero era senza dubbio controcorrente e questo fatto, nel contesto
politico di quel periodo, avrebbe potuto costargli l’isolamento sociale,
forse la vita.
Qualche anno fa un insegnante americano di Judo, Steven Cunningham, stimolò
un dibattito rivelando (per la verità in modo molto generico) che alcune
persone facevano pensare che il sig. Kano non fosse morto di polmonite durante
la lunga navigazione di ritorno verso il Giappone.
Riporto quanto recentemente mi ha scritto, sollecitato sull’argomento,
lo stesso Cunningham:
…“Apparentemente, i sintomi della polmonite e per l’avvelenamento
da cibo possono essere molto simili, così qualcuno dice che Kano può
essere stato deliberatamente avvelenato.
Il fondamento logico si basa su informazioni ben provate che Kano fu avvicinato
diverse volte negli anni venti e trenta da gruppi radicali della destra nazionalista
che erano influenti nel governo. Kano parlò anche pubblicamente contro
la visione di questi gruppi, ma questi furono alla fine in grado di spingere
il Giappone nella guerra mondiale.
Questi gruppi volevano l’appoggio di Kano, e perfino usare il Kodokan
per addestrare soldati. Kano cercò e ottenne garanzie dal governo che
il suo Kodokan non sarebbe stato usato in questo modo, ma non era convinto al
100% che perfino l’Imperatore potesse impedire questo abuso della sua
scuola. Di conseguenza egli promosse un ‘nuovo Judo’ che era più
orientato verso lo sport; mandò gli studenti più vecchi in luoghi
lontani; non furono più insegnati Kata correlati alla difesa personale
e al combattimento reale. Per esempio, quando interrogato circa il Go no kata,
il maestro Keiko Fukuda (nono dan e uno degli ultimi studenti viventi che effettivamente
lavorarono con Kano) risponde “Quello non è disponibile per voi!”.
[L’ ipotesi appare plausibile e di fatto il sig. Kano nel ’33 aveva
presentato pubblicamente, a Londra, l’idea di costituire una federazione
internazionale di Judo.
Rispetto alla questione avvelenamento, la consulenza di due medici esperti dei
centri antiveleni di Milano, dottoressa Moro, e di Bologna, dottor Giorgi mi
conforta nel mio giudizio che la qualifica come una semplice chiacchiera accademica,
impossibile a verificarsi se non con sofisticate analisi degli eventuali resti
del corpo di Kano (che però credo fu bruciato..?)]
Dopo la morte di Kano, c’erano due decimi dan viventi, eppure è
il nipote di Kano che prosegue come presidente del Kodokan. Perché?
Non ho prova diretta che Kano fu assassinato e non ho mai fatto quell’accusa.
Sulla lista di posta Judo-L che conduco, questo fu discusso ed io aggiunsi semplicemente
alla discussione ciò che sapevo.”
[ Il maestro di Cunningham, senza dubbio fonte primaria delle sue informazioni,
fu Taizo Sone che nacque in Giappone nel 1900. Inizialmente studiò con
Okano (decimo dan). Più tardi fu presentato a Nagaoka (decimo dan) e
studiò con lui. Sone frequentò anche le classi e le conferenze
di Kano con compagni come Mifune, e fece da uke a Nagaoka e a Kano stesso. Sone
fu uno degli studenti che Kano mandò all’estero prima della seconda
guerra mondiale.]
Ci si può
chiedere come sia stato possibile per Kano sostenere pubblicamente posizioni
pacifiste e internazionaliste senza che qualche fanatico militarista o che i
servizi segreti pensassero ad eliminarlo. Nel 1922 sulla rivista “Judo”
scriveva:“ Nel passato molti Paesi usarono l’aggressione per crescere
il prestigio nazionale. Il loro intento era l’espansione e la prosperità
del loro popolo a danno di nazioni più povere, ottenuta depredando vittime
innocenti. Questa politica è riscontrabile in tutte le nazioni che si
studiano reciprocamente con vigile ostilità. Se una nazione studia segretamente
l’aggressione, essa susciterà la sfiducia delle altre e le relazioni
internazionali si deterioreranno”; poi, commentando gli armamenti: “C’è
una grande differenza tra organizzazione per l’aggressione o per la difesa.
Gli armamenti devono essere condizionati da quest’ultima”.
La mia risposta è che mai, in nessun momento, Kano dimostrò di
voler entrare direttamente nell’agone politico. Egli si occupò
marginalmente dei temi politici del momento perché non voleva confinare
l’idea del Judo in una situazione storicamente locale.
Egli definiva il metodo judo non come un metodo per fare il miglior uso dell’energia
mentale e fisica al solo scopo di attaccare e difendersi, ma piuttosto come
un sistema con il quale questo principio (Seiryoku zen’yo) può
essere assimilato e applicato a tutte le sfere dell’esistenza.
“Sul significato di Seiryoku zen’yo si soffermò in varie
occasioni. Per completare la ricerca che si svolgeva la Kodokan, nel 1922 fondò
il Kodokan Bunkokai (Associazione Culturale) con lo scopo di servire la Società
esplorando le possibili applicazioni di Seiryoku. Tali finalità si ricavano
da un estratto dello statuto. L’Associazione si propone:
a) di favorire nelle persone lo sviluppo di un fisico sano e di perfezionare
i livello di conoscenza e di moralità, facendole diventare parte attiva
della Società;
b) di rispettare le specifiche unità nazionali, tenendo conto delle Tradizioni
e partecipando allo sviluppo della prosperità di tutti;
c) di perseguire una crescente armonia nella Società attraverso l’aiuto
reciproco, le concessioni e la tolleranza fra gli individui e i gruppi;
d) di rifiutare i pregiudizi razziali e impegnarsi imparzialmente ad elevare
la cultura, per il progresso del mondo e dell’umanità.”
[da: L’insegnamento contenuto nel Principio di ’Tutti insieme per
progredire attraverso il miglior impiego dell’energia’ di S. Oimatsu,
del Kodokan, 1984]
E circa la politica diceva: ”Per tutto il tempo che un individuo è
elettore non dovrebbe disinteressarsi alla politica del suo Paese”. La
sua dichiarata volontà di agire per perfezionare con l’educazione
la personalità individuale e di conseguenza quella nazionale, attraverso
uno spirito di collaborazione reciproca, non poteva lasciar adito a dubbi sul
suo ‘patriottismo’.
“Anche se Kano fu un patriota convinto non fu mai un nazionalista della
stessa stoffa di Mitsuru Toyama o Morihei Ueshiba. Al contrario assunse la visione
internazionalista ed era liberale, allo stesso modo del Principe Saionji. (ministro
dell’Educazione)” [da “Ricordi di Nango Jiro]
La perfezione individuale, da perseguire attraverso il conseguimento della massima
salute e abilità, non era considerata da Kano sufficiente in se stessa,
ma anzi inutile se non finalizzata a portare vantaggio alla società.
Però l’importanza data da Kano all’agire bene per la società,
ha una sfera d’azione considerevolmente più ampia, vale a dire
l’intera comunità internazionale.
…… Seguendo
questa linea di pensiero, kano sviluppò il suo secondo grande principio,
che chiamò Ji-Taiho-Jutsu Kyoei, o principio di “mutua prosperità”
(mutua assistenza, cooperazione e benessere). Il principio di mutua prosperità
divenne la chiave di volta delle speranze di kano per un’armonia sociale
internazionale……
Kano si aspettava che ovunque i praticanti di Kodokan judo, attraverso il loro
comune interesse per l’addestramento e l’apprendimento, riuscissero
ad applicare il principio del seiryoku zen’yo, e capissero che ciò
è possibile soltanto ove vi sia mutua cooperazione. Tale percezione,
a sua volta, li conduce, secondo le parole di kano, “a una condizione
davvero superiore, dove le differenze tra sé e gli altri sono state superate”,
ed essi sono in grado di applicare il principio durante le loro attività
quotidiane, influenzando anche la vita degli altri così da renderla parimenti
salutare e utile all’umanità”…… Donn F. Draeger
– Bujutsu & budo moderno vol.3
Negli anni trenta
questo modo di pensare avrebbe potuto effettivamente essere inviso ai militaristi
ma Kano, ormai anziano, aveva dato molto allo sviluppo del paese, aveva influenti
amicizie ed era molto noto a livello internazionale per il suo impegno nel Comitato
Olimpico.
Con i suoi frequenti viaggi all’estero, legati soprattutto all’incarico
nel CIO, Kano ha rappresentato il volto più presentabile del Giappone
e suppongo che le sue idee possano anche essere state influenzate dal “clima”
internazionalista dello stesso movimento olimpico.
[Dal momento che Kano riteneva il Kodokan Judo in grado di contribuire alla
pace nel mondo e di migliorare il benessere generale dell’umanità,
egli si sforzò con decisione di rendere il Judo una disciplina internazionale.
Si recò otto volte all’estero per realizzare il suo scopo. A Londra,
nel 1933, espose i suoi progetti per una federazione mondiale di Judo e per
la divulgazione degli insegnamenti del Kodokan Judo in tutto il pianeta:”Lo
spirito del Judo, il cui ideale è la pace nel mondo, concorda con lo
spirito internazionale; e a questo riguardo, creando una federazione internazionale
di Judo, si affermerebbe l’autorità di una vera organizzazione
mondiale”] Donn F. Draeger – op. cit. -
Spesso lontano dalla patria, penso non sia probabilmente mai stato considerato
come un sovversivo: non dai governi civili degli anni ’20, che anzi erano
influenzati dal periodo di pace e di buona volontà internazionale e avviarono
energiche azioni democratiche all’interno del Giappone; e nemmeno dai
governi militari che si succedettero dopo l’assassinio del capo del governo
Inukai Tsuyoshi nel ’32 e l’estromissione dei partiti politici.
