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Il danaro - Avvertenze e modalità d’uso - Paolo Bonfante

Il Denaro, istruzioni e modalità d’uso - Introduzione all’elaborato
(Perchè il tema del denaro? Forse perchè nella mia vita mi sono trovato sempre ad averci a che fare: per mansioni, lavoro o altro. Ma anche perchè trovo che sia un elemento emblematico del nostro stile di vita e, per quanto abusato, un valido argomento di riflessione.
Quelle che seguono sono considerazioni personali, a ruota libera. Non attingo a fonti documentali specifiche, ne i miei studi dedicati risultano particolamente approfonditi. Quindi, data la sconfinata letterattura in argomento, dubito di poter dire cose nuove o particolari. Con i più lettori più tecnici, esperti o esigenti me ne scuso fin da subito: pazienteranno.
Cos’è
Innanzitutto cos'è il denaro? Una convenzione. Senza dilungarci su come ci si è arrivati (cosa, magari per sommi capi, nota a tutti), è evidente che una banconota da 500 Euro non "vale" 500 Euro, ma un accordo sociale le permette di rappresentarne il valore. Eppure questa "semplice" convenzione, a differenza di tante altre (siano esse formali, come stringersi la mano nelle presentazioni, o di utilità pratica, come guidare a destra), ha assunto una rilevanza estremamente invasiva, che sconfina in tutti i campi della nostra esistenza.
Serve?
Mi piace pensare al denaro come ad una forma di accumulazione dell'energia. Il problema energetico principale non è la disponibilità dell'energia ma il suo trasferimento e conservazione. Se si trovasse il modo di trasferire senza dispersione (estensivamente, quindi, di accumulare) l'energia (termica, elettrica o in qualsiasi altra forma) dal luogo/tempo di "produzione" a quello di "utilizzo" (virgoletto perchè non vorrei attirarmi gli strali degli esperti di fisica), probabilmente avremmo risolto il problema delle fonti energetiche (si pensi solo a poter illuminare le nostre case di notte con la luce del giorno o scaldarle d'inverno con il calore dell'estate).
Bene, se io muratore potessi ogni mattina passare dal panettiere, ri-dare le malte ad un metro quadrato del suo negozio ed andarmene con un sacchetto di pane, entrare dal salumiere, ri-costruirgli il muretto del bancone e uscire con dell'affettato, a cena mi farei dei panini. Ma temo che non funzionerebbe. E' effettivamente molto più comodo avvalersi della convenzione del denaro che mi permette di costruire la casa a chi ne ha bisogno in cambio di denaro da usare per fare la spesa.
Quindi il denaro è "energia" in qualche luogo/tempo prodotta, ma in attesa di essere utilizzata.
Perché così amato (e vituperato).
Quindi il denaro è una (geniale) convenzione che costituisce un (utile) mezzo per la realizzazione di qualsiasi progetto. Eppure ha subìto una mutazione: si è trasformato da "mezzo" a "fine". In pratica l'accumulo di "denaro" (nelle sue varie vesti) è divenuto un obiettivo di vita, tra l'altro assolutamente condiviso, rispettato e "tramandato" (lo si insegna).
Sui motivi che hanno mutato il "denaro" in obiettivo principale delle nostre attività (chiunque abbia un minimo di esperienza d'impresa sa che il principio ispiratore e motore di tutte le attività professionali organizzate è la massimizzazione del profitto), penso ci sia molto da dire e forse nulla che non si sia già detto. Ma vorrei soffermarmi su un aspetto, una interessante caratteristica del denaro: si "autoriproduce". Poche sono le cose (soprattutto convenzionali, quindi sostanzialmente "inesistenti") che si riproducono con tale cristallina omogeneità e prevedibilità. Dalle mie parti, in Veneto, si dice che "schei fa schei e peoci fa peoci" (i soldi fanno soldi e i pidocchi fanno pidocchi). Il contesto di mercato che si è venuto a creare (fin che dura) permette infatti al denaro di autoaccrescersi: c'è domanda di "capitali" e, per converso, "capitali" disponibili, di conseguenza un "prezzo" di scambio.
A pensarci bene: io lavoro dalla mattina alla sera per ottenere il denaro che mi serve per realizzare un progetto (anche di "base" come ad esempio sfamarmi e mantenere un tetto sulla testa) e qualcuno mi offre altro denaro affinchè gli lasci usare quel denaro per il tempo che intercorre da quando ne entro in possesso a quando lo spenderò. La grande quantità di persone che muove denaro permette che ce sia sempre in abbondanza per accontentare qualsiasi importo e tempi di rimborso richiesti.
