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Anoressia - Suicidio giovanile - Tossicodipendenza - Giovanni Dellantonio
INTRODUZIONE
CAPITOLO 1
UN PO’ DI ADOLESCENZA
CAPITOLO 2
CENNI DI STORIA SULL’ANORESSIA
CAPITOLO 3
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ IN CUI VIVIAMO…
3.1 DUE PAROLE IN PIU’ SULLA TV
CAPITOLO 4
L’ANORESSIA NERVOSA
4.1 UNA DEFINIZIONE
4.2 I PILASTRI SOCIO-CULTURALI DELL’ANORESSIA
CAPITOLO 5
UNA PARENTESI SCOLASTICA: COSA NE PENSANO ALCUNI ADOLESCENTI
CAPITOLO 6
L’ANORESSIA MASCHILE
6.1 ASPETTI GENERALI
6.2 UN CONFRONTO TRA MASCHI E FEMMINE
6.3 DCA E ATTIVITA’ FISICA: IL RUOLO DELLO SPORT
CONSIDERAZIONI FINALI
INTRODUZIONE
Beh, ho preso parte
ad un corso per educatori sportivi promosso dall’A.I.S.E. (Associazione
Italiana Sport Educazione) e durante l’anno di formazione sono stati trattati
diversi temi quali ad esempio la filosofia, la pedagogia, l’adolescenza.
Proprio in relazione all’adolescenza sono stati toccati argomenti di cui
non si sente parlare molto, ma che se qualcuno vi si interessa scopre quanto
siano diffusi; anoressia, suicidio giovanile, tossicodipendenza.
Occuparsi al meglio di ognuno di essi richiede un tempo assai lungo, perciò
nella mia tesi ho considerato l’anoressia, in particolare l’anoressia
maschile. Strano? Forse si, ma non più di tanto perché nel corso
della tesi ho scoperto che il fenomeno, se così si può chiamare,
in diversi paesi esteri è preso in considerazione in maniera piuttosto
approfondita.
L’A.I.S.E. si occupa di educazione, l’anoressia è un tema
inerente e toccante visto poi che giovani e giovanissimi sono i soggetti più
a rischio.
Nello svolgimento della tesi ho preso informazioni da libri, articoli, siti
internet – soprattutto inglesi e americani -, ho parlato con qualche psicologo,
con l’associazione “ARCA” di Trento e ho voluto sentire il
parere degli adolescenti, ho parlato con gli studenti del Centro Studi Walter
di Trento. Per questioni legate alla privacy non ho avuto occasione di vivere
l’esperienza probabilmente più significativa, cioè parlare
con pazienti o ex pazienti.
Spero che questa tesi faccia da trampolino per altre ricerche ed esperienze.
Capitolo 1
UN PO’ DI ADOLESCENZA
Che cos’è
l’adolescenza? Il periodo della nostra vita che maggiormente ci predispone
all’avventura. In questo periodo il corpo è quanto mai forte, in
fase di sviluppo e la mente particolarmente aperta e vogliosa di scoprire il
mondo e inseguire i propri sogni. Vedo questo frangente dell’esistenza
come “il culmine di un’intensa avventura da mantenuto”.
Del resto oggi più che mai per un giovane ci sono molte possibilità
di vedere, osservare, sperimentare situazioni di vita, di conoscere altra gente,
di lavorare.
L’adolescenza è tempo di cambiamento, di ricerca e di incertezza…ma
non in senso negativo, né problematico; varie volte ho sentito dire in
giro che l’adolescente di oggi è antisociale, non pensa al futuro,
non si preoccupa del domani e così via. Forse, però mi sono guardato
attorno pensando soprattutto ai giovani che frequentano il dojo e mi sono detto:
“E io dovrei andare in una scuola e dire ai ragazzi che hanno problemi?!,
oppure chiedere loro direttamente: “Ma tu sei un tipo che ha problemi?”…effettivamente
fa un po’ ridere, non penso sia il piede giusto con cui partire per avere
un dialogo con loro.
Considero il periodo in questione sicuramente particolare e certamente quello
più a rischio per l’insorgere di vari tipi di devianze quali possono
essere la droga, l’anoressia, il suicidio; questo perché il ruolo
della persona non è ben definito, il/la ragazzo/a è in preda ad
emozioni, sbalzi d’umore, è alla costante ricerca di un’identità,
vive in maniera forte l’esperienza del gruppo, gli amici sono insostituibili,
sono fondamentali compagni di avventura, l’autorità sembra non
rispondere mai alle loro esigenze, i genitori vengono odiati e amati, qualsiasi
discussione è un contrasto di pareri quasi “per partito preso”
e naturalmente qualora l’adulto cascasse nel tranello di accettare la
sfida mettendosi solo e costantemente in opposizione la perderebbe inevitabilmente!
Ciò che più
mi sta a cuore è che l’insorgere di gravi forme di devianza avvenga
nell’adolescenza e siano tutte accompagnate da una bassa gioia di vivere
e da una forte desolazione da parte della persona che ne soffre.
Non so se esistano cause particolari ma penso che le motivazioni che spingono
a percorsi estremi, quali ad esempio l’anoressia, siano molteplici, cosiccome
i fattori che mantengono in vita il problema; dalla fragile personalità
dell’interessato al rapporto coi genitori o con uno di essi, dall’influenza
di fattori ambientali come i mass-media alla solitudine interiore che la persona
può provare….
Altresì penso che sia importante nei confronti dei giovani in genere
ascoltarli con attenzione, evitare giudizi, moralismi e consigli ed esprimere
semmai il proprio punto di vista non per imporlo ma “semplicemente”
per comunicare.
Capitolo 2
CENNI DI STORIA SULL’ANORESSIA
Le culture umane nel corso dei secoli hanno valorizzato varie tipologie corporee
a seconda del contesto storico e culturale imperante.
Si possono enucleare più fattori aventi parte nel processo di valorizzazione
corporea, il primo fattore è collegato con il patrimonio genetico e le
funzioni fisiche legate alla sopravvivenza; oggi spesso non si pensa all'importanza
del grasso nelle donne come sostegno per la gravidanza e l'allattamento e negli
uomini per lo svolgimento di lavori pesanti, per la difesa dai probabili aggressori.
Un secondo fattore è di ordine economico; si può notare che nella
maggioranza delle culture umane la grassezza è stata preferita alla magrezza
sia nelle donne che negli uomini li dove le provviste di cibo erano carenti.
La spiegazione apportata a tale assunto si fonda sulle leggi del determinismo
economico: nelle società in cui le risorse e le ricchezze sono limitate,
il corpo grasso è oggetto di ammirazione in quanto simbolo di ricchezza
e di scorte abbondanti, la grassezza viene piuttosto incentivata, vista come
punto di arrivo nello status socio-economico, come testimoniano arcaici rituali
diffusi nell'Africa centrale e orientale, "le cerimonie di ingrasso"o
"le capanne per l'ingrasso"in cui le ragazze neo-puberi vengono intenzionalmente
supernutrite e presentate alla comunità tribale.
