Ti trovi in: Home page Judo-Educazione --> Judo --> Corso istruttori - testi di studio e tesi finali --> Tesi

Essere sani per essere utili. Come il miglior impiego dell’energia può contrastare i moderni disagi. - Salvatore Gucciardi

Venire al mondo indica o descrive il nascere come l’aprirsi del mondo innanzi a noi. Da questo punto di vista, nascere è un venire all’aperto, è l’offrirsi del mondo come spazio delle nostre possibilità.
Al modo di dire attivo «venire al mondo» corrisponde, quello passivo, ma altrettanto corrente, di essere messi al mondo.
Siamo nati perché qualcuno lo ha deciso per noi: esistiamo perché vi è stato qualcuno che ha predisposto un mondo per noi, poco importa se in piena coscienza o meno. Veniamo al mondo in virtù di qualcosa che ci precede: una passione, un atto, una volontà. La nascita lungi dall’essere caso, svela l’ineludibile originarietà del legame.
Il venire al mondo equivale a un essere posti.
Fin dall’inizio, la nascita è un rapportarsi: figli/genitori, bambino/ambiente, uomo/mondo. La vita stessa, in quanto è data e ricevuta, è un rapporto. Quindi essere messi al mondo significa essere originariamente posti in una rete di reciprocità.
La prima relazione, esemplare e al tempo stesso ambigua, è quella con la madre segnata da invidia e gratitudine.
Il seno materno è per il bambino l’oggetto buono per eccellenza: lo nutre, lo mantiene in vita, gli dà piacere. È quindi essenziale la relazione vitale che si istituisce tra chi genera e chi è generato.
Nei confronti dell’oggetto buono il bambino si sente illimitatamente grato, ma nel contempo sviluppa un forte sentimento d’invidia. Infatti, il bambino sente che da quel seno dipende – che la sua vita è appesa a esso- e, come gli si offre, così non può darsi a lui.
Di qui l’aurale presagio che la vita non è mai del tutto nostra, che noi viviamo e possiamo vivere solo di legami.
Il seno che nutre diviene oggetto primario d’invidia perché il bambino sente che possiede tutto quello che esso desidera.
Nel venire al mondo, si percepisce la vita come propria, ma anche come data. In questa tensione l’appena nato sperimenta, prima ancora di comprenderla, la sua finitezza: io non sono sufficiente a esistere, ma esisto solo nella relazione ed essa mi mantiene.
Nell’articolarsi sempre più ampio della distanza, il bambino si sperimenta come orizzonte delle sue possibilità, ma anche dei suoi limiti, comincia a distinguere tra il raggiungibile e l’irraggiungibile. Nel raggiungimento del movimento, il bambino sperimenta la differenza tra il desiderio e il possesso: ha luogo l’esperienza primaria dello scarto tra il vedere e il potere. Il bambino si accorge, ad esempio, di non poter prendere un oggetto posto per lui troppo in alto, ma impara anche che, se non lo può raggiungere, lo può richiedere.
Il bambino fa esperienza del suo limite, ma comincia anche a rendersi conto che quello che non può fare da solo lo può fare con altri.
La relazione uomo-mondo non è mai una relazione astratta soggetto-oggetto: è fin dall’inizio essere con altri. Dunque si trova, sin dall’inizio, in una rete di relazione da cui non può prescindere: si trova già da sempre radicato nella morale.
La morale, quindi, coincide con lo stare al mondo, corrisponde al modo in cui gli uomini abitano la terra; è dunque l’appartenere e, insieme, il sentirsi parte.
