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Anoressia - Suicidio giovanile - Tossicodipendenza - Giovanni Dellantonio

INTRODUZIONE

CAPITOLO 1
UN PO’ DI ADOLESCENZA

CAPITOLO 2
CENNI DI STORIA SULL’ANORESSIA

CAPITOLO 3
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ IN CUI VIVIAMO…
3.1 DUE PAROLE IN PIU’ SULLA TV

CAPITOLO 4
L’ANORESSIA NERVOSA
4.1 UNA DEFINIZIONE
4.2 I PILASTRI SOCIO-CULTURALI DELL’ANORESSIA

CAPITOLO 5
UNA PARENTESI SCOLASTICA: COSA NE PENSANO ALCUNI ADOLESCENTI

CAPITOLO 6
L’ANORESSIA MASCHILE
6.1 ASPETTI GENERALI
6.2 UN CONFRONTO TRA MASCHI E FEMMINE
6.3 DCA E ATTIVITA’ FISICA: IL RUOLO DELLO SPORT

CONSIDERAZIONI FINALI
INTRODUZIONE

Beh, ho preso parte ad un corso per educatori sportivi promosso dall’A.I.S.E. (Associazione Italiana Sport Educazione) e durante l’anno di formazione sono stati trattati diversi temi quali ad esempio la filosofia, la pedagogia, l’adolescenza. Proprio in relazione all’adolescenza sono stati toccati argomenti di cui non si sente parlare molto, ma che se qualcuno vi si interessa scopre quanto siano diffusi; anoressia, suicidio giovanile, tossicodipendenza.
Occuparsi al meglio di ognuno di essi richiede un tempo assai lungo, perciò nella mia tesi ho considerato l’anoressia, in particolare l’anoressia maschile. Strano? Forse si, ma non più di tanto perché nel corso della tesi ho scoperto che il fenomeno, se così si può chiamare, in diversi paesi esteri è preso in considerazione in maniera piuttosto approfondita.
L’A.I.S.E. si occupa di educazione, l’anoressia è un tema inerente e toccante visto poi che giovani e giovanissimi sono i soggetti più a rischio.
Nello svolgimento della tesi ho preso informazioni da libri, articoli, siti internet – soprattutto inglesi e americani -, ho parlato con qualche psicologo, con l’associazione “ARCA” di Trento e ho voluto sentire il parere degli adolescenti, ho parlato con gli studenti del Centro Studi Walter di Trento. Per questioni legate alla privacy non ho avuto occasione di vivere l’esperienza probabilmente più significativa, cioè parlare con pazienti o ex pazienti.
Spero che questa tesi faccia da trampolino per altre ricerche ed esperienze.

Capitolo 1
UN PO’ DI ADOLESCENZA

Che cos’è l’adolescenza? Il periodo della nostra vita che maggiormente ci predispone all’avventura. In questo periodo il corpo è quanto mai forte, in fase di sviluppo e la mente particolarmente aperta e vogliosa di scoprire il mondo e inseguire i propri sogni. Vedo questo frangente dell’esistenza come “il culmine di un’intensa avventura da mantenuto”.
Del resto oggi più che mai per un giovane ci sono molte possibilità di vedere, osservare, sperimentare situazioni di vita, di conoscere altra gente, di lavorare.
L’adolescenza è tempo di cambiamento, di ricerca e di incertezza…ma non in senso negativo, né problematico; varie volte ho sentito dire in giro che l’adolescente di oggi è antisociale, non pensa al futuro, non si preoccupa del domani e così via. Forse, però mi sono guardato attorno pensando soprattutto ai giovani che frequentano il dojo e mi sono detto: “E io dovrei andare in una scuola e dire ai ragazzi che hanno problemi?!, oppure chiedere loro direttamente: “Ma tu sei un tipo che ha problemi?”…effettivamente fa un po’ ridere, non penso sia il piede giusto con cui partire per avere un dialogo con loro.
Considero il periodo in questione sicuramente particolare e certamente quello più a rischio per l’insorgere di vari tipi di devianze quali possono essere la droga, l’anoressia, il suicidio; questo perché il ruolo della persona non è ben definito, il/la ragazzo/a è in preda ad emozioni, sbalzi d’umore, è alla costante ricerca di un’identità, vive in maniera forte l’esperienza del gruppo, gli amici sono insostituibili, sono fondamentali compagni di avventura, l’autorità sembra non rispondere mai alle loro esigenze, i genitori vengono odiati e amati, qualsiasi discussione è un contrasto di pareri quasi “per partito preso” e naturalmente qualora l’adulto cascasse nel tranello di accettare la sfida mettendosi solo e costantemente in opposizione la perderebbe inevitabilmente!

Ciò che più mi sta a cuore è che l’insorgere di gravi forme di devianza avvenga nell’adolescenza e siano tutte accompagnate da una bassa gioia di vivere e da una forte desolazione da parte della persona che ne soffre.
Non so se esistano cause particolari ma penso che le motivazioni che spingono a percorsi estremi, quali ad esempio l’anoressia, siano molteplici, cosiccome i fattori che mantengono in vita il problema; dalla fragile personalità dell’interessato al rapporto coi genitori o con uno di essi, dall’influenza di fattori ambientali come i mass-media alla solitudine interiore che la persona può provare….
Altresì penso che sia importante nei confronti dei giovani in genere ascoltarli con attenzione, evitare giudizi, moralismi e consigli ed esprimere semmai il proprio punto di vista non per imporlo ma “semplicemente” per comunicare.