Ora, facciamo un semplice ragionamento. Se lavorare procura soldi e prestare denaro produce ugualmente soldi (con l'unica differenza che non si fa alcuna fatica), è logica elementare trasformare il "capitale" nell'auspicabile sostituto del lavoro. Insomma, se ottengo una rendita .... il muratore ... ma che lo faccia qualcun'altro!
(Nota. Come direbbe il principe Antonio De Curtis, l'Italia è una "Repubblica fondata sul lavoro"... solo per mancanza di capitali!)
L'educazione
Lo so, si tratta di elementari banalità, ma tutto parte da una riflessione riguardo l'atteggiamento verso il denaro in un processo educativo.
Ciò che osservo è che sempre più i modelli di vita si centrano sui soldi: il genitore ha cura che suo figlio abbia denaro e sia in grado di procurarsene; alla scuola si chiede gente che possa accedere immediatamente al "mondo del lavoro" (quando sento questa locuzione mi viene voglia di scrivere un racconto di fantascenza ambientato in questo strano mondo alieno); il lavoro è studiato ed organizzato per produrre soldi; l'organizzazione sociale apprezza e premia la ricchezza. Ormai non si cerca più un lavoro (o di svolgere un'attività), ma uno stipendio (o un reddito). Poco importa cosa si fa o come, purchè renda significativamente. La nostra socierà è pregnata dall'idea del "denaro" non solo nella sua organizzazione economica, ma anche nella sua dimensione culturale. Un ladro o un truffatore (al limite un assassino) non lo si giudica per l'azione che compie, o in base ai motivi per cui l'ha esperita, o per l'abilità che ha dimostrato nell'eseguirla, quanto piuttosto in relazione alla cifra in gioco. Se uno ruba poco (fosse anche per bisogno o con una impresa di stimolante evidenza) viene comunemente disapprovato. Se poi si fa beccare, ne ricava sostanziale disprezzo. Nel caso in cui la stessa azione, dello stesso soggetto, con lo stesso esito negativo avesse avuto come obiettivo una grande somma, l'atteggiamento si fa giustificativo: "ci ha provato", ossia in fin dei conti ne valeva la pena. Addirittura se uno, anche già enormemente ricco, moltiplica a dismisura tali ricchezze con mezzi immorali e volgari, ma non ne paga le conseguenze legali, coglie, se non il plauso, sicuramente un certo apprezzamento collettivo.
Sappiamo tutti che non è infrequente riscontrare come la fattibilità di una azione dichiarata condannabile in linea di principio, risulti spesso correlata alla dimensione della somma di denaro che si è disposti a corrispondere in cambio.
In sistesi, un insieme di fattori (che non approfondisco, ma che tutti conosciamo, che vanno dal -innato?-desiderio umano di agio e potere, al plagio consumistico che lo sfrutta e via dicendo) e forse le peculiarità del denaro stesso tra cui quella sopra cennata, hanno fatto sì che questo si sia collocato al centro della nostra organizzazione sociale. Mi viene voglia di dire che tutto sembra esistere in funzione del denaro (o stia gradualmente ma inesorabilmente andando a conformarvisi). Può sembrare un'esagerazione (e spero che lo sia) ma i normali comportamenti umani (e le logiche che ispirano le sue attività, gli sforzi di ricerca e sviluppo che le studiano, le organizzazioni di trasmissione del pensiero e della conoscenza, lo sfruttamento di qualsiasi idea, ecc.) mi sembrano suggerire questo. Le eccezioni, in qualto tali, poco servono al ragionamento.
Noi usiamo definire l'educazione come il processo attraverso il quale si impara ad affrontare la realtà (e la realtà odierna è quella che ho descritto sopra o, se non proprio così, sicuramente tiene in gran conto il denaro). Diciamo anche che la crescita ed il progresso collettivo è il miglior impiego dell'energia.
Se accettiamo l'ipotesi che il denaro sia una forma di accumulazione di energia (pur in una accezione limitata e ristretta dell'Idea sopra espressa), ne potremmo trarre una utile indicazione educativa: il valore del denaro sta in come lo ottieni e in quello che ne fai. E la realtà sociale che ci circonda e che dobbiamo affrontare? Dipende dal tuo stile e dai tuoi obiettivi. Se sei contro o, peggio , tenti di cambiarla ...forse non la prende proprio bene.
Conclusioni
Le conclusioni sono quasi delle ovvietà (si rischia addirittura di scivolare nei luoghi comuni: "i soldi non fanno la felicità"; "il denaro non è tutto" o addirittura " ...è del demonio"; ecc.), e la trumentalità del denaro è retoricamente condivisa da tutti. Ma come è successo che ha cambiato la sua natura? Come si può ricondurlo al suo ruolo? Provo ad andare avanti.
