Ti trovi in: Home page Judo-Educazione --> Judo --> Corso istruttori - testi di studio e tesi finali --> Tesi
Creatività e razionalità: consigli per l'uso - Stefania Sandri
“L’esercizio,
lo studio, la riflessione, il successo e la sconfitta, gli incoraggiamenti,
le resistenze e di nuovo la riflessione hanno creato in noi un’attività
incosciente
che con piena libertà di azione si unisce alla nostra coscienza,
in tal guisa che ne risulta una potenza unitaria destinata a stupire il mondo”.
Goethe
Introduzione
Sono partita da una ricerca sul pensiero analogico, “analogo” al
pensiero divergente (Guilford), al pensiero laterale (De Bono) e a quello produttivo
(psicologia della Gestalt), e sono quindi approdata alla più famosa creatività.
Tralasciando le sottili differenze che li distinguono, ho preferito porre attenzione
al pensiero creativo in generale ed al pensiero razionale in quanto entrambi
costituiscono delle potenzialità tipiche dell’essere umano (anche
se non sempre vengono usate, comunque esistono) che meritano di essere conosciute
meglio e quindi utilizzate in modo efficace.
Cos’è la creatività? P. Matussek racconta che ad un simposio
sulla creatività svoltosi negli USA gli scienziati diedero più
di 400 definizioni del concetto di creatività...
In questa circostanza ho considerato la creatività come una particolare
abilità che permette di produrre qualcosa di nuovo, che sa trovare soluzioni
originali ed efficaci guardando la stessa realtà in modo diverso. Essa
rompe gli schemi comuni dell’esperienza perché tende a scoprire
soluzioni inconsuete a problemi vecchi e nuovi. La creatività inizia
nel momento in cui un problema viene considerato e affrontato in modo non frontale
ma “laterale”, il che spesso implica che esso non venga risolto
immediatamente ma incubato, lasciato decantare per qualche tempo. Le più
grandi scoperte sono nate così, nel momento in cui si smette di pensare
alla soluzione del problema, ci si rilassa e si lascia che le acquisizioni fatte
lavorino “da sole” dentro se stessi. L’insight, l’illuminazione
cioè, può così giungere improvvisa, inaspettata, un’elaborazione
che non proviene dalla logica della nostra ragione, ma da luoghi dove altre
“logiche” comandano.
La tesi si suddivide in due parti: nella prima ho evidenziato le principali
caratteristiche dei nostri emisferi cerebrali in quanto riflettono in larga
parte le qualità specifiche del pensiero razionale e creativo, in modo
da conoscerli meglio; ho poi realizzato un’analogia fra i modi di pensare
e la visione-cecità per giungere alla conclusione che il pensiero migliore
è quello che si avvale di entrambi i modelli considerati.
Vista l’utilità sia del nostro lato razionale che di quello creativo,
veniamo dunque alla seconda parte della tesi, dove mi sono posta di perseguire
due obiettivi:
1- analizzare i limiti della nostra mente affinché, prendendo coscienza
di questi errori cognitivi, sia possibile migliorare i nostri pensieri limitandone
le distorsioni che normalmente avvengono,
2- illustrare alcuni metodi e strategie che insegnino ad adoperare in modo costruttivo
“l’emisfero destro”.
Il cervello
Il cervello si presenta suddiviso in due parti uguali e simmetriche: l’emisfero destro e l’emisfero sinistro. Tali metà, sebbene appaiano molto simili dal punto di vista anatomico, svolgono compiti tanto differenti quanto complementari. La connessione tra le due parti è assicurata dal corpo calloso, una formazione fibrosa, che permette alle informazioni sensoriali di raggiungere entrambi gli emisferi. Le differenti funzioni svolte dai due emisferi, devono, ovviamente, integrarsi a vicenda, permettendo così di percepire ed elaborare la realtà nella sua completezza: la conoscenza acquisita con tutti e due gli emisferi è più della somma data dalle parti.