Nel ’37, a settantasette anni, Kano disapprovò pubblicamente, valutandoli
svantaggiosi per la condizione economica e sociale, i rilevanti stanziamenti
sugli armamenti ma, in coerenza con l’impegno di tutta la sua vita, non
diede indicazioni di lotta politica ribadendo invece l’impegno del Kodokan
alla diffusione, alla conoscenza e alla pratica del principio del miglior impiego
dell’energia.
Tendo perciò a dare scarso credito a quell’ipotesi di Kano assassinato
dai servizi segreti ventilata da fonti americane qualche anno fa. L’ipotesi
pare derivi da rivelazioni di uno o più allievi diretti, da fonti cioè
che definiamo come “tradizione orale”. Ritengo che una conoscenza
più dettagliata della biografia di Kano, che consideri anche questa tradizione
(che però resta patrimonio di pochi e che difficilmente può essere
verificata), sarebbe senza dubbio utile per meglio capire in qual misura egli
avrebbe potuto essere considerato pericoloso e quindi rappresentare un bersaglio
politico, un nemico da abbattere. Sulla base dei documenti scritti che è
stato possibile leggere e dell’analisi storica sembrerebbe un’ipotesi
piuttosto azzardata.
L’immagine
di Mohandas Gandhi è stata scelta come simbolo da una forza politica
transnazionale che s’impegna attivamente nel mondo per l’allargamento
della democrazia, per il rispetto, la dignità e il diritto di parola
di tutte le minoranze oppresse per motivi politici, religiosi, razziali. Un
simbolo che evoca un metodo, un metodo che nasce dalla ‘forza della verità’.
La questione dell’indipendenza dell’India, “culla” dell’umanità,
meno di un secolo fa rappresentava probabilmente solo una questione locale,
però è stata un campo di sperimentazione rivoluzionaria. La caratteristica
peculiare, la grandissima novità rispetto a tutti i movimenti indipendentisti
visti nel mondo fino a quel momento consiste nel metodo proposto (non sempre
adottato) per raggiungere lo scopo.
Attingendo dalla profonda tradizione religiosa del popolo indiano Gandhi propose
e attuò il metodo della non-violenza. Trasferì sul piano sociale
e politico l’applicazione del concetto di ahimsa che era stato fino ad
allora confinato al livello sentimental-religioso dell’individuo. Per
raggiungere uno scopo rivoluzionario definì un percorso rivoluzionario:
cioè la conquista del diritto all’autodeterminazione e dell’indipendenza
nazionale con l’utilizzo delle ‘armi’ della non collaborazione
e della disobbedienza civile.
Gandhi si trovò ad operare in un grande paese popolato da trecento milioni
di indiani e dominato da una ristrettissima minoranza di trecentomila burocrati
e militari inglesi. La penisola indiana era divisa in quasi cinquecento regni
e minuscoli principati vassalli della Corona britannica.
In precedenza vi furono una serie d’invasioni musulmane che culminarono
con l’impero del Gran Mogol, istituito nel 1526 da Baber, discendente
di Gengis Khan e di Tamerlano. Fino alla venuta degli inglesi, i musulmani avevano
dominato politicamente ed economicamente gli indù pur essendo numericamente
inferiori (in proporzione di 1 a 7) senza però riuscire ad assorbirli
né a farsi assorbire.
L’induismo di matrice ariana era dunque la religione, e la cultura, predominante
nel grande subcontinente indiano. L’elemento più noto, appariscente
e caratteristico della società indù è il sistema gerarchico
castale, che investe componenti religiose, economiche, politiche e psicologiche.
Contrariamente ad un’opinione molto diffusa in Occidente, Gandhi era un
sostenitore del sistema castale. Affermava però che il principio veniva
vissuto in India in modo rigido e grossolano, e che quindi era necessario riformarne
l’applicazione. In particolare si battè in tutta l’India
per l’abolizione delle discriminazioni cui erano soggetti gli intoccabili
proponendo che fossero aggregati alla quarta delle grandi caste, quella dei
sudra.
Gandhi si occupò in primo luogo di riforma sociale e poi di politica:
“Il fatto è che, quando vidi che in una certa misura la mia azione
sociale sarebbe stata impossibile senza il sostegno dell’azione politica,
mi dedicai a questa e solo nella misura in cui giovava a quella”; cercò
un principio etico educativo per guidare gli uomini verso cose migliori, per
insegnare loro la costanza del sacrificio. Lo identificò nel ‘Satya’,
inteso come verità etica, come imperativo della coscienza morale che
guida la vita. Egli rappresentò l’esempio di una concezione della
vita come missione nella quale pensiero e azione si fondono per giungere alla
liberazione prima di tutto da se stessi. “L’uomo è superiore
agli animali solo in quanto è capace di disciplina e di sacrificio. L’uomo
che non si dà alcuna restrizione non ha nessuna possibilità di
realizzarsi”. Affermava che se ciascuno pensasse ai propri doveri, piuttosto
che ai propri diritti, ogni cosa si aggiusterebbe facilmente.
Nel bene e nel male Gandhi esercitò una forte influenza sui propri contemporanei.
Ma soprattutto egli esercitò se stesso nell’autodisciplina, fece
della sua vita un processo ininterrotto di sviluppo, rimanendo fedele ai valori
della verità e della non-violenza.
Da questi valori emerse il suo rifiuto della guerra. Le guerre, diceva, “affondano
le radici nella presuntuosa avidità degli uomini, ed anche in un miope
trialismo che pone in trono il nazionalismo al di sopra dell’umanità”.
Il mondo doveva scrollarsi di dosso non soltanto il militarismo, ma l’avidità
e il timore e l’odio dal quale erano alimentati.
Ma il partito del Congresso, dal quale Gandhi si era allontanato dal 1933, non
era un assemblea pacifista. Vi convivevano due anime. Grazie a Jawaharlal Nehru
(che ebbe sempre l’appoggio di Gandhi) il Congresso nazionale indiano
aveva denunciato ogni atto di aggressione del Giappone, della Germania e dell’Italia,
condannato la soppressione delle libertà civili in questi paesi, la persecuzione
di minoranze religiose e razziali. Un altro importante leader, Subhas Chandra
Bose, dubitava della saggezza di porsi in urto con le potenti nazioni dell’Asse
e in seguito maturò una posizione più estremista: pur di buttar
fuori dall’India la Gran Bretagna non si doveva esitare a schierarsi con
il Giappone.
Le simpatie del Congresso erano in misura schiacciante a favore degli Alleati
ma per Gandhi non esistevano facili discriminazioni delle nazioni buone e cattive,
alleate e nemiche. Distingueva tra paesi che infliggevano la violenza e paesi
che la temevano. Pur cosciente dell’apoteosi della violenza rappresentata
dai regimi nazista e fascista non voleva ammettere che Hitler e Mussolini non
potessero essere redenti. Ai cecoslovacchi raccomandava il suo metodo della
non-violenza.
Per due volte nel 1937 e nel 1939 Bose fu eletto presidente del partito. La
seconda volta fu eletto in concorrenza con Gandhi, ma quest’ultimo esercitò
forti pressioni tra i suoi sostenitori membri del comitato esecutivo (che si
dimisero), riuscendo a costringerlo dopo pochi mesi alle dimissioni. Dopo queste
dimissioni nella risoluzione del settembre 1939 il Congresso offrì la
propria cooperazione nella guerra contro il nazismo invitando il governo britannico
a dichiarare in quale modo la democrazia sarebbe stata applicata all’India
e a dare un assaggio di quella libertà e di quella democrazia per le
quali veniva chiamata a battersi. Lo schieramento a favore degli inglesi avrebbe
dovuto essere deciso democraticamente, disponendo di un governo e parlamento
eletto dagli indiani. Le richieste vennero bollate di radicalismo quando non
di cinico opportunismo.
In seguito, di fronte al dilagare del militarismo tedesco, il Congresso si offrì
di partecipare immediatamente ad un governo nazionale provvisorio solo se il
governo inglese avesse fatto una dichiarazione inequivocabile sull’indipendenza
indiana dopo il conflitto.
In India la guerra non aveva destato un’ondata di patriottismo, anzi lo
stato d’animo generale di fronte al grave pericolo era di panico, frustrazione
e impotenza. Gandhi si convinse che solo la dichiarazione immediata dell’indipendenza
indiana da parte del governo britannico avrebbe potuto dare al popolo una ragione
per difendere il proprio paese e determinare un’opposizione ai giapponesi.
La proposta di trasferimento del potere politico dalle mani britanniche alle
mani indiane “Quit India” (lasciate l’India) era senza dubbio
stupefacente.
Dopo colloqui con Nehru, Gandhi riconobbe che le truppe alleate sarebbero dovute
rimanere nel territorio indiano durante la guerra e che uno dei primi atti del
Governo nazionale indiano sarebbe dovuto essere la conclusione di un trattato
con le Nazioni Unite per operazioni difensive contro le potenze dell’Asse.
La missione Cripps del 1942 avrebbe dovuto cercare un’intesa ma formulò
le proposte costituzionali come una via di mezzo tra due obiettivi che il Congresso
ritenne inconciliabili: la creazione di un’India libera e democratica
e la sua frammentazione in infiniti segmenti, in omaggio al separatismo musulmano
e agli interessi acquisiti dai prìncipi.
In quell’anno in più occasioni Gandhi aveva definito la sua posizione.
