Ti trovi in: Home page Judo-Educazione --> Judo --> Corso istruttori - testi di studio e tesi finali --> Tesi
Discussione su discipline di combattimento ed estetica - Marco Isidori
N.B. La tesi completa di immagini può essere scaricata (formato doc per word circa 6 Mb) al seguente indirizzo: www.judo-educazione.it/aise/tesi/tesiIsidori.doc
Introduzione
Vorrei dimostrare
come il senso estetico può influire nella ricerca della forma e come può servire
alla concretizzazione dell’efficacia in relazione alla funzione, portando alcuni
esempi di: arti visive, musica, architettura, architettura militare evoluzione
delle armi e della tecnologia militare. Ma anche, come il senso estetico, può
condizionare la funzionalità del manufatto, e conseguentemente la forma, con
“intuizioni” che si rivelano talvolta decisive e determinanti sia nella progettazione,
che nella realizzazione. Forma e funzione che “armonizzano” attraverso il senso
estetico; per cui senso estetico come “equilibrio” che consente la realizzazione
di prodotti “razionali e affascinanti”.
Soprattutto come il senso estetico, riesce ad influenzare la ricerca della forma
e dell’efficacia nelle discipline di combattimento (Judo): relazione, nel processo
“Kata–Randori” tra “immagine mentale” e senso estetico e nella ricerca dell’ippon,
quando è richiesto uno stato di purezza che implica la “comprensione del bello”
in corpo, mente e cuore.
Per arrivare a definire il senso estetico in funzione dello sviluppo della “personalità”
dell’essere umano, attraverso esempi di “individualità” che hanno dimostrato,
con le azioni della propria vita, un fascino ed una poesia rilevanti, indipendentemente
dal fatto che agissero secondo principi condivisi da una morale comune o in
aperto contrasto con questi. Rilevando pertanto, che l’estetica della vita,
trascende il bene e il male e la purezza che richiede l’azione non può coesistere
con preclusioni dogmatiche o altre fissazioni della mente.
Un esempio, che vorrei presentare, in quanto a mio parere, ha personificato
tutto questo, è il comandate afghano Massud “il Leone del Panshir”.
Appassionato di poesia e fautore di una spiritualità dell’Islam Massud, è stato
il capo carismatico dell’opposizione ai Sovietici prima e ai Talebani poi e
ha combattuto fino alla morte, per oltre venti anni dimostrando, senza per altro
una preparazione specifica e specialistica, con una incredibile personalità:
coraggio, determinazione e nobiltà d’animo. Come recita Michael Barry nel suo
libro dedicato a Massud : Credo che Massud appartenesse a quella specie politica
molto rara che viene definita, con termine platonico, dei re filosofi, cioè
di quei condottieri capaci di assumersi le responsabilità del comando e al tempo
stesso di meditarne le finalità, non guidati da ambizione o vanità personale,
ma da spirito di sacrificio e compassione. In breve ciò che i nostri gesuiti
amavano definire, con un paradosso filosofico, la contemplazione attraverso
l’azione.
Contesto: significato e funzione
Pochi sono gli oggetti che l'uomo ha fabbricato senza tener conto delle loro qualità estetiche. Una ricerca, quasi universale e probabilmente innata, di simmetria e di modellatura, è riconoscibile anche nei più semplici oggetti d'uso prodotti dagli artigiani. Le loro decorazioni non sono mai prive di scopo. Rispondono a due impulsi umani fondamentali, quello di imporre l'ordine alla natura e alle sue forme e quello di affermare l'individualità sottolineando le differenze tra un essere umano, o un gruppo, e un altro. Gli oggetti vengono fabbricati e decorati secondo le preferenze per certe forme e colori che si sono affermate all'interno di un gruppo sociale, come parte del suo tradizionale modo di vivere. Un esempio tipico sono gli scudi. Se ne trovano in ogni cultura e in tutta la storia dell'umanità. Tuttavia, nonostante la loro semplice ragione d'essere, differiscono nella forma (tondi, ovali, esagonali ecc.) assai più di quanto farebbero pensare la loro funzione o il loro medium — cioè i modi di combattere o i tipi di materiali adoperati —. Una particolare forma di scudo poteva essere usata e letta come segno caratteristico di un gruppo, di una tribù o di un clan. Anche il colore era spesso usato con gli stessi fini — nonché per indicare il rango di chi lo portava — e così dicasi per i disegni figurativi, per esempio i blasoni dell'araldica europea. Spesso però avevano anche un altro obiettivo, di protezione magica. Così, su uno scudo riprodotto su un mosaico ravennate del VI sec. DC c'è un simbolo cristiano. Più difficile da interpretare è la decorazione di uno scudo delle isole Trobriand in Melanesia, che aveva quasi certamente un significato magico. Apotropaici — cioè intesi a tener lontano il maligno — erano anche vari altri tipi di pitture e di sculture — per esempio i grandi lamassu dei palazzi assiri o le ghignanti gargouilles delle chiese gotiche.
Arte come mestiere
Arte, artigianato e tecnologia sono tre termini che raramente hanno avuto significati differenti come in Occidente dopo il '500. La creazione di un manufatto dipende sia dall'abilità individuale sia dalla competenza tecnica. Un recipiente in ceramica, come un tempio, una pittura o una statua, richiede coordinazione tra idee formali e decorative, destrezza nell'uso di materiali grezzi e dominio delle tecniche che ne assicurano la durevolezza. In tutti gli utensili e gli edifici, tranne che in quelli più semplici, c'è comunque una tensione tra fini e mezzi, tra l'«idea» e le capacità necessarie per esprimerla e darle forma.
Architettura
Dimensioni e materiali
non sono meno significanti in architettura. Un edificio più grande di quelli
che gli stanno vicini, o eretto su una piattaforma, esprime un'importanza che
può essere ulteriormente sottolineata dall'impiego di materiali particolari.