Secondo il ragionamento sinora condotto, il denaro può essere visto come un possibile intermediario tra l'azione e il suo risultato. L'essere umano è naturalmente predisposto all'azione. L'intenzione che la muove può essere da istintuale (come lo sfamarsi, il sopravvivere, ecc.), fino ad ideale (salvare l'umanità, il panda cinese, o la gallina padovana, ecc.), ma è comunque un'azione che in genere segue un progetto ed ha un obiettivo. Nel perseguirlo scopre l'utilità di vari strumenti, tra cui il denaro. Però a questo punto succede qualcosa. Si accorge che il denaro ha strane proprietà: è un "passe-partuot", apre tutte le porte. Impara ad apprezzarlo e ad accumularlo. Sì, grazie a lui non serve avere un obiettivo da raggiungere per cominciare a darsi da fare. Quello può venire dopo. Intanto si agisce (lavora) per accumulare il denaro. Tanto, qualsiasi obiettivo ci interesserà raggiungere, ne avremo bisogno. Poi, lavora e lavora, qualcuno si dimentica di cercare un obiettivo (o non ha più "tempo" per cercarlo, o è "troppo tardi", o gli hanno insegnato la "importanza" del lavoro, ...).
Insomma il denaro ha creato una frattura tra azione e obiettivo originari, slegando l'avvio della prima dall'esistenza del secondo e finendo così per sostituirsi a questo (l' "obiettivo di fare soldi").
Il ridimensionamento del denaro al suo ruolo originario viene dunque dalla riscoperta degli "obiettivi", così che le "azioni" (passino o meno per la creazione di denaro) ne nascano sinergiche. Ciò, portato a livello di vita stessa dell'individuo, significa trovare un obiettivo da raggiungere che motivi la propria esistenza e muovere verso di lui.
Sappiamo poi che per farlo occorre unificarsi in "corpo-mente-cuore". Ma questa è un'altra storia.

Effetti collaterali del "denaro"
Il Lavoro
Il ragionamento esposto mi porta a sintetizzare le seguenti conclusioni. Il "denaro" ha creato le premesse perchè la principale attività umana (nell'era ed in una società moderna) sia il "lavoro", come occupazione finalizzata a generare, appunto, denaro. Lo stesso "denaro" rappresenta nel contempo l'alternativa che permette di affrancarsi dal "lavoro"(grazie alla capacità del "capitale" di produrre un "reddito").
Insomma il "lavoro" così concepito è vissuto come un peso (una schiavitù: l'atteggiamento di disagio nei suoi confronti è sempre più diffuso), dal quale è però possibile liberarsi grazie al "denaro" stesso. La tensione lavorativa sopportata per l'accumulo del denaro reputato utile a questo fine, alimenta ed accelera questo processo circolare, descrivendo una spirale che avvita le persone verso una condizione esistenziale sempre più insoddisfacente.
Le sbarre della gabbia rimangono strette anche rinunciando alla "richezza" come prospettiva di affrancamento dal lavoro (non accelerando, quindi, la pressione sui risultati economici del proprio lavoro per potersene un giorno liberare). Rimane infatti il rischio di rimanere comunque vittima di questo "circuito", creato in modo da far spendere quello che si guadagna, così che ci si debba rimettere subito a guadagnare (a lavorare). Insomma il processo, se non si alimenta per inziativa stessa dell'individuo, procede ormai per moto proprio ed impone i suoi ritmi e le sue condizioni.
Ma quì ci affacciamo ad un altro argomento: la raffinata ed efficacissima organizzazione consumistica di cui siamo parte e vittima, la cui subdola efficacia deriva dalla sua profonda conoscenza dei meccanismi umani.
Non so. Forse sto esagerando: sto disegnando una specie di aberrazione collettiva. Ma è veramente così? Forse, come al solito, le generalizzazioni non sono vere, ma sono convinto che questo meccanismo schiacci un numero non marginale di persone.
Mi rendo conto che sto connotando il "lavoro" in termini oltremodo negativi (mentre nell'utilizzo istituzionale il termine assume valenze addirittura nobili), ma il sentimento che ti trasmette qualcuno che dice "vado a lavorare" mi sembra, in genere, più vicino alla rassegnazione che all'entusiasmo. L'equazione "lavoro" = "inevitabile peso" mi sembra quasi matematica: mi riposo uno/due giorni la settimana per riprendermi dagli altri cinque/sei di fatiche "inevitabili". O peggio: soffro cinque/sei giorni per potermi "divertire" negli uno/due rimanenti.