EMISFERO SINISTRO
-prevalentemente verbale
-è analitico e scompone la realtà nelle sue parti
-è simbolico
-è astratto (e partendo da un dettaglio può rappresentare la realtà
nella sua completezza)
-dispone le cose e gli eventi in una successione temporale
-è razionale e logico nel trarre le conclusioni-procede in modo lineare
EMISFERO DESTRO
-non verbale
-è sintetico e ricompone le parti formando un tutto
-è concreto
-è analogico (vede le somiglianze tra due oggetti o situazioni ma non
comprende che relazioni metaforiche vi sono tra di essi)
-non ha il senso del tempo
-non richiede un fondamento razionale dei fatti e vede le cose nel loro insieme
-procede spesso per “salti”
Per fare un’analogia possiamo legare l’emisfero sinistro al pensiero logico, convergente, razionale, e l’emisfero destro al pensiero analogico, divergente, creativo. Per “pensare bene” occorre integrare fra loro entrambi i tipi di pensiero.
Il PENSIERO CREATIVO
Nel suo procedere iniziale si limita a percepire, a “fotografare”
la realtà mentre in uno stadio successivo procede all’analisi delle
percezioni che si sono formate nello stadio precedente. Si tratta di una forma
di pensiero basata su associazioni casuali, sull’immaginazione, su percezioni
e visioni d’insieme che produce idee che possono risultare logiche soltanto
a posteriori. (p.analogico)
Permette di passare da uno schema di ragionamento all’altro, di guardare
i problemi in modo nuovo, di muoversi in direzioni non esplorate e usualmente
non considerate, di aggirare gli ostacoli, di assumere una nuova prospettiva,
di esaminare tutte le alternative, di rompere forme di ragionamento rigide e
familiari. (p. laterale)
Va al di là di ciò che è contenuto nella situazione di
partenza, supera la chiusura dei dati di un problema, ricerca in varie direzioni,
esplora un ampio campo di possibilità. Esso implica:
· capacità di produrre nuove idee;
· capacità di cambiare strategia ideativa (cioè di passare
da una successione o catena di idee all’altra, da uno schema all’altro,
da una catena di elementi all’altra);
· capacità di trovare risposte insolite o uniche (originalità);
· capacità di selezionare tra le varie idee prodotte quelle più
pertinenti agli scopi che ci si è prefissati di raggiungere. (p. divergente)
È contraddistinto dall’emissione istantanea della risposta adeguata
(insight, intuizione o illuminazione) e caratterizzato dalla capacità
di cogliere la struttura della situazione, il principio funzionario unitario,
i rapporti intrinseci tra le parti. Permette di cogliere nuove proprietà
degli elementi di un problema, i quali vengono così pensati e utilizzati
in nuovi ruoli o in diversa prospettiva. Si attua così una “ristrutturazione”
del problema cambiandone il punto di vista e scoprendo nuovi rapporti tra gli
elementi, magari prima rimasti in ombra. (p. produttivo)
Il PENSIERO RAZIONALE
è una delle più grandi risorse umane, è il tessuto del
buon pensiero ed ha consentito all’uomo di raggiungere enormi traguardi
nella tecnologia e nella scienza; a differenza del pensiero laterale esso è
più strutturato, logico, sequenziale, fondato sul procedere passo dopo
passo.
Esso applica schemi rigidi e consolidati di ragionamento legati ad abitudini,
routine, esperienze precedenti. (p. verticale)
Viene attivato nelle situazioni che permettono un’unica risposta pertinente,
quindi rimane circoscritto entro i confini del problema e segue le linee interne
al problema stesso rispettando o utilizzando regole già definite e codificate.
È caratterizzato dalla ripetizione del già appreso e dall’adattare
vecchie risposte a situazioni nuove in modo più o meno meccanico. (p.
convergente)
Si limita alla registrazione, talvolta automatica, degli aspetti superficiali
della situazione, senza una reale comprensione della struttura di quest’ultima.
(p. riproduttivo)
Analogamente...
La PERCEZIONE VISIVA passa attraverso tre fasi:
1. fase sincretica (=confusa) in cui si ha una visione globale
2. fase analitica (“in parti”- “sciolgo”) nella quale
si analizzano i particolari; pertanto richiede tempo.
