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Il karatè come percorso educativo - Andrea Riva

Introduzione

Quando incominciai il corso di “Educatore Sportivo”, per prima cosa mi fu chiesto di analizzare il termine di educatore contestualmente a sportivo. Non ricordo esattamente quale fu il mio pensiero del momento anche in funzione del fatto che mai mi ero posto prima un quesito del genere, nel senso anche di così capillare. Ora, in virtù di una certa consapevolezza raggiunta grazie a questo costante lavoro di riflessione e critica verso l’esterno, posso dire che il termine sportivo non limita il concetto di educatore, anzi ne rafforza le possibilità in quanto abbiamo in mano uno strumento (siamo tutti praticanti di un’arte marziale e ne siamo per lo più istruttori: judo e karate) ideale per concretizzare questo fine.
Ho recepito da questi incontri che non si può educare se non si lavora sul concreto.
Mi concedo un esempio banale che sintetizza questa affermazione. Per saper andare in bicicletta, vi è un momento teorico: questo è il freno, questi sono i pedali, le luci ecc.. Ne segue uno prettamente fisico relativo all’addestramento: stare in equilibrio. A questo punto uno pensa di saper andare in bicicletta. Esce in strada e alla terza pedalata…investito. Manca a costui la componente educativa che gli permette di vivere nel contesto che va oltre all’addestramento inteso solamente come impegno fisico alla ricerca, nello specifico, dell’equilibrio e di un minimo di coordinamento fra le varie azioni; per esempio: freno e contemporaneamente appoggio il piede per terra.
Il M° C. Barioli nelle sue “chiaccherate”, ci fece notare che le materie scolastiche basate sull’uso del corpo, prima fra tutte “educazione fisica”, sono quelle ideali ai fini educativi. Non a caso anche fuori dalla scuola si parla di educazione stradale, educazione sessuale, educazione civica, ecc. laddove si prospetta un comportamento fisico e reale che verte sul vivere nel contesto che ci circonda.


Finalità degli allenamenti

La palestra diventa il luogo dove al ragazzo viene fatta simulare* una situazione che poi lo stesso ritrova nel mondo che lo circonda. Attraverso la pratica del karate, questi si trova a vivere vari stati emozionali, naturali reazioni di qualsiasi individuo, davanti a particolari stimoli esterni.
Questi stati emozionali, le cui capacità di controllo sono conseguenza dell’arricchimento di certe virtù**, possono essere di varia natura: la paura, la capacità di adattamento, l’incostanza, l’altruismo, l’onestà, la lealtà, l’umiltà, ecc..
Occorre pertanto, affinché l’attività svolta risulti adeguata alle finalità perseguite, che il ragazzo venga preparato a far fronte alle difficoltà quotidiane, facendo leva sulla sua capacità ad eseguire certe tecniche, così che la sua “preoccupazione” si concentri nel superamento delle proprie difficoltà, generate dall’esercizio.
Non è difficile comprendere quindi, che l’esercitazione che si propone al ragazzo, sia preventivamente studiata dall’educatore al fine di fargli superare certi limiti o migliorare certi atteggiamenti già parte del suo bagaglio individuale.
L’arma più efficace che si ha per raggiungere tale scopo, è l’allenamento basato sul kumite (combattimento); infatti si dà luogo ad un vero confronto con un “avversario”. Non è comunque da escludere l’allenamento non di contatto quali il “kata” (sequenza di tecniche che rappresentano un combattimento contro più avversari) e “kion” (tecniche singole o in sequenza, comunque a blocchi isolati, ripetute). Ciò ci permette di improntare un allenamento dove gli aspetti sopra citati vengano dal ragazzo affrontati e, si auspica, superati. Il ragazzo si trova in una situazione ideale, galvanizzato dal fatto che, essendo questa una situazione propedeutica, non compromette la sua riuscita nel sociale; viene però mantenuto in essere l’aspetto reale, per es.: la paura di prendere un pugno sul naso è ben presente e produce comunque l’effetto desiderato.


* Simulare: riprodurre, ricreare, a scopo di esercitazione, situazioni o ambienti analoghi il più possibile a quelli reali.

** Virtù : disposizione dell’animo umano a seguire il bene ed a fuggire il male;
est., di qualunque buona disposizione; in senso concreto, persona virtuosa;
buona qualità, attitudine; forza d’animo, coraggio, energia interiore; proprietà
attiva, efficacia a produrre un determinato effetto.


Tipi di allenamento


Vediamo ora come tradurre in realtà le considerazioni ed i propositi sin qui considerati.
Ho pensato di prendere in esame, a campione, quattro “virtù” da perseguire riferendo, alle stesse, idonei allenamenti così da stimolare la crescita del ragazzo.
Dette virtù da affinare, sono:

la capacità di adattamento, l’umiltà, l’attenzione e la concentrazione.

Non sono entrato nel dettaglio delle tecniche da utilizzare nei singoli allenamenti. Mi sono preoccupato più che altro di originare dinamiche di confronto, tali da stimolare azioni e reazioni consoni alle finalità.
Le tecniche possono e devono essere variate in base al livello del ragazzo, perché un allenamento troppo tecnico inficerebbe il risultato educativo, nel momento in cui chi esegue l’allenamento non fosse padrone dell’esercizio; così come un allenamento troppo semplice, non darebbe il necessario coinvolgimento a ragazzi di buon livello.