Capitolo 2
CENNI DI STORIA SULL’ANORESSIA


Le culture umane nel corso dei secoli hanno valorizzato varie tipologie corporee a seconda del contesto storico e culturale imperante.
Si possono enucleare più fattori aventi parte nel processo di valorizzazione corporea, il primo fattore è collegato con il patrimonio genetico e le funzioni fisiche legate alla sopravvivenza; oggi spesso non si pensa all'importanza del grasso nelle donne come sostegno per la gravidanza e l'allattamento e negli uomini per lo svolgimento di lavori pesanti, per la difesa dai probabili aggressori. Un secondo fattore è di ordine economico; si può notare che nella maggioranza delle culture umane la grassezza è stata preferita alla magrezza sia nelle donne che negli uomini li dove le provviste di cibo erano carenti.
La spiegazione apportata a tale assunto si fonda sulle leggi del determinismo economico: nelle società in cui le risorse e le ricchezze sono limitate, il corpo grasso è oggetto di ammirazione in quanto simbolo di ricchezza e di scorte abbondanti, la grassezza viene piuttosto incentivata, vista come punto di arrivo nello status socio-economico, come testimoniano arcaici rituali diffusi nell'Africa centrale e orientale, "le cerimonie di ingrasso"o "le capanne per l'ingrasso"in cui le ragazze neo-puberi vengono intenzionalmente supernutrite e presentate alla comunità tribale.
L'aspetto corporeo, la sagoma corporea costituita dalla pelle è infine un sistema organico di notevole rilevanza psicologica, poiché si costituisce come il meccanismo di separazione tra l'ambiente organico interno relativamente stabile e l'ambiente esterno relativamente instabile ed è l'unico sistema dell'organismo completamente accessibile all'osservazione esterna.
Indissolubilmente legato con l'aspetto fisico, il momento dell'alimentazione ha assunto per l'uomo significati che sono andati ben oltre la mera funzione nutritiva. Il rito del pasto nelle varie culture ha infatti assunto funzioni via via diverse, tra cui quella di socializzare, di rinforzare l'appartenenza ad un gruppo, di rispettare le gerarchie sociali dando alla persona più prestigiosa per ceto, età, ruolo, il "posto d'onore"e la possibilità d'esser servita per prima. Il digiuno ha suscitato in ogni epoca curiosità, ammirazione, timore e l'astinenza volontaria dal cibo è stata sempre vista come dimostrazione di grande forza d'animo e coraggio, usata per scopi politici, religiosi e autocelebrativi.
Se si esclude l'età della pietra di cui non abbiamo sufficienti fonti storiche ma in cui si presume venisse apprezzata nell'uomo una corporatura possente e muscolosa data la prevaricante importanza di richieste di sopravvivenza su quelle culturali, nelle prime fonti storiche tramandateci, vengono celebrate figure di gran coraggio e forza fisica, l'Achille dell'Iliade, l'Ulisse dell'Odissea.
Nella grecità classica del V sec. a.C. si contrapponevano due tipologie diverse di "uomo" in relazione allo stile di vita imperante. Ad Atene, città dedita alla filosofia e alla vita nell' "agorà" , il cittadino medio è raffigurato come "rotondo" e panciuto mentre cammina comodamente nei dintorni dell'"agorà" gustando prelibatezze locali o mentre discute con altri cittadini di questioni filosofiche e politiche sui gradini dell'università; ben diverso è invece l'aspetto che ha simboleggiato per secoli la vicina Sparta, la cui cultura era imperniata sui valori del vigore fisico e della potenza militare, e la corporeità celebrata era atletica, muscolosa, fornita di larghe spalle, snella, pronta alla battaglia.
Durante l'apice dell'impero romano c'era una stridente differenza tra la popolazione che aveva cibo insufficiente e quella che ne aveva in surplus. E' interessante accennare ai banchetti della nobiltà romana, che con il passare degli anni, e con l'ingrandirsi dell'impero, diventavano sempre più sfarzosi e con dozzine di pietanze sempre più esotiche e particolari.
Tuttavia anche tra gli antichi romani la dieta era una pratica adottata sia per ragioni estetiche che salutari, serviva per purificare il corpo dalla tossicità di certi alimenti e per portarlo ad una restituito ad integrum. Tra gli scritti di Ippocrate figura anche un trattato sulla dietetica, consigliata sia per scopi preventivi che terapeutici e secondo Plinio il Vecchio alcuni medici prescrivevano ai malati diete così rigide da farli quasi morire di fame mentre altri tendevano rimpinzare di cibo i loro pazienti.
Vi era poi chi digiunava per motivi spirituali; gli aderenti alla corrente dello Gnosticismo, sviluppatasi verso il II e il III sec. d.c., consideravano tutto il mondo materiale corrotto e praticavano l'ascetismo, con l'astensione quasi totale dal cibo e dai beni terreni. L'ascetismo cristiano trae le sue origini dalle teorie di Platone, secondo cui l'anima era prigioniera del corpo aspirando al ricongiungimento con il divino; soltanto con l'emancipazione dal mondo dei sensi lo spirito poteva liberarsi e realizzare il suo potenziale divino attraverso la privazione dal cibo e da altre necessità terrene. (Platone, "Fedro"). Se molte donne dal decimo secolo in avanti acquistarono notorietà per i loro lunghi digiuni di stampo mistico, il digiuno ascetico trova negli uomini la massima espressione nella vicenda dei “Padri del deserto”, dei monaci anacoreti che in seguito alla "mondanità" della chiesa, decisero di ritirarsi nei deserti dell'Egitto e della Palestina, per dedicarsi totalmente al Signore, si narra che trascorressero anni nelle situazioni più impervie in enormi restrizioni di cibo e acqua.
Il digiuno come forma di penitenza dei peccati commessi è una pratica molto antica che ha da sempre accompagnato il destino degli uomini e sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento troviamo pubblici digiuni per placare la collera divina in concomitanza con catastrofi o guerre. Il cibo soprattutto nel cristianesimo è poi spesso associato al peccato e l'ingordigia di cibo alla tentazione del demonio. Ancora oggi allo scoccare del nono mese del calendario islamico l'intera massa di fedeli si astiene per un mese ad un rigido periodo di astinenze alimentari e sessuali dall'alba fino al tramonto.
Ma anche l'astinenza prolungata da cibo era considerata nel medioevo come un atto di superbia di fronte alle leggi divine e perciò condannata dalla chiesa, si pensava addirittura che nei casi di inspiegabile resistenza al digiuno si celasse l'operato del diavolo, che aiutava con sortilegi notturni il digiunatore nella sua astinenza.
Nel complesso e variegato quadro del digiuno ascetico si possono riconoscere alcuni tratti comuni che ripropongono all'attenzione il valore che alcuni elementi dell'atto della nutrizione hanno assunto nelle culture umane.

1. La natura destabilizzatrice e sovvertitrice del digiuno in ogni comunità umana.
2. La funzione di espiazione dei peccati espletata dal digiuno.
3. Il divieto di cibarsi di particolari tipi di alimenti, come alcune carni animali, presente presso molti popoli.

1) Nel corso della storia si è assistito sovente a situazioni di carestia, dovute a guerre, siccità, piogge o gelo eccezionali che compromettevano il raccolto; i mezzi di sostentamento, come il grano o la selvaggina erano oggetto di venerazione, desiderati e temuti, o offerti in sacrificio agli dei come il bene più prezioso. Non stupisce quindi il sospetto e l'inquietudine che destavano nella comunità coloro che sceglievano volontariamente di non cibarsi; erano destabilizzanti per la vita comunitaria ed era facile che si interpretasse il loro comportamento come opera di spiriti maligni che avevano invaso il corpo e lo nutrivano di nascosto. Il rapporto tra l'astinenza dal cibo e la possessione demoniaca ha un'origine molto antica e compare già in un testo cuneiforme babilonese, anche nel mondo occidentale abbiamo testimonianze scritte di questa credenza, soprattutto in epoca bizantina e medievale, questo fu il motivo per cui i digiunatori vennero più spesso affidati alle cure di esorcisti e stregoni che dei medici e le sante ascetiche guardate con malafede e sospetto.