Nel febbraio aveva dichiarato “Non desidero affatto vedere gli inglesi
sostituiti da altri dominatori. Meglio il nemico ch’io conosco, di quello
che non conosco”; e nel maggio: “Ricordate che il nostro atteggiamento
è di assoluta non cooperazione con l’esercito giapponese. Pertanto,
non dobbiamo aiutarli in alcun modo, né trarre profitto da trattative
con essi [….] Sottomettersi volontariamente ai giapponesi sarebbe un atto
vile e indegno di un popolo che ama la libertà. Il popolo non deve cadere
dalla padella nella brace, andando incontro ad una sorte probabilmente più
terribile”; e in agosto: “Non tollereremo mai l’invasione
giapponese, nazista o fascista, e neppure il dominio inglese”
L’arresto in massa dei leaders del congresso dopo il fallimento della
missione Cripps e prima dell’inizio della disubbidienza civile (agosto
’42) fece precipitare la situazione dando luogo a reazioni violente nonostante
Gandhi avesse predisposto un piano particolareggiato per il popolo qualora le
trattative fossero fallite. Stava facendo tutto il possibile per equilibrare
la sua passione per la libertà indiana con il desiderio di non porre
in imbarazzo il Governo durante la guerra. Gli eventi europei originarono una
frattura del partito del Congresso. Da una parte Gandhi e Nehru non volevano
ostacolare gli inglesi quando era in gioco la vita stessa della loro nazione.
Dall’altra Azad Hind, allora presidente del partito, era del parere che
non bisognasse soccorrere la sfruttatrice Gran Bretagna.
Nehru diceva che la disobbedienza civile in quel momento avrebbe fatto degli
indiani gli alleati del nazismo; Gandhi riuscì a far cessare le violenze
e dichiarò che il popolo non aveva compreso il profondo significato della
non-violenza.
Allo scoppio della guerra Bose diede avvio ad un movimento di massa contro l’utilizzo
di uomini e risorse indiane per la guerra. Fu imprigionato e poi messo agli
arresti domiciliari. All’inizio del 1941 scomparve e dopo mille traversie
riuscì a raggiungere Berlino e poi Tokyo. Con l’appoggio giapponese
riuscì a costituire nel ’43 l’Indian National Army (INA)
con circa 40.000 soldati provenienti da Singapore e da altre regioni orientali,
contando di liberare l’India dal fronte orientale. L’esercito di
Bose liberò le isole Andamane e Nicobare dagli inglesi e arrivò
ai confini del territorio indiano al grido di “Marciamo su Delhi”.
Ma il bombardamento di Hiroshima e Nagasaki pose fine all’avventura. Gli
eventi di quegli anni e del comandante Bose divennero leggendari (dopo la guerra,
morto il leader in incidente aereo, un vasto movimento popolare convinse il
Governo Britannico a dichiarare un’amnistia generale per tutti i soldati
dell’INA).
Non ho potuto trovare alcuna documentazione dalla quale si possa ricavare una
forma di approvazione per la costituzione e le imprese dell’esercito di
Bose da parte di Gandhi. Molte invece appaiono le probabilità che egli
fosse nettamente contrario a quello come ad ogni altro tipo di intervento militare.
Secondo quanto scrive il giornalista e storico De Santis nel suo “Mohandas
K. Gandhi - fuori dalla leggenda” il Congresso vietò a Bose qualsiasi
azione non autorizzata dagli organi del partito e, dopo che egli fondò
una nuova corrente, il cosiddetto Blocco avanzato (Forward Bloc), intervenne
nei suoi confronti dimettendolo d’autorità dal suo ultimo ruolo
esecutivo quale presidente del comitato provinciale di Bombay. Bose scompare
dunque dalla scena del Congresso ma non abbandona la lotta e le sue scelte successive
saranno in linea con la sua convinzione che la lotta per l’indipendenza
dell’India dovesse essere condotta senza esclusione di colpi (nè
di metodi) ma approfittando invece di ogni aiuto possibile, da qualsiasi parte
provenga. Lascia l’India fin dall’inizio del 1941 per tentare di
ottenere aiuti dall’Asse. Nel ’42 dai microfoni di radio Berlino
invita i suoi seguaci al terrorismo e al sabotaggio. La sua scelta di campo
fu rifiutata dal Congresso, (in quel periodo fortemente influenzato da Gandhi
n.d.r.) che in seguito condannerà anche la creazione del suo Indian National
Army sotto l’ombrello delle forze di occupazione nipponiche.
Appare comunque certa l’opposizione di Gandhi a Bose. Accettò la
sua prima elezione alla presidenza del partito sperando fosse possibile incapsularlo,
com’era avvenuto con Nehru, in un ruolo istituzionale al di sopra dei
contrastanti orientamenti che travagliavano il partito. Ma Bose, acclamato dai
seguaci con l’appellativo “Netaji”, cioè “il
Capo”, era immune al carisma gandhiano.
Seppure in contesti
molto diversi Jigoro Kano e Mohandas Gandhi vissero nella stessa epoca che ha
visto la proposizione di grandi idee (utopie) di valore universale. Si pensi
alla nascita delle olimpiadi moderne con l’idea di un confronto sportivo
che potesse incentivare l’amicizia tra i popoli; alla diffusione della
lingua neutra, l’esperanto, per i rapporti internazionali; allo scoutismo
per unire tutta la gioventù del mondo.
A mio parere anche le loro proposte vanno iscritte in questo filone interpretativo.
La loro esperienza doveva portarli ad essere annoverati tra i grandi uomini
del secolo scorso. E’ lecito pensare che non nacquero con queste qualità,
ma le conquistarono grazie ad una grande volontà e una dedizione costante.
Il sig. Kano volle portare nella vita normale, fuori dai monasteri, quel concetto
di VIA per l’elevazione spirituale della persona, renderla disponibile
attraverso l’educazione con lo scopo di dare un positivo contributo al
mondo.
Il sig. Gandhi fu il primo nella storia dell’umanità ad estendere
il principio della non-violenza dal piano individuale a quello sociale e politico.
Dimostrando uno spirito indomito predicò l’azione ai suoi compatrioti,
unendo abilità politica e predica morale attraverso l’esempio pratico.
Animati da una grande forza d’animo, i due maestri hanno prodotto un’instancabile
attività rivolta alla costruzione di un mondo migliore a partire dal
miglioramento dell’individuo. Per questo si sono trovati ad affrontare,
nei loro scritti e nei loro interventi pubblici, temi fondamentali rispetto
ai quali può essere interessante evidenziare soprattutto le affinità.
PENSIERI A CONFRONTO
LO SPIRITO DI SERVIZIO
JIGORO KANO
Il perfezionamento dell’io deve essere accompagnato dallo spirito di servizio
per gli altri, in quanto la vera felicità si manifesta in una forma che
emana dallo spirito altruista per venir riflessa dal prossimo. (Judo Kyohon
pag.113)Il valore dell’essere umano si determina nella misura in cui sia
grande o piccola la sua capacità di contribuire al bene collettivo; ma
perché sia efficace questo fare, bisogna che si sia raggiunto il perfezionamento
di se stessi, argomento su cui il Judo insiste come primo traguardo. (Judo Kyohon
pag.109)Cerimonia di Capodanno nel Kano juku, simbolo dell’educazione
spirituale del collegio di Kano (darsi da fare, superare le difficoltà
e vivere sobriamente offrendo agli altri con piacere):Il capo del Juku prende
una coppa e vi versa del vino. Senza bere il vino versato, passa la coppa alla
prossima persona. La seconda persona versa ancora del vino e, senza bere, passa
la coppa alla prossima. Ripetono questo gesto tutti i partecipanti e la coppa
torna al capo. Tutti hanno versato il vino e nessuno l’ha bevuto.Inizia
il secondo giro. Il capo fa passare la coppa senza versare il vino e neanche
bevendolo. Nessuno beve. Al terzo giro il capo beve, ma meno di quanto ha versato
prima. Ripetono anche gli altri. Alla fine del giro rimane un po’ di vino
e il capo mette via la coppa.Versare il vino nella coppa significa lavorare.Passare
la coppa lasciando il vino dentro significa offrire agli altri, cioè
lavorare per gli altri e non pretendere.Prendere meno di quanto si è
versato significa tenere il resto come risparmio per il gruppo. (Autobiografia
di Jigoro Kano) Nonostante la posizione d’onore e di titolo, gli umani
sono spesso incapaci di svolgere il loro compito, che è il servizio sociale
[ …] la fama di per sé non ha valore; funzionari e dirigenti pubblici
non sono necessariamente utili, meno che mai lo è la ricchezza, perché
il vero valore consiste soltanto nelle capacità con cui si è utili
nelle cause sociali. (Judo Kyohon pag.109)Ogni argomento: alimentazione, abbigliamento,
abitazione e perfino l’amicizia, dovrà essere verificato alla luce
del principio di utilità, cioè se rientra nello scopo di servire
la società. (Judo Kyohon pag.109)
MOHANDAS GANDHI
La mia religione è servire. Non posso praticare la non-violenza senza
praticare la religione del servizio, così come non posso trovare la verità
senza praticare la religione della non-violenza. E non c’è altra
religione che la verità.Chi vuole servire non spende un pensiero per
il proprio benessere, non si affanna e prende solo quello di cui ha bisogno
lasciando il resto. E’ sereno, libero da ogni collera e non si lascia
minare dalla contrarietà. Il puro devoto si consacra interamente al servizio
dell’umanità, senza nessuna riserva.Rendere un servizio senza umiltà
è al tempo stesso egoismo ed egocentrismo.Siete liberi di realizzare
il maggior profitto possibile, ma dovete capire che questa ricchezza non vi
appartiene: appartiene al popolo. Prendete quello che vi serve per i vostri
bisogni legittimi e usate il resto per il bene della società.I nostri
desideri e i nostri motivi possono dividersi in due categorie – interessati
e disinteressati. Tutti i desideri interessati sono immorali, mentre il desiderio
di migliorarci per fare del bene agli altri è veramente morale. Secondo
la più alta legge morale, dovremmo lavorare incessantemente per il bene
dell’umanità.Rinunciare non significa necessariamente lasciare
questo mondo per ritirarsi in una foresta. Lo spirito di rinuncia deve piuttosto
presiedere a tutte le attività della vita. Un padrone di casa non cessa
di essere tale se considera la sua vita come un dovere e non come un piacere.