Capacità di adattamento

Definizione: l’atto e l’effetto dell’adattare e dell’adattarsi; accomodamento, arrangiamento. (De Agostini) – L’adattarsi di esseri viventi a una condizione di collaborazione o di sopportazione reciproca. (Le Monnier)

Lo si può stimolare nel fare allenamenti a coppie con la prerogativa che ad intervalli abbastanza brevi, i ragazzi ruotino tra loro così da cambiare compagno. A parità di esercizio, che comprende un certo numero di tecniche, cambia l’antagonista; ogni ragazzo si trova, così, già nella condizione di dover far conto sulla propria capacità di adattamento, dovendo far fronte alle variabili che l’allenamento prevede.
La variabile più evidente è la differenza di statura (cosa frequentissima tra i ragazzi che raggiungono stadi di crescita differenti).
Per aumentare i presupposti all’adattamento, l’attaccante compie tre attacchi uguali, cambiando però la distanza o la profondità dell’attacco mentre il difensore compie tre parate prestabilite adatte ai tre diversi tipi di attacco.
Si allenano queste tre situazioni alcune volte, invertendo attaccante e difensore in modo che chi difende acquisisca un discreto automatismo. A questo punto si passa alla fase applicativa: chi attacca, si comporta liberamente e decide quando e, soprattutto, da che distanza attaccare, senza regole prestabilite, così da modificare palesemente la dinamica dell’esercizio.
Chi difende impiega la parata che più si adatta all’attacco subito.

Umiltà

Definizione: la qualità che consiste nel saper reprimere, rintuzzare i sentimenti di orgoglio e superbia. (De Agostini) – Virtù per la quale l’uomo riconosce i propri limiti, rifuggendo da ogni forma di orgoglio, di superbia, di emulazione o sopraffazione. Sentimento o atteggiamento di riverente sottomissione. (Le Monnier)

L’allenamento si compie a coppie che ruotano tra loro. In questo caso però l’allenamento è misto, tra ragazzi di diverso grado. Lo scopo è quello di far prendere coscienza a chi è di cintura superiore che non necessariamente è più “forte” del compagno di cintura inferiore. Il messaggio trasmesso, anche con una eventuale breve componente discorsiva, è che le variabili (tradotto in valori di vita: difficoltà) sono innumerevoli; infatti, il ragazzo più “abile” può non essere altrettanto efficace nei confronti di chi ha meno abilità di lui. Traducendo nel pratico, il ragazzo più impacciato e con meno conoscenze tecniche in quanto di grado inferiore, potrebbe avere un senso del tempo, una naturale predisposizione a che distanza porsi dall’”avversario” o altro ancora, che ne rendono l’azione vincente. Chi è di grado superiore si rende conto che non basta essere più “abile” come gesto, ma bisogna che questa sua abilità trovi terreno fertile nel suo saper far fronte alle varie insidie che compongono il confronto e con ciò avere l’umiltà di ammettere i propri limiti e far leva su questa consapevolezza per migliorarsi e ben porsi verso gli altri.


Attenzione e concentrazione


Definizioni: Attenzione: applicazione della mente su un determinato argomento: immedesimazione di ciò che si sta facendo. Concentrazione: il rivolgersi della mente a qualche cosa; come avvertimento di un eventuale pericolo. (De Agostini) – Attenzione: applicazione o concentrazione della mente e dei sensi sulla presenza o nell’attesa di un fatto. Concentrazione: intensa applicazione della mente su un solo argomento o soggetto; raccoglimento profondo. (Le Monnier)

Li ho accomunati, in quanto si possono considerare molto simili come stato mentale, atto al raggiungimento dello scopo. Entrambi gli stati coinvolgono sia gli eventi esterni che la propria persona. Pertanto con l’allenamento si possono coniugare entrambi gli aspetti.
Anche in questo caso l’allenamento si esegue a coppie, dove l’attaccante compie un attacco prestabilito, ma nel modo più vario possibile: con finte, distanze di attacco sempre diverse, il meno ritmato possibile, ecc.. Si ha così la massima attenzione nei confronti dell’attaccante da parte del difensore, il quale dovrà reagire il più tempestivamente possibile, compiendo la medesima tecnica.
L’allenamento si può compiere anche, sempre a coppie, dove i tempi d’azione, mai costanti, vengono segnalati dall’istruttore nei modi più svariati quali: un battito di mani, un comando verbale o altro.
In alternativa alla situazione di kumite (come menzionato nell’introduzione), si possono allenare dette virtù anche attraverso esercizi fondamentali, dove all’alzata di braccio dell’istruttore corrisponde l’esecuzione di una tecnica mentre ad un battito di mani ne corrisponde un’altra. Limitando a due varianti l’allenamento, non si rischia di sovraccaricarlo sotto l’aspetto memonico, stimolando principalmente l’attenzione e la concentrazione.