Questa vita così costituita (da una rete di relazioni), l’universo delle credenze e l’insieme prescrittivo delle regole lo possiamo in senso lato definire “codice morale”. In questo quadro la condotta di un individuo può essere giudicata morale a seconda della conformità o meno alle regole o ai valori vigenti e proposti.
L’individuo diviene soggetto morale se si rende responsabile della sua condotta, sia essa conforme alle regole e alle abitudini o difforme ad esse.
Nessun individuo può divenire da solo soggetto morale, ma non vi è morale se non vi è assunzione di responsabilità e non vi potrebbe mai essere credenza se l’individuo non divenisse interprete dell’universo simbolico a cui appartiene ed entro cui opera.
Secondo Foucault: “Se è vero che ogni azione implica un rapporto con il reale in cui si compie e un rapporto con il codice cui si riferisce, è vero altresì che essa implica un rapporto con se stessi, e questo rapporto non è semplicemente coscienza di sè, bensì costituzione di sé come soggetto morale.
Bisogna dunque costituirsi come soggetti morali. Questo è più che mai urgente nel mondo contemporaneo.
La complessificazione della società ha disarticolato i vecchi riferimenti: in essa si vengono sempre di più differenziando le prestazioni e i codici di condotta. Viviamo in una crescente asimmetria sociale che non è da concepire solo in termini di dispersione, ma anche di arricchimento.
La dinamica della complessità ha dilatato gli spazi di libertà, ha implementato le nostre possibilità di scegliere e soprattutto di sceglierci, di modellare noi stessi con più ampia discrezione di tempo.
Ma per trarre giovamento da mutamenti del presente bisogna esserne all’altezza.
Gli uomini vivono sotto il segno dell’ambiguità e la condizione contemporanea, al pari delle altre nella storia, non ne è priva. Ma vi sono difficoltà che sono specificatamente nostre.
Siamo esposti a rischi fino a ora mai sperimentati. Uno fra tanti: corriamo spesso il pericolo d’essere travolti da quella stessa mobilità da cui dovremmo trovare vantaggi. Per trovare stabilità in questa deriva dobbiamo costituirci più che mai come soggetti morali. A tale scopo è necessario ripiegare su di sé: bisogna raccogliere e governare la propria potenza.
Divenire soggetto morale vuol dire costituirsi come punto di resistenza a fronte della mobilità e delle perturbazioni dell’ambiente; ergersi al momento stabile di selezione/decisione. Se occorre, farsi luogo di neutralizzazione e di indifferenza: di assenza.
Per morale si intende molto di più di quel che si deve o non si deve fare. Essa riguarda, invece prioritariamente, le modalità dello stare al mondo, e perciò l’insieme di credenze, di tradizioni, di riti, di valori che tengono insieme le società. Parlo dunque della relazione tra gli uomini, ma anche della relazione che ogni uomo deve intrattenere con se stesso, della tensione feconda e mai estinguibile tra desideri e razionalità.
La morale (nota 1) , in quanto modalità dell’appartenere, la si può descrivere come “conformità a regole”. Dal momento che le regole precedono l’individuo, non possono che essere date, e non tanto per coercire, ma per aiutare gli uomini e condursi nella vita.