3. fase sintetica: metto insieme le due fasi precedenti facendo una sintesi
di esse.
Una persona non vedente
manca del colpo d’occhio, della globalità iniziale (prima fase)
per cui conosce la realtà analizzandola un pezzo per volta e mettendo
poi insieme i vari pezzettini.
Pertanto pensare solo razionalmente è un po’ come essere ciechi.
Oltre ad essere razionali è anche importante essere creativi. Il pensiero
non è soltanto una capacità naturale ma anche una capacità
che può venire sviluppata se non vogliamo “pensare a due dita”
(nota 1) , cioè in modo episodico e inefficace.
(nota 1): Noi sviluppiamo molte forme di pensiero e di attività mentali “a due dita” che ci permettono di affrontare alcune situazioni via via che si presentano ma che non consentono una strategia globale, di ordine superiore. (Es.: pregiudizi)
PRIMO OBIETTIVO
I LIMITI DELLA MENTE
Il nostro cervello è plastico, potente e creativo, ma è caratterizzato
da alcuni pregiudizi o “tunnel della mente” (in inglese si usa il
termine bias che fonde il concetto di pregiudizio con quello di predisposizione
e di prevenzione) che si traducono in un modo distorto di interpretare la realtà
o in alcune interpretazioni di comodo. Si tratta di errori cognitivi ai quali
tutti siamo soggetti, spesso inconsapevolmente.
Ora vediamo uno ad uno quali sono questi tunnel della mente riportando per ciascuno
un esempio che possiamo facilmente trovare in ambito educativo (nota 2).
(nota 2): Gli esempi riguardanti l’ambito educativo sono stati presi dal testo di Larocca F., Azione educativa e metodologia della ricerca pedagogica, dispensa per il corso di Scienze dell’Educazione, pp. 70-75.
1. scelte incorniciate:
quando si educa qualcuno si attuano moltissime scelte ed ognuna di essa soffre
dell’incorniciamento, ossia del modo con cui la scelta ci viene posta.
Se un bambino ci chiede, ad esempio, il permesso di arrampicarsi su di un albero
sottolineando che ci vuol far vedere quanto è forte e bravo, la scelta
è facile che sia un bel sì. Ma se la motivazione è quella
del “mi piace salire sull’albero”, allora l’educatore
trova che la cornice motivante sia inadeguata: la probabilità di cadere
dall’albero diventa enorme e la motivazione non riesce a giustificare
il rischio. Eppure la probabilità del rischio nei due casi è il
medesimo! L’opinione di una persona può venire manipolata soprattutto
attraverso il modo in cui viene inquadrato un problema o vengono poste domande.
Più in generale, studi sulla modalità della comunicazione indicano
che quando si chiede il parere delle persone le loro risposte variano in funzione
di alcuni fattori: l’ordine di presentazione delle domande; il contesto
in cui sono inserite le domande; se il formato delle domande è aperto
o chiuso; se vengono proposte delle alternative; l’ordine di proposta
delle alternative; l’esistenza di categorie intermedie... molto spesso
siamo più sensibili ai termini in cui ci viene presentato un problema
che alla sua logica interna. In un sondaggio negli USA si chiedeva all’opinione
pubblica se il ritiro delle truppe dal Vietnam dovesse procedere ad un ritmo
più veloce o più lento. La maggior parte delle persone opta per
“ritmo più veloce”. Successivamente viene posta una terza
alternativa, cioè “al ritmo con cui si stanno ritirando ora”.
Adesso la maggior parte sceglierà questa opzione, il 29% “più
lentamente” e appena il 6% l’opzione “più velocemente”
e i giornali titoleranno, come fecero qualche settimana dopo il primo sondaggio,
“Inversione di rotta nell’opinione pubblica, gli americani sono
a favore della politica attuale”. Gli psicologi sociali sanno che se si
aggiunge una terza categoria a due opzioni in contrasto tra loro, dal 10 al
40% degli interrogati sceglierà questa opzione, soprattutto se è
più sicura, tradizionale e indolore. Un analogo rovesciamento di scelte
si verifica quando si manipolano i termini “consentire” o “proibire”:
in uno studio si chiese ad un gruppo di persone:
· ritieni che la legge dovrebbe consentire che vengano tenuti dei discorsi
in pubblico contro la democrazia?