PECULIARITA’ DELLE SCELTE
JIGORO KANO
La mia scelta del Judo come VIA deriva ovviamente dall’esperienza realizzata
attraverso il Jiujitsu e concretizzata in un nuovo sistema che permette di realizzare
contemporaneamente il compimento fisico, l’apprendimento del Bujutsu e
il perfezionamento mentale e spirituale. Vantaggi che in ultima analisi possono
condurre alla conoscenza della Via intesa come capacità d’applicazione
in qualsiasi circostanza della vita. (Judo Kyohon pag.135)Vorrei rivolgermi
agli insegnanti di Judo per raccomandare di non accanirsi troppo nell’insegnamento
tecnico, perché è importante formare uomini e non tecnici. (Judo
Kyohon pag.135)Il modo migliore di convincere il proprio avversario in qualsivoglia
argomentazione non è farsi forza della propria superiorità, sia
essa data dal potere, dalla conoscenza, dalla ricchezza, ma di persuaderlo in
accordo con le inviolabili regole della logica. Persuasione e non costrizione.(Judo
Jujitsu pag.65)Ci furono momenti che (Kano) era così povero che quando
doveva intrattenere ospiti importanti nella sua casa doveva prima andare al
banco dei pegni a riscattare il suo kimono formale.(Dr. Morohashi) Un addestramento
rivolto soltanto alla tecnica, qualunque possa esserne l’intensità,
può regalarci la tenacia e il coraggio che nascono dallo sforzo intelligente,
ma non certo l’onestà, l’umiltà, la fedeltà
o la venerazione dell’Imperatore, che richiedono dedizione al di fuori
degli esercizi tecnici. (Judo Kyohon pag.138) Non mi stancherò di ripetere
che l’unica voce da ascoltare nella lunga peregrinazione della vita è
quella che parla il cuore. (Judo Kyohon pag.51)
MOHANDAS GANDHI
Non è possibile rendere non-violenta una persona o una società
con la costrizione…..La non violenza per me non è un semplice principio
filosofico. E’ la regola e il respiro della mia vita. So che spesso manco,
talvolta consapevolmente, più spesso inconsapevolmente. Non è
questione d’intelletto, ma di cuore. La sua pratica richiede un altissimo
grado di coraggio e intrepidezza. Sono dolorosamente conscio delle mie manchevolezze.Anche
recentemente non ho esitato a dire agli indù che, se non credono all’ahimsa
totale e non possono praticarla, si rendono colpevoli di un delitto contro la
loro religione e l’umanità, se non difendono con la forza delle
armi l’onore delle loro donne contro un rapitore che voglia portarsele
via.Supponendo che, nel caso di un amico malato, io non sia in grado di porgergli
alcun aiuto e la guarigione sia affatto impensabile e il paziente giaccia in
uno stato di incoscienza negli spasimi dell’agonia, allora non vedrei
nessuna himsa nel por fine alla sua sofferenza con la morte.…vi può
essere molto maggiore himsa nella lenta tortura di uomini e animali, nella fame
e nello sfruttamento cui vengono sottoposti per egoistica cupidigia, nell’arbitraria
umiliazione ed oppressione dei deboli e nella soppressione del rispetto di sé
cui assistiamo oggi dappertutto, che non nel semplice caritatevole atto di togliere
la vita.Nella vita di un uomo si presentano occasioni che è suo dovere
imperativo affrontare a costo della vita.La verità mi è infinitamente
più cara dell’appellativo di mahatma che è soltanto un peso.Il
coraggio è indispensabile per lo sviluppo delle altre qualità
nobili. Senza coraggio, come si potrebbe cercare la verità o apprezzare
l’amore?
PROFEZIE
JIGORO KANO
Nel mio recente viaggio in Europa, fra l’altro, ho appreso che lo studio
e la capacità dei judoisti occidentali è tutt’altro che
da sottovalutare, anche se lontana, per ora dal nostro livello. Stiamo attenti,
perciò a non rallentare il ritmo, altrimenti un domani saremo noi a dover
prendere lezione da loro, assistendo così al Judo reimportato nel Paese
d’origine. (Judo Kyohon pag.61)Quando morirò, il Judo Kodokan non
morirà con me perché tutte le cose possono essere studiate se
questi principi (miglior impiego dell’energia e mutua prosperità)
vengono studiati.[da “Jigoro Kano” di Andy Adams – dal sito
Judo Info.com di N. Ohlenkamp]
MOHANDAS GANDHI
Credo nel messaggio di verità trasmesso da tutti i maestri religiosi
del mondo. E prego costantemente affinché io possa non avere mai un sentimento
d’ira contro i miei calunniatori, e anche se dovessi cadere vittima della
pallottola di un assassino, possa rendere l’anima con il ricordo di Dio
sulle labbra. Sarò contento di essere menzionato come un impostore, se
nel momento estremo le mie labbra pronunceranno una parola d’ira o ingiuria
contro il mio aggressore.Posseggo la non-violenza del coraggioso? Solo la mia
morte lo mostrerà. Se qualcuno mi uccidesse e io morissi con una preghiera
per il mio assassino sulle labbra, e il ricordo di Dio e la consapevolezza della
sua viva presenza nel santuario del mio cuore, allora soltanto si potrà
dire che ho posseduto la non-violenza del coraggioso.Non desidero morire ….
di una paralisi progressiva delle mie facoltà – un uomo sconfitto.
La pallottola di un assassino potrebbe porre fine alla mia vita. L’accoglierei
con gioia. Ma, soprattutto, vorrei morire facendo il mio dovere fino all’ultimo
respiro.Dopo che me ne sarò andato, nessuno saprà rappresentarmi
in modo completo. Ma un pezzetto di me sopravviverà in molti di voi.
Se ciascuno pone la causa per prima e se stesso per ultimo, il vuoto sarà
riempito in larga misura.
SULLE RELIGIONI
JIGORO KANO
La visione del sig. Kano trascende una singola fede, favorita dal fatto che
l’Oriente non ha religioni rivelate e tutte traggono la loro filosofia
dall’esigenza di giungere a un’autorealizzazione per contribuire
alla vita del genere umano e all’esistenza dell’Universo, senza
richiedere settarismo. Questo non significa che le basi teoretiche del pensiero
di Kano urtino le concezioni delle religioni rivelate, anzi si scoprono analogie
sorprendenti, purchè si osservi senza pregiudizi.
[nota di C. Barioli a: L’insegnamento contenuto nel Principio di’Tutti
insieme per progredire attraverso il miglior impiego dell’energia’
di S. Oimatsu]
Proprio in quel periodo
(1889 n.d.r.) era stato completato il tempio Higashi Honganji, e recatomi a
visitarlo osservai l’enorme splendore che ne scaturiva e che si diffondeva
tutto intorno. Mi resi conto della grandezza della forza della religione…
…A Lione… visitai inoltre la nuova chiesa di Saint Flaubert, e provai
come quando vidi a Kyoto il tempio Honganji,
una sensazione di potenza della religione…
…mi fermai a visitare il Duomo di Kern,
nella cittadina di Kern, e ancora una volta nell’osservare l’imponenza di quell’edificio realizzai la potenza della religione. (Autobiografia di Jigoro Kano)
Le impressioni avute
durante il mio viaggio in Europa sono davvero tante ma tra queste quella che
ha deluso le mie aspettative è stato il declino del Cristianesimo…
… la Chiesa manteneva quella forza grazie al potere di un tempo, e mi
resi conto che era un’istituzione più debole di quanto immaginassi.
(Autobiografia di Jigoro Kano)
Soltanto bisogna dire che l’uomo raggiunge la felicità unicamente vivendo tra i suoi simili, per cui nessuno può fare a meno della vita sociale.
Quando andai in Svizzera nel distretto in lingua tedesca, incontrai il ministro dell’educazione ed entrambi parlammo male del Cristianesimo. Osservando la realtà nelle scuole, avevo notato che era sempre presente l’insegnamento morale della religione cristiana. Gli chiesi perché si facesse uso della religione a scuola, e lui mi rispose che veniva fatto per abitudine, per mantenere un atteggiamento da fedeli e per mostrare agli altri questo volto. Mi resi conto però che il vero spirito era scomparso e che la religione sopravviveva soltanto grazie allo splendore e alla forza che aveva in passato. (Autobiografia di Jigoro Kano)
MOHANDAS GANDHI
Il sistema filosofico indù ritiene che tutte le religioni contengono
in sé gli elementi della verità e raccomanda un atteggiamento
di stima e reverenza per tutte.
Non credo alla gente che parla agli altri della propria fede, soprattutto con lo scopo di convertire. La fede non ammette di essere raccontata. Deve essere vissuta, e allora si diffonde da sé.
Io sono una parte e una porzione del tutto, e non posso trovare Dio lontano dal resto dell’umanità. I miei compatrioti sono il mio prossimo più vicino.
Dio non è
una persona …. Dio è la forza. E’ l’essenza della vita.
E’ coscienza pura e senza macchia. E’ eterno. E tuttavia, abbastanza
stranamente, non tutti sono capaci di trovare beneficio o rifugio in questa
presenza viva che tutto pervade….
Egli risiede nel nostro cuore. Se
potessimo cancellare completamente in
noi la consapevolezza del nostro corpo fisico, lo vedremmo faccia a faccia.
Tutte le fedi sono una rivelazione della verità, ma tutte sono imperfette
e soggette all’errore.