Nota 1: Secondo il «dizionario della lingua italiana Giacomo Devoto-Carlo Oli» morale è concernente il presupposto spirituale del comportamento dell’uomo, specialmente in rapporto con la scelta e il criterio di giudizio nei confronti dei due concetti antitetici di bene e male.

Da questo punto di vista la concezione ebraica della Legge è chiarificatrice e dirimente: per gli ebrei infatti la Torah non è solo patto, ma anche dono, non è semplicemente obbligo, ma anche guida. Non a caso l’insieme delle leggi religiose degli ebrei si chiama Halakah, che significa appunto andatura.
La necessità di ergersi come soggetto morale non è una semplice esigenza contro la mobilità che ci affligge ma è rilevante per evitare di imbattersi in un vero e proprio disagio.

Disagio giovanile (nota 2)

Nota 2: L’aggettivo giovanile assume un particolare significato nella situazione storica in cui ci muoviamo: precocità della pubertà e posticipazione dell’adultità dilatano e confondono i confini temporali tra una fascia d’età e un’altra ovvero tra ruoli sempre meno identificativi di uno status, di una identità, di un sé definito. Con l’aggettivo giovanile indichiamo, allora, una condizione anagrafica molto ampia che va dalla pre-adolescenza ( 11-14 anni ) all’adolescenza ( 15-18/20 anni ) fino a comprendere la giovinezza
(19-25/30 anni ).