Le dimensioni delle case e le loro decorazioni esterne sono state spesso regolate
da leggi a seconda delle classi sociali cui erano destinate. Il bisogno di un
riparo è solo un punto di partenza, e in quasi tutte le società e le culture
l'architettura si è soprattutto preoccupata di fornire un ambiente per le attività
umane, il che comporta la manipolazione dello spazio oltre che dei volumi, in
risposta alla necessità di un ambito spaziale definito entro il quale possano
« trovar posto », letteralmente e metaforicamente, le azioni dell'uomo. La planimetria
di un insediamento corrisponde all'idea che hanno i suoi abitanti dei rapporti
tra di loro e con le forze esterne. L'ordine è instaurato dalla pianificazione
e una pianta a scacchiera è stata spesso adottata dagli Stati assolutistici,
dove la proprietà terriera era prerogativa del sovrano, che la suddivideva equamente
tra i sudditi (ma è stata usata per motivi di comodità anche nelle nuove città
dell'antica Grecia e dell'America coloniale). Assi nettamente segnati incanalano
il movimento verso una meta, o da un punto centrale verso l'esterno. Assai spesso,
e in varie parti del mondo, singoli edifici e intere città sono stati anche
orientati secondo fenomeni astronomici (l'alba e il tramonto o i movimenti delle
stelle), per conservare l'armonia tra la vita terrena e i cieli. L'asse ovest-est
delle chiese cristiane ha un significato cosmico che s'accompagna al simbolismo
del cammino del credente dall'iniziazione alla salvezza e alla vita eterna.
Questa organizzazione spaziale fornisce, per così dire, la grammatica di un
linguaggio architettonico. I significati simbolici sono espressi dalle forme
e dai motivi. I tetti a cupola per esempio, riservati di solito alle costruzioni
regali e religiose, rispecchiano l'emisfero della volta celeste, come mostrano
spesso chiaramente le decorazioni degli interni. L'articolazione della massa,
vale a dire la divisione e la contemporanea integrazione di parti interdipendenti,
crea effetti come quelli di un movimento processionale lungo una fascia orizzontale
o di una verticalità protesa verso il cielo. In tal modo un edificio acquista
un'espressione, o un carattere architettonico, entro il campo spaziale che esso
domina o che contribuisce a definire.
In architettura, due sono i metodi di costruzione fondamentali: con pilastri
che sorreggono elementi orizzontali o architravi, e con muri attraversati da
aperture. I templi egizi e greci sono gli esempi più eminenti dell'architettura
a pilastri e architravi; i muri sono semplici riempimenti tra un pilastro e
l'altro. Egizi e greci, tuttavia, realizzavano anche costruzioni in muratura.
In tempi remoti, e in luoghi diversi, si scoprì che gli spazi potevano essere
completamente coperti facendo sporgere ogni corso orizzontale del muro appena
oltre quello inferiore in modo da formare una volta o una cupola.
Nelle costruzioni si sono così sviluppate infinite soluzioni formali per la
realizzazione degli elementi tecnici necessari alla realizzazione di un edificio,
sintetizzando le necessità funzionali con i materiali disponibili e i significati
che si volevano attribuire all’oggetto. Ne sono testimonianza le incredibili
varietà di tetti, volte, cupole, pareti e aperture realizzate in varie epoche
da culture lontane e in luoghi diversi.
Particolarmente nell’architettura militare si nota come le funzioni trovino
estrema sintesi nelle forme, e come queste ultime risultino comunque emozionanti
e belle, anzi è sorprendente quanto lo studio rigoroso delle esigenze di difesa
riesca a trovare soluzioni così notevoli: è il caso delle fortezze, dei castelli,
delle cinte murarie e dell’evoluzione degli stessi conseguentemente alle rinnovate
esigenze di difesa e delle nuove tecniche militari. Significativo è il passaggio
alle armi da fuoco (nella seconda metà del 1500), quando la difesa dalle artiglierie
porta all’invenzione del bastione e alla costruzione di nuove forme appuntite
o rotondeggianti, al fine di evitare o limitare i danni dei proiettili da cannone.
Non esistono prove fondate dell’influenza esercitata dall’architettura giapponese
nell’architettura moderna europea, ma le osservazioni di Gropius e Le Corbusier
nelle loro rispettive visite in Giappone sono estremamente significative.
Walter Gropius scrive:
La casa tradizionale giapponese è così sorprendentemente moderna in quanto offre
soluzioni perfette, antiche di secoli, a una serie di problemi che gli architetti
occidentali contemporanei si trovano ancora a dover risolvere: l'assoluta flessibilità
delle pareti mobili sia esterne che interne, l'intercambiabilità e la multifunzionalità
degli spazi, il sistema modulare applicato a tutte le parti dell'edificio, la
prefabbricazione. In Giappone, è ancora possibile acquistare tutti i componenti
di una casa di legno e assemblarli in situ. La flessibilità d'uso di questi
elementi è tale che possono soddisfare contemporaneamente i requisiti in apparenza
contraddittori di uniformità e di differenziazione del binomio forma-espressione.
La continuità che ne consegue è sempre indicativa di uno sviluppo culturale
profondo e ramificato.
Il rapporto interno-esterno tra casa e giardino, "scoperto" così di recente
dall'Occidente, in Giappone era una delle principali preoccupazioni già secoli
fa. Aperture, terrazze e verande erano studiate tenendo conto del paesaggio
e delle prospettive lontane e vicine. Per la maggior parte i giardini erano
progettati per esser osservati dalle terrazze che circondavano le case o i templi.
Queste terrazze in legno liscio e lucente sono protette da una tettoia e sopraelevate
mediante sostegni in legno che le isolano dall'umidità della stagione piovosa.
Le persone che vi siedono e i bimbi che vi giocano possono guardare il giardino
che dischiude un universo ricco di fantasia e invenzioni. Il giardino è accessibile
dagli ambienti interni attraverso porte scorrevoli. Una delle caratteristiche
più interessanti e moderne della casa giapponese tradizionale è proprio la vista
sul giardino, dalle diverse stanze e con differenti angolazioni.