2) Per ragioni strettamente legate a quanto ora detto, il digiuno venne praticato dai popoli per allontanare i poteri demoniaci ed ingraziarsi la divinità protettrice. Lo si ritrova già nei salmi penitenziali dei Babilonesi, che rivelano l'importanza dei digiuni nei periodi difficili del regno. All'epoca dell'Antico Testamento, il digiuno costituiva una delle pratiche penitenziali più diffuse ed era inteso come un castigo autoinflitto per sollecitare la compassione divina. Durante il cristianesimo il digiuno era considerato uno dei modi per raccogliere l'appello di Cristo e redimersi dai peccati terreni; nell'ascetismo più fervente dei Padri del deserto per esempio il digiuno si accompagnava all'astinenza sessuale, la privazione del sonno e altre forme di indipendenza da quella fisicità a cui gli uomini erano troppo legati.

3) Leggendo testi sacri come "Il Levitico" o "Il Deuteronomio" ci si può facilmente imbattere in una pletora di divieti e prescrizioni dietetiche; alcuni animali come la lepre e il coniglio selvatico sono ritenuti impuri, altri come la pecora e la rana puri. Si può tentare di rispondere a tale spartizione in chiave allegorica, in quanto certi animali rappresenterebbero simbolicamente il peccato ed altri no, gli animali ritenuti impuri erano quelli che per qualche particolarità (colore, forma) si associavano a qualcosa di sporco, pericoloso e si pensava veicolassero influenze malefiche nocive per il corpo. Inoltre i periodi di digiuno e di prescrizioni dietetiche si attuavano spesso in coincidenza con eventi luttuosi per la comunità, come morti di sovrani o cataclismi naturali; l'astinenza alimentare poteva così salvaguardare dalle influenze malefiche spostatesi dall'evento infausto al cibo e purificare il corpo fino a raggiungere un certo livello di purezza.

Nei secoli del Medioevo e del Rinascimento, se da una parte ci arrivano documenti di asceti digiunatori e "fanciulle miracolose", dall'altra abbiamo molte descrizioni di come l'aspetto grasso e rubicondo fosse apprezzato e sinonimo di imponenza e ricchezza.

Fulgidi esempi di tale stile di vita furono Enrico VIII, sua sorella Elisabetta e la regina della Russia Caterina "La Grande", magri e atletici in gioventù, grassi leaders in età matura. Il Giulio Cesare di Shakespeare chiede di esser circondato da uomini grassi, che sono considerati meno minacciosi:" Lasciate che mi stiano intorno uomini grassi, dalla faccia paffuta, come il sonno della notte: Gaio Cassio scarno e affamato è d'aspetto; egli pensa troppo: questi uomini sono pericolosi." "Come vorrei che fosse più grasso!"(Atto1, Scena 2).

Nel famoso romanzo di Tolstoy "Guerra e Pace" ambientato nella Russia dell'800, il vecchio, esperto generale dell'armata russa deve essere aiutato a salire a cavallo a causa dell' ingente mole e dei suoi acciacchi, egli viene descritto come un abile stratega di guerra, dopo essere stato un valoroso combattente in gioventù.
Un altro esempio di quanto nei secoli passati una corporatura obesa non fosse oggetto di critiche ma anzi, apprezzata e giudicata indicatore di buona salute ci viene dal famoso filosofo David Hume nella sua "Lettera a un medico". Il filosofo inglese racconta dell'appetito voracissimo che lo colse d'improvviso nel Maggio 1731 e di come questa ingordigia lo portò nel giro di sei settimane a diventare dal magro e allampanato ragazzo che era nel "Tipo più robusto, gagliardo e pieno di salute che tu abbia mai visto, con un aspetto rubicondo e un'espressione allegra".
Riguardo alla considerazione dell'uomo obeso nel corso dei secoli può costituirsi infine un filo conduttore indicativo l'accettazione della corporatura picnica nei presidenti degli Stati Uniti d'America. La maggior parte dei presidenti degli USA, ad eccezione di A. Lincoln, divennero obesi in tarda età e non subirono critiche per il loro aspetto, la loro ampia circonferenza era accettata, attesa e conferiva loro status e salute. Si pensi a T. Roosevelt che dopo essere stato un pugile dei pesi leggeri in gioventù divenne un obeso e apprezzato presidente degli USA o a W. H. Taft che fu bonariamente preso in giro per la sua mole e che divenne forse proprio per questa uno dei presidenti più simpatici e amati dal popolo. Oggi l'atteggiamento nei confronti dell'aspetto estetico è molto cambiato, e un presidente come Bill Clinton può vedersi attaccato e deriso per delle dimensioni di "giro vita" che sarebbero state considerate "da magro" in un presidente fino a cento anni prima.
Molti secoli prima che Gull e Lasègue quasi contemporaneamente coniassero il termine "anorexia" e ne definissero i connotati clinici, il fervore religioso aveva portato uomini e donne a lunghi periodi di digiuno destando la pubblica ammirazione.

Tenendo in considerazione che la nozione di a-normalità nei fenomeni psicologici dipende dalla cultura e dal contesto storico in cui è osservato il modello comportamentale in questione ed essendo ben lungi dal voler associare retrospettivamente una forma di inedia auto-indotta alla moderna "anoressia nervosa" mi accingo a descrivere altre tre forme di digiuno spontaneo maschile accadute nei secoli scorsi: Il digiuno per spettacolo, il digiuno degli artisti e il digiuno come disturbo clinico.
Dalla fine del XIX sec. fino agli anni '30 del XX i cosiddetti "artisti della fame" e "scheletri viventi" si servirono per fini spettacolari del loro digiuno prolungato e del loro estremo dimagrimento, solevano esibirsi dietro compenso nelle fiere, nei circhi e nei parchi di divertimento. Negli artisti della fame emergeva l'ammirazione per la particolare abilità espressa. Lo splendore e il declino degli artisti della fame e delle loro gesta in tutte le principali città d'Europa ci sono giunte grazie agli innumerevoli resoconti fatti da scrittori e cronisti dell'epoca e ciò perché la lotta dell'uomo contro l'istinto naturale della nutrizione era fra ciò che più colpiva l'immaginario popolare e che rendeva questi spettacoli fra i più apprezzati nelle fiere. Ma si trattava di vera lotta?
La descrizione psicologica più profonda sugli artisti della fame ci viene offerta da Franz Kafka nella sua novella "Un digiunatore" in cui lo scrittore praghese narra della vita dei digiunatori e dei loro spettacoli. Kafka pone l'attenzione soprattutto sul drammatico equivoco dell' "impresa" del digiunatore, il suo vero inganno stava nel presentare la sua inclinazione come una virtù, il suo digiunare come una prodezza, mentre invece il digiuno per lui era la cosa più facile del mondo ed il mangiare invece la cosa più ardua. La vicenda degli "artisti della fame" soprattutto presenta delle interessanti affinità con alcuni tratti dei pazienti anoressici.
In effetti attraverso la vita e le opere di Kafka come quelle di altri letterati dell'800-900 quali G.G. Byron, Barrie si possono rilevare molti tratti caratteristici della personalità degli uomini anoressico-bulimici. Kafka e Lord Byron cercarono per molti anni di conformarsi ad un ideale ascetico e spirituale che si erano prefissi, in essi è inoltre presente l'ossessione per il proprio corpo La vicenda di Barrie mette in luce un altro tratto familiare alla personalità anoressica, il rifiuto della maturità sessuale e delle responsabilità ad essa collegate. La vita di Barrie sembra ricalcare in maniera impressionante il romanzo che lo rese celebre "Peter Pan, il bambino che non voleva crescere" ed in molti suoi racconti troviamo personaggi che si rifiutano sia di crescere (Peter Pan) che di mangiare (Moira), in "Little Mary".
Un altro esempio di A.M. è quello del matematico Kurt Goedl maggiormente noto per i numeri che non per la malattia, del quale si hanno notizie quasi zero. Qualcuno si è posto la domanda se Ghandi fosse A., ma probabilmente la risposta è no!...egli infatti decise consapevolmente ad un certo punto della sua vita di digiunare per vedere le conseguenze e mettendone poi in luce gli effetti dannosi.