Per disagio intendiamo quello stato di malessere soggettivo e quella sofferenza psichica che, si accompagna in modo non patologico, a problemi psicologici, evolutivi, affettivi, familiari, di relazione, che il processo di costruzione dell’identità non esclude.
In passato ci si è accontentati di un modello teorico giustificazionista del controllo sociale, per cui il disagiato assume probabilmente comportamenti devianti, a loro volta espressione di quel disadattamento, che relega il soggetto in una posizione di emarginazione sociale. Questa sofferenza sarebbe a due ordini di fattori:
- difficoltà a superare i compiti evolutivi a cui l’adolescente va incontro;
- particolare configurazione che la società moderna ha acquisito con elevati livelli di complessità sempre crescenti.
L’adolescenza viene riconosciuta come un processo di crescita che per i cambiamenti che comporta a livello biologico e a livello relazionale si presenta di per sé come un percorso di sviluppo ampiamente difficoltoso e angusto. Se ciò vale per tutti gli adolescenti è pure vero che il disagio giovanile non può essere confuso con una situazione diffusa che è di tutti.
Si è passati dall' imposizione del destino che regolava la società contadine e poi industriali alla capacità di scelta e di rischio della società moderna ( o post-moderna ): se prima si poteva parlare di organizzazione sociale del destino per cui, nascere in una famiglia, in un luogo, essere di sesso maschile o femminile, significa conoscere la professione che sarebbe andata a fare e chi si andava a sposare, adesso parliamo di pari opportunità per tutti e di autodeterminazione del destino, tanto che la gente sceglie di realizzarsi all’interno di un contesto professionale, sociale, amicale e di relazione. Si è cioè attenti ad assecondare i desideri e i bisogni dei giovani, non più vincolati dai desideri/frustrazioni dei propri genitori ma, probabilmente, più responsabili delle scelte che intraprendono, nel bene e nel male: minor numero di impedimenti ma anche maggior numero di fallimenti personali, da addebitare, sempre meno agli altri e sempre più a se stessi.
Questa autarchia che coincide con la massima apertura di opportunità, che a molti sembra l’occasione per essere felici, realizzarsi, avere successo, ad altri si presenta come vuoto di significati e di riferimenti forti: un percorso con ostacoli ben dissimulati ma comunque presenti.
Se il disagio è uno stato di malessere soggettivo e sofferenza psichica che, si accompagna in modo non patologico esso altresì può condurre ad un vero e proprio disturbo.

Disturbo

Definito dal DSM una sindrome, o modello comportamentale o psicologico clinicamente significativa che, si presenta in un individuo, e si associa a inabilità e disagio in diverse aree funzionali del soggetto, ad un aumento significativo del rischio di morte, di dolore e disabilità ed in genere un’elevata limitazione della liberà individuale, di scelta, decisione, relazione, contatto interpersonale, attività cognitiva e lavorativo sociale.
C’è molto di fisico nei disturbi mentali e molto di mentale in quelli fisici.
Di seguito sono riportati alcuni tra i più comuni disturbi riscontrabili oggigiorno: i primi due e il quarto sono inclusi tra quelli del comportamento, il terzo è incluso tra i disturbi dell’umore.
Come già ampiamente espresso, il mondo è qualcosa che si offre all’uomo e venire al mondo vuol dire perseguire queste possibilità: il dolore si presenta come interruzione di questi percorsi. Nel dolore il corpo non si presenta come apertura al mondo, ma come barriera, ostacolato.
Il corpo sano sente il mondo, il corpo malato sente se stesso; il corpo sano si fonde con le cose, il corpo malato si percepisce come interruzione verso le cose, come opacità e resistenza, come punto di non passaggio.