L'aspetto corporeo, la sagoma corporea costituita dalla pelle è infine
un sistema organico di notevole rilevanza psicologica, poiché si costituisce
come il meccanismo di separazione tra l'ambiente organico interno relativamente
stabile e l'ambiente esterno relativamente instabile ed è l'unico sistema
dell'organismo completamente accessibile all'osservazione esterna.
Indissolubilmente legato con l'aspetto fisico, il momento dell'alimentazione
ha assunto per l'uomo significati che sono andati ben oltre la mera funzione
nutritiva. Il rito del pasto nelle varie culture ha infatti assunto funzioni
via via diverse, tra cui quella di socializzare, di rinforzare l'appartenenza
ad un gruppo, di rispettare le gerarchie sociali dando alla persona più
prestigiosa per ceto, età, ruolo, il "posto d'onore"e la possibilità
d'esser servita per prima. Il digiuno ha suscitato in ogni epoca curiosità,
ammirazione, timore e l'astinenza volontaria dal cibo è stata sempre
vista come dimostrazione di grande forza d'animo e coraggio, usata per scopi
politici, religiosi e autocelebrativi.
Se si esclude l'età della pietra di cui non abbiamo sufficienti fonti
storiche ma in cui si presume venisse apprezzata nell'uomo una corporatura possente
e muscolosa data la prevaricante importanza di richieste di sopravvivenza su
quelle culturali, nelle prime fonti storiche tramandateci, vengono celebrate
figure di gran coraggio e forza fisica, l'Achille dell'Iliade, l'Ulisse dell'Odissea.
Nella grecità classica del V sec. a.C. si contrapponevano due tipologie
diverse di "uomo" in relazione allo stile di vita imperante. Ad Atene,
città dedita alla filosofia e alla vita nell' "agorà"
, il cittadino medio è raffigurato come "rotondo" e panciuto
mentre cammina comodamente nei dintorni dell'"agorà" gustando
prelibatezze locali o mentre discute con altri cittadini di questioni filosofiche
e politiche sui gradini dell'università; ben diverso è invece
l'aspetto che ha simboleggiato per secoli la vicina Sparta, la cui cultura era
imperniata sui valori del vigore fisico e della potenza militare, e la corporeità
celebrata era atletica, muscolosa, fornita di larghe spalle, snella, pronta
alla battaglia.
Durante l'apice dell'impero romano c'era una stridente differenza tra la popolazione
che aveva cibo insufficiente e quella che ne aveva in surplus. E' interessante
accennare ai banchetti della nobiltà romana, che con il passare degli
anni, e con l'ingrandirsi dell'impero, diventavano sempre più sfarzosi
e con dozzine di pietanze sempre più esotiche e particolari.
Tuttavia anche tra gli antichi romani la dieta era una pratica adottata sia
per ragioni estetiche che salutari, serviva per purificare il corpo dalla tossicità
di certi alimenti e per portarlo ad una restituito ad integrum. Tra gli scritti
di Ippocrate figura anche un trattato sulla dietetica, consigliata sia per scopi
preventivi che terapeutici e secondo Plinio il Vecchio alcuni medici prescrivevano
ai malati diete così rigide da farli quasi morire di fame mentre altri
tendevano rimpinzare di cibo i loro pazienti.
Vi era poi chi digiunava per motivi spirituali; gli aderenti alla corrente dello
Gnosticismo, sviluppatasi verso il II e il III sec. d.c., consideravano tutto
il mondo materiale corrotto e praticavano l'ascetismo, con l'astensione quasi
totale dal cibo e dai beni terreni. L'ascetismo cristiano trae le sue origini
dalle teorie di Platone, secondo cui l'anima era prigioniera del corpo aspirando
al ricongiungimento con il divino; soltanto con l'emancipazione dal mondo dei
sensi lo spirito poteva liberarsi e realizzare il suo potenziale divino attraverso
la privazione dal cibo e da altre necessità terrene. (Platone, "Fedro").
Se molte donne dal decimo secolo in avanti acquistarono notorietà per
i loro lunghi digiuni di stampo mistico, il digiuno ascetico trova negli uomini
la massima espressione nella vicenda dei “Padri del deserto”, dei
monaci anacoreti che in seguito alla "mondanità" della chiesa,
decisero di ritirarsi nei deserti dell'Egitto e della Palestina, per dedicarsi
totalmente al Signore, si narra che trascorressero anni nelle situazioni più
impervie in enormi restrizioni di cibo e acqua.
Il digiuno come forma di penitenza dei peccati commessi è una pratica
molto antica che ha da sempre accompagnato il destino degli uomini e sia nell'Antico
che nel Nuovo Testamento troviamo pubblici digiuni per placare la collera divina
in concomitanza con catastrofi o guerre. Il cibo soprattutto nel cristianesimo
è poi spesso associato al peccato e l'ingordigia di cibo alla tentazione
del demonio. Ancora oggi allo scoccare del nono mese del calendario islamico
l'intera massa di fedeli si astiene per un mese ad un rigido periodo di astinenze
alimentari e sessuali dall'alba fino al tramonto.
Ma anche l'astinenza prolungata da cibo era considerata nel medioevo come un
atto di superbia di fronte alle leggi divine e perciò condannata dalla
chiesa, si pensava addirittura che nei casi di inspiegabile resistenza al digiuno
si celasse l'operato del diavolo, che aiutava con sortilegi notturni il digiunatore
nella sua astinenza.
Nel complesso e variegato quadro del digiuno ascetico si possono riconoscere
alcuni tratti comuni che ripropongono all'attenzione il valore che alcuni elementi
dell'atto della nutrizione hanno assunto nelle culture umane.
1. La natura destabilizzatrice
e sovvertitrice del digiuno in ogni comunità umana.
2. La funzione di espiazione dei peccati espletata dal digiuno.
3. Il divieto di cibarsi di particolari tipi di alimenti, come alcune carni
animali, presente presso molti popoli.
1) Nel corso della storia si è assistito sovente a situazioni di carestia, dovute a guerre, siccità, piogge o gelo eccezionali che compromettevano il raccolto; i mezzi di sostentamento, come il grano o la selvaggina erano oggetto di venerazione, desiderati e temuti, o offerti in sacrificio agli dei come il bene più prezioso. Non stupisce quindi il sospetto e l'inquietudine che destavano nella comunità coloro che sceglievano volontariamente di non cibarsi; erano destabilizzanti per la vita comunitaria ed era facile che si interpretasse il loro comportamento come opera di spiriti maligni che avevano invaso il corpo e lo nutrivano di nascosto. Il rapporto tra l'astinenza dal cibo e la possessione demoniaca ha un'origine molto antica e compare già in un testo cuneiforme babilonese, anche nel mondo occidentale abbiamo testimonianze scritte di questa credenza, soprattutto in epoca bizantina e medievale, questo fu il motivo per cui i digiunatori vennero più spesso affidati alle cure di esorcisti e stregoni che dei medici e le sante ascetiche guardate con malafede e sospetto.
