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Judo in carcere minorile - Alberto Mirabella
La tesi tratta dell’esperienza di un insegnante di Judo
all’interno di un Istituto Penale di Rieducazione Minorile: un banco di
prova estremamente interessante per il Judo-educazione, perché c’è
la reale possibilità d’incidere nella vita dei ragazzi.
Forse “il” banco di prova. Infatti le condizioni, in un certo senso
estreme, possono aiutare a mettere in luce i limiti e le potenzialità
dello strumento educativo Judo.
Da un punto di vista strettamente tecnico le condizioni in carcere sono ottimali.
I ragazzi hanno in genere capacità motorie non indifferenti ed una grande
capacità di osservare e ripetere velocemente i movimenti: capacità
che derivano da una vita da strada, in continuo movimento ed in continua attenzione.
Le lezioni devono quindi essere molto sostenute dal punto di vista fisico, sia
perché non è quella la platea adatta ai discorsi, sia per l’evidente
necessità dei ragazzi di muoversi.
Più importante della struttura tecnica della lezione è il lavoro
necessario per entrare in contatto con loro. C’è da fare un lavoro
indispensabile sulle dinamiche di gruppo tese a smantellarle e ricostruirle
nuove e più “sane”. E’ un punto cardine per poter fare
un corso di Judo: perché ti ascoltino è necessario instaurare
un rapporto in cui tu non sei uno di loro, ma non sei nemmeno un nemico: sei
uno degno di rispetto.
Il contesto comunque rende difficile fare insegnamento vero e proprio. Conta
moltissimo fare insegnamento silenzioso per colpire nel profondo.
Al di là della tecnica di insegnamento e delle strategie che l’educatore
sceglie di utilizzare, l’esperienza vissuta mette in luce un aspetto assai
più rilevante ed interessante. L’importanza del lato umano dell’educatore.
In un contesto di umanità così poco filtrata, così diretta,
così diversa dai canoni normali, così drammatica potremmo dire,
quello di cui deve dotarsi l’educatore, prima del bagaglio tecnico e delle
capacità didattiche, è una grande volontà e capacità
di rimettere in discussione se stesso e i propri valori, di smantellare i propri
pregiudizi, di allargare il proprio modo di essere. Di essere uno strumento
il più possibile funzionale: di presentarsi vuoto,cioè di essere
aperto e attento a tutto.
La tesi quindi da una possibile risposta all’eterno Koan :” Chi
educa l’educatore?”: prima di tutto se stesso, attraverso la propria
capacità di svuotarsi e di offrirsi al dare.