· ritieni che la legge dovrebbe proibire che vengano tenuti dei discorsi
in pubblico contro la democrazia?
Benché le due domande abbiano lo stesso significato, quando è
stato utilizzato il termine “consentire” il 62% rispondeva negativamente,
mentre quando la domanda parlava di proibire solo il 46% si dimostrava d’accordo.
2. pigrizia mentale: “è meglio l’uovo oggi che la gallina
domani” solo nel caso in cui dobbiamo ricevere qualcosa; se invece dobbiamo
dare qualcosa il comportamento è quello per cui non si è disposti
a dare neppure l’uovo oggi. Poniamo che l’uovo sia l’ubbidienza
cieca del bambino oggi e la gallina l’autonomia personale del ragazzo,dell’uomo
domani. Per lo più si dice che si vogliono entrambe e così la
maggior parte degli educatori pensa che avvenga. In realtà l’ubbidienza
cieca imposta oggi metodicamente avrà come risultato o un dipendente
a vita o un ribelle arrabbiato. La probabilità che un bambino normale
sottoposto a continua ubbidienza cieca divenga un giovane autonomo ed equilibrato
è davvero minima. La pigrizia mentale non ci fa operare lo sforzo di
anticipare il futuro e tutte le soddisfazioni che derivano ad un educatore da
un giovane maturo e autonomo (la gallina domani!). L’avvertenza di una
possibile perdita domani (la mancanza di autonomia dell’educando) non
ci impedisce di rinunciare oggi a perseguire e ottenere l’ubbidienza cieca.
3. effetto congiunzione: siamo disposti a credere che si realizzino insieme
due eventi altrettanto probabili piuttosto che uno solo di essi anche se la
probabilità della congiunzione è molto meno elevata della probabilità
che se ne realizzi uno solo. Quando un ragazzo non va bene a scuola, un educatore
di solito ritiene più probabili la simultanea presenza di due cause piuttosto
che di una sola: per esempio la carenza affettiva e la mancanza di basi. Una
sola di queste cause basterebbe a giustificare le difficoltà scolastiche,
anche perché di fatto la prima può essere con elevato grado di
probabilità la causa della seconda.
La disgrafia e la discalculia vengono viste come sintomi di solito congiunti
e associati quando ne basta uno per giustificare una diagnosi funzionale e una
prognosi disposizionale per un intervento specialistico. Quando si presentassero
contemporaneamente le difficoltà del bambino sarebbero davvero molto
gravi.
4. disattenzione per le frequenze di base: molto spesso si tende all’uniformità
e quindi all’appiattimento sulla media, disattendendo completamente l’individuazione
delle basse frequenze. Una popolazione di alunni presa a caso tende a rispecchiare
una normale di Gauss e quindi per quanto basse siano le frequenze di ipo e iperdotati,
in ogni classe se ne ritrovano. Gli insegnanti tendono normalmente all’uniformità
correggendosi solo negli scrutini finali (dove, tra l’altro, le basse
frequenze in negativo sono sempre maggiori delle basse frequenze in positivo).
5. rapporto asimmetrico tra causa ed effetto. Un insegnante afferma dei propri
allievi che sono distratti e indisciplinati. Gli allievi affermano che non è
vero, essi si percepiscono attenti e disciplinati, ma che è l’insegnante
a metterli in situazione di perdere l’attenzione e quindi di reagire con
l’indisciplina. Come stabilire chi ha ragione? La maggior parte dei dirigenti
pensa che la verifica migliore sia quella di vedere se ciò avviene anche
con altri insegnanti. Difficilmente viene in mente di andare a vedere se lo
stesso insegnante con una classe di allievi simili a quella dell’indisciplina
dopo un po’ divengono anch’essi indisciplinati. Che la causa dell’indisciplina
e della disattenzione sia sempre a carico degli allievi è fuori discussione.
6. confusione tra cause e probabilità: disattenzione alle basse frequenze
delle probabilità di alcune variabili presenti negli eventi educativi.