2) Per ragioni strettamente legate a quanto ora detto, il digiuno venne praticato dai popoli per allontanare i poteri demoniaci ed ingraziarsi la divinità protettrice. Lo si ritrova già nei salmi penitenziali dei Babilonesi, che rivelano l'importanza dei digiuni nei periodi difficili del regno. All'epoca dell'Antico Testamento, il digiuno costituiva una delle pratiche penitenziali più diffuse ed era inteso come un castigo autoinflitto per sollecitare la compassione divina. Durante il cristianesimo il digiuno era considerato uno dei modi per raccogliere l'appello di Cristo e redimersi dai peccati terreni; nell'ascetismo più fervente dei Padri del deserto per esempio il digiuno si accompagnava all'astinenza sessuale, la privazione del sonno e altre forme di indipendenza da quella fisicità a cui gli uomini erano troppo legati.
3) Leggendo testi sacri come "Il Levitico" o "Il Deuteronomio" ci si può facilmente imbattere in una pletora di divieti e prescrizioni dietetiche; alcuni animali come la lepre e il coniglio selvatico sono ritenuti impuri, altri come la pecora e la rana puri. Si può tentare di rispondere a tale spartizione in chiave allegorica, in quanto certi animali rappresenterebbero simbolicamente il peccato ed altri no, gli animali ritenuti impuri erano quelli che per qualche particolarità (colore, forma) si associavano a qualcosa di sporco, pericoloso e si pensava veicolassero influenze malefiche nocive per il corpo. Inoltre i periodi di digiuno e di prescrizioni dietetiche si attuavano spesso in coincidenza con eventi luttuosi per la comunità, come morti di sovrani o cataclismi naturali; l'astinenza alimentare poteva così salvaguardare dalle influenze malefiche spostatesi dall'evento infausto al cibo e purificare il corpo fino a raggiungere un certo livello di purezza.
Nei secoli del Medioevo e del Rinascimento, se da una parte ci arrivano documenti di asceti digiunatori e "fanciulle miracolose", dall'altra abbiamo molte descrizioni di come l'aspetto grasso e rubicondo fosse apprezzato e sinonimo di imponenza e ricchezza.
Fulgidi esempi di tale stile di vita furono Enrico VIII, sua sorella Elisabetta e la regina della Russia Caterina "La Grande", magri e atletici in gioventù, grassi leaders in età matura. Il Giulio Cesare di Shakespeare chiede di esser circondato da uomini grassi, che sono considerati meno minacciosi:" Lasciate che mi stiano intorno uomini grassi, dalla faccia paffuta, come il sonno della notte: Gaio Cassio scarno e affamato è d'aspetto; egli pensa troppo: questi uomini sono pericolosi." "Come vorrei che fosse più grasso!"(Atto1, Scena 2).
Nel famoso romanzo
di Tolstoy "Guerra e Pace" ambientato nella Russia dell'800, il vecchio,
esperto generale dell'armata russa deve essere aiutato a salire a cavallo a
causa dell' ingente mole e dei suoi acciacchi, egli viene descritto come un
abile stratega di guerra, dopo essere stato un valoroso combattente in gioventù.
Un altro esempio di quanto nei secoli passati una corporatura obesa non fosse
oggetto di critiche ma anzi, apprezzata e giudicata indicatore di buona salute
ci viene dal famoso filosofo David Hume nella sua "Lettera a un medico".
Il filosofo inglese racconta dell'appetito voracissimo che lo colse d'improvviso
nel Maggio 1731 e di come questa ingordigia lo portò nel giro di sei
settimane a diventare dal magro e allampanato ragazzo che era nel "Tipo
più robusto, gagliardo e pieno di salute che tu abbia mai visto, con
un aspetto rubicondo e un'espressione allegra".
Riguardo alla considerazione dell'uomo obeso nel corso dei secoli può
costituirsi infine un filo conduttore indicativo l'accettazione della corporatura
picnica nei presidenti degli Stati Uniti d'America. La maggior parte dei presidenti
degli USA, ad eccezione di A. Lincoln, divennero obesi in tarda età e
non subirono critiche per il loro aspetto, la loro ampia circonferenza era accettata,
attesa e conferiva loro status e salute. Si pensi a T. Roosevelt che dopo essere
stato un pugile dei pesi leggeri in gioventù divenne un obeso e apprezzato
presidente degli USA o a W. H. Taft che fu bonariamente preso in giro per la
sua mole e che divenne forse proprio per questa uno dei presidenti più
simpatici e amati dal popolo. Oggi l'atteggiamento nei confronti dell'aspetto
estetico è molto cambiato, e un presidente come Bill Clinton può
vedersi attaccato e deriso per delle dimensioni di "giro vita" che
sarebbero state considerate "da magro" in un presidente fino a cento
anni prima.
Molti secoli prima che Gull e Lasègue quasi contemporaneamente coniassero
il termine "anorexia" e ne definissero i connotati clinici, il fervore
religioso aveva portato uomini e donne a lunghi periodi di digiuno destando
la pubblica ammirazione.
Tenendo in considerazione
che la nozione di a-normalità nei fenomeni psicologici dipende dalla
cultura e dal contesto storico in cui è osservato il modello comportamentale
in questione ed essendo ben lungi dal voler associare retrospettivamente una
forma di inedia auto-indotta alla moderna "anoressia nervosa" mi accingo
a descrivere altre tre forme di digiuno spontaneo maschile accadute nei secoli
scorsi: Il digiuno per spettacolo, il digiuno degli artisti e il digiuno come
disturbo clinico.
Dalla fine del XIX sec. fino agli anni '30 del XX i cosiddetti "artisti
della fame" e "scheletri viventi" si servirono per fini spettacolari
del loro digiuno prolungato e del loro estremo dimagrimento, solevano esibirsi
dietro compenso nelle fiere, nei circhi e nei parchi di divertimento. Negli
artisti della fame emergeva l'ammirazione per la particolare abilità
espressa. Lo splendore e il declino degli artisti della fame e delle loro gesta
in tutte le principali città d'Europa ci sono giunte grazie agli innumerevoli
resoconti fatti da scrittori e cronisti dell'epoca e ciò perché
la lotta dell'uomo contro l'istinto naturale della nutrizione era fra ciò
che più colpiva l'immaginario popolare e che rendeva questi spettacoli
fra i più apprezzati nelle fiere. Ma si trattava di vera lotta?
La descrizione psicologica più profonda sugli artisti della fame ci viene
offerta da Franz Kafka nella sua novella "Un digiunatore" in cui lo
scrittore praghese narra della vita dei digiunatori e dei loro spettacoli. Kafka
pone l'attenzione soprattutto sul drammatico equivoco dell' "impresa"
del digiunatore, il suo vero inganno stava nel presentare la sua inclinazione
come una virtù, il suo digiunare come una prodezza, mentre invece il
digiuno per lui era la cosa più facile del mondo ed il mangiare invece
la cosa più ardua. La vicenda degli "artisti della fame" soprattutto
presenta delle interessanti affinità con alcuni tratti dei pazienti anoressici.
In effetti attraverso la vita e le opere di Kafka come quelle di altri letterati
dell'800-900 quali G.G. Byron, Barrie si possono rilevare molti tratti caratteristici
della personalità degli uomini anoressico-bulimici. Kafka e Lord Byron
cercarono per molti anni di conformarsi ad un ideale ascetico e spirituale che
si erano prefissi, in essi è inoltre presente l'ossessione per il proprio
corpo La vicenda di Barrie mette in luce un altro tratto familiare alla personalità
anoressica, il rifiuto della maturità sessuale e delle responsabilità
ad essa collegate. La vita di Barrie sembra ricalcare in maniera impressionante
il romanzo che lo rese celebre "Peter Pan, il bambino che non voleva crescere"
ed in molti suoi racconti troviamo personaggi che si rifiutano sia di crescere
(Peter Pan) che di mangiare (Moira), in "Little Mary".