I paesaggi artificiali e i giardini giapponesi sono così straordinariamente
belli in ragione della profonda comprensione della natura che ha sempre improntato
la cultura di questo paese. A mio parere, a questo approccio in futuro verrà
riconosciuto un valore assai maggiA?ore di quello che prevale in Occidente finalizzato
alla conquista e allo sfruttamento.
Una cartolina venne inviata da Walter Gropius nel giugno del 1954; era indirizzata
al recapito privato di Le Corbusier, a Parigi.
Ciò che Gropius scrive a Le Corbusier, meglio di ogni altro documento consente
di percepire lo stupore profondo e l'entusiasmo che la visita a Katsura e alle
altre costruzioni di Kyòto avevano prodotto in lui, e spiega il modo in cui
egli osservò questi straordinari monumenti, interpretandoli quali espressioni
(e, pertanto, esplicite conferme della loro fondatezza) dei medesimi valori
che avevano costituito la premessa del lavoro che aveva compiuto nel corso della
sua vita. Da questo punto di vista, la conclusione cui Gropius perviene, dopo
aver visitato Katsura, e che riassume quando afferma che l'architettura della
villa imperiale era in perfetta sintonia con le idee che avevano ispirato il
Bauhaus, non è diversa da quella cui era arrivato, una ventina d'anni prima
e con ben altra cognizione di causa, Bruno Taut.
Un anno dopo Gropius, nel 1955, anche Le Corbusier visita Katsura. Una pagina
del Carnet è dedicata a Katsura; due schizzi si soffermano su altrettanti aspetti
del giardino e sono accompagnati da parole eloquenti: '"Villa imperiale' Kyòto
'Katsura' Sugi - goké - la mousse des Jardins 'mousse de cyprès' parce que ca
en a l'aspect a importer si possible pour beton arme sur forme" e "1 grosse
pierre sert de perron". Tra queste note è isolato un terzo schizzo il cui significato,
a volte, è stato frainteso; il piccolo disegno, rappresenta una stanza con i
tatami numerati ed è accompagnato dalle parole: "la chambre a coucher du prince
a 4 tatamis - les murs - le tatami = 96 x 192 - ! ! ! la princesse est modeste".
Anche Le Corbusier, dunque, era rimasto colpito dalla frugalità dei principi
che risiedevano a Katsura. Nel prenderne nota, aveva affidato a tre punti esclamativi
la registrazione del suo stupore. Lo stesso stupore che Gropius aveva provato
prima di lui e di cui aveva voluto rendA?erlo partecipe, dopo la visita alla
villa dei "principi modesti".
giugno 1954 Mr Le
Corbusier
24 Nungesser et Coli
Molitor (Auteuil)
Paris France
Caro Corbu, tutto ciò per cui abbiamo lottato ha il suo parallelo nell'antica
cultura giapponese. Questo giardino di roccia dei monaci Zen del tredicesimo
secolo – pietre e ciottoli bianchi rastrellati - potrebbe essere stato disegnato
da Arp o Brancusi - un inebriante angolo di pace. Saresti entusiasta quanto
me in questo resto di colta saggezza vecchio di 2000 anni! La casa giapponese
è la migliore e più moderna che io conosca e autenticamente prefabbricata. Spero
tu stia bene. Saluti a te e alla signora.
Tuo Gropius
Scultura
Anche la scultura
si basa su due tecniche fondamentali: la modellatura e l'intaglio. E poiché
la prima consiste nel trasformare creta o altri materiali malleabili e la seconda
nel ridurre un pezzo di pietra o di legno, si è parlato di processi additivi
e sottrattivi. Il lavoro di chi intaglia e scolpisce è condizionato dalle caratteristiche
naturali, dalla forma e dalla consistenza dei materiali usati, oltre che dall'efficienza
degli strumenti con cui li modella. Il cilindro di un tronco d'albero, come
una gabbia invisibile, racchiude una statua scolpita da un unico pezzo di legno
e la rettangolarità di un blocco di pietra, staccato da una cava, determina
nello stesso modo la forma di una figura, come è soprattutto evidente quando
lo scultore inizia il suo lavoro tracciandone i contorni sulle quattro facce.
La durezza o la friabilità della pietra determina il livello di delicatezza
con cui può essere lavorata. Gli scalpelli e i trapani di ferro, usati in Occidente
dal I millennio AC, alleviarono di molto la fatica dello scultore aprendo nuove
possibilità, specie nella lavorazione dei sottosquadri, oltre a provocare un
aumento della produzione. Senza il loro aiuto però, alcune delle statue più
finemente lavorate erano già state scolpite nelle più dure delle pietre nell'antico
Egitto. E con il legno effetti assai complessi e delicati si sono spesso raggiunti
utilizzando gli attrezzi più elementari — semplici scaglie di pietra e conchiglie
marine in Melanesia.
Le proprietà dell'argilla e di altri materiali malleabili condizionano chi li
modella. Non esiste forma, che vada oltre i grumi in cui si deposita per natura,
che si possa tenere assieme senza uno scheletro o un'armatura di legno o di
metallo. Le figure d'argilla hanno breve vita se non le si cuoce sino a indurirle
in un forno, di cui bisogna controllare il calore per evitare spaccature. Nella
seconda metà del III millennio si scoprì in Mesopotamia la possibilità di ottenere
una versione metallica duratura di una statua d'argilla col metodo di fusione
del bronzo a cera perduta. Poiché le forme di bronzo fuso pesano assai meno
dei pezzi equivalenti di pietra (specie del marmo e delle altre pietre a grana
fine preferite dagli scultori di tutte le culture e di tutte le epoche) e hanno
anche una certa elasticità, il materiale permette una gamma più ampia di effetti
formali. Le sculture in pietra, per stare in piedi, devono essere colonnari,
cubiche o piramidali — non si possono distanziare le gambe di una figura eretta
se non si aggiunge un terzo supporto. Per quelle in bronzo è invece possibile
pervenire a un equilibrio delicato, anche se precario. Effetti di straordinario
naturalismo si sono ottenuti con sculture di terracotta e di bronzo in varie
parti del mondo, e gli scultori hanno spesso tentato di emularle modellando
forme in argilla e copiandole poi in pietra.