La popolazione scolastica esegue un test (con un’affidabilità dell’80%)
e uno di questi risulta corretto in tutto, tanto che la diagnosi operata dall’esaminatore
sia che il soggetto in questione debba essere un genio. Qual è la probabilità
che lo sia davvero? Si aggiunga che la probabilità di avere dei genii
in una determinata scuola, in un determinato paese, in una determinata popolazione
è molto bassa (es. 1%). Qual è la probabilità che si è
disposti ad assegnare all’ipotesi che l’autore di quel test sia
ammalato di genialità? Tutti siamo disposti a tener conto solo dell’affidabilità
del test anziché coniugare la probabilità derivante dall’affidabilità
del test con la probabilità epidemiologica della genialità. In
realtà la probabilità che quel test abbia diagnosticato la genialità
è solo del 7%; purtroppo l’intuizione tradisce più di quanto
si pensi. Se si tratta di diagnosi intuitive di genii poco male, ma quando le
diagnosi sono fatte per stigmatizzare soggetti intelligenti che a causa dell’intuito
e del giudizio fondato sull’affidabilità di un test vengono costretti
a perdere anni di scuola o addirittura a lasciare con la scuola anche un progetto
di vita e di realizzazione massimale di sé, il discorso diviene molto
più serio.
7. effetto certezza: vedere una proporzione diretta tra l’impegno e la
riuscita anche quando non c’è. L’impegno di un educatore
che lo porta a pagare con uno speco di energie la certezza che così facendo
otterrà il massimo dai suoi educandi avviene in genere senza alcun calcolo
di probabilità.
8. prudenza irrazionale. Quando un educatore volesse far raggiungere una meta
ai propri educandi come può essere quella del rispetto delle cose altrui,
e considera che quella meta la può proporre se si dà una certa
condizione, per esempio che si verifichi l’occasione di prendere quel
preciso discorso, è del tutto inutile che attenda l’occasione se
è convinto che quel discorso vada comunque fatto per evitare guai alla
proprietà altrui. La prudenza irrazionale in educazione va contro il
principio del prevenire piuttosto che curare e continua a paralizzare gli educatori
su molti aspetti dello sviluppo umano dei giovani loro affidati.
A questi si aggiungono
altri elementi di debolezza:
· la scarsa affidabilità della memoria: i ricordi possono decadere
rapidamente o comunque essere modificati (ristrutturati, deformati, rimpastati).
La memoria appare quindi ambigua, instabile e soggetta all’oblio.
· false percezioni della realtà: la nostra percezione è
distorta o legata a strani meccanismi, alcuni dei quali dipendono dai recettori
sensoriali, dalle caratteristiche dell’occhio o dell’orecchio, e
altri dal cervello. Siamo schiavi dei nostri sensi, di illusioni ottiche che
fanno sì che gli oggetti che si muovono nelle nostre immediate vicinanze
mantengano delle dimensioni costanti e che invece due linee parallele, come
quelle formate dai binari di un treno, convergano verso l’orizzonte.
· Influenza sociale: in un gruppo c’è una forte tendenza
al conformismo e ad adeguarsi ai giudizi che sono stati formulati per primi.
Le dinamiche sociali hanno un ruolo importante nel condizionare le idee, le
scelte e le decisioni; gli altri rappresentano un punto di riferimento fondamentale
e hanno una notevole influenza sui giudizi dei singoli poiché si trovano
a valutare le propri opinioni e competenze in rapporto a quelle altrui, in particolare
a quelle delle persone che ci sono più vicine dal punto di vista ideologico.
· in educazione esistono poi le interferenze della sfera affettiva: sono
delle distorsioni di giudizio che vanno dall’effetto alone al peso che
ha nelle nostre stime l’insieme dei vissuti personali. Che una persona
capace di ispirare simpatia o di strappare un sorriso o di suscitare un senso
di tenerezza venga meglio accolto, persino quando obiettivamente non sa stare
al suo posto, è risaputo. Così pure è noto a tutti che
“il Pierino carino anche quando fa male ha fatto benino”, mentre
“l’antipaticuccio persino quando ha fatto bene ha fatto maluccio”.