Un altro esempio di A.M. è quello del matematico Kurt Goedl maggiormente
noto per i numeri che non per la malattia, del quale si hanno notizie quasi
zero. Qualcuno si è posto la domanda se Ghandi fosse A., ma probabilmente
la risposta è no!...egli infatti decise consapevolmente ad un certo punto
della sua vita di digiunare per vedere le conseguenze e mettendone poi in luce
gli effetti dannosi.
La difficile presa
in carico della sessualità matura, del corpo adulto è una componente
prioritaria nei disturbi alimentari, sia maschili che femminili. Tuttavia mentre
nella donna il processo è legato oltre che alle pressanti richieste culturali,
ai marcati e invasivi cambiamenti fisici richiesti dallo sviluppo puberale in
età precoce, nell'uomo ciò che provoca maggiori sollecitazioni
emotive è il peso psicologico delle responsabilità legate all'entrata
nel mondo degli adulti, lo dimostra il fatto che i sintomi coincidono spesso
con scelte "da adulti" come dover partire militare, dover gestire
la propria vita sentimentale, allontanarsi dalla famiglia ecc...
Anche se l'interesse per i disturbi dell'alimentazione come affezione psicosomatica
si è diffuso nella seconda metà del XX sec., sostituendo come
manifestazione sintomatica l'isteria dell'800 per proporzioni epidemiche e interesse
scientifico, le complicazioni legate all'atto nutritivo sono state menzionate
nei trattati dei medici in epoche ben più remote.
In un commento al primo libro delle Epidemiche di Ippocrate Galeno scrive:"Coloro
che rifiutano il cibo e non assorbono nulla sono chiamati dai greci anòrektous
(anòrektous) oppure asítous (asìtous) che significa coloro
che non hanno appetito ed evitano il cibo.
Per trovare una messa
in gioco della psiche nei disturbi dell'appetito e un riferimento all'affezione
maschile bisogna arrivare all'era moderna quando il medico francese Joseph Raulin
nella sua monografia sull'isteria del 1758 riconosce il ruolo patogenico dei
disturbi dello spirito e dei sentimenti e riconosce che anche i maschi sono
soggetti alle "affections vaporeuses". Al 1689 invece è fatta
risalire la prima descrizione clinica dell'anoressia. Il medico Morton parla
della cosiddetta "consunzione nervosa" che chiama anche "atrofia
nervosa" e la definisce come "una consunzione del corpo senza febbre,
né tosse, né dispnea, ma accompagnata da perdita dell'appetito
e da cattiva digestione...".
La scoperta dell'anoressia nervosa nell'accezione diagnostico-clinica in cui
oggi la si intende è contesa da due eminenti psichiatri dell'epoca vittoriana
W. Gull e E. Lasègue, anche se era stata già descritta dal meno
noto Marcè 10 anni prima. Anche se il primo a menzionarla in un articolo
scientifico fu effettivamente W. Gull nel 1868 la descrizione più brillante
per contenuto e forma ci viene offerta nel 1873 da Lasègue. Nell'articolo
intitolato "De l'anorexie histèrique" inserito negli "Archives
Gènerales de Medicine" egli afferma :"Lo scopo di questo articolo
è rendere nota una delle forme di isteria della regione gastrica, abbastanza
frequente da non essere, come troppo spesso accade, una generalizzazione artificiale
di un caso particolare...Il termine "anoressia" poteva essere sostituito
da "inanizione isterica"...Ho tuttavia preferito il primo termine
perché si riferisce a una fenomenologia meno superficiale, più
delicata e anche più clinica." Infine per concludere i riferimenti
clinici sui disturbi dell'alimentazione maschile può essere indicativo
(riflettendo sulla matrice ossessivo-compulsiva caratteristica dei maschi con
DCA) citare il caso di S.Freud dell' "Uomo dei lupi" in cui il paziente
aveva tra l'altro vissuto un periodo di perdita dell'appetito. Un recente studio
sulla casistica anoressica compiuto al Servizio di Psichiatria e Psicoterapia
dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma ha evidenziato l'aumento dal 1994
al 1996 delle forme maschili.
Siamo dunque giunti al giorno d’oggi, siamo nel 2000.
Capitolo 3
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ IN CUI VIVIAMO…
Nella realtà che ci circonda e della quale siamo parte integrante e importante
abbiamo molte occasioni di vedere parole, slogan e messaggi che ci offrono (o
forse ci impongono) degli stili di vita; uno degli aspetti che si nota incessantemente
è il culto del bello a tutti i costi, bello inteso come avere un fisico
scultoreo, fare del fitness, essere dei protagonisti, cercare di arrivare sempre
davanti agli altri, essere alla moda. Chiaramente vengono forniti anche i mezzi
per farlo: palestre dove si può usare i pesi, iscriversi al corso di
aerobica, fare “cardiofitness”, giocare a squash, e ancora entrare
in edicola e sfogliare riviste per la dieta all’ultimo grido, per aggiornarsi
sulle ultime novità della chirurgia estetica, ove si vede come il personaggio
del momento -noto e invidiato- abbia raggiunto una linea perfetta secondo l’immaginario
collettivo.
Prendo ad esempio la pubblicità e da maschio, nonché giovane,
mi vengono in mente quegli spot in cui maggiormente compaiono le donne; la presentazione
di un cellulare è inevitabilmente accompagnata dall’immagine di
una bella ragazza, i benefici di un certo cibo vengono mostrati attraverso il
corpo di una splendida signora, per non parlare dei numerosi prodotti che riguardano
l’estetica.
Denominatore comune e imperativo categorico di tutti questi esseri umani sono
l’essere bella, alta, magra e vestita alla moda. Il maschio deve fare
la sua parte per essere sportivo e muscoloso. Niente da dire se una persona
è bella (Naomi Campbell sicuramente lo è!), niente da dire se
una persona è alta, niente da dire se una persona è magra e neppure
se vestita in ghingheri e alla moda, ma può tutto questo diventare un
obbligo o addirittura un’ossessione? Può tutto questo rappresentare
una specie di soglia di entrata/uscita dalla società in cui viviamo?
Parto da alcuni presupposti; il primo è che non siamo tutti uguali, bensì
tutti diversi quindi uno è più alto, l’altro più
basso, uno magro e un altro più in carne.
Il secondo è che ognuno rimanga se stesso; la società presenta
un modello e chi più si avvicina ad esso è meglio degli altri,
chi se ne allontana diventa una sorta di pecora nera. Nella vita posso provare
e sperimentare molte cose, vivere molte avventure che mi servono a crescere
ma in maniera da non cadere nell’abitudine, non sentendomi superiore o
inferiore ad altri e guardando la realtà per quella che è, non
facendo nascere dei complessi per non aver raggiunto determinati risultati.