Pittura
Il solo problema tecnico paragonabile che si devono porre i pittori riguarda il fissaggio dei pigmenti su un fondo, usando macchie di colore destinate a essere assorbite (come nell'affresco e nell'acquerello) o mescolando le polveri colorate con una sostanza agglutinante (il tuorlo d'uovo per la tempera, vari oli per la pittura ad olio). In una pittura ci sono di solito tre strati: una patina di pigmenti, un fondo preparato e un supporto che può essere una parete rocciosa, un muro o un pezzo di materiale trasportabile, come il legno o la tela. I vari tipi di supporti e di fondi, nonché la gamma dei pigmenti disponibili, le loro proprietà e la consistenza delle sostanze agglutinanti, condizionano l'arte del pittore. I mosaici figurativi e gli arazzi impongono restrizioni maggiori, e per secoli sono stati valutati in Occidente più delle pitture. Ognuno dei procedimenti di stampa — da tavolette di legno intagliate (xilografie), da lastre metalliche incise (calcografie) o da disegni su pietra (litografie) — ha le sue possibilità e i suoi limiti. Ma è significativo che solo al suo impiego per l'illustrazione scientifica il procedimento di stampa deve una propria evoluzione, come tecnologia. Nell'Europa del '500 le incisioni su lastre di rame, con le loro linee sottili e uniformi, soppiantarono le xilografie per le carte geografiche e per le illustrazioni dettagliate e precise di piante e d'animali nei libri di storia naturale. Lo stile con cui un soggetto viene dipinto (o scolpito) dipende sia da modalità d'espressione tradizionali sia da modi di vedere personali, sia dai materiali e dalle tecniche a disposizione sia dalla capacità di servirsene da parte del singolo artista. Influenze di culture diverse hanno condizionato costantemente l’evoluzione stilistica delle arti, ma un fenomeno estremamente significativo è quello che nella seconda meta del 1800 viene definito:
Japonisme
Le stampe giapponesi
alterarono drammaticamente il corso dell'arte occidentale della seconda metà
dell'800. Furono il catalizzatore che aiutò i pittori a sfuggire al fascino
della tradizione classica, a liberarsi dell'autorità degli antichi maestri e
a cercare nuove concezioni artistiche, nuovi modi di vedere. «Quando le guardo
—scriveva Edmond de Goncourt nel 1863 — penso all'arte greca, noia nella perfezione,
un'arte che non si libererà mai dalla maledizione dell'accademismo». Le stampe
giapponesi svolgevano di solito soggetti popolari, se non addirittura volgari,
avevano punti di vista eterodossi ed erano insieme fresche e brillanti nei colori
e vivaci nelle forme. Era stato da loro, confessava Degas, che aveva appreso
che cosa fosse realmente il disegno, cioè « un modo di vedere la forma». E senza
di loro Monet e gli altri impressionisti non sarebbero stati in grado di realizzare
così rapidamente e compiutamente la propria visione del mondo. «Certo, può sembrare
strano dirlo — scriveva Théodore Duret, autore del primo saggio importante sull'impressionismo
(1878) — ma è verità assoluta che prima che arrivassero i libri giapponesi,
non c'era nessuno in Francia che osasse sedersi sulla sponda di un fiume e mettere
l'uno accanto all'altro su una tela un tetto decisamente rosso, un muro di calce
bianca, un pioppo verde, una strada gialla e l'acqua azzurra». È quasi certo
che l'influenza delle stampe giapponesi fu superiore a quella della fotografia,
come abbiamo già accennato parlando di Degas (personalmente un fotografo appassionato).
È anzi possibile che ci sia stata un'influenza eguale o maggiore in senso opposto,
cioè delle stampe giapponesi e dei pittori naturalistici sui fotografi.
Il japonisme ottocentesco era del tutto diverso dagli orientalismi precedenti,
per esempio dalla chinoiserie del '600 e del '700. Quest'ultima era sostanzialmente
un'arte di fantasia e di esotismo, di capricci raffinati e di ironie eleganti.
Ma senza il minimo tentativo di capire l'arte cinese e i principi su cui si
fondava. Fu solo a metà dell'800 che gli artisti occidentali si accostarono
alle arti non occidentali in un atteggiamento sufficientemente umile e ricettivo
per impararne qualcosa. E quando lo fecero l'impatto fu così violento che ne
avrebbe risentito, a volte in modo decisivo, ogni pittore importante della fine
dell'800 (con la possibile eccezione di Cézanne). In effetti, la storia dell'arte
occidentale moderna è, in misura assai maggiore di quanto generalmente si pensi,
quella degli effetti liberatori e vivificanti delle successive scoperte, da
parte degli artisti, di culture remote, prima l'orientale, poi quelle dei cosiddetti
«primitivi».
Le stampe giapponesi da matrici di legno cominciarono a circolare dopo il 1854,
quando gli Stati Uniti costrinsero il Giappone a riaprire le frontiere agli
stranieri — le avevano chiuse nel 1638, lasciando solo una concessione commerciale
agli olandesi al largo di Nagasaki —, e i primi artisti che ne subirono l'influsso
furono americani, John La Farge (1835-1910) e James Abbott McNeill Whistler
(1834-1903). Whistler visse a Londra a partire dal 1859 e divenne il più radicale
degli esteti, un apostolo dell'«arte per l'arte». In un primo tempo il suo japonisme
si limitava quasi soltanto all'uso di motivi giapponesi, ma dopo il 1860 studiò
a fondo l'arte orientale cercando di assorbirla creativamente nella propria.