Anoressia

Le giovani anoressiche non soffrono di un insufficiente appetito ma, si tratta in realtà, di un rifiuto del cibo dovuto ad un disturbo della percezione del proprio corpo e degli alimenti. Solitamente l’età media è compresa fra i 14 e i 22 anni. Si tratta di ragazze che vivono in un ambiente chiuso, in cui è evidente una relazione di dipendenza. Di norma ragazze di buona famiglia. Le restrizioni alimentari cominciano talvolta dopo uno shock emotivo o un conflitto psicologico. Il più delle volte l’anoressia si insedia progressivamente senza ragioni apparenti, all’inizio magari con una selezione degli alimenti e una cura dimagrante. All’inizio, solitamente, la sensazione di fame persiste al contrario di quanto sostengono le adolescenti, mentre in seguito il rifiuto degli alimenti da luogo a una vera anoressia, ossia ad una perdita di appetito. L’anoressia si sviluppa progressivamente: prima di evolversi verso un’anoressia vera e propria si manifesta con un rifiuto attivo del cibo. Quello che sembrava un problema personale si rivela sempre più chiaramente come relazionale. Il dimagrimento coinvolge l’intero corpo e conferisce alle adolescenti un aspetto immediatamente identificabile: volto pallido, occhiaie, guance scavate, le forme sono ridotte all’osso, la carnagione è terrea, la pelle diventa secca, piena di rughe, i capelli sciupano, le estremità degli arti sono fredde e la cianosi è piuttosto evidente. L’amenorrea compare nei primi tre o sei mesi dell’evoluzione. Comunque l’assenza di mestruazioni è un segno costante in tutta la sindrome anoressica. Si rimane colpiti per il disinteresse per il proprio dimagrimento (malgrado l’impressionante magrezza, le anoressiche si considerano sempre troppo grasse), dall’iperattività accompagnata da una sorta di ebbrezza , di euforia, da un senso di onnipotenza e dall’eccessivo investimento intellettuale a cui segue, nello stadio molto avanzato della malattia, uno stato di astenia e di torpore. Le relazioni familiari sono contrassegnate dall’immaturità affettiva e dall’opposizione della ragazza. La relazione di dipendenza nei confronti dei genitori si esprime in termini conflittuali così come dall’esagerata protezione esercitata dai genitori. Nella relazione padre-figlia sono possibili diverse situazioni: un’immagine paterna troppo forte può scatenare inibizione, paura dell’uomo, paura della propria femminilità. Un’immagine troppo debole può invece produrre un sentimento di insicurezza. Nella relazione madre-figlia si osserva spesso la coesistenza di un eccesso di protezione e di un deficit di presenza affettiva. Il più delle volte le madri considerano le figlie come estensioni narcisistiche di se stesse; non avendo potuto realizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni da giovani, a causa dell’ambiente restrittivo e rigido in cui sono cresciute, li vorrebbero vedere realizzati nelle proprie figlie, condizionandole nelle loro scelte e impedendole di realizzare ciò che desiderano. Le anoressiche rifiutano il cibo, rifiutano categoricamente di presentarsi in tavola, nascondono il cibo con vari trucchi e spesso lo rigettano provocandosi il più delle volte il vomito. L’anoressica tiene a distanza l’amore, con una sorta di sacrificio di cui lei stessa non è consapevole e che si potrebbe ricollegare a certe caratteristiche della cultura occidentale, tenendo a mente che non si riscontrano casi di anoressia mentale né fra i paesi d’Africa né fra quelli d’America. L’aumento dei casi di anoressia mentale nei paesi così detti sviluppati conferma l’ipotesi che si abbia a che fare con una problematica nella quale i fattori culturali svolgono un ruolo determinante. In molti casi l’evoluzione della malattia tende spontaneamente alla guarigione della sintomatologia e persino della problematica anoressica, ma possono insorgere altri sintomi, in particolare di natura ossessiva. Episodi di bulimia possono alternarsi con episodi anoressici che si accompagnano a una evidente problematica depressiva.