Posso benissimo fare degli esercizi di palestra se mi aiutano nella riabilitazione
di un ginocchio appena operato, posso curare un po’ l’alimentazione
se peso 140 kg, posso comperare giornali sui gossip delle star per farmi quattro
risate prima di addormentarmi, ma senza diventare fanatico.
Personalmente non vedo la vita come una gara, ma come un’opportunità
che l’essere umano ha per migliorare in quanto tale, un percorso di crescita;
accanto a questo egli può uscire da un cancello del viale alberato d’entrata
di un castello a bordo di una costosissima automobile, accompagnato da una giovane
signora mozzafiato e diretto ad un ristorante di lusso per una regale cena di
gala, ma non per questo credersi migliore o peggiore di altri, bensì
una persona che in quel momento può spendere un sacco di soldi.
3.1 DUE PAROLE IN PIU’ SULLA TV
Il pensiero vuol essere ad un mezzo che fa parte della nostra vita e pertanto
può essere utilizzato a seconda degli scopi, esso non è condannato
e/o messo al patibolo.
Cerco di staccarmi da tutto ciò che è o sembra abitudine, imparare
a pensare e vedere che cosa di ciò che mi sta attorno è buono
o meno, è sentito o imposto da qualcuno, e vedere così che succede,
se cambia qualche cosa nel modo di vivere, considerando perciò da punti
di vista diversi la quotidianità.
Ad esempio, molto semplicemente:
Mi alzo al mattino e regolarmente mi rado, e se una volta sono di fretta?...posso
lasciare la barba così com’è?
Faccio colazione col caffelatte, e se una mattina avessi bisogno di bere del
thé?
Salgo in auto e mi reco al lavoro, e se andassi in ufficio in autobus oppure
a piedi?
Quando la sera torno a casa mi aspetto la cena pronta, e se una sera un amico
ha bisogno di me? Oppure la cena non è servita?
Finito di mangiare mi siedo davanti alla tv, e se fuori c’è la
luna piena? Se provassi a farne a meno? Cambierebbe qualche cosa?
Cosa accade nel momento in cui osservo e ascolto invece che proseguire con un
paraocchi che mi lascia guardare solo avanti e non in altre direzioni?
Ci sono dati che dicono che il tempo passato davanti alla tv corrisponde a qualche
ora al giorno in media; in cucina solitamente vi è un apparecchio televisivo,
il quale viene acceso immancabilmente al momento dei pasti e sembra assurdo
visto che è uno dei rari momenti in cui ci si può trovare, parlare
e discutere di qualche cosa.
Quello che mi chiedo è se ci sia veramente bisogno di tutto questo “incollamento”;
ho idea che la tv dia una sorta di certezze, di soluzioni, di risposte, di momenti
sicuri, certi, ma che per contro non inducono a pensare, ad avere un opinione
delle cose, a mettersi in discussione perché i canoni e le regole da
seguire in ogni frangente sono comunicati e paiono incontrastabili. In questo
modo parole, chiacchiere e discussioni tra le persone non fanno altro che ribadire
ciò che già è stato detto sul grande schermo, e, chi in
questi frangenti è originale e ne sa di più? Colui che per primo
riporta agli altri ciò che ha sentito in tv.
Ma è vero, non è vero, è utile, non lo è, piace,
non piace ciò che viene detto?...risultano domande superflue dal momento
che non è questo l’importante.
Nonostante esistano queste “certezze” e che tanto esse vengano ricercate
e trovate, nel vivere la vita reale sembrano esserci più incertezze e
momenti di insoddisfazione che gioia ed entusiasmo nei confronti della vita.
Ciò che viene comunicato non lascia spazio a idee personali e reale libertà
di esprimersi perché è creato “si per divertire”,
“si per incuriosire”, “si per coinvolgere” ma sempre
con l’intento di rinchiudere il pensiero e il fare di ognuno tra le pareti
dettate dai mass media; in caso contrario diventa controproducente.
L’anoressia non è esente da influenze e condizionamenti.
Capitolo 4
L’ANORESSIA NERVOSA
4.1 UNA DEFINIZIONE
L’A.N. è uno dei disturbi più frequenti e più gravi
tra i cosiddetti DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare). Vi è una
restrizione eccessiva dell’alimentazione, tale da compromettere il normale
funzionamento dell’organismo. Il cibo diventa l’unico pensiero e
il voler controllare il rapporto con esso nei più piccoli particolari
non lascia spazio ad altro, pervade la mente in maniera ossessiva e distruttiva.
Vorrei dare una definizione che non sia legata alla realtà teorica, accademica,
dei libri, ma che rappresenta il quotidiano. Mi viene in mente innanzitutto
che l’A. ha a che fare con il cibo….ecco: ANORESSIA = SUICIDARSI
ATTRAVERSO IL CIBO.
4.2 I PILASTRI SOCIO-CULTURALI DELL’ANORESSIA
Parlo volutamente del contesto socio-culturale all’interno del quale si
sviluppa l’A. e in particolare del fatto che A. e B., DCA (Disturbi del
Comportamento Alimentare) in genere, non sono presenti nelle aree del mondo
in cui non è penetrata la cultura occidentale, e nello stesso Occidente
erano disturbi più rari fino a cinquant’anni fa.
Uno studio condotto su ragazze elette Miss America negli anni dal 1958 al 1987
ha dimostrato come dal secondo dopoguerra l’ideale di bellezza sia legato
a un rapporto peso/altezza via via sempre più basso e quindi sempre più
magro. Per restare più vicini, le Miss Italia degli ultimi anni presentano
un indice di massa corporea al di sotto del limite normale e molto spesso vicino
ai valori che fanno porre diagnosi di anoressia.
In sintesi: la donna migliore, secondo i canoni vigenti, deve essere per forza
magra.
Essere magra per una donna oggi significa sentirsi e pensare di essere bella,
accettata, attraente, desiderabile, vincente e potente. L’estetica del
magro è divenuta un valore sociale e, soprattutto per un giovane, un
mezzo per giudicare il proprio valore come persona. Già dall’età
di 8-9 anni l’immagine corporea inizia ad essere oggetto di attenzione,
preoccupazione e critica. Scopro addirittura l’esistenza di un caso di
A. in una bambina di 7 anni e uno in un bambino di 11.
Non si deve pensare che questo sia un problema esclusivamente femminile poiché
da uno studio –che riguardava maschi e femmine- è emerso che tra
i maschi il 27,5% voleva perdere peso ma solo l’11% era in soprappeso,
e si considerava magro l’8,4% mentre in realtà lo era ben il 51%.
Ogni anno 1 milione di maschi è colpito da A.
Il benessere del
mondo occidentale ha portato a vivere in una condizione di grande disponibilità
di cibo, e la specie umana non ha probabilmente mai affrontato la gestione dell’abbondanza
di cibo, semmai sempre il contrario. Da una parte c’è abbondanza
a cui è difficile resistere (basta pensare a quando si entra in un supermercato),
dall’altra vengono proposti i cibi idonei per rimediare (a che cosa?),
ovvero i cibi “dietetici” che tutelano la nostra salute. Non si
insegna certo a nutrirsi a seconda delle necessità ascoltando il corpo.