SECONDO OBIETTIVO
Suggerimenti e strategie per avvalersi della creatività
Nel momento in cui
ci troviamo di fronte ad un problema, possiamo reagire utilizzando un pensiero
unidirezionale, ovvero quando ci lasciamo guidare dall’aspetto e dal dettaglio
più attraente e percettivamente più rilevante. Oppure possiamo
andare oltre e sfruttare tutte le potenzialità della nostra mente senza
comportarci da “falsi ciechi”. Ma come?
Innanzitutto ricordiamo che il processo decisionale segue alcune tappe:
1. identificare il problema. Non sempre si ha ben chiaro quale sia il vero problema,
allora può essere utile porci delle domande: quale? Perché? Quando?
Chi? Dove? Sono domande che ci servono anche a far chiarezza sugli obiettivi
e sulle loro priorità.
2. prendere in considerazione delle opzioni, produrre alternative e valutarle.
3. paragonare le conseguenze possibili di ogni opzione con gli obiettivi prefissati.
4. eliminare le alternative e quindi scegliere la soluzione migliore sulla base
delle conseguenze più vicine agli obiettivi.
Abbiamo precedentemente
visto le distorsioni cognitive (e in parte quelle emotivo-affettive) che comportano
degli errori prevalentemente sul piano della razionalità, ora vediamo
invece cosa possiamo fare per sfruttare il lato creativo.
{ È importante tenere una mente aperta agli stimoli, anche a quelli più
disparati e sopratutto a quelli che provengono dall’esterno del proprio
campo di studio. Questo perché una vasta gamma di stimoli e conoscenze
aumenta la possibilità di ricombinarli tra loro e di creare analogie.
{ Occorre rilassare la mente: hobby, sport e svaghi ricaricano una mente produttiva;
mettere momentaneamente da parte il problema e lasciare che “l’inconscio”
lavori ci permette talvolta di avere delle “illuminazioni”.
{ È utile anche allargare la prospettiva rispetto al problema tenendo
in considerazione tutte le opportunità e le risorse a nostra disposizione,
senza costruirsi dei vincoli che non sussistono.
{ De Bono suggerisce di: - isolare un elemento del problema dal suo contesto;
- capovolgere i rapporti tra le parti del problema; - scomporre il problema
nelle sue componenti; - pensare ad una soluzione apparentemente impossibile
da attuare (e lasciar “giocare” liberamente la mente con questa
soluzione, sino ad arrivare ad una via d’uscita nuova e realizzabile).
{ Non focalizzare l’attenzione su un solo elemento, magari perché
è il più evidente, ma tener conto di un insieme di variabili;
nei problemi complessi ci sono diverse variabili che interagiscono ed i rapporti
di causa-effetto non sono quasi mai lineari e isolati.
{ Servirsi delle analogie. Due entità che inizialmente ci sembrano autonome,
dopo un approccio analogico rivelano l’esistenza di connessioni tra loro.
L’analogia è al centro della creatività in quanto innesca
meccanismi mentali che consentono di combinare o ricombinare le idee in modo
nuovo o di associare due aspetti della realtà che prima apparivano non
correlati. Produrre analogie è utile al fine di indurre a considerare
le situazioni secondo nuovi punti di vista in quanto esse permettono di trovare
aspetti comuni in realtà differenti, permettono di trasferire la struttura
di una situazione ad un’altra situazione, modelli di conoscenza maturati
in un settore ad un altro settore disciplinare. Per ricorrere alle analogie
possiamo servirci di due “trucchi”: rendere familiare ciò
che è strano; rendere strano ciò che è familiare (capovolgere,
distorcere o trasporre in altri ambiti gli elementi del problema; considerare
il problema da nuovi punti di vista; giocare con gli elementi del problema,
dando importanza a quegli aspetti che comunemente si considerano irrilevanti;
lasciare che l'oggetto si trasformi da sé come se fosse dotato di vita
propria). L’uso delle analogie permette di prendere decisioni sulla base
delle esperienze passate, utilizzando i casi precedenti come fonte dell’analogia,
e può servire a convincere gli altri della necessità di una decisione.