A un'assimilazione completa pervenne qualche anno dopo, in opere come Notturno
in blu e argento, luci di Cremarne, dove sono ormai scomparsi tutti gli apporti
esplicitamente orientali. Una vuota distesa d'acqua calma, con un orizzonte
molto alto, diventa quasi uno spazio indefinito, con delicate indicazioni qua
e là di oggetti che in essa fluttuano liberamente. Benché la concezione sia
naturalistica, l'armonia squisita tra pieni e vuoti si avvicina talmente a una
«composizione» astratta di colori che il quadro appare di fatto una traduzione
in termini occidentali dell'arte giapponese.
Il Notturno in blu e argento di Whistler fu dipinto l'anno stesso di Impressione
- levar del sole di Monet, e un confronto tra i due rivela il debito di entrambi
nei confronti del Giappone. L'impressionismo può sembrare l'opposto dell'arte
giapponese e Monet, che ne fu l'esponente più puro, il pittore meno aperto a
influenze orientali. Le subì tuttavia da quando, studente diciassettenne, comprò
per la prima volta una stampa giapponese, sino alle grandi ninfee dipinte da
vecchio nel proprio giardino alla giapponese. Lo affascinavano la freschezza
e la vivezza dei colori nonché l'eterodossia del disegno e dei soggetti. Cosa
ancor più importante, l’arte giapponese indicava una possibile soluzione del
problema che sempre più lo ossessionava, quello di associare e conciliare l'illusionismo
tridimensionale con la piatta superficie del campo pittorico. Il problema avrebbe
avuto un'importanza fondamentale per tutti i pittori del tardo '800, e fu in
questo senso che si fece soprattutto sentire l'influenza giapponese, in particolare
nell'opera di artisti come Lautrec, che lo affrontò direttamente e nei termini
più semplici.
Henri-Marie-Raymond de Toulouse-Lautrec (1864-1901) rivoluzionò l'arte del manifesto
appiattendo lo spazio illusionistico alla maniera giapponese e unificando gli
elementi pittorici e quelli grafici. Lo sviluppo della litografia policroma
trasformò i manifesti, in precedenza quasi soltanto annunci tipografici, in
una nuova forma d'arte che Lautrec portò a improvvisa maturità. Nel suo Jane
Avril au Jardin de Paris l'assenza del modellato, l'essenzialità della linea
e lo sfruttamento del bianco della carta nella composizione sono tutti elementi
di derivazione giapponese, come il taglio del violoncello arditamente scorciato
e il suo uso con funzioni di cornice. Gli elementi pittorici si fondono nel
piatto disegno con la struttura e la grafica al punto che il corpo vivace e
sgraziato della danzatrice diventa uno svolazzo calligrafico alla maniera di
Hokusai, sullo stesso piano frontale della prospettiva rialzata del palcoscenico
e della ribalta.
Non meno forte è l'influenza giapponese sull'opera dei pittori simbolisti, in
particolare di Paul Gauguin, che collezionò con entusiasmo stampe giapponesi,
decorò con esse il suo studio primitivo nei mari del Sud e associò nella propria
opera la loro influenza a quella di altre culture non europee. Nel suo primo
quadro completamente simbolista, La visione dopo il sermone, la «visione» di
Giacobbe in lotta con l'angelo deriva dal Manga di Hokusai. Ma l'influenza è
più profonda. La si sente nell'intera concezione del quadro, nelle forme appiattite
con contorni scuri, nell'assenza di ombre, nelle aree non modellate di colori
puri, in parte non naturalistici, nonché nel rosso dominante del campo. Anche
con Vincent Willem van Gogh il debito verso il Giappone va ben oltre l'impiego
occasionale di certi motivi, benché siano degni di nota sia le copie da Hiroshige
sia altri suoi quadri di diretta ispirazione giapponese. L'interesse di van
Gogh per l'arte giapponese nei suoi ultimi 4 anni di vita fu forse più profondo
e complesso di quello di qualsiasi altro artista dell'epoca.
Lo stile e il singolo artista
La parola «stile» deriva da stilus, lo strumento scrittorio degli antichi romani, e metaforicamente all'inizio fu usata per indicare i modi di parlare in pubblico adatti per le differenti occasioni. In senso artistico, uno stile è un linguaggio visivo con un vocabolario di forme e motivi e una sintassi che ne governa i rapporti. I mutamenti stilistici, che comprendono sia ritorni a stili precedenti (caratteristica rilevante dell'arte cinese come di quella occidentale) sia l'adozione di stili forestieri, distinguono nettamente la storia dell'arte da quelle della tecnologia e delle scienze. Sono il risultato di una lotta perenne con i materiali e i significati. Gli stili infatti non soltanto rispecchiano in varia misura le premesse, le credenze, le filosofie, le norme morali, gli ideali politici e d'altro genere della società o della cultura cui appartengono, ma sono anche la creazione di singoli pittori, scultori, architetti e artigiani, e portano inevitabilmente il segno delle loro «scritture» personali.
In certe comunità praticamente tutti, uomini e donne, sono artisti part-time. Di pittori e scultori a tempo pieno se ne sono trovati solo nelle società stratificate più complesse, dove la loro posizione era di poco superiore a quella degli altri artigiani. Gli architetti erano in genere tenuti in maggior considerazione, sia perché la loro arte presupponeva conoscenze matematiche e genericamente scientifiche, sia perché erano anche organizzatori di squadre d'artigiani e di manovali. Sino a epoche recentissime, le biografie degli artisti e degli architetti erano un fenomeno quasi esclusivo dell'Occidente e della Cina. Gran parte dell'arte mondiale è anonima —ma è bene sottolineare che ciò non significa che sia anche impersonale. Le opere delle arti visive sono sempre state creazioni individuali di singoli uomini e donne, e anche gli stili artistici sono creazioni di individui, sia pure spesso in risposta a circostanze comuni all'intera collettività.
