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Le gioventù oggi. Relativismo e pensiero debole - Carmela Marvello
C’è allarmismo nel mondo culturale. Papa Benedetto XVI ammonisce: “[…] il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi moderni […] Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie” (da Repubblica.it, testo dell’omelia del 18/04/05), o ancora: “[…] Ci troviamo di fronte ad un fenomeno incontrollabile: ogni campo del sapere sembra intaccato da un’epidemia che lascia poche speranze per il nuovo millennio. Si tratta del relativismo, struttura portante del cosiddetto “pensiero debole” che la modernità ha inflitto alla nostra civiltà diffondendolo sotto varie forme solo apparentemente cangianti come indifferenza, individualismo, soggettivismo…[…] (articolo di Rocco Vittorio Macrì sul pensiero debole).
Ma cos’è il cosiddetto
“Pensiero debole”?.
E’ una concezione filosofica basata sull'idea che non esistono principi
o verità assolutamente certi e immutabili, ossia indipendenti da ogni
momento storico.
L'affermarsi del pensiero debole può essere ricondotto ad alcuni fattori
che, ognuno nel proprio campo, ha contribuito ad indebolire la pretesa che esistano
fondamenti di un qualche tipo:
1) la scoperta di culture diverse
dalla nostra, con i loro specifici valori, codici morali e costumi, ha messo
in luce la relatività delle forme culturali rispetto a determinati stili
di vita.
2) la dissoluzione operata da alcuni filosofi.
3) la "crisi dei fondamenti" iniziata nel campo della logica e della
matematica ed estesasi successivamente allo stesso sapere scientifico.
Riconoscendo che le nostre credenze, i nostri valori, i nostri criteri di valutazione dipendono dalle particolari condizioni che contraddistinguono un dato periodo storico, il pensiero debole diviene essenzialmente il rifiuto di ogni concetto che si presenti come necessariamente valido e immutabile; nello stesso tempo, partendo dal presupposto che non esistono principi migliori di altri, accetta come pienamente legittimi i diversi punti di vista, le diverse verità "locali", e le varie tradizioni culturali, ponendoli su uno stesso piano di dignità.
Malessere ed incertezza sembrano
prevalere sul mondo giovanile moderno manifestandosi con atteggiamenti di disaffezione
verso le istituzioni, di sfiducia e scetticismo nei confronti del proprio futuro.
All’origine di questa confusione sta forse la forte accelerazione impressa
alle trasformazioni di tipo istituzionale (scuola, mondo del lavoro, famiglia,
ecc…) che la società italiana ha subito in un lasso di tempo troppo
breve per metabolizzarle.
Essendo quindi il nostro un tempo di profondi mutamenti legati al processo di
modernizzazione, sembra si debba partire da questo per capire di considerare
il mondo dei giovani non come un “problema”, ma come il risultato
dei nostri tempi, la loro condizione è quindi il frutto della cosiddetta
modernità avanzata, o postmodernità, come la si voglia chiamare.
Una società, o un “tempo” dunque che pone costantemente l’individuo
sotto pressione.
A questo proposito sono venuta casualmente
in contatto con una psicologa esperta in supporto psicologico alle donne in
gravidanza: “In una società consumistica come la nostra, viene
diminuito, abbandonato o messo in secondo piano tutto quello che è l’aspetto
emotivo della maternità, cioè vengono visti gli aspetti pratici:
la madre aspetta sì un figlio ma deve anche fare i conti con il lavoro,
a cosa farà dopo, a come organizzarsi con i nuovi tempi che il nascituro
imporrà, se rientrerà o meno al lavoro, se i soldi basteranno
e le spese da affrontare, il nido o a chi affidare il piccolo, ecc… ecc…
Tutto quello che fino a qualche decennio fa era il nocciolo essenziale, vale
a dire l’aspetto emotivo, è passato in secondo piano: il fatto
cioè che si passa da essere donna a essere anche madre.
Tutto questo cosa comporta? Fa esplodere alcuni grossi conflitti che si vedono
poi sui giornali: dal caso di Cogne a quello della madre che sognava di fare
la modella e che ha affogato il figlio in una bacinella d’acqua, a casi
estremi di questo tipo che non sono altro che la punta di un iceberg e di un
malessere diffuso in cui la società di oggi non riconosce più
il ruolo della madre come persona da proteggere e da aiutare.
La madre aspetta un figlio e sono problemi suoi il come potrà gestirsi
da un punto di vista economico, il come risolvere il problema dei tempi che
potrà o meno riuscire a modificare”.