Un esempio è quello della guerra del Golfo del 1990 tra gli USA e le
potenze alleate da un lato e l’Iraq di Saddam Hussein dall’altro.
La crisi del Golfo ebbe inizio nell’agosto del 1990 quando le truppe irachene
invasero il Kuwait, ricco di petrolio, considerato dall’Iraq una sua provincia,
alienatagli dalla politica dell’Occidente. La decisione di Saddam Hussein
non soltanto colpiva gli interessi economici occidentali in quanto alterava
il mercato petrolifero ma presentava anche il rischio che essa fosse soltanto
la prima mossa per invadere l’Arabia Saudita, filo-occidentale e ricca
di petrolio, e altri paesi arabi essenziali al fabbisogno energetico dell’Occidente.
Sino alla crisi del Golfo la maggior parte degli americani ignorava persino
l’esistenza del Kuwait e non era a conoscenza dell’importanza della
sua produzione petrolifera: ciò non si prestava certo a mobilitare l’opinione
pubblica e la classe politica per intraprendere una guerra rischiosa. L’allora
presidente George Bush lanciò una campagna, ideata da un gruppo di consulenti
esperti in psicologia sociale e teoria delle decisioni, basata sull’uso
di un’analogia vincente (non importa se essa fosse propria o impropria):
Saddam Hussein venne paragonato a Hitler; l’invasione del Kuwait da parte
dell’Iraq all’annessione della provincia austriaca e all’occupazione
della Cecoslovacchia e della Polonia da parte della Germania nazista; i pacifisti
e gli indecisi a Neville Chamberlain, il primo ministro inglese che aveva riconosciuto
l’espansionismo tedesco col Trattato di Monaco; gli uomini di polso, decisi
a fronteggiare Saddam Hussein vennero paragonati a Franklin Delano Roosevelt
e a Winston Churchill; inoltre la lotta rappresentava lo scontro tra la dittatura
e la mancanza di libertà civili da un lato e i valori occidentali dall’altro.
La mobilitazione pubblica che seguì a questa campagna fu deliberatamente
lunga: i consulenti di Bush ritenevano infatti che il tempo consentisse di “incubare”
meglio l’atteggiamento interventista, potenziando il senso di disagio
e di vera e propria paura che pervadeva l’Occidente per la possibile costruzione
di una bomba nucleare da parte dell’Iraq e per possibili attentati (la
politica di attesa era anche legata al fatto che i militari avevano optato per
una tattica che comportasse l’accumulo di ingenti forze militari prima
dell’attacco – che venne sferrato nel gennaio del 1991 e terminò
nel febbraio dello stesso anno con la vittoria della coalizione occidentale
– altra decisione di tipo analogico basata sulla guerra del Vietnam e
sui tempi lunghissimi che aveva avuto).
{ Visualizzazione del problema, puramente mentale o in forma di disegni, schizzi,
grafici... Ad esempio, per sondare le diverse caratteristiche di un problema,
può essere utile praticare un semplice test che lo psicologo Edward de
Bono ha battezzato PMI: esso implica di cercare i punti positivi (“più”),
negativi (“meno”) e “interessanti” di una situazione,
valutandone vari aspetti. Per evidenziare la struttura di un problema si può
ricorre al metodo Ishikawa: esso consiste nel tracciare un diagramma a lisca
di pesce che mette in evidenza le diverse cause responsabili di un dato effetto,
magari in ordine di importanza. Volendo si può poi tracciare un diagramma
parallelo con i possibili interventi.
{ Inutile aggiungere che per essere maggiormente creativi è consigliabile
leggere un libro piuttosto che guardare la televisione!
ED ORA... METTIAMOCI ALLA PROVA!!!
Provate a congiungere i 9 punti con quattro linee rette senza mai alzare la matita dal foglio.
• • •
• • •
• • •
Suggerimento: provate a vedere i nove punti per quello che sono, semplicemente dei punti, e non dei punti che formano un quadrato. Se proprio non vi riesce, uscite letteralmente dall’immagine mentale del quadrato.