Bulimia

Bulimia significa letteralmente «fame da bue ». Il comportamento bulimico è caratterizzato da episodi di ingestione, impulsiva e incontenibile, di notevoli quantità di cibo. Questo comportamento è accompagnato da un senso di colpa espresso da un vomito deliberato. Il disturbo si incontra nelle donne e tipicamente nelle ragazze. Queste descrivono assai bene il bisogno di ingerire cibo senza avere fame, di riempirsi, di avvolgersi, di proteggersi. Le crisi bulimiche sono spesso notturne; in questi casi, il soggetto si sveglia col bisogno incontenibile di mangiare, e non può riaddormentarsi finché non ha ingerito cibo in quantità tale da provare un senso di sazietà. Capita sovente che un comportamento anoressico e un comportamento bulimico si alternino nello stesso soggetto. La bulimia a differenza dell’anoressia, mette in luce la problematica depressiva, contro cui la seconda lotta giungendo infine al diniego di ogni affetto depressivo. L’inclinazione per i farmaci o l’alcol e la tendenza a fare sparire qualsiasi oggetto (cleptomania) sono spesso riscontrabili ma non costanti. Ci sono bulimiche che non ingrassano per niente, o comunque assai poco, provocandosi un conato di vomito poco dopo l’ingestione compulsiva del cibo, prima della digestione. La bulimia si spiega spesso con carenze affettive, il che induce a sottolineare nuovamente il legame tra bulimia e anoressia. Un’immaturità affettiva, frequente, può trovare espressione nel desiderio di regressione, nel rifiuto di crescere. L’avidità orale del soggetto bulimico sembra dovuta comunque a una carenza affettiva e a un’insufficienza narcisistica che per essere ovviata si scatena una ricerca illimitata di compensazione: la bulimica sembra trarre dalla presenza concreta degli alimenti, e dalla presenza degli altri, un senso di continuità narcisistica di qui l’estrema dipendenza alla quale la bulimia si abbandona. La limitazione del cibo non è la soluzione del problema e comunque non quella di partenza. ? importante, invece, sdrammatizzare questo disturbo, di alleviare il senso di colpa di questi ragazzi

Depressione

Detta anche melanconia, è un’alterazione del tono dell’umore verso forme di tristezza profonda con riduzione dell’autostima e bisogno di autopunizione. L’umore è la disposizione affettiva di fondo, formata da ogni istanza emozionale e istintiva, che dà ad ogni richiesta emozionale una tonalità gradevole o sgradevole, oscillante fra i due poli estremi del piacere e del dolore.
L’umore può alternarsi sia in direzione dell’euforia sia in direzione della tristezza. Le alterazioni dell’umore che vanno nel senso della depressione sono le più frequenti.
Di norma l’attività motoria è più o meno alterata, di solito rallentata.
Il rallentamento interessa la mobilità di tutto il corpo, e in particolare l’andatura, la mimica, il flusso della parola. Si constatano alle volte fenomeni di agitazione.
L’attività psichica è affetta da rallentamento; si parla spesso di inibizione psichica per descrivere il rallentamento generale dei processi intellettuali e l’abbassamento di intensità delle normali pulsioni istintive. Il rallentamento può sfociare in un monoideismo (ristagno attorno ad una idea unica) oppure in un anideismo, che corrisponde all’eliminazione di ogni contenuto ideico. Nella depressione, l’umore è caratterizzato da una tristezza invincibile, persistente, indomabile, inconsolabile.
Talvolta unita ad un sentimento di sfinimento («non ne posso più»), questa tristezza può essere per lungo tempo contenuta, nascosta, e persino negata.
In questi casi sono spesso usate espressioni come «umore disforico». Il termine disforia indica un umore instabile, irascibile, arcigno, qualche volta intercalato da crisi, di collera.
L’anedonia depressiva consiste invece nell’incapacità dolorosa di provare piacere in attività o situazioni abitualmente gradevoli.
L’anestesia affettiva, ossia l’incapacità di provare sentimenti amorosi per i propri cari, è spesso patita ed espressa con grandi sensi di colpa (melanconia).
L’astenia è abituale. L’indebolimento è penoso, intenso, inspiegabile e dà luogo a una lamentazione continua. La difficoltà di agire caratterizza il vissuto depressivo. Nell’aspetto e nella mimica del depresso tutto indica stanchezza e sfinimento: aspetto tirato, sguardo spento, volto spossato.
I disturbi sessuali, dovuti a un calo della libido, sono frequenti.
I disturbi dell’appetito sono abituali e si manifestano il più delle volte con anoressia (perdita dell’appetito).
Il sonno è sempre turbato: si tratta qualche volta di ipersonnia, ma in generale l’insonnia resta il disturbo più frequente. Si manifesta, quasi solitamente, nelle prime ore della mattina, con risvegli precoci, momento più difficile da affrontare per il depresso il quale non ha il coraggio di assolvere tutti gli oneri che la giornata comporta (impegni lavorativi, nella gestione della casa, dei figli,ecc.), a differenza degli ansiosi che invece hanno difficoltà ad addormentarsi.
La depressione è solitamente dovuta a un evento recente o a una situazione psicologica conflittuale.