E lei ne è sicura: “Questi non saranno casi isolati”.
Utile alla comprensione del quadro che si va delineando può essere l’accenno alle mutate condizioni economiche determinatesi alle soglie degli anni Ottanta (recessione, aumento dell’inflazione, crescita della disoccupazione, crisi degli alloggi, e così via), che avevano posto un freno alla ribellione che si era andata delineando dagli anni Settanta in poi, costringendo i giovani a rivalutare la famiglia in senso positivo e, quindi, ad un ritorno ad essa.
Da allora i cambiamenti si sono velocizzati fino alla situazione attuale in cui la coabitazione genitori-figli si è notevolmente prolungata. Ci dicono infatti le statistiche che il 50% dei giovani trentenni di oggi abitano ancora con la loro famiglia di origine, così che la famiglia è spesso composta da due generazioni di adulti. Questo fenomeno si spiega alla luce di alcuni fattori: il prolungamento dell’istruzione, le precarie condizioni del mercato occupazionale e la conseguente difficoltà a reperire un lavoro, la disoccupazione, tutto questo costituisce un potente elemento “destabilizzatore” nel percorso dei giovani, cioè all’arrivo a quella transizione che porta alla fase adulta. Per non parlare di quel “vuoto ideologico” nel quale i giovani di oggi sono completamente calati.
François La dame, autore del
libro “Gli eterni adolescenti”, afferma che “per molto tempo
l’ingresso nell’età adulta è stato accompagnato da
riti di passaggio, di carattere pubblico, che contribuiscono a definire lo statuto
del nuovo venuto nel mondo adulto. Grazie all’insieme delle funzioni che
ricoprivano, questi riti erano evidentemente al servizio della costruzione dell’identità.
Questi riti sono scomparsi dall’ambiente socioculturale contemporaneo.
E cosa troviamo oggi al loro posto? Molti giovani che trascinano un’adolescenza
che sembra non finire mai”.
Vi è quindi un generalizzato rinvio dei passaggi principali dall’adolescenza alla vita adulta: uscita di casa, nuova unione, eventuale assunzione di ruoli genitoriali.
Ma cerchiamo innanzitutto di capire quali sono le fasce di età nelle quali iniziano a manifestarsi i problemi.
Riportiamo un’intervista fatta ad uno dei parroci della mia città (Magenta) che per sua natura e vocazione è a contatto con varie categorie giovanili e che comunque ha officiato non solo in periferia ma anche a Milano e non è quindi estraneo ai problemi della grande metropoli.
Parroco: “I giovani sono una
cosa, gli adolescenti un’altra ed hanno problemi diversi. L’adolescente
in genere studia, non ha la preoccupazione del lavoro, della casa, mentre il
giovane tende comunque, anche se non studia, a lavorare. Sono disagi diversi.
Il relativismo negli adolescenti è, tra virgolette “relativo”
mentre è molto più spiccato nei giovani. Questi nel momento in
cui escono dalla scuola devono adattarsi e per loro diventa tutto relativo:
è relativo ad esempio lo studio che hanno fatto; studiano da maestri
e diventano muratori.
L’adolescenza oggi viaggia su età che non sono indifferenti. Da
un punto di vista psicologico l’adolescente ormai è legato, ad
andar bene, a 27/28 anni. A partire da questa età si dovrebbe avvertire
il desiderio di uscire, se non avviene è perchè sta bene dov’è,
coccolato”.
Carmela: “Effettivamente l’uscita
di casa si è allungata.
Parroco: “Esatto, e questo evidentemente provoca, da un punto di vista
psicologico, un ritardo.
E’ molto più facile che sia l’adolescente ad aver voglia
di uscire di casa che non il giovane. Quante volte l’adolescente afferma
che a 18 anni se ne andrà di casa ma poi non si muove neanche se lo si
picchia. Con loro però è evidente, ma un giovane di 25/26/27 anni
non si pone oramai il problema di uscire. Ho visto ieri una coppia e gli ho
chiesto perché non si sposavano. Risposta: “perché io sto
bene a casa mia e l’altra sta bene a casa sua”.
Carmela “Questo è un
ritardo anche nella presa delle responsabilità”
Parroco: “E’ vero, però l’età è quella.
Hanno 28/29 anni, e se sono ancora legati così alla famiglia, al nucleo
famigliare e perché è comodo: non hanno responsabilità,
non hanno niente, e cosa fanno? Fanno quello che vogliono, per forza, ma quello
che vogliono comunque ha alla base l’insoddisfazione. Essendo sempre insoddisfatti,
non avendo mai un punto di soddisfazione loro, l’insoddisfazione stessa
li porta a cercare di tutto. Quando tu sei insoddisfatto cerchi di tutto per
uscirne.