La spiritualità non consiste nel conoscere i libri sacri e nell’impegnarsi in discussioni filosofiche. Si tratta di educazione del cuore, di incommensurabile forza. Il coraggio è il primo requisito della spiritualità. I vili non possono mai essere morali.
Come un albero ha un solo tronco, ma molti rami e foglie, così vi è un’unica religione che, passando attraverso il veicolo dell’uomo, si moltiplica….. da qui la necessità della tolleranza….
Un errore non diventa verità perché se ne moltiplica la diffusione, né la verità diventa errore perché nessuno la vede.
Se io fossi un dittatore, religione e stato sarebbero separati. Credo ciecamente nella mia religione. Voglio morire per essa. Ma è una mia faccenda personale. Lo stato dovrebbe preoccuparsi del benessere temporale, dell’igiene, delle comunicazioni, delle relazioni con l’estero, della circolazione monetaria e così via, ma non della vostra o mia religione. Questa è affare personale di ciascuno.
NON-VIOLENZA
JIGORO KANO
Dove manca l’armonia e la cooperazione vengono a mancare anche i progressi.
(Judo Kyohon pag.178)Ad esempio, sulla scena mondiale, quante lotte e conflitti
inutili lasciano entrambi gli avversari danneggiati e stremati. Infierire sull’essere
umano e portargli danno, è come spregiare il Cielo, con il conseguente
‘contrappasso’ che ricade su noi stessi; soltanto portando il bene
al prossimo avremo ricompensa. Un pensiero pur semplice e chiaro che non è
compreso da tutti, anzi è motivo di controversia e di lotta.Bisogna però
comprendere che l’asserzione di ‘tutti insieme per progredire col
miglior impiego dell’energia’, non riguarda le lotte necessarie
e legittime, ma inibisce invece quelle superflue e dannose a cui ho appena accennato.
Col principio così interpretato si potrebbero risolvere pacificamente
nove su dieci degli attuali contasti e conflitti. Ma perché la gente
non si comporta secondo un principio così semplice? La mia speranza è
rivolta ai discepoli e agli associati, che almeno voi ne siate capaci, sappiate
tradurre in atto il nostro principio, dando l’esempio che guiderà
gli altri ad una vita migliore (Judo Kyohon pag.64 - 1930)Crediamo con ferma
convinzione di poter fare ancora molto per lo sviluppo della popolazione, intervenendo
globalmente nel campo educativo tanto fisico, che morale e mentale; e per promuovere
il soccorso e l’assistenza sociale a favore dell’intera umanità.
(Judo Kyohon pag.55)Il sig. Kano non nega né da valore assoluto al corpo:
è l’obiettivo dell’essere umano nella vita che determina
il modo in cui lo si considera. Per il sig. Kano “il corpo deve essere
necessariamente lo strumento efficace per giovare al mondo”.Così
nella vita quotidiana si dovrebbe avere estremo riguardo per il corpo, ma in
circostanze straordinarie si potrebbe giungere a dare la vita per un nobile
scopo.[da “Le sue idee di educazione fisica e Judo” di M. Maegawa
e Y. Hasegawa]Ad ogni modo la nostra dottrina ci educa a trarre anzitutto un
insegnamento dal fallimento e di pensare al domani; ossia: essere ottimisti
e mai scoraggiarsi (Judo Kyohon pag.129)(Kano) ascoltava gli altri con pazienza,
mai interrompendoli e poi li convinceva del suo modo di pensare con argomentazioni
logiche…… sosteneva sempre senza timore ciò che pensava fosse
giusto.Era estremamente generoso e rifiutava di uccidere qualsiasi cosa –
perfino gli insetti.[ricordi di K. Kudo]Mostrare comprensione per gli altri
e non recar loro danno, questo è lo Spirito del Rispetto, che è
anche il fondamento di Jitakyoei[Shinichi Oimatsu – op.cit.]Il Judo è
un insieme di elementi, costituiti da un lato da uno spirito intraprendente,
attivo,ardito;dall’altro dalla discrezione e dalla continenza incline
alla concordia. (Judo Kyohon pag.84)
MOHANDAS GANDHI
La prima condizione della non-violenza è la giustizia, dovunque, in ogni
settore della vita.Come nell’addestramento alla violenza occorre imparare
l’arte di uccidere, così nell’addestramento alla non-violenza
occorre imparare l’arte di morire.L’uomo in quanto animale è
violento, ma in quanto spirito è non-violento. Quando diventa consapevole
dello spirito in lui, non può restare violento.L’uomo ha costantemente
progredito verso l’ahimsa.….in tutto il mondo gli uomini vivono
e conservano le loro proprietà per reciproca tolleranza.L’uomo
e la sua azione sono due cose distinte. E’ certamente giusto impugnare
e combattere un sistema, ma impugnare e combattere l’autore equivale a
impugnare e combattere se stessi.E’ argomento di perenne soddisfazione
per me il fatto che generalmente conservo l’affetto e la fiducia di coloro
dei quali combatto i principi e i sistemi.Nessuno potrebbe essere attivamente
non-violento e non insorgere contro l’ingiustizia sociale in qualsiasi
luogo si manifesti.La resistenza passiva è il metodo di salvaguardare
i diritti mediante la sofferenza personale; è l’opposto della resistenza
armata. … se usando la violenza costringo il governo ad abrogare una legge,
uso quella che si potrebbe chiamare la forza del corpo. Se non ubbidisco alle
legge e accetto la pena di questa infrazione, uso la forza dell’anima.
Ciò comporta un sacrificio personale.Il principio della non-violenza
esige la più completa astensione da qualsiasi forma di sfruttamento.Uccidere
può essere un dovere.La non-violenza non è rinuncia a qualsiasi
lotta contro la malvagità. Al contrario è una lotta contro la
malvagità più attiva e reale della ritorsione, la cui autentica
natura è di accrescere la malvagità.Nella vita è impossibile
astenersi completamente dalla violenza. Ora si pone la domanda: dove bisogna
stabilire un limite? Il limite non può essere lo stesso per tutti.La
forza non viene dal vigore fisico. Viene da una volontà indomabile….Nella
sua condizione dinamica, non-violenza significa sofferenza consapevole. Non
vuol dire sottomettersi docilmente alla volontà del malvagio, ma opporsi
con tutta l’anima alla volontà del tiranno.La mia fede nella non-violenza
è una forza estremamente attiva. Non lascia posto alla viltà e
neppure alla debolezza. Vi è speranza che il violento diventi un giorno
non-violento, ma per il vile non ve n’è alcuna. Perciò ho
detto più volte che se non sappiamo difendere noi stessi, le nostre donne
e i nostri luoghi di culto con la forza della sofferenza, vale a dire con la
non-violenza, dobbiamo almeno, se siamo uomini, essere capaci di difendere tutto
questo combattendo.La mia non-violenza non ammette che si fugga dal pericolo
e si lascino i propri cari privi di protezione…. Non devo permettere che
un vile cerchi rifugio nella cosiddetta non-violenza.Credo che, ove vi fosse
da scegliere soltanto tra viltà e violenza, opterei per la violenza.
AUTODISCIPLINA
JIGORO KANO
L’esigenza di istituire un’associazione culturale come il Kodokan-bunka-kai
sta in ultima analisi, proprio nell’esigenza di
diffondere la cultura, o più precisamente la tecnica per perfezionare
la personalità e organizzare la vita sociale eliminando il superfluo,
che sono le
premesse per attendere una società più sana e salda. (Judo Kyohon
pag.52)
Qual è la
definizione dell’arte di vivere? Essa è secondo me quel modo di
condurre noi stessi verso il prossimo e la società, conforme al principio
‘che l’uomo deve raggiungere il perfezionamento dell’io come
contributo personale agli altri’.
(Judo Kyohon pag.8
Il vero valore del Judo si realizza soltanto nell’animo che intende sviluppare le doti interiori e conquistare un punto di vista più elevato della realtà, al fine di autorealizzarsi per essere utile. (Judo Kyohon pag.118)
Insomma scegliere una professione con il proposito di contribuire alle cause sociali, vuol dire sottoporsi ad impegni e sforzi enormi che non si compiono certo svolgendo la vita e le proprie faccende in maniera egoistica, così come vengono imposte da un etica corrente. (Judo Kyohon pag.91)
La vera felicità deriva dalla continenza, dal tenersi lontano dall’avidità di piaceri immediati. (Judo Kyohon pag.110)
Esaminare attentamente
come, quando e quanto cibo consumare in rapporto al movimento fisico è
la strada da seguire, ovviamente includendo anche il bere.
(Judo Kyohon pag.179)
La prima cosa da
evitare è l’ira, a cui spesso si indulge per ogni piccolezza e
bazzecola: si tratta di un vero spreco di energia, perché non sene ricava
alcun vantaggio se non di guadagnarsi il disprezzo e l’odio altrui.
La seconda norma è ‘non brontolare’. Nutrire un sentimento
di insoddisfazione già di per sé è una perdita di energia…
Anche la delusione derivante da
qualche errore o fallimento nella vita può provocare dispersione dell’energia
con manifestazioni di depressione o di abulia… (Judo Kyohon pag.128)
…tanto nel
parlare che nell’agire, si preferisca l’eleganza alla rozzezza,
l’espansività alla mestizia. Per conquistare invece la fiducia
ci vuole coerenza tra intenzione e azione, cioè mettere in pratica puntualmente
ciò che si è detto… (Judo Kyohon pag.89)
Un animo ben allenato nell’esercitazione mentale del Judo non conosce tormento, né viene travagliato dall’ansia o dalla preoccupazione. (Judo Kyohon pag.51)
La prima cosa da evitare è lo sproloquio senza riflessione nel considerare la reazione dell’interlocutore, il che immediatamente fa guadagnare disistima e l’etichetta di persone rozze. (Judo Kyohon pag.99)
… non creare
discordia: l’antagonismo è dispersione di energia; la discussione
è uno spreco quando i discorsi vengono intorbiditi dall’emotività,
dall’impulsività, nonché dall’interesse personale.