Il Senso Estetico nel Judo e nelle discipline di combattimento
Nelle discipline di combattimento
in generale e nel Judo in particolare il senso estetico può essere un elemento
guida nello studio dei fondamenti kihon (posizione, spostamenti, cadute, prese)
e delle forme kata (Nage e Katame Waza) in tutti e due i casi, a prima vista,
la mente ha concreti elementi tecnici a cui riferirsi come modello, rappresentati
dallo schema delle geometrie dei corpi, dall’uso degli arti e dalla correttezza
del movimento. Tutto questo, spesso, non è comunque sufficiente a comprendere
l’esercizio e diventa opportuno riferirsi alla propria sensibilità estetica
utilizzando un’ “immagine mentale” come: spingere il cielo con la testa e la
terra con i piedi per raddrizzare la posizione o guidare il movimento con la
pancia negli spostamenti o inchinarsi di fronte all’imperatore nella caduta
indietro; oppure immaginare che l’altro è fatto di nuvola per falciarlo efficacemente
o inseguire, raggiungere, spingere per realizzare una precisa strategia di azione.
I nomi stessi di alcune tecniche, che generalmente descrivono razionalmente
l’azione, fanno riferimento a chiare sensazioni estetiche come Uki-Goshi e Hane-Goshi,
rispettivamente -anca fluttuante- e –anca saltata-, Tani-Otoshi –caduta nella
valle-, Sukui-Nage –lancio a cucchiaio-, Kani-Basami –il morso dell’aragosta-
o Jigoku-Jime –strangolamento infernale- Così in Koshiki-No-Kata (forma delle
cose antiche) dove sopravvivono molte tecniche del Ju-Jitsu e dell’Yoroi-Kumyuchi
(corpo a corpo con l’armatura) troviamo: Yume-No-Uchi -nel sogno-, Mizu-Nagare
–corrente d’acqua-, Yudachi –uragano d’estate-, Yuchi-Ore -ramo rotto dalla
neve-, Iwa-Nami –frangenti sulla roccia-
Il senso estetico diventa componente essenziale anche nella ricerca della coordinazione
necessaria all’azione, in Ju-No-Kata (la forma dell’armonia) alcuni movimenti
fanno preciso riferimento a gesti estetici attraverso immagini mentali come:
prendere energia ai confini dell’Universo nel caso di un attacco effettuato
con un pugno montante (Tsuki-Age), oppure pulire lo specchio e la sentinella
al passo di montagna riferendosi all’attacco e successivo controllo (Uki-Oroshi)
.Immagine mentale e senso estetico sono altresì fondamentali nell’esercizio
libero randori, cioè nella ricerca dell’Ippon, quando è richiesto uno stato
di purezza che implica la “comprensione del bello” (Il meraviglioso dell’Universo)
in corpo, mente e cuore, cioè quando la concretezza e la razionalità (mente)
devono perdere importanza per lasciare posto all’intuizione (cuore) e alla spontaneità
dell’azione (corpo), in uno stato mentale che prevede la totale assenza di contro-intenzioni.
Il creatore del Judo Prof. Jigoro kano mette in evidenza sul libro del Judo
al capitolo in cui tratta “L’Educazione Fisica Del Migliore Impiego Dell’Energia”
(5.44) e particolarmente al punto dove definisce “L’interesse Nell’Educazione
Fisica” (5.44.9):
-La componente Hyogen-shiki (stile di espressione) rientra nell' educazione
fisica del 'Miglior impiego dell'energia'. Prende il nome di 'stile di espressione'
perché vuole esprimere, mediante i gesti o il corpo, le considerazioni morali,
i sentimenti, oppure le impressioni provocate dagli elementi e dalla natura,
allo stesso modo delle arti tradizionali del No e della danza. Ad esempio nel
Kodokan-judo abbiamo Itsutsu-no-kata, di cui le ultime tre forme mettono in
evidenza lo stile di espressione, ispirandosi alla raffigurazione di un'idea,
piuttosto che al contenuto del Bujutsu; lo stesso accade in certe forme del
Ju-no-kata, i cui gesti mimano di raccogliere l'energia dell'universo per scaricarla
sull'avversario.
A questo punto ci si chiederà quale sia la necessità di mettere a punto un metodo
specifico se questo stile di espressione compare già nei kata del Judo; anche
perché, come per il Bujutsu, l'atletica, le arti del No e della danza, un allenamento
ispirato a Hyogen-shiki può aiutare a formare il corpo, ma con un risultato
che non soddisferebbe appieno l'educazione fisica, in quanto non è concepito
in questa idea.
Rispondiamo che con 'educazione fisica dello stile di espressione' s'intende
un sistema che tragga certi materiali espressivi dalle arti tradizionali del
No e della danza, ma viene interpretato attraverso considerazioni che esaudiscono
i requisiti dell'educazione fisica ideale-.
Senso Estetico e sviluppo della personalità
Ivan Morris (Londra il 29.11.1925-Bologna il 19.7.1976) uno dei più appassionati
e profondi conoscitori della cultura e della storia orientale, docente di lingua
e letteratura giapponese alla Columbia University, ha scritto opere di fondamentale
importanza per la conoscenza della cultura giapponese tra cui: “La Nobiltà della
Sconfitta” nella prefazione si legge:
« II nostro mondo, violento e feroce come vuole la lotta per la sopravvivenza
e il dominio, venera il successo, e i suoi eroi sono gli uomini e le donne che
hanno fatto trionfare la loro causa.(..) Nella complessa tradizione giapponese
esiste però un altro tipo di eroe, la cui carriera si svolge generalmente in
un periodo di tumulti e di guerre e che rappresenta l'antitesi assoluta dell'etica
del successo. È l'uomo al quale la profonda onestà vieta le manovre e i compromessi
tanto spesso necessari alla gloria terrena. Durante gli anni giovanili, il coraggio
e l'energia lo spingeranno rapidamente in alto, ma l'eroe è per natura votato
alla causa perdente e conoscerà ineluttabilmente la sconfitta. Lanciandosi nel
suo doloroso destino, sfida i dettami della convenzione e del buon senso fino
al momento estremo in cui sarà sconfitto dal nemico, il - superstite vincente
- che con la sua politica spregiudicata e realistica riesce a imporre un nuovo,
più stabile ordinamento del mondo »
Ivan Morris, ha così sintetizzato il senso del suo libro più celebre. In effetti
la nobiltà della sconfitta racconta la tragica vita di nove personaggi storici,
i quali affrontarono imprese disperate e finirono per essere annientati, nonostante
grandi risorse di coraggio e di determinazione, da forze ad essi superiori.