La difficile presa in carico della sessualità matura, del corpo adulto è una componente prioritaria nei disturbi alimentari, sia maschili che femminili. Tuttavia mentre nella donna il processo è legato oltre che alle pressanti richieste culturali, ai marcati e invasivi cambiamenti fisici richiesti dallo sviluppo puberale in età precoce, nell'uomo ciò che provoca maggiori sollecitazioni emotive è il peso psicologico delle responsabilità legate all'entrata nel mondo degli adulti, lo dimostra il fatto che i sintomi coincidono spesso con scelte "da adulti" come dover partire militare, dover gestire la propria vita sentimentale, allontanarsi dalla famiglia ecc...
Anche se l'interesse per i disturbi dell'alimentazione come affezione psicosomatica si è diffuso nella seconda metà del XX sec., sostituendo come manifestazione sintomatica l'isteria dell'800 per proporzioni epidemiche e interesse scientifico, le complicazioni legate all'atto nutritivo sono state menzionate nei trattati dei medici in epoche ben più remote.
In un commento al primo libro delle Epidemiche di Ippocrate Galeno scrive:"Coloro che rifiutano il cibo e non assorbono nulla sono chiamati dai greci anòrektous (anòrektous) oppure asítous (asìtous) che significa coloro che non hanno appetito ed evitano il cibo.

Per trovare una messa in gioco della psiche nei disturbi dell'appetito e un riferimento all'affezione maschile bisogna arrivare all'era moderna quando il medico francese Joseph Raulin nella sua monografia sull'isteria del 1758 riconosce il ruolo patogenico dei disturbi dello spirito e dei sentimenti e riconosce che anche i maschi sono soggetti alle "affections vaporeuses". Al 1689 invece è fatta risalire la prima descrizione clinica dell'anoressia. Il medico Morton parla della cosiddetta "consunzione nervosa" che chiama anche "atrofia nervosa" e la definisce come "una consunzione del corpo senza febbre, né tosse, né dispnea, ma accompagnata da perdita dell'appetito e da cattiva digestione...".
La scoperta dell'anoressia nervosa nell'accezione diagnostico-clinica in cui oggi la si intende è contesa da due eminenti psichiatri dell'epoca vittoriana W. Gull e E. Lasègue, anche se era stata già descritta dal meno noto Marcè 10 anni prima. Anche se il primo a menzionarla in un articolo scientifico fu effettivamente W. Gull nel 1868 la descrizione più brillante per contenuto e forma ci viene offerta nel 1873 da Lasègue. Nell'articolo intitolato "De l'anorexie histèrique" inserito negli "Archives Gènerales de Medicine" egli afferma :"Lo scopo di questo articolo è rendere nota una delle forme di isteria della regione gastrica, abbastanza frequente da non essere, come troppo spesso accade, una generalizzazione artificiale di un caso particolare...Il termine "anoressia" poteva essere sostituito da "inanizione isterica"...Ho tuttavia preferito il primo termine perché si riferisce a una fenomenologia meno superficiale, più delicata e anche più clinica." Infine per concludere i riferimenti clinici sui disturbi dell'alimentazione maschile può essere indicativo (riflettendo sulla matrice ossessivo-compulsiva caratteristica dei maschi con DCA) citare il caso di S.Freud dell' "Uomo dei lupi" in cui il paziente aveva tra l'altro vissuto un periodo di perdita dell'appetito. Un recente studio sulla casistica anoressica compiuto al Servizio di Psichiatria e Psicoterapia dell'Ospedale Bambino Gesù di Roma ha evidenziato l'aumento dal 1994 al 1996 delle forme maschili.
Siamo dunque giunti al giorno d’oggi, siamo nel 2000.


Capitolo 3
UNO SGUARDO ALLA REALTA’ IN CUI VIVIAMO…


Nella realtà che ci circonda e della quale siamo parte integrante e importante abbiamo molte occasioni di vedere parole, slogan e messaggi che ci offrono (o forse ci impongono) degli stili di vita; uno degli aspetti che si nota incessantemente è il culto del bello a tutti i costi, bello inteso come avere un fisico scultoreo, fare del fitness, essere dei protagonisti, cercare di arrivare sempre davanti agli altri, essere alla moda. Chiaramente vengono forniti anche i mezzi per farlo: palestre dove si può usare i pesi, iscriversi al corso di aerobica, fare “cardiofitness”, giocare a squash, e ancora entrare in edicola e sfogliare riviste per la dieta all’ultimo grido, per aggiornarsi sulle ultime novità della chirurgia estetica, ove si vede come il personaggio del momento -noto e invidiato- abbia raggiunto una linea perfetta secondo l’immaginario collettivo.
Prendo ad esempio la pubblicità e da maschio, nonché giovane, mi vengono in mente quegli spot in cui maggiormente compaiono le donne; la presentazione di un cellulare è inevitabilmente accompagnata dall’immagine di una bella ragazza, i benefici di un certo cibo vengono mostrati attraverso il corpo di una splendida signora, per non parlare dei numerosi prodotti che riguardano l’estetica.
Denominatore comune e imperativo categorico di tutti questi esseri umani sono l’essere bella, alta, magra e vestita alla moda. Il maschio deve fare la sua parte per essere sportivo e muscoloso. Niente da dire se una persona è bella (Naomi Campbell sicuramente lo è!), niente da dire se una persona è alta, niente da dire se una persona è magra e neppure se vestita in ghingheri e alla moda, ma può tutto questo diventare un obbligo o addirittura un’ossessione? Può tutto questo rappresentare una specie di soglia di entrata/uscita dalla società in cui viviamo?
Parto da alcuni presupposti; il primo è che non siamo tutti uguali, bensì tutti diversi quindi uno è più alto, l’altro più basso, uno magro e un altro più in carne.
Il secondo è che ognuno rimanga se stesso; la società presenta un modello e chi più si avvicina ad esso è meglio degli altri, chi se ne allontana diventa una sorta di pecora nera. Nella vita posso provare e sperimentare molte cose, vivere molte avventure che mi servono a crescere ma in maniera da non cadere nell’abitudine, non sentendomi superiore o inferiore ad altri e guardando la realtà per quella che è, non facendo nascere dei complessi per non aver raggiunto determinati risultati. Posso benissimo fare degli esercizi di palestra se mi aiutano nella riabilitazione di un ginocchio appena operato, posso curare un po’ l’alimentazione se peso 140 kg, posso comperare giornali sui gossip delle star per farmi quattro risate prima di addormentarmi, ma senza diventare fanatico.
Personalmente non vedo la vita come una gara, ma come un’opportunità che l’essere umano ha per migliorare in quanto tale, un percorso di crescita; accanto a questo egli può uscire da un cancello del viale alberato d’entrata di un castello a bordo di una costosissima automobile, accompagnato da una giovane signora mozzafiato e diretto ad un ristorante di lusso per una regale cena di gala, ma non per questo credersi migliore o peggiore di altri, bensì una persona che in quel momento può spendere un sacco di soldi.