(Judo Kyohon pag.181)
…l’autocontrollo delle emozioni e passioni è capace di creare una forza attiva e flessibile che può essere impiegata dovunque, ogni volta che ce n’è bisogno. E’ soltanto in questo modo che si diventa forti per combattere nel vero senso del termine, altrimenti la strada rimane ardua pur avendo raggiunto il massimo della capacità tecnica. (Judo Kyohon pag.119)
MOHANDAS GANDHI
La civiltà, nel senso reale del termine, non consiste nella moltiplicazione,
ma nella volontaria e deliberata restrizione dei bisogni. Questa soltanto porta
la felicità e il vero appagamento, e accresce l’idoneità
a servire.L’uomo è superiore agli animali solo in quanto è
capace di disciplina su di sé e di sacrificio. L’uomo che non si
dà alcuna restrizione non ha nessuna speranza di realizzarsi.La vera
destinazione del corpo umano è il servizio, non il lasciarsi andare.
E nella rinuncia sta il segreto di una vita felice.Tutti gli altri sensi saranno
automaticamente soggetti a controllo, quando sarà sottoposto a controllo
il palato.Controllare l’ira…non che io non mi adiri. Non do sfogo
all’ira.E’ ingiusto e immorale cercare di sfuggire le conseguenze
delle proprie azioni.La professione di un voto comporta che la mente cessi per
sempre di riflettere sull’oggetto di quel voto.L’esperienza mi ha
insegnato che il silenzio fa parte della disciplina spirituale di un seguace
della verità.Se per mancanza di piacere fisico la mente si voltola tra
pensieri di piacere, allora è legittimo soddisfare la fame del corpo.
COOPERAZIONE E PACE
JIGORO KANO
Ogni epoca ha un’etica adeguata ai tempi e per questo insistiamo appunto
sul concetto di armonia, ossia cooperazione mutua per progredire tutti insieme.
(Judo Kyohon pag.181)
In sintesi, la nostra
ambizione, è di
risolvere ogni problema o questione sociale applicando il principio
fondamentale del Judo e di arricchire la forza individuale, sociale e nazionale
affinché venga realizzato un rapporto di armonia e di collaborazione
fra tutti i settori sociali….
Tutto quanto esposto fin qui ci può condurre al perfezionamento dell’io,
al ‘progredire tutti insieme’ e alla prosperità della nazione,
mirando infine al progresso e alla prosperità dell’intera umanità.
(Judo Kyohon pag.59)
…il valore dell’essere umano si determina nella misura in cui sia grande o piccola la sua capacità di contribuire al bene collettivo; ma perché sia efficace questo fare, bisogna che si sia raggiunto il perfezionamento di se stessi, argomento su cui il Judo insiste come primo traguardo. (Judo Kyohon pag.109)
… chi è addestrato nel Judo è in grado di raggiungere l’obiettivo che il Judo condivide idealmente con l’umanità… (Judo Kyohon pag.110)
Non si può
ottenere pace e sicurezza vivendo staccati dagli altri; per ottenere la realizzazione
individuale bisogna sentirsi parte del tutto.
[da “Le sue idee di educazione fisica e Judo” di M. Maegawa e Y.
Hasegawa]
Una nazione dovrebbe
essere amata, rispettata e fatta oggetto di fiducia da parte delle altre; essa
dovrebbe indirizzare i suoi sforzi verso lo sviluppo culturale e il massimo
benessere.
[idem c.s.]
L’interpretazione vera del fare il bene richiede di intervenire nel momento appropriato e nel modo migliore in ciò che sembra opportuno, scegliendo tra le tante cose buone che si possono offrire; non secondo l’umore o il sentimento del momento, come fanno molte persone. (Judo Kyohon pag.114)
Questo grande oceano
non è più un
golfo che divide. Con lo sviluppo delle linee di comunicazione, anno dopo anno,
le acque blu del Pacifico stanno
rapidamente trasformandosi
in un
collegamento che ci unirà nel nostro comune scopo di amicizia e pace
mondiale. (Seattle 1932)
[da “Jigoro Kano in North America di Joseph Svinth]
Lo spirito del judo
non è di competizione ma di cooperazione. Il Giappone vuole i Giochi
Olimpici perché le nazioni divengano più solidali una verso l’altra
attraverso la competizione sportiva. …
Se la Cina capisse le intenzioni del Giappone, cercherebbero di cooperare in
ogni campo. La Cina è dilaniata da guerre interne. Loro fraintendono
la vera intenzione del Giappone.
(Seattle 1936) [Joseph Svinth – op.cit]
Una delle cose che
incuriosiva era l’insistenza di Kano sul fatto che il principi del Judo
(miglior impiego dell’energia: aiuto e concessioni reciproche che apportano
mutui benefici e prosperità) sono omni-pervasivi, sebbene sviluppati
in Giappone. Disse ripetutamente che essi non erano particolarismi nazionali,
ma universali.
[Leggett – Ricordi della visita di Kano a Londra nel 1933]
MOHANDAS GANDHI
Benché nella natura vi sia indubbiamente repulsione, essa vive di attrazione.
L’amore reciproco permette alla natura di sopravvivere. L’uomo non
vive di distruzione. L’amore di sé obbliga al rispetto per gli
altri. Le nazioni rimangono unite perché vi è reciproco rispetto
tra gli individui che le compongono. Un giorno dovremo estendere la legge nazionale
all’umanità, così come abbiamo esteso la legge familiare
per formare le nazioni – una famiglia più grande.E’ impossibile
essere internazionalisti senza essere nazionalisti. L’internazionalismo
è possibile soltanto quando il nazionalismo diventa una realtà,
cioè quando popoli appartenenti a diversi paesi si organizzano e sono
in grado di agire come un uomo solo. Il nazionalismo non è un male. Sono
un male la ristrettezza, l’egoismo, l’esclusivismo che sono il flagello
delle nazioni moderne. Ciascuno vuole avvantaggiarsi a spese dell’altro
e innalzarsi sulla sua rovina. Per me patriottismo equivale ad umanità….
non nuocerò all’Inghilterra o alla Germania per servire l’India….non
voglio che l’Inghilterra sia sconfitta o umiliata…..la mia simpatia
va agli inglesi. Non perché ami la nazione inglese e odi quella tedesca.
Evito di fare qualsiasi distinzione.Dopo aver assorbito e assimilato il messaggio
di Unto This Last, non potevo rendermi colpevole di approvare il fascismo o
il nazismo, il cui culto è la soppressione dell’individuo e della
sua libertà.In quanto pacifista convinto, non ho mai colto le occasioni
di essere trascinato all’uso delle armi e ho così potuto evitare
di dover distruggere direttamente delle vite umane. Tuttavia, vivendo sotto
un sistema di governo imperiale che si fondava sulla forza, e godendo volentieri
dei servizi e dei diritti che esso mi assicurava, non potevo che aiutare questo
governo in tempo di guerra, entro i limiti delle mie capacità (come barelliere).
Se all’epoca non avessi cooperato, avrei anche dovuto rinunciare ai diritti
che mi erano garantiti.Un uomo affamato pensa a soddisfare la sua fame prima
che a qualsiasi altra cosa. Venderà la libertà e tutto il resto
per un boccone di cibo. Tale è la condizione di milioni d’individui
in India. Per loro, la libertà, Dio e tutte le parole di questo genere
sono semplicemente delle lettere messe insieme senza il minimo significato.
Li urtano.La mia ahimsa non tollererebbe l’idea di offrire un pasto gratuito
a una persona sana che non abbia lavorato in modo onesto per ottenerlo, e, se
ne avessi il potere, farei cessare ogni sadavrata in cui si distribuiscono pasti
gratuiti. La sadavrata ha incoraggiato la pigrizia, l’ozio, l’ipocrisia
e perfino il delitto.
DOVERE E IMPEGNO CIVICO
JIGORO KANO
Oggi la maggioranza della gente lavora pensando al proprio tornaconto, dimenticando
lo stato, la collettività e perfino gli amici, con conseguente danno
alla società, ma soprattutto a se stessa….Se in passato i samurai
erano anche troppo noncuranti per ciò che riguardava il denaro con i
suoi vantaggi e svantaggi, oggi la gente, come prigioniera dell’egoismo,
sembra aver dimenticato il valore dell’onestà e la fedeltà
ai principi (del dovere n.d.r.). (Judo Kyohon pag.120) Recentemente il nostro
governo ha deciso di stanziare rilevanti finanziamenti agli armamenti, con la
conseguenza di un aumento delle tasse e l’invito alla sottoscrizione di
buoni del tesoro, senza tuttavia preoccuparsi della riforma nazionale per le
industrie e gli imprenditori, né di migliorare la condizione economica
del popolo. Da questa iniziativa il Kodokan prende spunto per rinnovare il suo
impegno di sempre, diffondendo la conoscenza e la pratica del principio del
miglior impiego dell’energia, perché questo è ciò
che urge oggi ed è in esso che il Judo riconosce la sua motivazione profonda
e la sua ragione di esistere. (Judo Kyohon pag.142 - 1937)Il mio appello al
massimo impegno dei judoisti verso una migliore promozione del judo deriva dalla
considerazione che, da quando la nostra nazione ha deciso di assumere un atteggiamento
di fermezza nei confronti della Manciuria, ci troviamo in un momento particolarmente
delicato, con conseguente responsabilità verso i popoli del mondo, ragione
per cui il Kodokan vuole altrettanto contribuire nell’impegno di diffondere
uno spirito compatto e saldo tra i cittadini. (Judo Kyohon pag.136 - 1932)Infine
non dimentichiamo che in questo momento il nostro Paese sta lottando con tutta
la sua forza contro i potenti della Terra per far valere le sue giuste richieste.