Risulta forte il fatto che da un lato vi sia un’enorme pressione affinché
si mangino un sacco di alimenti (per un sacco di motivi) dall’altro vi
sia pressione verso la magrezza; come se, venduta una Ferrari, si pubblicizza
l’andare piano. Quello che da una parte è indicato come buono e
saporito dall’altra parte risulta dannoso.
A questa sorta di “disorientamento” si affianca un atteggiamento
inquieto verso il cibo per il fatto che il pesce contiene il mercurio, la carne
è di mucca pazza, nella frutta ci sono i pesticidi, il grano è
geneticamente modificato…
Il momento del pasto poi ha perso quel significato di riunione della famiglia,
ognuno mangia quello che trova, dove capita, spesso con la sua “specifica
e indicata” pietanza.
Sono fattori che presi tutti assieme da un lato offrono numerose possibilità,
dall’altro rendono sempre più difficoltoso un certo equilibrio,
non solo alimentare.
Capitolo 5
UNA PARENTESI SCOLASTICA: COSA NE PENSANO ALCUNI ADOLESCENTI
Sono andato a parlare in una scuola privata, il “Centro Studi Walter”
di Trento, con una quindicina di studenti frequentanti il 3°, 4° e 5°
anno delle scuole superiori; vi erano maschi e femmine, studenti geometri e
altri studenti sulla strada per diventare dirigenti di comunità.
Si sono dimostrati attenti e interessati al problema; le domande e le discussioni
avevano un forte aggancio con la realtà quotidiana dato anche il fatto
che qualcuno di essi aveva già avuto indirettamente a che fare con la
malattia, aveva avuto parenti, amici o amiche, a volte compagni di classe coinvolti.
I ragazzi dicono
di aver provato un po’ di titubanza nel mettersi a confronto e soprattutto
nel venire a sapere che alcune persone loro vicine erano A.; vedevano che una
persona era particolarmente magra, ma non si rendevano ben conto del problema.
Incontrando la persona a scuola tutto appariva pressoché normale perché
venivano scambiate due parole, si parlava delle materie di studio e in questo
modo non si riusciva a entrare in particolare confidenza, tuttavia in certe
situazioni come il festeggiare un compleanno, emergevano comportamenti strani,
come il rifiuto ostinato del cibo, con momenti di eccessiva e accentuata irritazione
verso di esso e verso chi lo offriva.
In riferimento a questi contesti sembrava emergere indirettamente la domanda:
“Come devo comportarmi?”.
Le donne sono più
coinvolte dei maschi nella discussione e questo pare scaturire dal fatto che
oltre a essere più toccate a livello statistico…per contro il maschio
tende ad avere un rapporto col cibo più “menefreghista”!
Mi spiego meglio; il rapporto donne A.-maschi A. è 10 a 1 quindi i dati
di fatto indicano che le donne sono più colpite; se a questo si aggiunge
anche il tipo di modello ideale femminile che la società di oggi propone,
il rapporto “donna bella – ruolo del cibo” acquista un certo
valore. Il maschio per contro è semmai soggetto a certi canoni ed influenze
nella considerazione dell’altro sesso ma non nel giudizio personale e
il rapporto col cibo in relazione a se stesso diventa più naturale, non
legato a stereotipi e modelli, e meno velato di stress psicologico o sensi di
colpa.
Le ragazze dicono che per loro avere una certa linea è importante, ci
pensano e ogni tanto curano l’alimentazione e affermano: “Quando
stavo con quel ragazzo mi piaceva farmi vedere in forma…”, oppure,
“…è, si, sai, le famose maniglie dell’amore…”,
ancora, “…così posso vestirmi in un certo modo…”.
I maschi invece esibiscono frasi di questo tipo: “ Io arrivo a casa e
mangio di tutto…”, “…ma chi se ne frega della dieta…”,
“…prima di andare a dormire mi mangio un panino col salame…!”;
addirittura due ragazzi che fanno sport, l’uno calcio, l’altro sci,
nonostante l’allenamento prescriva una certa tabella alimentare hanno
detto di mangiare quello che hanno voglia tranquillamente e senza pensarci.
Emerge qui, secondo me, l’importanza data alla competitività e
all’agonismo esasperato che può portare a comportamenti estremi
(nello specifico riguardanti il cibo) pur di arrivare ad un determinato risultato;
così, mi sorge la domanda: “Lo sport fa sempre bene, lo sport è
salute?”.
E’ emerso molto forte il ruolo dato alla bellezza estetica (intesa come forma fisica apparente, superficiale), sia come aspetto importante della nostra società, sia come fattore fondamentale per la malattia. Soprattutto le ragazze sostengono come per loro sia diventato un canone di giudizio importante (vedi le frasi sopra riportate).
Per quanto riguarda l’A.M. una studentessa ha detto di aver avuto un amico A.; questo aveva passato periodi alterni tra ricoveri e a casa…, lei si accorgeva quando lui stava bene dal colorito, dall’umore. Quando era a casa o comunque in contatto con la famiglia la situazione sembrava peggiorare, questo in linea con la maggioranza dei casi (per maschi e femmine). Mentre, al contrario di quanto si dice a proposito dell’alta frequenza di omosessuali tra i M.A., questa persona aveva avuto più di una ragazza.
Altro aspetto emergente
dalla discussione è la mancanza nelle scuole (e forse anche in altre
istituzioni) di una campagna informativa riguardante questi problemi (A. e altre
patologie). I ragazzi conoscono qualche notizia sporadica sull’argomento;
alcuni hanno vissuto il problema indirettamente (per via di un/a compagno/a
di classe, di un cugino, di un’amica), altri ne hanno sentito parlare
casualmente alla radio e alla tv, tuttavia non esiste un reale filo diretto.
Soprattutto in istituti pedagogici e che si occupano di educazione potrebbe
esistere un maggiore contatto con determinate realtà, quantomeno a livello
informativo; questo dovrebbe avvenire non tanto per impartire delle nozioni
teoriche ma con dati e fatti molto pratici e quotidiani che interessano i ragazzi,
li stimolano e li rendono soggetti attivi fin dall’inizio del percorso
scolastico verso l’ambiente extrascolastico. Che sia dato loro almeno
un assaggio di quella che è la realtà circostante e che magari
sarà la loro professione.
Tutto ciò, allargando gli orizzonti, al fine di introdurre i giovani
ad una certa responsabilità sociale.
Quello di cui scrivo
è il frutto di una discussione di un paio d’ore e che ha visto
gli adolescenti piuttosto attivi nel dire la loro, nel porre domande a 360°,
cioè, riguardanti i sintomi di una malattia, il contesto familiare, cosa
possono fare gli amici, quando una persona guarisce, il ricovero in ospedale,
esperienze vissute. Sono emersi alcuni stereotipi sociali che influenzano le
idee.
I ragazzi sono vicini all’adolescente A. in quanto adolescenti, allora
perché non coinvolgerli di più?
Capitolo 6
L’ANORESSIA MASCHILE
6.1 ASPETTI GENERALI
Da vari studi e ricerche
emerge che l’A.M. ha delle caratteristiche riscontrabili anche in quella
femminile, altre peculiari. Da considerare che molte pubblicazioni e esperienze
sul campo sono state effettuate nella popolazione A. femminile, vista la maggior
diffusione del problema tra le donne, quindi può darsi che lo studio
della condizione maschile sia partito da dati, fatti e idee sviluppatisi proprio
in quel contesto.