Cyberspazio e rischi psicopatologici

La Rete delle reti rappresenta la vera, straordinaria novità del terzo millennio. Siamo di fronte ad un passaggio evolutivo; l’uomo è diverso: la mente in Internet produce eventi e cambiamenti che non possiamo ignorare.
Le nuove tecnologie informatiche mediano tra noi e il mondo permettendoci sia di percepire l’ambente sia di agire su di esso, fornendoci inoltre l’opportunità della comunicazione con altre persone attraverso il computer.
Concetto più utilizzato per definire la rete è il cyberspazio. È un luogo virtuale nel quale gli individui svolgono alcune funzioni degli esseri umani mediante atomi: possono così parlare, comprare, eccitarsi, protestare, giocare, ecc.
La maggior parte dei documenti che sono reperibili in Rete sono di tipo ipertestuale, intendendo per ipertesto un’ opera strutturata articolata le cui parti sono consultabili in ordine non sequenziale attraverso collegamenti diretti denominati link.
Il noto World Wide Web comprende esclusivamente documenti ipermediali (suoni, immagini, filmati, ecc.).
In questo luogo pieno di immagini incalzanti, suoni emozionanti, scritte lampeggianti, colori vivaci e altro ancora, gli eventi si susseguono ad una velocità molto elevata alla quale il fisico e la mente, forse, non sono abituati. L’anarchia ipertestuale che imperversa in Rete può favorire una modalità di fruizione a zapping estremizzato: l’attenzione dell’utente tende ad essere sospinta verso una catena ininterrotta di brevi sequenze temporali, così che l’occhio non abbia il tempo di posarsi su alcunché se non per quella frazione di tempo necessaria per intuire dove spostarsi di nuovo. Un vero e proprio bombardamento sensoriale.
Un ‘altra caratteristica della comunicazione virtuale è la facilità con cui è possibile realizzare l’anonimato, che spinge alcuni utenti ad assumere identità fittizie dando sfogo a ciò che in linguaggio psicoanalitico potrebbe essere definito comportamento regressivo ( disinibizione generalizzata, uso eccessivo di proposizione di natura sessuale e generosità insolita )
Le valutazioni sui possibili rischi psicopatologici della comunicazione multimediale hanno portato alla identificazione di una nuova entità diagnostica, la IAD ( Internet Addiction Disorder ), una forma di abuso-dipendenza rispetto ad Internet che come sostenuto dalla Canadian Medical Association è reale come l’alcolismo, provoca come le altre patologie da dipendenza problemi sociali, craving, sintomi astinenziali, isolamento sociale, problemi coniugali e prestazionali, problemi economici e lavorativi.
I soggetti più a rischio per lo sviluppo della IAD sono compresi fra i 15 e i 40 anni, con difficoltà comunicative legate a problemi psicologici, psichiatrici, emarginazione, problemi familiari e relazionali.
In particolare sarebbero maggiormente esposte alla nuova sindrome personalità caratterizzate da tratti ossessivo-compulsivi e/o tendenti al ritiro nelle relazioni sociali e/o con aspetti di inibizione nei rapporti interpersonali per le quali la IAD può rappresentare un nuovo tipo di comportamento di esitamento grazie al quale il soggetto si rifugia nella Rete per non affrontare le proprie problematiche esistenziali.
L’utente all’inizio sente il bisogno di aumentare il tempo trascorso in Rete ( 5-6 ore giornaliere: limite critico ) in seguito si instaura subdolamente la consapevolezza di non poter riuscire a sospendere o quanto meno di ridurre l’uso di internet.
Il paziente sviluppa delle vere e proprie crisi di astinenza culminanti nel tentativo di sedazione, ritornando al proprio terminale, che provoca però un effetto limitato e poco durevole.
Si sono identificate due tipologie di retomani:
- Gli IA (Internet Addiction) con pregressa patologia rappresentati da pazienti con disturbi dell’area affettiva o con tratti ossessivo-compulsivi.
- Gli IA senza pregressa psicopatologia, nei quali lo sviluppo della sindrome da Internet Dipendenza dà valore all’ipotesi secondo la quale il rischio psicopatologico dell’uso della Rete deriva dalle stesse caratteristiche tecniche della comunicazione telematica, che consentirebbero al soggetto di vivere una condizione di onnipotenza.
Per alcuni pazienti con sintomatologia IAD-correlata si sono ipotizzati livelli della Rete sempre maggiore seguendo un percorso virtuale. Una fase iniziale definita della tossicofilia nella quale è presente un’attenzione ossessiva per la mail-box, periodo lurker, polarizzazione ideo-affettiva su temi inerenti la Rete. Questa prima fase è caratterizzata da un incremento del tempo di permanenza in Rete, malessere in off-line, intensa partecipazione a chat e gruppi di discussione, collegamenti in ore notturne con perdita di sonno.
La seconda fase, definibile tossicomania, correlata a fenomeni psicopatologici è caratterizzata dall’incontro con le MUD e da collegamenti così complicati da determinare compromissione della vita relazionale, sociale e professionale.

Auto-efficacia personale, incapacità appresa e strumenti mentali

Ognuno di noi possiede un costrutto multi-dimensionale che riassume le abilità e le competenze per fronteggiare adeguatamente situazioni problematiche relative a eventi di vita quotidiana o a gravi eventi traumatici.
Alcuni possiedono un’auto efficacia personale, intesa come percezione dell’ appropriatezza delle azioni di fronteggiamento che il singolo mette in atto per risolvere situazioni problematiche; mentre altri sono soggetti ad una incapacità appresa ovvero un’inabilità a fronteggiare le situazioni di disagio scaturite dall’interazione svantaggiosa tra i vincoli ambientali che si riscontrano e la propria storia di successi e insuccessi.
In un intervento educativo, è importante proporre un processo chiamato
d’ empowerment, a fronte dei moderni disagi.