Diversamente dagli eroi vittoriosi del mondo occidentale, questi uomini solitari
si schierarono, per un inevitabile destino personale, dalla parte degli sconfitti,
e terminarono la loro vita in esilio, da fuggiaschi braccati, o nell'apoteosi
del suicidio rituale. Tra gli eroi di cui il libro tratteggia la biografia,
incontriamo un principe diciannovenne. Arima no Miko, vittima di un intrigo
di corte che per alcuni aspetti ricorda la fine dell'Amleto shakespeariano;
un samurai fuorilegge. Minamelo no Yoshitsune, perseguitato e ucciso dal fratello
maggiore; Amakusa Shiró, enigmatico adolescente che capeggiò un'insurrezione
di cristiani giapponesi; e il maestoso Saigó Takamori, catalizzatore della restaurazione
imperiale Meiji.
Questa stirpe di eroi si conclude, nel nostro secolo, con un gruppo di uomini
più conosciuti nel mondo occidentale, e tuttavia mai analizzato e compreso,
nelle sue ragioni profonde, come in questo libro: i piloti kamikaze della seconda
guerra mondiale. Unendo il rigore storico a uno stile ricco di tensione narrativa
e drammatica, Morris ha saputo scandagliare magistralmente, attraverso epoche
e società differenti, « le varie forme della sconfitta, la dignità che ne può
derivare e le ragioni del fascino particolare che esercita nella tradizione
giapponese ».
Massud “il Leone del Panshir”
Chi è stato veramente Massud? Il suo viso è famoso in tutto il mondo: barba
rada, naso aquilino, sguardo tagliente come una lama.. la sua immagine evoca,
per quanto in maniera superficiale, quella del Che combattente eroico e ostinato,
ne evoca il coraggio fisico e morale. Il comandante-signore Massud amer-sahib
principe-guerriero, al di là dei suoi numerosi e indiscussi successi militari
è un personaggio carismatico, che assurge alla mistica mussulmana dei sufi,
così i suoi uomini più fedeli, nel descriverlo, evocano “la luce divina che
si scorgeva sul suo viso, il suo tajalli”.
Massud non leggeva o faceva leggere gli scritti di Sayyid Qutb fonte di ispirazione
dei militanti islamici più estremisti, questo capo guerrigliero sedicente islamista,
lungi dal diffondere tra i suoi uomini tali sgradevoli sciocchezze, si dilettava
dunque, durante i bivacchi di alta filosofia, infatti era appassionato conoscitore
di uno dei più profondi pensatori mussulmani del Medioevo, al-Ghazali, chiamato
“Algazel” che riunì l’essenza del suo pensiero nella Pietra filosofale della
fortuna. La definizione di al-Ghazali del jihad, o “guerra santa”, e del mujahidat,
o “guerriero santo” da cui mujahidin, dista anni luce dagli incubi di un Bin
Laden. Nel libro I capitolo undicesimo recita: “Tale è tutta la scienza dell’ascesi
della mujahidt, la qualità del mujahid: “che il cuore si purifichi da qualunque
odio nei confronti delle creature, da qualunque avidità nei confronti del mondo,
da qualunque turbamento dei sensi; questa è la via dei mistici sufi”.
«Tutte le sere, dopo il lavoro e gli ordini di combattimento, lasciava fuori
dalla porta i dirigenti politici, i capi militari, persino i rappresentanti
delle Nazioni Unite ('Ho già spiegato loro ogni cosa, perciò, se ancora non
hanno capito la situazione...'), per restare solo, con i suoi più intimi amici,
alcuni dei quali venivano dagli strati sociali più umili» ha confidato uno degli
uomini a lui più vicini, l'architetto Heshmat Feroz. «Entrava allora un lettore
per salmodiare alcuni versetti del Corano, illuminato da una lanterna. Massud
chiudeva gli occhi e appoggiava la fronte alle mani per otto minuti. Quando
li riapriva, il suo volto si era rischiarato, come se avesse dormito per otto
ore ».
In realtà, insieme a queste testimonianze sul riposo mistico di Massud, furono
soprattutto i racconti ripetutamente confermati riguardo al trattamento umano
riservato ai prigionieri sovietici (e più in generale a tutti i suoi prigionieri),
ad aprire una breccia nella diffidenza generale.
Christophe de Ponfìlly e Bertrand Gallet, attivisti di Mèdicins du Monde, riaccompagnarono
a quell'epoca in Pakistan un giovane prigioniero russo rilasciato, che testimoniò
in proposito. Quest'ultimo fu alloggiato, nutrito, curato, adottato dai mujahidin
del Panshir. Massud, per il lungo viaggio a piedi attraverso le montagne, gli
diede persino un maglione caldo: «Non ti manca nulla? Mettiti a tracolla una
telecamera, così tutti ti scambieranno per un giornalista occidentale».