Premesso questo, passo all’essenziale. Halperin (1996) suggerisce che
i maschi formino un’immagine del proprio corpo attraverso la partecipazione
a sports e, allo stesso tempo, che la socializzazione derivante da un’attività
di squadra possa costituire una risorsa esterna nell’accettazione del
corpo. Accanto a ciò una ricerca di Kearney-Cooke e Steichen Asche (1990)
mostra che i M.A. sono più probabili rispetto alle femmine ad essere
oggetto di derisione da parte dei loro pari per via del loro aspetto fisico.
Quest’ultimo risulta perciò molto importante di fronte al giudizio
altrui (e implicitamente personale) come motivo di accettazione, di desiderabilità
sociale e per un accrescimento (apparente) dell’autostima. Le righe appena
sopra richiamano alcuni aspetti significativi: lo sport (di cui scrivo più
dettagliatamente in seguito), l’aspetto fisico, il livello di autostima.
Kearney-Cooke e Steichen-Asch (1990) hanno messo in campo un ulteriore punto
di vista sostenendo che fin dalla nascita, i ragazzi vengono indottrinati su
ciò che significa “essere un uomo”. Essi acquisiscono la
credenza che questo vuol dire mettere in atto un determinato set di attitudini
e comportamenti che a loro volta “instillano” indipendenza, preoccupazione
per la carriera, competitività, forza fisica, spiccata aggressività.
Quando il ragazzo giovane ha raggiunto questi obiettivi c’è il
rischio che si trovi in un isolamento emozionale che porta a comportamenti problematici...una
ricerca di De Angelis (1997) ha dimostrato che il M.A. (come la femmina) prova
un senso di inutilità ed inefficacia a livello interpersonale e inabilità
nel controllo delle proprie emozioni. Vi è l’idea che la perdita
di autostima possa essere recuperata attraverso la dieta, che l’esercizio
fisico porti ad un aspetto più mascolino e ad un maggior controllo, il
che significherebbe un maggior rispetto da parte degli altri (Anderson, 1992).
Sempre Anderson (1992) suggerisce che i maschi che sviluppano A.N. differiscono
dalle femmine in 3 grandi aree riguardanti le diete. Il primo coinvolge il motivo
della dieta; mentre le donne si mettono a dieta perché si sentono grasse,
i maschi lo fanno perché ad un certo punto della loro vita sono stati
in soprappeso. Secondo, i maschi più spesso delle femmine si mettono
a dieta per raggiungere determinati risultati sportivi o per evitare certi tipi
di critiche a proposito di certi sport e legate presumibilmente all’aumento
di peso. Terzo, vi è una maggior preponderanza da parte degli uomini
in dieta ad evitare potenziali problemi medici, specialmente quelli che essi
hanno visto svilupparsi nei loro genitori.
Emergono anche omosessualità o confusione nell’identità di genere – il 21% dei M.A. è omosessuale – (Anderson, 1990; Braun & Crisp, 1980). Preciso che questo è un dato da tenere in considerazione in quanto piuttosto significativo, ma non vuol dire che A.M. e omosessualità si presentino sempre assieme, né che la seconda sia causa della prima.
In linea con quanto detto fino ad ora Abell e Richards (1996) sostengono che gli aspetti più rilevanti legati all’A.M. siano l’insoddisfazione verso la propria immagine corporea e la mancanza (o perdita, diminuzione) di autostima.
Altri risultati sono di Carlag, Carmago e Herzog (1997) e si possono presentare come una lista di fattori sottostanti all’A.M, e ai DCA in genere:
· 9 persone
su 10 con DCA sono femmine
· Nel 90% dei casi il disagio si manifesta tra i 15 e i 30 anni
· La maggior parte degli individui A. sono caucasici, femmine educate
in collegi e appartenenti a classi sociali medie e/o elevate.
· Molti sono membri di famiglie “intatte”, non coinvolte
direttamente fino a quel momento
· Le diete sono dei precursori per i DCA, specialmente in adolescenti
o persone nei primi anni dell’età adulta
· Molti di coloro che sono coinvolti in DCA possono essere inquadrati
come “super-arrivisti”
· Molti hanno un’immagine corporea distorta
· Si osserva frequentemente depressione
· Sono presenti disturbi di personalità comuni quali istrionismo,
borderline, tratti di passività nell’aggressività
· Fattori socioculturali quali enfatizzazione della snellezza nelle femmine
e muscolosità e magrezza per i maschi
· Spesso è presente una bassa autostima
· Tra i maschi sono comuni asessualità o omosessualità
· E’ prevalente l’abuso di alcool e altre droghe
· Caratteristiche dell’A.M. sono il perfezionismo e l’ossessività
· Vi è la paura di ingrassare, il rifiuto di mantenere uno standard
minimo normale di peso
Herzog (38 ) ha trovato
pazienti M.A. con vissuti di isolamento sessuale, inattività sessuale
e omosessualità conflittuale.
Hall (43) in una serie di 9 pazienti maschi, dei quali è stata rivisitata
la storia personale familiare, ha notato attenzione diretta a interessi corporali
causata dall’essere stato soprappeso (2/9), aver avuto atteggiamenti di
chiusura con pazienti con DCA (2/9), aver tentato di identificarsi con un membro
magro della famiglia (2/9), aver cercato di trattare l’acne attraverso
una dieta rigorosa (2/9), e tentando di affrontare la paura di avere un cancro
(1/9).
Un paragrafo interessante all’interno di un articolo trovato in Internet dice che l’A.N. può essere vista sia come una malattia biologica che psicologica, dove il soffrire di fame può sfociare in numerose complicazioni come uno stentato sviluppo fisico e sociale o anche la morte…secondo Hsu (1990) il paziente A. smette di cibarsi perché è spaventato dal mangiare piuttosto che dal perdere peso. Infatti, è ben documentato che la persona A. sperimenta regolarmente un intenso rimorso interno con spasmi di forte paura che regolarmente rimandano la persona stessa al bisogno di nutrirsi. Tuttavia, è proprio l’abilità di ignorare questo segnale che permette all’A. di sentirsi potenziato e di avere la situazione sotto controllo.
6.2 UN CONFRONTO TRA MASCHI E FEMMINE
La persona tipicamente anoressica, affetta da DCA in genere, è femmina.
Accanto a questo bisogna stare attenti agli stereotipi, possibili fonti d’inganno;
non vi è nessuna evidenza per dire che i DCA nei maschi siano atipici
o differenti dai DCA trovati nelle femmine. Le diversità si hanno soprattutto
a livello statistico. Alcune ricerche dicono addirittura che i DCA si presentano
quasi equamente in maschi e femmine.
Attualmente il numero dei M.A. sembra sia in crescendo e mentre 20 anni fa si
pensava che per ogni 10-15 donne A. o bulimiche ci fosse un uomo, oggi i ricercatori
dicono che ogni 4 femmine A. si conta un maschio.