(Judo Kyohon pag.71 - 1932)Il principio del ‘miglior impiego dell’energia’
interviene ammonendoci a non consumare la forza in dispute inutili, incoraggiando
nel contempo ad una collaborazione utile e proficua. (Judo Kyohon pag.129)La
virtù aiuta la crescita e il progresso di gruppo e qualsiasi cosa sia
di ostacolo ad essa è male. Lealtà e fedeltà sono virtù.
Il progresso della società e del gruppo si ottiene solo attraverso ‘sojo
sojo’ (aiuto e reciproca comprensione) e ‘Jitakyoei’. [Kunwa
11° Showa, 1936]Ed è proprio nella vita sociale che il concetto del
‘Miglior impiego dell’energia’viene a manifestarsi come Ji-ta-kyo-ei
(realizzare se stessi per progredire insieme), basato quindi sul reciproco aiuto
e sulle mutue concessioni, punto di partenza per tutte le questioni comportamentali
e morali. Allora ogni problema etico o ideologico, interpretato in questa accezione,
può comunque trovare soluzione. (Judo Kyohon pag.82)La vita, per essere
definita decorosa, privilegia la sobrietà e la temperanza…. ….e
pertanto sarà l’ultima cosa il prendere in considerazione ciò
che riguarda l’apparenza e l’esteriorità. (Judo Kyohon pag.99)Il
Judo nella società è compiere il proprio dovere di cittadino.
Per il fatto che l’essere umano vive tra i suoi simili, il suo scopo dovrebbe
essere quello di rendersi utile alla società in cui vive…ovvero
scegliere il tipo di servizio in cui la nostra forza mentale e fisica si manifesti
nella maniera più efficace. (Judo Kyohon pag.91)
MOHANDAS GANDHI
La vera fonte dei diritti è il dovere.
Per me il potere politico non è un fine, ma uno dei mezzi per permettere al popolo di migliorare le sue condizioni in ogni settore della vita.
La disubbidienza civile è un diritto intrinseco del cittadino. Che non osi rinunciarvi, se non vuole cessare di essere un uomo.
Se ciascuno pensasse ai propri doveri piuttosto che ai propri diritti, tutto si aggiusterebbe facilmente.
Dobbiamo eliminare dalla nostra lotta ogni forma di costrizione. Se imponiamo ad altri la nostra volontà, la nostra
tirannia sarà infinitamente peggiore della tirannia di quel pugno di
inglesi che costituiscono la burocrazia. Il loro è un terrorismo imposto
da una minoranza che si batte per sopravvivere in mezzo all’opposizione.
Il nostro sarà un terrorismo imposto da una maggioranza, e quindi peggiore
e realmente più empio del primo.
Non credo che una salutare e onesta disparità di opinioni danneggerebbe la nostra causa. Ma la danneggerebbe certamente l’opportunismo, i camuffamenti e i compromessi raffazzonati.Non credo alla dottrina del maggior bene per la maggioranza…. E’ una dottrina crudele che ha nuociuto all’umanità. La sola vera dottrina, nobile, umana è il maggior bene di tutti.Coloro che pretendono di condurre le masse devono risolutamente rifiutare di lasciarsene condurre….. in questioni d’importanza vitale i capi devono agire all’opinione della massa, se questa opinione è disapprovata dalla loro ragione.Detesto l’autocrazia. Ho imparato per esperienza che se desidero vivere in società e conservare tuttavia la mia indipendenza, devo limitare le pretese d’indipendenza assoluta alle questioni di primaria importanza. In tutte le altre questioni, che non comportano deviazioni dalla propria religione personale o dal proprio codice morale, occorre sottomettersi alla maggioranza. La democrazia non è una condizione in cui il popolo agisca come un gregge. In regime di democrazia la libertà individuale di opinione e azione è gelosamente difesa.La libertà esteriore, che conquisteremo, sarà esattamente proporzionale alla libertà interiore alla quale potremo esserci elevati in un dato momento. E se questa visione della libertà è esatta, dobbiamo concentrare la massima energia nel riformarci dal di dentro.Il terrorismo e l’inganno sono le armi non già dei forti, ma dei deboli.Dal momento in cui sono diventato un satyagrahi, ho cessato di essere un suddito, ma non ho mai cessato di essere un cittadino. Un cittadino ubbidisce alle leggi volontariamente, mai per forza o per paura della pena prescritta per l’infrazione. Viola la legge quando lo ritiene necessario e accetta con gioia la pena.
EDUCAZIONE E INSEGNAMENTO
JIGORO KANO
Mentre ero al Gakushuin e svolgevo l’incarico di segretario e di capo
docenti, iniziai ad apprezzare sempre più l’educazione e a comprenderne
l’importanza. (Autobiografia di Jigoro Kano)La vera educazione non è
quella ricevuta passivamente, quanto facendo uso della volontà, ovviamente
coadiuvata dal costante allenamento ed esercitazione. (Judo Kyohon pag.86)Poiché
l’educazione possiede tale potere (formare persone eccellenti n.d..r.),
è necessario inserire nel mondo dell’istruzione delle persone di
grande valore….…in una società avanzata l’insegnamento,
cioè il lavoro che pone le basi di tutto, ha un valore maggiore (della
politica e dell’esercito n.d.r.). A seconda di come è stato l’insegnamento
si potrà avere di conseguenza un buono o un cattivo governo, e anche
il commercio può svilupparsi o andare in rovina . Anche nell’esercito
si può avere potenza e declino, la qualità delle persone in ogni
settore della società dipende dal lavoro dell’educazione. (Autobiografia
di Jigoro Kano)L’educazione in una persona può essere trasmessa
in una vita a migliaia di persone, e anche dopo la morte è una forza
che continua per centinaia di generazioni. (Autobiografia di Jigoro Kano) Invece
nell’insegnamento si ottengono risultati a seconda dell’impegno
che vi si mette, e si ha la soddisfazione non solo dello studente ma anche dei
familiari. In altre parole il proprio successo sta nel fatto di aver portato
al successo lo studente. Questo è il piacere dell’insegnamento.
In ogni caso si prova soddisfazione quando si fa crescere qualcuno o qualcosa.
(Autobiografia di Jigoro Kano)Comprendere che l’educazione ottiene ricompense
materiali e morali relativamente semplici, porta a provare piacere nell’insegnamento.
Se ci si applica all’insegnamento con questo spirito, sarà naturale
avere delle buone ricompense materiali e morali anche nella società.
(Autobiografia di Jigoro Kano) Il fatto che la scuola tenda a privilegiare l’acquisizione
della conoscenza nozionistica comporta qualche mancanza per ciò che riguarda
l’addestramento fisico e spirituale, che può essere integrato dall’allenamento
intensivo dell’estate. (Judo Kyohon pag.111)Anche l’origine dell’educazione
morale si trova nella cultura generale. L’educazione più importante
si può dire sia quella familiare prima della scuola elementare. L’educazione
del periodo dell’infanzia è qualcosa che caratterizza l’uomo
per tutta la sua vita. (Autobiografia di Jigoro Kano) Ci sono dei requisiti
necessari per essere insegnanti, e il primo è comprendere il valore dell’educazione,
in altre parole comprendere che la forza dell’educazione è qualcosa
che esercita un gran potere su chi apprende. Inoltre è saper rendere
piacevole l’apprendimento della cultura. (Autobiografia di Jigoro Kano)…lasciando
da parte il discorso spirituale, che non è l’argomento principale
dell’educazione fisica, possiamo definire lo scopo di quest’ultima
come: ‘diventare forte e sano per essere utile’. (Judo Kyohon pag.139)L’educazione
scolastica ci insegna la costanza e la concentrazione – per questo è
bene che tutti possano accedervi – e dal punto di vista intellettuale
istruisce con nozioni utili e addestra la mente e la capacità di osservazione.
(Judo Kyohon pag.86)Essere un buon insegnante soltanto nella tecnica del Judo
è dunque troppo poco e misero, dal momento che il vero valore non si
manifesta se non inoltrandosi nell’essenza della vita, coltivando quotidianamente
la mente e l’animo. (Judo Kyohon pag.126)
MOHANDAS GANDHI
Per educazione intendo l’estrinsecazione completa del meglio nel fanciullo
e nell’uomo – corpo, mente e spirito.
La vera educazione consiste nel trarre alla luce il meglio di una persona.
Educazione intesa come formazione del carattere, mediante la relazione maestro allievo (n.d.r.)
Ho sempre pensato che il libro di testo dell’allievo è il maestro.
Come l’educazione
fisica doveva essere
impartita mediante l’esercizio fisico, così l’educazione
dello spirito era possibile soltanto mediante l’esercizio dello
spirito. E l’esercizio dello spirito si
fondava interamente sulla vita e sul carattere del maestro.
L’istruzione in senso stretto non sviluppa l’elevazione morale, né aiuta la formazione del carattere. E’ solo uno dei mezzi attraverso i quali l’uomo e la donna possono essere educati.
L’educazione deve sviluppare il coraggio, la forza, la virtù e la capacità di dimenticare se stessi quando si vogliono servire grandi cause.
Ritengo che la vera educazione dell’intelligenza proceda soltanto da un appropriato esercizio e addestramento degli organi del corpo.
Inizierei l’educazione del fanciullo insegnandogli un utile lavoro manuale e mettendolo in grado di produrre fin dal momento in cui comincia la sua educazione…. Occorre però che il lavoro manuale non sia insegnato soltanto meccanicamente, come si fa oggi, ma scientificamente; il fanciullo dovrebbe, cioè, sapere il perché e il come di ciascuna operazione.