3.1 DUE PAROLE IN PIU’ SULLA TV


Il pensiero vuol essere ad un mezzo che fa parte della nostra vita e pertanto può essere utilizzato a seconda degli scopi, esso non è condannato e/o messo al patibolo.
Cerco di staccarmi da tutto ciò che è o sembra abitudine, imparare a pensare e vedere che cosa di ciò che mi sta attorno è buono o meno, è sentito o imposto da qualcuno, e vedere così che succede, se cambia qualche cosa nel modo di vivere, considerando perciò da punti di vista diversi la quotidianità.
Ad esempio, molto semplicemente:
Mi alzo al mattino e regolarmente mi rado, e se una volta sono di fretta?...posso lasciare la barba così com’è?
Faccio colazione col caffelatte, e se una mattina avessi bisogno di bere del thé?
Salgo in auto e mi reco al lavoro, e se andassi in ufficio in autobus oppure a piedi?
Quando la sera torno a casa mi aspetto la cena pronta, e se una sera un amico ha bisogno di me? Oppure la cena non è servita?
Finito di mangiare mi siedo davanti alla tv, e se fuori c’è la luna piena? Se provassi a farne a meno? Cambierebbe qualche cosa?
Cosa accade nel momento in cui osservo e ascolto invece che proseguire con un paraocchi che mi lascia guardare solo avanti e non in altre direzioni?
Ci sono dati che dicono che il tempo passato davanti alla tv corrisponde a qualche ora al giorno in media; in cucina solitamente vi è un apparecchio televisivo, il quale viene acceso immancabilmente al momento dei pasti e sembra assurdo visto che è uno dei rari momenti in cui ci si può trovare, parlare e discutere di qualche cosa.
Quello che mi chiedo è se ci sia veramente bisogno di tutto questo “incollamento”; ho idea che la tv dia una sorta di certezze, di soluzioni, di risposte, di momenti sicuri, certi, ma che per contro non inducono a pensare, ad avere un opinione delle cose, a mettersi in discussione perché i canoni e le regole da seguire in ogni frangente sono comunicati e paiono incontrastabili. In questo modo parole, chiacchiere e discussioni tra le persone non fanno altro che ribadire ciò che già è stato detto sul grande schermo, e, chi in questi frangenti è originale e ne sa di più? Colui che per primo riporta agli altri ciò che ha sentito in tv.
Ma è vero, non è vero, è utile, non lo è, piace, non piace ciò che viene detto?...risultano domande superflue dal momento che non è questo l’importante.
Nonostante esistano queste “certezze” e che tanto esse vengano ricercate e trovate, nel vivere la vita reale sembrano esserci più incertezze e momenti di insoddisfazione che gioia ed entusiasmo nei confronti della vita.
Ciò che viene comunicato non lascia spazio a idee personali e reale libertà di esprimersi perché è creato “si per divertire”, “si per incuriosire”, “si per coinvolgere” ma sempre con l’intento di rinchiudere il pensiero e il fare di ognuno tra le pareti dettate dai mass media; in caso contrario diventa controproducente.
L’anoressia non è esente da influenze e condizionamenti.

Capitolo 4
L’ANORESSIA NERVOSA


4.1 UNA DEFINIZIONE


L’A.N. è uno dei disturbi più frequenti e più gravi tra i cosiddetti DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare). Vi è una restrizione eccessiva dell’alimentazione, tale da compromettere il normale funzionamento dell’organismo. Il cibo diventa l’unico pensiero e il voler controllare il rapporto con esso nei più piccoli particolari non lascia spazio ad altro, pervade la mente in maniera ossessiva e distruttiva.
Vorrei dare una definizione che non sia legata alla realtà teorica, accademica, dei libri, ma che rappresenta il quotidiano. Mi viene in mente innanzitutto che l’A. ha a che fare con il cibo….ecco: ANORESSIA = SUICIDARSI ATTRAVERSO IL CIBO.


4.2 I PILASTRI SOCIO-CULTURALI DELL’ANORESSIA


Parlo volutamente del contesto socio-culturale all’interno del quale si sviluppa l’A. e in particolare del fatto che A. e B., DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare) in genere, non sono presenti nelle aree del mondo in cui non è penetrata la cultura occidentale, e nello stesso Occidente erano disturbi più rari fino a cinquant’anni fa.
Uno studio condotto su ragazze elette Miss America negli anni dal 1958 al 1987 ha dimostrato come dal secondo dopoguerra l’ideale di bellezza sia legato a un rapporto peso/altezza via via sempre più basso e quindi sempre più magro. Per restare più vicini, le Miss Italia degli ultimi anni presentano un indice di massa corporea al di sotto del limite normale e molto spesso vicino ai valori che fanno porre diagnosi di anoressia.
In sintesi: la donna migliore, secondo i canoni vigenti, deve essere per forza magra.
Essere magra per una donna oggi significa sentirsi e pensare di essere bella, accettata, attraente, desiderabile, vincente e potente. L’estetica del magro è divenuta un valore sociale e, soprattutto per un giovane, un mezzo per giudicare il proprio valore come persona. Già dall’età di 8-9 anni l’immagine corporea inizia ad essere oggetto di attenzione, preoccupazione e critica. Scopro addirittura l’esistenza di un caso di A. in una bambina di 7 anni e uno in un bambino di 11.
Non si deve pensare che questo sia un problema esclusivamente femminile poiché da uno studio –che riguardava maschi e femmine- è emerso che tra i maschi il 27,5% voleva perdere peso ma solo l’11% era in soprappeso, e si considerava magro l’8,4% mentre in realtà lo era ben il 51%. Ogni anno 1 milione di maschi è colpito da A.