Massud ha raggiunto nelle cronache del suo paese le figure nazionali fondatrici,
dei principi guerrieri che hanno resistito agli imperi dei Moghul, dei Persiani,
degli Inglesi. A seguito del colpo di stato filosovietico del 27 aprile 1978,
tra il 1981 e il 1984 i suoi guerriglieri tesero imboscate durante almeno sette
offensive russe, mitragliando i commando sbarcati dagli elicotteri, sventrando
i carri armati che saltavano sulle mine posate tra le pietraie, spingendo i
mezzi blindati giù nel torrente. Dopo il ritiro dei russi Massud era entrato
a Kabul il 17 aprile 1992, diventando ministro della difesa e amministrando
la giustizia fino alla ritirata dalla capitale nel 1996 a seguito degli attacchi
talebani e dei massacri etnici di contadini tagiki.
Kabul era stata poi riconquistata nella notte tra il 12 e il 13 novembre del
2001 e la resa definitiva dei talebani avvenne a Kandakar il successivo 7 dicembre
2001.
Nel 2001 Massud si era recato anche in Europa a Parigi per sensibilizzare la
diplomazia francese e a seguito dell’incontro con l’allora Ministro degli Esteri
Hubert Vèdrine sconsolato, scotendo il capo commenta: “Ci è stato a sentire,
ma non ha ascoltato il nostro avvertimento sulla minaccia del terrorismo; non
ha ancora capito quanto la nostra lotta sia anche la sua”.
Massud muore a quarantotto anni il 9 settembre 2001, in seguito all’esplosione
di una telecamera-trappola azionata da due falsi giornalisti magrebini e il
suo assassinio precorre le uccisioni di massa di New York e Washington, dall’altra
parte della Terra, due giorni più tardi.
Conclusioni e Suggerimenti
Qualunque prodotto dell’essere umano ha una sua ragione
d’essere, sia opera d’arte, che azione della vita e come tale è
creato dalla sensibilità e dallo stato d’animo del suo esecutore.
Se l’individuo, donna o uomo, trova dentro di se questa sensazione di
bellezza, cioè se l’essenza del bello è compresa, e quindi
pervade corpo, mente e cuore, come qualcosa di irrefrenabile essa traspare nel
gesto, nell’azione, nel prodotto artistico o artigianale, nella poesia,
nella musica. Così trascende l’individualità dell’esecutore
e si trasmette agli altri contagiandoli; quindi osservando un’opera d’arte,
un prodotto artigianale raffinato o assistendo ad una azione o a determinati
comportamenti della vita riusciamo a provare un’emozione e rimaniamo presi
da tanta bellezza percependo uno stato d’animo superiore a cui tendiamo
per migliorarci.
Ritengo che l’educazione a questi valori trasmessa ai giovani, nell’età
formativa, non attraverso elaborazioni mentali, ma facendo sperimentare e vivere
direttamente tali esperienze, contribuisca a portare l’animo verso il
bello, e conseguentemente verso un’ideale di crescita. Facendo percepire,
che non si tratta di azioni astratte, casuali o superflue, ma la coltivazione
di tali valori, che possiamo riassumere in Armonia, Determinazione e Generosità
conduce ad una comprensione ed affermazione della personalità in direzioni
positive e costruttive.
Riferendosi al Judo, se questo è insegnato correttamente, con l’idea
che l’ippon realizzato nello stato di “Mu-shin” diventi un
gesto ideale “Bellezza e Decisione” a cui riferirsi costantemente
sia nella pratica che successivamente nella vita, l’educazione al bello
(Il Meraviglioso dell’Universo) è automaticamente compresa, in
quanto il gesto ideale, non può essere esclusivamente un’azione
violenta e brutale, ma è sicuramente il frutto di una comprensione che
riflette la bellezza interiore.
L’augurio e il suggerimento è che lo sport possa assorbire tali
valori sforzandosi di non badare al risultato fine a se stesso, ridimensionando
l’idea che vincere è importante e riferendosi al fatto che più
importante è come si vince. Comprendendo gli ideali della bellezza nel
fare insieme, del migliorarsi attraverso uno sforzo, dell’educarsi ad
azioni ideali in cui la progressione fisica e mentale possa procedere di pari
passo con la progressione morale.
Marco Isidori
Fonti Bibliografiche:
- Gian Carlo Calza “HOKUSAI Il vecchio pazzo per la pittura” 1999
Electa
- Hugh Honour John Fleming “Storia universale dell’arte” 1982
Fleming Honour Limited
- Simon Pepper e Nicholas Adams “Armi da fuoco e fortificazioni”
1995 nuova immagine editrice
- Ministero per i Beni Culturali e Ambientali “Rilievi di fabbriche attribuite
a Baldassarre Peruzzi” 1982 Centrooffset Siena
- Leonardo Benevolo “Storia dell’architettura moderna” 1979
Editori Laterza
- Cristian Norbert-Schulz “Intenzioni in architettura” 1983 Officina
Edizioni Roma
- Robert Macleod “Charles Rennie MACHINTOSH Architect and Artist”
1983 Collins London and Glasgow
- Virginia Ponciroli “Katsura La villa imperiale” 2004 Electa
- Kuki Shuzo “La Struttura dell’Iki” 1992 Adelphi
- Museo Stibbert Firenze “Draghi e Peonie capolavori dalla collezione
giapponese”1999 Firenze
- Jocelyn Bouquillàrd “La Tokaidò di Hiroshige” 2002
Bibliothèque de l’image
- Martina Fuga “ GIAPPONE Arte Storia Civiltà” 2002 Electa
- Ivan Morris “La Nobiltà della Sconfitta” 2003 Biblioteca
della Fenice
- Michael Barry “Massud il Leone del Panhir” 2003 Ponte alle Grazie
Milano
- Christophe dePnfilly “Massoud L’Affhan” 1998 arte Editions
- Christophe dePnfilly “Massud ribelle afgano” film-documentario1998
- Ass. Kyu-shin Do “Quaderni del Bu-Sen n.3” 1995 Grafiche Mambretti
Inverigo ( CO)
- KodokanTokio “Judo Kodokan” 1993 Mondadori
- Cesare Barioli “Il Libro del Judo” 1988 DeVecchi