Gli occhi, le orecchie e la lingua vengono prima della mano. Leggere viene prima di scrivere e disegnare prima del tracciare le lettere dell’alfabeto.
L’istruzione letteraria per se stessa non aggiunge un pollice all’elevatezza morale di alcuno, e la formazione del carattere è indipendente dall’istruzione letteraria.
SULLE DONNE
JIGORO KANO
Prima di andare all’estero (1889) molte persone mi dicevano di sposarmi.
Non ascoltavo questi consigli perché intendevo sposarmi quando fossi
diventato sicuro della mia vita, e quando avessi avuto la maturità di
saper scegliere la persona giusta.
(Autobiografia di Jigoro Kano)
Di fatto Kano era
alquanto aperto ad inserire gente di ogni gruppo, e
insegnava anche alle donne quando era molto impopolare farlo.
[da “Il Judo di Kano: una risposta al Jiu jutsu” di Steven Cunningham]
MOHANDAS GANDHI
Credo fermamente che la salvezza dell’India dipenda dall’abnegazione
e dall’emancipazione delle sue donne.
In un modo o nell’altro l’uomo per generazioni ha dominato la donna, e così la donna si è creata un complesso d’inferiorità.
Di tutti i mali di cui l’uomo si è reso responsabile, nessuno è
così degradante, disgustoso e brutale come
l’abuso da parte sua della metà migliore dell’umanità
– per me, il sesso femminile, non il sesso più debole.
Se soltanto le donne dimenticassero di appartenere al sesso debole, non ho dubbio che potrebbero opporsi alla guerra infinitamente meglio degli uomini.
Se fossi sessualmente
attratto verso le donne, avrei abbastanza coraggio, anche a questo punto della
mia vita, di diventare poligamo. Non credo nel libero amore - segreto o pubblico.
Il libero amore pubblico lo considero amore da cani. L’amore segreto è,
oltre
a tutto, vile.
Se per forza s’intende la forza bruta, allora sì, la donna è meno brutale dell’uomo. Se per forza s’intende la forza morale, allora la donna è infinitamente superiore all’uomo.
La donna deve cessare di considerarsi l’oggetto della concupiscenza dell’uomo.
Credo nella conveniente educazione delle donne. Ma credo che la donna non porterà il suo contributo al mondo scimmiottando gli uomini e facendo a gara con loro.
MISCELLANEA
JIGORO KANO
In sintesi, la concezione del “Miglior Impiego dell’energia”
rappresenta la base fondamentale per tutte le attività individuali nel
senso di progredire, migliorare, perfezionare, raggiungere una meta ecc.. (Judo
Kyohon pag.81)
Esiste prima lo scopo
e poi l’azione: siccome il Judo dice che l’azione deve
essere impiegata nel modo più efficace,
bisognerà per forza aver chiaro il motivo o lo scopo per il quale si
compie questo fare. L’obiettivo non risiede nello scopo
ambizioso, quanto nell’agire…
(Judo Kyohon pag.89)
Giacchè l’impegno
è così arduo, dovranno in particolar modo impiegare la mente nella
direzione della coltivazione spirituale, senza aspettarsi che ciò avvenga
come processo naturale e spontaneo
(Judo Kyohon pag.125)
Chi mira all’onore
si comporta in maniera adeguata al suo scopo; chi cerca solo guadagni calcola
le azioni basandosi sulla logica del profitto…
(Judo Kyohon pag.100)
Finchè l’essere
umano è convinto della sua azione, di aver utilizzato la sua
energia nel modo più efficace, non prova sentimenti di sconforto né
di turbamento, in quanto il fatto di impiegare al massimo la sua forza è
un’impresa che non lascia adito o spazio ad altre considerazioni. I rimorsi
e le angosce sono difatti lo stato mentale dovuto all’irresolutezza, oppure
al pensiero di non aver compiuto ciò che doveva essere fatto. (Judo Kyohon
pag.108)
L’intera azione
dell’uomo parte dal suo ideale: basso è l’ideale, misera
l’azione; alto è l’ideale, nobile è l’azione….
…si auspica che ogni uomo possa nutrire un ideale più alto, al
di sopra delle bramosie (Judo Kyohon pag.100)
Lo studio è
senza fine e l’evoluzione è continua, perché l’adattabilità
richiede un continuo rinnovamento.
(Kunwa 11° Showa, 1936)
E se qualcuno volesse
addentrarsi nella ricerca del segreto più recondito del Judo, da un lato
accedendo
all’addestramento waza dovrà raggiungere quel grado di abilità
definito magistrale, fino a penetrare nel mistero
della mente e del cuore, dall’altro lato immergendosi nella ricerca teorica
fino
a discernere il misterioso significato della vita e della morte, dovrà
impegnare l’ingegno e lo sforzo per diventare un conduttore esperto della
vita propria e dei rapporti sociali.
(Judo Kyohon pag.40)
MOHANDAS GANDHI
Vi è un limite al progresso dell’intelligenza umana; ma lo sviluppo
delle qualità del cuore non conosce confini.
L’uomo è l’artefice del suo destino nel senso che ha la libertà di scegliere in che modo usare della sua libertà. Ma non ha il controllo dei risultati.
In ogni grande causa
non conta il numero dei combattenti, ma è la qualità di cui sono
fatti che costituisce il fattore
decisivo. I più grandi uomini del mondo sono sempre stati soli.
Se vogliamo progredire, non dobbiamo ripetere la storia, ma fare storia nuova.
Il traguardo si allontana sempre da noi. Quanto più progrediamo, tanto più riconosciamo la nostra indegnità. La soddisfazione sta nello sforzo, non nel conseguimento. Lo sforzo totale è la vittoria totale.
Il più delle volte è meglio che il bene che uno fa passi sotto silenzio. L’imitazione è l’elogio più sincero.
Non importa quanto insignificante possa essere la cosa che dovete fare, fatela
meglio che potete, prestatele tutta l’attenzione che prestereste alla cosa che considerate più importante. Infatti sarete giudicati da queste piccole cose.
Nessuna azione che non sia volontaria può dirsi morale. Ogni azione che sia dettata dal timore o da qualsiasi genere di coercizione cessa di essere morale.
Il vero valore di un’ideale sta nel fatto che più ci avviciniamo, più esso si allontana da noi…..Lo sviluppo costante è la legge della vita, e chi cerca sempre di difendere i suoi dogmi per apparire coerente si mette in una posizione falsa.
Per molti anni ho carezzato l’idea che la morte non è un evento spaventoso, cosicché mi rimetto abbastanza prontamente dal colpo della morte di persone anche care e vicine.
Amo la musica e tutte
le altre arti, ma non attribuisco loro il valore che generalmente vien loro
dato. Non posso, per esempio, riconoscere il valore di quelle attività
che richiedono
una conoscenza tecnica per essere comprese…..
….La vita è più grande di qualsiasi arte.
Andrei perfino oltre e affermerei che l’artista più grande è
colui la cui vita si avvicina di più alla perfezione.
Bibliografia
SCRITTI DEL FONDATORE: JUDO KYOHON – Quaderni del Bu-sen n.3, Milano 1995
INQUADRAMENTO STORICO DELLA VITA DI JIGORO KANO – Dispensa del Bu-sen Milano
STUDI SU J. KANO – Quaderni del Bu-sen n.1, Milano 1991
STUDI SUL JUDO - Quaderni del Bu-sen n.1, Milano 1991
STORIA DEL GIAPPONE CONTEMPORANEO – J. Halliday – Edizioni Einaudi 1990
BUJUTSU & BUDO MODERNO vol.3 – Donn F. Draeger – Edizioni Mediterranee 1998
AUTOBIOGRAFIA DI JIGORO KANO – Testo in corso di traduzione fornito da C. Barioli
JUDO JUJUTSU – Jigoro Kano – Edizioni Mediterranee 1995
Articoli da Internet:
Steven Cunningham – Il Judo di Kano: una risposta al Jiu-jutsu
K. Hirasawa – The death of Professor Jigoro Kano, Shi-Han
Joseph R. Svinth – Jigoro Kano in North America
Trevor Leggett – Ricordi della visita di Jigoro Kano al Budokwai di Londra
nell’agosto 1933
Andy Adams – Jigoro Kano
PRECETTI E INSEGNAMENTI DEL MAHATMA GANDHI – a cura di Henri Stern – Oscar Mondadori 2000
MOHANDAS K. GANDHI – Sergio De Santis – Newton & Compton Editori - 2004
GANDHI: “GRANDE ANIMA” DELLA LIBERTA’ – Electa-Gallimard 1998
GANDHI IL MAHATMA – B.R. Nanda – traduzione di Bruno Oddera - Saggi Mondadori 1984
ANTICHE COME LE MONTAGNE: i pensieri del Mahatma sulla verità, la non violenza, la pace – a cura di Sarvepalli Radhakrishnan - Saggi Mondadori 1987
PRO E CONTRO GANDHI – Dossier Mondadori 1972
STUDIO SULL’INDIA – Dispensa Bu-sen
STORIA DELL’INDIA – Alain Danielou – Ubaldini Editore 1984
Articoli da Internet
di Jyotsna Kamat: Mohandas K. Gandhi - Subhas Chandra Bose - Jawaharlal Nehru
– Story of India’s Freedom Struggle – Topics in History of
India
Articoli di e su Gandhi dal sito www.mahatma.org.in
Le citazioni di Mohandas Gandhi sono tratte dai testi indicati in bibliografia, in particolare dal libro “Antiche come le montagne”, la cui traduzione è stata pubblicata nei “Saggi” Mondadori.