Il benessere del mondo occidentale ha portato a vivere in una condizione di grande disponibilità di cibo, e la specie umana non ha probabilmente mai affrontato la gestione dell’abbondanza di cibo, semmai sempre il contrario. Da una parte c’è abbondanza a cui è difficile resistere (basta pensare a quando si entra in un supermercato), dall’altra vengono proposti i cibi idonei per rimediare (a che cosa?), ovvero i cibi “dietetici” che tutelano la nostra salute. Non si insegna certo a nutrirsi a seconda delle necessità ascoltando il corpo.
Risulta forte il fatto che da un lato vi sia un’enorme pressione affinché si mangino un sacco di alimenti (per un sacco di motivi) dall’altro vi sia pressione verso la magrezza; come se, venduta una Ferrari, si pubblicizza l’andare piano. Quello che da una parte è indicato come buono e saporito dall’altra parte risulta dannoso.
A questa sorta di “disorientamento” si affianca un atteggiamento inquieto verso il cibo per il fatto che il pesce contiene il mercurio, la carne è di mucca pazza, nella frutta ci sono i pesticidi, il grano è geneticamente modificato…
Il momento del pasto poi ha perso quel significato di riunione della famiglia, ognuno mangia quello che trova, dove capita, spesso con la sua “specifica e indicata” pietanza.
Sono fattori che presi tutti assieme da un lato offrono numerose possibilità, dall’altro rendono sempre più difficoltoso un certo equilibrio, non solo alimentare.


Capitolo 5
UNA PARENTESI SCOLASTICA: COSA NE PENSANO ALCUNI ADOLESCENTI


Sono andato a parlare in una scuola privata, il “Centro Studi Walter” di Trento, con una quindicina di studenti frequentanti il 3°, 4° e 5° anno delle scuole superiori; vi erano maschi e femmine, studenti geometri e altri studenti sulla strada per diventare dirigenti di comunità.
Si sono dimostrati attenti e interessati al problema; le domande e le discussioni avevano un forte aggancio con la realtà quotidiana dato anche il fatto che qualcuno di essi aveva già avuto indirettamente a che fare con la malattia, aveva avuto parenti, amici o amiche, a volte compagni di classe coinvolti.

I ragazzi dicono di aver provato un po’ di titubanza nel mettersi a confronto e soprattutto nel venire a sapere che alcune persone loro vicine erano A.; vedevano che una persona era particolarmente magra, ma non si rendevano ben conto del problema. Incontrando la persona a scuola tutto appariva pressoché normale perché venivano scambiate due parole, si parlava delle materie di studio e in questo modo non si riusciva a entrare in particolare confidenza, tuttavia in certe situazioni come il festeggiare un compleanno, emergevano comportamenti strani, come il rifiuto ostinato del cibo, con momenti di eccessiva e accentuata irritazione verso di esso e verso chi lo offriva.
In riferimento a questi contesti sembrava emergere indirettamente la domanda: “Come devo comportarmi?”.

Le donne sono più coinvolte dei maschi nella discussione e questo pare scaturire dal fatto che oltre a essere più toccate a livello statistico…per contro il maschio tende ad avere un rapporto col cibo più “menefreghista”! Mi spiego meglio; il rapporto donne A.-maschi A. è 10 a 1 quindi i dati di fatto indicano che le donne sono più colpite; se a questo si aggiunge anche il tipo di modello ideale femminile che la società di oggi propone, il rapporto “donna bella – ruolo del cibo” acquista un certo valore. Il maschio per contro è semmai soggetto a certi canoni ed influenze nella considerazione dell’altro sesso ma non nel giudizio personale e il rapporto col cibo in relazione a se stesso diventa più naturale, non legato a stereotipi e modelli, e meno velato di stress psicologico o sensi di colpa.
Le ragazze dicono che per loro avere una certa linea è importante, ci pensano e ogni tanto curano l’alimentazione e affermano: “Quando stavo con quel ragazzo mi piaceva farmi vedere in forma…”, oppure, “…è, si, sai, le famose maniglie dell’amore…”, ancora, “…così posso vestirmi in un certo modo…”. I maschi invece esibiscono frasi di questo tipo: “ Io arrivo a casa e mangio di tutto…”, “…ma chi se ne frega della dieta…”, “…prima di andare a dormire mi mangio un panino col salame…!”; addirittura due ragazzi che fanno sport, l’uno calcio, l’altro sci, nonostante l’allenamento prescriva una certa tabella alimentare hanno detto di mangiare quello che hanno voglia tranquillamente e senza pensarci.
Emerge qui, secondo me, l’importanza data alla competitività e all’agonismo esasperato che può portare a comportamenti estremi (nello specifico riguardanti il cibo) pur di arrivare ad un determinato risultato; così, mi sorge la domanda: “Lo sport fa sempre bene, lo sport è salute?”.

E’ emerso molto forte il ruolo dato alla bellezza estetica (intesa come forma fisica apparente, superficiale), sia come aspetto importante della nostra società, sia come fattore fondamentale per la malattia. Soprattutto le ragazze sostengono come per loro sia diventato un canone di giudizio importante (vedi le frasi sopra riportate).

Per quanto riguarda l’A.M. una studentessa ha detto di aver avuto un amico A.; questo aveva passato periodi alterni tra ricoveri e a casa…, lei si accorgeva quando lui stava bene dal colorito, dall’umore. Quando era a casa o comunque in contatto con la famiglia la situazione sembrava peggiorare, questo in linea con la maggioranza dei casi (per maschi e femmine). Mentre, al contrario di quanto si dice a proposito dell’alta frequenza di omosessuali tra i M.A., questa persona aveva avuto più di una ragazza.

Altro aspetto emergente dalla discussione è la mancanza nelle scuole (e forse anche in altre istituzioni) di una campagna informativa riguardante questi problemi (A. e altre patologie). I ragazzi conoscono qualche notizia sporadica sull’argomento; alcuni hanno vissuto il problema indirettamente (per via di un/a compagno/a di classe, di un cugino, di un’amica), altri ne hanno sentito parlare casualmente alla radio e alla tv, tuttavia non esiste un reale filo diretto.
Soprattutto in istituti pedagogici e che si occupano di educazione potrebbe esistere un maggiore contatto con determinate realtà, quantomeno a livello informativo; questo dovrebbe avvenire non tanto per impartire delle nozioni teoriche ma con dati e fatti molto pratici e quotidiani che interessano i ragazzi, li stimolano e li rendono soggetti attivi fin dall’inizio del percorso scolastico verso l’ambiente extrascolastico. Che sia dato loro almeno un assaggio di quella che è la realtà circostante e che magari sarà la loro professione.
Tutto ciò, allargando gli orizzonti, al fine di introdurre i giovani ad una certa responsabilità sociale.

Quello di cui scrivo è il frutto di una discussione di un paio d’ore e che ha visto gli adolescenti piuttosto attivi nel dire la loro, nel porre domande a 360°, cioè, riguardanti i sintomi di una malattia, il contesto familiare, cosa possono fare gli amici, quando una persona guarisce, il ricovero in ospedale, esperienze vissute. Sono emersi alcuni stereotipi sociali che influenzano le idee.
I ragazzi sono vicini all’adolescente A. in quanto adolescenti, allora perché non coinvolgerli di più?