Carmela “…Non hanno quindi
niente in cui credere”
Parroco: No, e non ce l’hanno perché hanno tutto. Il problema è
che avendoli coccolati continuamente, avendoli tirati su sempre con questa attenzione
estrema dove i genitori si sono sempre sostituiti in tutto a questi ragazzi,
e li sostituiscono in tutto! Se devi andare a prendere una cosa vanno loro,
se devi fare una cosa vanno loro, fan tutto loro, i genitori, non gli fanno
fare nessuna fatica. Mi continuano a dire che sanno di sbagliare ma nonostante
lo dicono non fanno mai niente per modificare le cose.
Dire i “no” è difficile, però bisogna dirli e farlo
vuol dire mettersi in contrasto con loro, e così non lo fanno, hanno
paura del conflitto ma non capiscono che è l’unico modo, a livello
psicologico, per crescere”.
Mi è successo recentemente
in palestra: ha telefonato un padre e chiedeva informazioni sui corsi che avrebbe
potuto frequentare suo figlio. Ebbene, il padre parlava e chiedeva al figlio,
evidentemente dietro di lui, che cosa avrebbe voluto fare…non poteva far
parlare lui?
Ancora, una madre mi si avvicina in segreteria con suo figlio, avrà avuto
16/17 anni, ed inizia a chiedere informazioni, allora io mi rivolgo direttamente
al figlio (il discorso riguardava lui) e devo dire che sapeva benissimo cosa
voleva anche se la madre interrompeva continuamente, intromettendosi. Allora,
volutamente, ho iniziato a rivolgermi esclusivamente al ragazzo, e solo allora
la madre è rimasta zitta!
Riprendiamo:
Parroco: “Allora evidentemente non si hanno più spazi per crescere,
perché la crescita richiede sia la scelta sia la responsabilità
della scelta. Quando non si hanno più né scelta né responsabilità
della scelta che succede? Perché devi crescere allora? Rimani comunque
insoddisfatto, devi trovarti qualcosa da fare e allora vai a cercare le cose
più sceme, più stupide, ma hai comunque paura perché stai
facendo cose che non sono quelle tra virgolette normali e regolari. Per ovviare
a questo allora che fai? Ti aggreghi. Il gruppo nasce così, il branco
nasce così. Una volta il branco nasceva per crescere cioè si cresceva
insieme perché ci si spalleggiava, adesso invece il branco nasce per
paura”.
Sempre traendo spunto dal libro di Ladame, riporto un punto focale per capire l’importanza di avere una personalità ben definita: “Per riuscire a restare noi stessi in mezzo agli altri e non perdersi, è necessario sapere chi siamo e sentirci sicuri che resteremo noi stessi anche mescolandoci agli altri. E’ dunque necessario che si sia formata una propria personalità”.
Parroco: “Leggevo un articolo sul giornale dell’altro giorno, un’inchiesta seria, riguardava Milano, dove è risultato che le prime esperienze sessuali delle ragazze sono a 13 anni. Questo è un dato significativo, vuol dire che hanno già provato tutto, addirittura questa esperienza, ma non perché è sessuale, per carità non è questo il punto”.
Commento: nulla mi toglie il pensiero che le ragazze oggi vengano fatte crescere sempre più in fretta.
Parroco: “E’ capitato di aver visto ragazze di 14 anni che, entrando nel bar dell’oratorio che frequentano, hanno chiesto un Bacardi e, a canna, se lo sono bevuto tutto. Io non me ne sono accorto altrimenti sarei intervenuto”.
(nota: è comunque da incolpare anche chi gliel’ha venduta la bottiglia. E’ capitato anche a noi, eravamo in gelateria e tre ragazzi, di cui solo uno, pensiamo quello designato dal gruppo, ha chiesto l’alcolico. La barista si è rifiutata di venderglielo).
Parroco: “Altro fatto: quest’estate ragazzine di 15/16 anni, penso che l’età sia quella, non le conoscevo, erano fuori al tavolino con una bottiglia di vino e quattro bicchieri. Mai viste queste cose ma non perché mi impressionano, però mi interrogo e mi domando: le esperienze le hanno a 14 anni, bevono alcolici, fumano come delle belve. Sono cose che cercano perché non hanno più niente da cercare e purtroppo le trovano negli angoli più remoti, nella spazzatura. E’ l’unico modo in cui loro possono sentire anche se ne hanno paura perché comunque non sono scemi, sanno che quello che fanno è sbagliato e per darsi man forte cercano il branco. Una volta vedevi le ragazze in giro a gruppi di 2/3, erano le amiche del cuore, ora arrivano a gruppi di 7/8, ed hanno un’omologazione pazzesca in fatto di vestiti: cambia solo la taglia. Però questi sono gli adolescenti.