Gli specialisti vedono più maschi che femmine, ma questo potrebbe accadere
per la maggior difficoltà dei maschi a mostrare e dichiarare un “problema
da donna”; da parte loro i medici possono non aspettarsi DCA nei maschi
e sottodiagnosticare i casi.
· I maschi rispetto alle femmine
A. Appartengono a
basse classi sociali
B. Temono la competizione
C. Non hanno successo né a scuola, né nel lavoro
D. Sono più attivi
E. Hanno maggiore ansia legata al sesso
F. Presentano meno frequentemente episodi di bulimia, meno vomito indotto e
minor abuso di lassativi.
G. Sono più preoccupati per il cibo e il peso
H. Mostrano meno orientamento al successo
I. Presentano maggiori disturbi fisici
J. Impiegano più tempo ad ingrassare e meno tempo a dimagrire (questioni
di metabolismo)
6.3 DCA E ATTIVITA’ FISICA: IL RUOLO DELLO SPORT
In un certo senso, i DCA sono diete e programmi di fitness o sportivi andati orribilmente male. Una persona desidera perdere peso, essere in forma, eccellere nel proprio sport, ma poi PERDE IL CONTROLLO e finisce col corpo e con lo spirito devastati dall’inedia e dalla fame, dal purgare, dal mangiare in maniera esagerata, e dall’esercizio fisico frenetico e compulsivo.
· Statistiche
Numerosi studi suggeriscono
che coloro che praticano sport in cui vengono enfatizzati l’aspetto fisico
e un corpo magro sono ad alto rischio di sviluppo di DCA più di coloro
che sono coinvolti in sport che richiedono invece massa muscolare.
I disordini alimentari sono problemi significativi nel mondo del balletto e
della danza in genere, della ginnastica, del pattinaggio artistico, della corsa,
del nuoto, del canottaggio, delle corse di cavalli, e nel salto con gli sci;
nei primi sport dell’elenco è più semplice che l’atleta
arrivi all’A. piuttosto che ad altre patologie.
Un esempio di DCA è costituito dai lottatori i quali possono mangiare
freneticamente prima di un incontro caricandosi di carboidrati per poi prendere
delle purghe e poter gareggiare in una categoria di peso inferiore.
Uno studio su 695
atleti -comprendente maschi e femmine- (di cui non si conoscono gli autori,
probabilmente americani) ha messo in luce vari esempi di DCA; un terzo del campione
manifestava preoccupazione per il cibo. Circa un quarto si ingozzava freneticamente
almeno una volta in settimana. Il 15% pensava di essere soprappeso quando in
realtà non lo era. Circa il 12% aveva paura di perdere il controllo,
o perdeva il controllo, nel mangiare. Più del 5% mangiava fino a farsi
venire il voltastomaco ed essere nauseato. Ancora, il 5,5% vomitava per sentirsi
meglio dopo un’abbuffata e per poter controllare il peso. Quasi il 4%
abusava di lassativi. L’11% digiunava per 24 ore o più dopo un’abbuffata,
e circa l’1,5% faceva uso di clisteri per purgare.
Yates et al. (66) hanno confrontato maratoneti maschi e anoressici e hanno trovato
caratteristiche socioculturali e di personalità simili. I corridori manifestavano
strane preoccupazioni verso il cibo, e anche quando avrebbero raggiunto una
esile massa corporea del 95% con il solo 5% di grasso, avrebbero puntato al
4% di grasso corporeo. Molti avevano perso più del 25% del loro peso
iniziale e mostravano una inesorabile ricerca della magrezza o un’alterazione
dell’immagine corporea.
Yates suggerisce che i corridori siano alla ricerca di un’identità
e solleva la domanda: “L’A.N. nelle femmine e un certo tipo di corsa
nei maschi condividono una psicopatologia comune?”.
· Uno occhio di riguardo: i lottatori e la repentina perdita di peso
Chiunque si serva di metodi drastici e poco sani per perdere peso è a
rischio di morte o di sviluppo di gravi problemi…le morti di tre lottatori
di un college americano (nell’articolo non è scritto quale) alla
fine del 1997 hanno fatto da “grilletto” per una riesamina degli
sforzi estremi nel voler perdere peso, all’ordine del giorno in questo
sport. Atleti di altre discipline sono morti; corridori e ginnasti sembrano
essere i più a rischio. Le morti di tre giovani uomini in diverse parti
degli Stati Uniti (North Carolina, Wisconsin e Michigan) verso la fine del 1990
hanno portato il problema ancora una volta agli occhi del pubblico.
Le autorità credono che essi stessero cercando di perdere peso troppo
rapidamente (in maniera da poter gareggiare in classi di peso inferiori). L’allenatore
di lotta dell’Iowa State University è stato interpellato: “Quando
si hanno morti come queste sorge la domanda che cosa ci sia di sbagliato nello
sport. I lottatori credono, per prima cosa, che sia loro responsabilità
il “costruire peso”, e questo schema mentale può derivare
dal fatto che essi si trovino invincibili”. Essi si mettono costantemente
alla prova, vogliono essere sempre più in forma, pesare meno ed eccellere.
Un altro allenatore riporta queste parole: “…l’atteggiamento
instillato in questi imbrogli è che se loro spingono e spingono il tutto
sarà ripagato con una vittoria”.
CONSIDERAZIONI FINALI
Mi trovo a scrivere delle considerazioni finali sull’argomento…a
dire il vero mi accorgo, ed è forse uno degli aspetti più belli,
che le ricerche e le scoperte possono continuare fino a che l’interessato
non decide di smettere e che quindi le considerazioni finali possono essere
allo stesso tempo iniziali. Così accade in molti campi.
Mi pongo delle domande, prima delle quali: “Vi è un fattore comune
alla base dell’A.M.?” Per ora si possono considerare molti fattori,
forse un giorno ne verrà scoperto uno, magari il gene dell’A..
Il tipo di educazione ricevuta prende parte allo sviluppo della malattia? Beh,
da quanto ho scoperto sicuramente; la famiglia e la società giocano la
loro parte…
Cosa può fare ognuno di noi per migliorare la situazione?
Io non sono in grado di dare risposte sicure e definitive, penso che ognuno
possa dare il proprio contributo nel proprio ambito. Nel contesto dell’A.I.S.E.
il judo può essere utile in quanto le persone A. che lo praticano dicono
di trovarne giovamento, magari aspettiamo ancora un po’ per scoprire eventuali
risultati concreti, se qualcuno riesce a uscire realmente dalla malattia.
Secondo me qualsiasi risultato positivo non può comunque avvenire se
non tramite un lavoro comune.
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FAME D’AMORE.
UNA NUOVA CURA PER L’ANORESSIA - 2002 - Claude-Pierre Peggy - Mondadori
ANORESSIA. AMICA MIA, NEMICA MIA- Marchi Igino - Demetra
FIGLIE IN LOTTA CON IL CIBO. UN AIUTO PER I GEITORI, LE RAGAZZE, GLI INSEGNANTI
E GLI AMICI – 2003 - Ostuzzi Roberto, Luxardi G. Luigi - Baldini Castoldi
Dalai
LA SANTA ANORESSIA. DIGIUNO E MISTICISMO DAL MEDOEVO A OGGI - 2002 - Bell Rudolph
M. - Laterza
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