Capitolo 6
L’ANORESSIA MASCHILE


6.1 ASPETTI GENERALI

Da vari studi e ricerche emerge che l’A.M. ha delle caratteristiche riscontrabili anche in quella femminile, altre peculiari. Da considerare che molte pubblicazioni e esperienze sul campo sono state effettuate nella popolazione A. femminile, vista la maggior diffusione del problema tra le donne, quindi può darsi che lo studio della condizione maschile sia partito da dati, fatti e idee sviluppatisi proprio in quel contesto.
Premesso questo, passo all’essenziale. Halperin (1996) suggerisce che i maschi formino un’immagine del proprio corpo attraverso la partecipazione a sports e, allo stesso tempo, che la socializzazione derivante da un’attività di squadra possa costituire una risorsa esterna nell’accettazione del corpo. Accanto a ciò una ricerca di Kearney-Cooke e Steichen Asche (1990) mostra che i M.A. sono più probabili rispetto alle femmine ad essere oggetto di derisione da parte dei loro pari per via del loro aspetto fisico. Quest’ultimo risulta perciò molto importante di fronte al giudizio altrui (e implicitamente personale) come motivo di accettazione, di desiderabilità sociale e per un accrescimento (apparente) dell’autostima. Le righe appena sopra richiamano alcuni aspetti significativi: lo sport (di cui scrivo più dettagliatamente in seguito), l’aspetto fisico, il livello di autostima.
Kearney-Cooke e Steichen-Asch (1990) hanno messo in campo un ulteriore punto di vista sostenendo che fin dalla nascita, i ragazzi vengono indottrinati su ciò che significa “essere un uomo”. Essi acquisiscono la credenza che questo vuol dire mettere in atto un determinato set di attitudini e comportamenti che a loro volta “instillano” indipendenza, preoccupazione per la carriera, competitività, forza fisica, spiccata aggressività. Quando il ragazzo giovane ha raggiunto questi obiettivi c’è il rischio che si trovi in un isolamento emozionale che porta a comportamenti problematici...una ricerca di De Angelis (1997) ha dimostrato che il M.A. (come la femmina) prova un senso di inutilità ed inefficacia a livello interpersonale e inabilità nel controllo delle proprie emozioni. Vi è l’idea che la perdita di autostima possa essere recuperata attraverso la dieta, che l’esercizio fisico porti ad un aspetto più mascolino e ad un maggior controllo, il che significherebbe un maggior rispetto da parte degli altri (Anderson, 1992).
Sempre Anderson (1992) suggerisce che i maschi che sviluppano A.N. differiscono dalle femmine in 3 grandi aree riguardanti le diete. Il primo coinvolge il motivo della dieta; mentre le donne si mettono a dieta perché si sentono grasse, i maschi lo fanno perché ad un certo punto della loro vita sono stati in soprappeso. Secondo, i maschi più spesso delle femmine si mettono a dieta per raggiungere determinati risultati sportivi o per evitare certi tipi di critiche a proposito di certi sport e legate presumibilmente all’aumento di peso. Terzo, vi è una maggior preponderanza da parte degli uomini in dieta ad evitare potenziali problemi medici, specialmente quelli che essi hanno visto svilupparsi nei loro genitori.

Emergono anche omosessualità o confusione nell’identità di genere – il 21% dei M.A. è omosessuale – (Anderson, 1990; Braun & Crisp, 1980). Preciso che questo è un dato da tenere in considerazione in quanto piuttosto significativo, ma non vuol dire che A.M. e omosessualità si presentino sempre assieme, né che la seconda sia causa della prima.

In linea con quanto detto fino ad ora Abell e Richards (1996) sostengono che gli aspetti più rilevanti legati all’A.M. siano l’insoddisfazione verso la propria immagine corporea e la mancanza (o perdita, diminuzione) di autostima.

Altri risultati sono di Carlag, Carmago e Herzog (1997) e si possono presentare come una lista di fattori sottostanti all’A.M, e ai DCA in genere:

· 9 persone su 10 con DCA sono femmine
· Nel 90% dei casi il disagio si manifesta tra i 15 e i 30 anni
· La maggior parte degli individui A. sono caucasici, femmine educate in collegi e appartenenti a classi sociali medie e/o elevate.
· Molti sono membri di famiglie “intatte”, non coinvolte direttamente fino a quel momento
· Le diete sono dei precursori per i DCA, specialmente in adolescenti o persone nei primi anni dell’età adulta
· Molti di coloro che sono coinvolti in DCA possono essere inquadrati come “super-arrivisti”
· Molti hanno un’immagine corporea distorta
· Si osserva frequentemente depressione
· Sono presenti disturbi di personalità comuni quali istrionismo, borderline, tratti di passività nell’aggressività
· Fattori socioculturali quali enfatizzazione della snellezza nelle femmine e muscolosità e magrezza per i maschi
· Spesso è presente una bassa autostima
· Tra i maschi sono comuni asessualità o omosessualità
· E’ prevalente l’abuso di alcool e altre droghe
· Caratteristiche dell’A.M. sono il perfezionismo e l’ossessività
· Vi è la paura di ingrassare, il rifiuto di mantenere uno standard minimo normale di peso

Herzog (38 ) ha trovato pazienti M.A. con vissuti di isolamento sessuale, inattività sessuale e omosessualità conflittuale.
Hall (43) in una serie di 9 pazienti maschi, dei quali è stata rivisitata la storia personale familiare, ha notato attenzione diretta a interessi corporali causata dall’essere stato soprappeso (2/9), aver avuto atteggiamenti di chiusura con pazienti con DCA (2/9), aver tentato di identificarsi con un membro magro della famiglia (2/9), aver cercato di trattare l’acne attraverso una dieta rigorosa (2/9), e tentando di affrontare la paura di avere un cancro (1/9).

Un paragrafo interessante all’interno di un articolo trovato in Internet dice che l’A.N. può essere vista sia come una malattia biologica che psicologica, dove il soffrire di fame può sfociare in numerose complicazioni come uno stentato sviluppo fisico e sociale o anche la morte…secondo Hsu (1990) il paziente A. smette di cibarsi perché è spaventato dal mangiare piuttosto che dal perdere peso. Infatti, è ben documentato che la persona A. sperimenta regolarmente un intenso rimorso interno con spasmi di forte paura che regolarmente rimandano la persona stessa al bisogno di nutrirsi. Tuttavia, è proprio l’abilità di ignorare questo segnale che permette all’A. di sentirsi potenziato e di avere la situazione sotto controllo.


6.2 UN CONFRONTO TRA MASCHI E FEMMINE


La persona tipicamente anoressica, affetta da DCA in genere, è femmina. Accanto a questo bisogna stare attenti agli stereotipi, possibili fonti d’inganno; non vi è nessuna evidenza per dire che i DCA nei maschi siano atipici o differenti dai DCA trovati nelle femmine. Le diversità si hanno soprattutto a livello statistico. Alcune ricerche dicono addirittura che i DCA si presentano quasi equamente in maschi e femmine.
Attualmente il numero dei M.A. sembra sia in crescendo e mentre 20 anni fa si pensava che per ogni 10-15 donne A. o bulimiche ci fosse un uomo, oggi i ricercatori dicono che ogni 4 femmine A. si conta un maschio.
Gli specialisti vedono più maschi che femmine, ma questo potrebbe accadere per la maggior difficoltà dei maschi a mostrare e dichiarare un “problema da donna”; da parte loro i medici possono non aspettarsi DCA nei maschi e sottodiagnosticare i casi.