Per i giovani è diverso. Inizia ad avere le prime preoccupazioni perché non trova lavoro. L’adolescente va a scuola, il suo binario è segnato mentre il giovane il binario, una volta finiti gli studi, non c’è l’ha più. Devono far domande ma la cosa sconvolgente e che non riescono a fare neanche quello! Vengono da me per farsi fare il curriculum. Perché devono iniziare a chiedere in prima persona. Ma vi siete mai accorti che vengono i genitori a chiedere i documenti, che ne so per sposarsi o per il battesimo? Mandano i genitori per informarsi su cosa bisogna fare per potersi sposare, allora io li rimando a casa e chiedo di vedere i loro figli: mi rispondono sempre che non hanno mai tempo però il sabato e la domenica, chissà perché lo trovano sempre per andar via a godersi il week-end. Comunque, non è detto che questa sia la verità, però questa è la mia impressione. ”
Quindi i genitori non sono esenti
da colpe. Nel descriverli, Bernardi, nel suo libro “Adolescenza”
elenca tre categorie: il genitore autoritario, il permissivo e l’iperprotettivo.
Cito: “il genitore permissivo è generalmente compiaciuto di sé
stesso: è contro la violenza dell’autoritario, è tollerante
e comprensivo, democratico. Il suo comportamento è esemplare e al di
sopra di ogni critica. Egli concede permessi e licenze , non proibisce nulla.
E’ un genitore ideale!”
Aver a che fare con gli adolescenti è difficile lo sappiamo, ma prendere
questa soluzione, la più facile, è “un volontario esilio
dal posto di genitore”.
“Il genitore iperprotettivo è colui che non lo lascia mai e che
ritiene indispensabile la propria presenza in tutti gli attimi e in tutti gli
aspetti della vita del figlio”
Quindi genitori iperprotettivi, permissivi, incapaci di dare, o aver dato loro gli strumenti per aiutarli a crescere ed affrontare il mondo, i giovani finiscono per “rincorrere il divertimento per estraniarsi da una realtà difficile da capire e da vivere. Racchiusi nel “paese dei balocchi”, dove tutto è dovuto, sono attratti dalle sirene della materialità” (per citare un articolo di Giuseppe Pellegrini tratto da “Il malessere giovanile”).
Subiscono oltretutto, ma non solo loro, un bombardamento di informazione e comunicazione esagerato che porta ad un’enfatizzazione esasperata del consumismo: tutto ciò che il giovane decide è prettamente su base individuale e finalizzata al conseguimento di interessi personali che non fa altro che portare ad atteggiamenti egoistici. La priorità sembra essere l’immediata soddisfazione dei propri desideri, quindi ben lontani sono gli obbiettivi di lunga durata.
Per un buon inserimento societario
mantenere uno status, l’apparenza fisica sono fondamentali.
Da un sondaggio risulta che, dal 1997 vi è stata una crescita nel numero
di praticanti di discipline sportive quali fitness, aquagym, potenziamento muscolare
e discipline orientali.
Finita la parentesi scolastica, i giovani non fanno altro che trovare un mondo disordinato dove faticano a trovare valori autentici, dove tutto è mutevole. Le nuove forme occupazionali se da un lato hanno tentato di dare una soluzione al problema, dall’altro l’hanno reso precario. Per i giovani che comunque vogliono intraprendere una loro vita, ottenere, che so prestiti diventa alquanto difficile senza le garanzie dei genitori; un cordone ombelicale che non si riesce a recidere.
In questo quadro sembra che anche
gli adulti ne siano contagiati.
Possibili soluzioni? In un mondo così frenetico, così insensibile,
se fosse possibile augurerei di rallentare i ritmi per cercare di capire cosa
sia veramente importante.
Fonti:
§ “I giovani nella “modernità
avanzata. Verso una nuova silent revolution?” saggio di Marisa Ferrari
Occhionero
§ “Il malessere giovanile” di Giuseppe Pellegrini
§ “Gli eterni adolescenti” di François La dame
§ “Adolescenza” di Marcello Bernardi
§ La rivista on-line “Nonsolofitness”
Ringrazio Don Walter, parroco della parrocchia Sacra Famiglia di Magenta per la sua disponibilità