Empowerment

Il termine, letteralmente, si riferisce a un processo di “acquisizione di potere”, inteso come capacità di intervenire attivamente sulla propria vita.
Viene concepito subito come capacità di ripensare e rivisitare in modo critico le varie dimensioni della vita sociale, attraverso l’impiego attivo delle persone, e soprattutto di quelle marginalizzate, isolate e senza voce in capitolo su fatti importanti della vita della comunità.
Il termine empowerment sintetizza un processo mediante il quale gli individui aumentano la possibilità di esercitare un controllo sulla propria esistenza, sviluppando abilità che permettano loro di fare una lettura critica della realtà sociale e stimolando l’elaborazione e l’assunzione di strategie opportune per il raggiungimento di obbiettivi personali e sociali.
In ambito pedagogico, l’empowerment ha acquistato grande rilevanza nel promuovere la crescita e il miglioramento delle persone nell’intero ciclo vitale, con riferimento alla capacita di definire, costruire e ricostruire incessantemente il rapporto discendente-docente, all’insegna del reciproco processo di apprendimento.
Il costrutto di empawerment trova spazio pure nella psicologia della salute, quindi dei valori o dei principi ispiratori in cui risultano centrali la prevenzione del rischio e la capacità di fare fronte alle situazioni di stress a partire dalle proprie competenze di base.
L’empowerment consiste quindi nel riconoscimento, nella consapevolezza,
nell’ampliamento delle proprie risorse e nella conoscenza del proprio mondo di appartenenza, per realizzare finalità personali e socio-politiche.
L’empowerment connota anche un nuovo modo di accostarsi alla realtà, con minore fatalismo e maggiore senso di incisività su quanto accade attorno a noi.
La realizzazione degli interventi di empowerment si concentra su tre obiettivi:
· promuovere l’autostima,
· fornire gli strumenti per aumentare le competenze,
· sviluppare la creatività per produrre e intraprendere cambiamenti.
L’importanza a partecipare a esperienze collettive, partendo dal punto di vista che la condivisione di particolari situazioni in una dimensione di gruppo riduce in qualche modo l’autobiasimarsi e dunque le esperienze di frustrazione e di incapacità appresa. Per rendere efficace il cambiamento entra a questo punto il gioco della relazione di circolarità tra individuo-gruppo-organizzazione: in questo ambito, la circolarità permette a individuo, piccolo gruppo e ambiente esterno di influenzarsi reciprocamente.
Come si comprende l’empowerment diviene un processo a spirale. È una relazionalità continua e contigua con gli altri che non esclude il singolo individuo, piuttosto presuppone una relazionalità con se stessi e col proprio mondo interiore e ambientale.
È ormai parte del patrimonio culturale la convinzione che, rispetto alle situazioni di disagio individuali nel mondo giovanile, è necessaria un’azione preventiva che privilegi una dimensione promozionale anziché dissuasiva. Per questo, in particolare negli ultimi anni, si è sviluppata l’idea di un lavoro di rete che rafforzi la responsabilità educativa e preventiva nei confronti degli adolescenti e della popolazione giovanile. Proprio per questo si è dimostrato determinante favorire programmi di empowerment che mirino ad aumentare il senso di potere personale e la capacità di leggere i diversi sistemi sociali per comprendere i condizionamenti che pongono, ma anche le opportunità che offrono.

Conclusioni

L’idea è di realizzare e sviluppare il processo d’emporwerment attraverso la proposta di una morale: il miglior impiego dell’energia per condurre (o ricondurre) su quella originaria rete di reciprocità e relazioni, da cui non possiamo prescindere e, che avevamo acquisito nel venire al mondo.
Lo slogan Essere sani per essere utili è sicuramente la panacea per un’attività educativa attraverso lo sport ma l’eziologia dei moderni disagi forse pretende un diverso approccio: quello riesaminante una visione della collaborazione e della crescita collettiva come ricchezza per tutte le diversità del pianeta.
Per dirlo insomma con una sola espressione: “Essere utili per essere sani”:

Salute secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità significa stato di benessere psico-fisico; ma nel linguaggio quotidiano, come risulta dallo studio di Wright, il concetto di sano si estende fino a indicare la capacità dell’uomo ad essere pienamente umano; molto di più, quindi, dell’idea di star bene fisico; diventa un concetto morale: ed è a questo che dobbiamo mirare.