· I maschi rispetto alle femmine

A. Appartengono a basse classi sociali
B. Temono la competizione
C. Non hanno successo né a scuola, né nel lavoro
D. Sono più attivi
E. Hanno maggiore ansia legata al sesso
F. Presentano meno frequentemente episodi di bulimia, meno vomito indotto e minor abuso di lassativi.
G. Sono più preoccupati per il cibo e il peso
H. Mostrano meno orientamento al successo
I. Presentano maggiori disturbi fisici
J. Impiegano più tempo ad ingrassare e meno tempo a dimagrire (questioni di metabolismo)


6.3 DCA E ATTIVITA’ FISICA: IL RUOLO DELLO SPORT

In un certo senso, i DCA sono diete e programmi di fitness o sportivi andati orribilmente male. Una persona desidera perdere peso, essere in forma, eccellere nel proprio sport, ma poi PERDE IL CONTROLLO e finisce col corpo e con lo spirito devastati dall’inedia e dalla fame, dal purgare, dal mangiare in maniera esagerata, e dall’esercizio fisico frenetico e compulsivo.

· Statistiche

Numerosi studi suggeriscono che coloro che praticano sport in cui vengono enfatizzati l’aspetto fisico e un corpo magro sono ad alto rischio di sviluppo di DCA più di coloro che sono coinvolti in sport che richiedono invece massa muscolare.
I disordini alimentari sono problemi significativi nel mondo del balletto e della danza in genere, della ginnastica, del pattinaggio artistico, della corsa, del nuoto, del canottaggio, delle corse di cavalli, e nel salto con gli sci; nei primi sport dell’elenco è più semplice che l’atleta arrivi all’A. piuttosto che ad altre patologie.
Un esempio di DCA è costituito dai lottatori i quali possono mangiare freneticamente prima di un incontro caricandosi di carboidrati per poi prendere delle purghe e poter gareggiare in una categoria di peso inferiore.

Uno studio su 695 atleti -comprendente maschi e femmine- (di cui non si conoscono gli autori, probabilmente americani) ha messo in luce vari esempi di DCA; un terzo del campione manifestava preoccupazione per il cibo. Circa un quarto si ingozzava freneticamente almeno una volta in settimana. Il 15% pensava di essere soprappeso quando in realtà non lo era. Circa il 12% aveva paura di perdere il controllo, o perdeva il controllo, nel mangiare. Più del 5% mangiava fino a farsi venire il voltastomaco ed essere nauseato. Ancora, il 5,5% vomitava per sentirsi meglio dopo un’abbuffata e per poter controllare il peso. Quasi il 4% abusava di lassativi. L’11% digiunava per 24 ore o più dopo un’abbuffata, e circa l’1,5% faceva uso di clisteri per purgare.
Yates et al. (66) hanno confrontato maratoneti maschi e anoressici e hanno trovato caratteristiche socioculturali e di personalità simili. I corridori manifestavano strane preoccupazioni verso il cibo, e anche quando avrebbero raggiunto una esile massa corporea del 95% con il solo 5% di grasso, avrebbero puntato al 4% di grasso corporeo. Molti avevano perso più del 25% del loro peso iniziale e mostravano una inesorabile ricerca della magrezza o un’alterazione dell’immagine corporea.
Yates suggerisce che i corridori siano alla ricerca di un’identità e solleva la domanda: “L’A.N. nelle femmine e un certo tipo di corsa nei maschi condividono una psicopatologia comune?”.

· Uno occhio di riguardo: i lottatori e la repentina perdita di peso


Chiunque si serva di metodi drastici e poco sani per perdere peso è a rischio di morte o di sviluppo di gravi problemi…le morti di tre lottatori di un college americano (nell’articolo non è scritto quale) alla fine del 1997 hanno fatto da “grilletto” per una riesamina degli sforzi estremi nel voler perdere peso, all’ordine del giorno in questo sport. Atleti di altre discipline sono morti; corridori e ginnasti sembrano essere i più a rischio. Le morti di tre giovani uomini in diverse parti degli Stati Uniti (North Carolina, Wisconsin e Michigan) verso la fine del 1990 hanno portato il problema ancora una volta agli occhi del pubblico.
Le autorità credono che essi stessero cercando di perdere peso troppo rapidamente (in maniera da poter gareggiare in classi di peso inferiori). L’allenatore di lotta dell’Iowa State University è stato interpellato: “Quando si hanno morti come queste sorge la domanda che cosa ci sia di sbagliato nello sport. I lottatori credono, per prima cosa, che sia loro responsabilità il “costruire peso”, e questo schema mentale può derivare dal fatto che essi si trovino invincibili”. Essi si mettono costantemente alla prova, vogliono essere sempre più in forma, pesare meno ed eccellere. Un altro allenatore riporta queste parole: “…l’atteggiamento instillato in questi imbrogli è che se loro spingono e spingono il tutto sarà ripagato con una vittoria”.


CONSIDERAZIONI FINALI


Mi trovo a scrivere delle considerazioni finali sull’argomento…a dire il vero mi accorgo, ed è forse uno degli aspetti più belli, che le ricerche e le scoperte possono continuare fino a che l’interessato non decide di smettere e che quindi le considerazioni finali possono essere allo stesso tempo iniziali. Così accade in molti campi.
Mi pongo delle domande, prima delle quali: “Vi è un fattore comune alla base dell’A.M.?” Per ora si possono considerare molti fattori, forse un giorno ne verrà scoperto uno, magari il gene dell’A..
Il tipo di educazione ricevuta prende parte allo sviluppo della malattia? Beh, da quanto ho scoperto sicuramente; la famiglia e la società giocano la loro parte…
Cosa può fare ognuno di noi per migliorare la situazione?
Io non sono in grado di dare risposte sicure e definitive, penso che ognuno possa dare il proprio contributo nel proprio ambito. Nel contesto dell’A.I.S.E. il judo può essere utile in quanto le persone A. che lo praticano dicono di trovarne giovamento, magari aspettiamo ancora un po’ per scoprire eventuali risultati concreti, se qualcuno riesce a uscire realmente dalla malattia.
Secondo me qualsiasi risultato positivo non può comunque avvenire se non tramite un lavoro comune.

BIBLIOGRAFIA

LIBRI

FAME D’AMORE. UNA NUOVA CURA PER L’ANORESSIA - 2002 - Claude-Pierre Peggy - Mondadori
ANORESSIA. AMICA MIA, NEMICA MIA- Marchi Igino - Demetra
FIGLIE IN LOTTA CON IL CIBO. UN AIUTO PER I GEITORI, LE RAGAZZE, GLI INSEGNANTI E GLI AMICI – 2003 - Ostuzzi Roberto, Luxardi G. Luigi - Baldini Castoldi Dalai
LA SANTA ANORESSIA. DIGIUNO E MISTICISMO DAL MEDOEVO A OGGI - 2002 - Bell Rudolph M. - Laterza


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