Economia e finanza
Ricordo che questo è un lavoro da "apprendista stregone". Non prendetemi troppo sul serio, soprattutto in quel che segue: un terreno molto tecnico. Accogliete le mie definizioni con beneficio di inventario e riserva di verifica.
Per "economia" in genere si intende il sistema che attiene alla produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi. Esiste indipendentemente dal "denaro".
Grazie al "denaro" è nata invece la "finanza", ossia il correlato sistema creato dai flussi monetari che ne derivano (attuali, prospettici o, in qualche modo, attesi) e dalla valorizzazione (e relativa possibilità di scambio, immediato o futuro) dei mezzi e delle organizzazioni impiegate nel sistema economico.
Tanto per fare un esempio: coltivare il caffè in Brasile, trasportarlo in Italia, tostarlo, consegnarlo al bar che me ne prepara una tazzina dopo pranzo, è "economia". La "finanza" è invece un vero e proprio spettacolo pirotecnico: ancor prima di essere piantato quel caffè è stato oggetto di attenzioni, che aumenteranno durante tutto il suo viaggio verso l'utilizzatore italiano. Intermediari, speculatori, apettative, timori, esigenze varie, produrranno compravendite, swaps, options, futures, e infiniti altri interventi "derivati" sulla merce, sulla moneta in cui è quotata, sulle azioni delle società produttrici, intermediarie, commerciali, distributrici, ecc.
Insomma il "valore economico" di una tazzina di caffè può essere moltiplicato in manieta esponenziale dalla finanza, creando e distruggendo enormi cifre monetarie che, pur sorreggendosi come un gigante di vetro in equilibrio sopra il minuscolo chicco di caffè, vengono da tutti riconosciute (ambite e difese) come valori reali.
In passato mi è capitato di immaginare il nostro mondo con un lungo cavo elettrico (facciamo che esce, ad esempio, dai Paesi Arabi) che termina in una spina, infilata in una presa d'alimentazione da qualche parte nell'universo. Dio passandoci vicino, ci inciampa e ...ops... stacca la spina. Si guarda intorno, di quà di la, non c'è nessuno. Reinfila la spina nella presa, fa finta di niente e se ne va. Effettivamente non è successo un gran che: per pochi secondi sulla terra vengono a mancare tutte le fonti energetiche. Si spegne tutto, anche la luce del sole (dai, facciamo che sulla presa c'era una "tripla", o meglio una bella "ciabatta" con tutto il nostro sistema solare). In quei secondi si azzerano le memorie di tutti i computers, di tutti gli archivi. Scompaiono improvvisamente tutti i programmi informatici, i registri, i documenti (all'epoca tutti elettronici).
Passati quei pochi secondi, tutti gli schermi si rianimano. In alto a sinistra una sola, inutile, sterile lineetta luminosa lampeggiante. Sparicono tutti i capitali, i debiti, i crediti, le azioni societarie, i titoli di qualsiasi tipo, i diritti di proprietà, ecc. Un casino. Eppure a guardar bene ... nei campi crescono le solite derrate, gli allevamenti forniscono regolarmente il latte. Anche l'industria di trasformazione, tirato su il contatore del quadro elettrico, è ripartita: nessun ritardo di produzione. Gli artigiani continuano il lavoro. Eppure è successo un disastro ... incredibile vero? L'economia che assiste indifferente alla morte della finanza.
L’impresa
A scuola mi insegnavano che l' "impresa" (quella economica: produttiva, commerciale, di servizi, ecc.) è un'organizzazione che ha come finalità il profitto. Per quanto ho potuto verificare finora: è vero. Anzi preciserei: solo il profitto. Questa organizzazione va via via assumendo una sempre maggiore autonomia e identità propria. La veste societaria caratterizzata dalla "responsabilità limitata" dei soci è sempre più comune.
L'uomo fisico ha partorito l'uomo giuridico, lo ha fatto crescere, lo ha reso potente e ne è finito schiavo.
Ma andiamo con ordine.
Mi è capitato tra le mani "The Corporation - La patologica ricerca del profitto e del potere" di Joel Bakan (Fandango Libri). Parla di cose grosso modo note o intuite, ma ben documentate: interessante. Lo prendo come spunto.
Osservando quanto succede, soprattutto negli Stati Uniti (che, per molte cose, è più comodo che guardare nella sfera di cristallo per leggere il nostro futuro), si conclude che l'impresa è destinata a cresce dimensionalmente, perdere il collegamento con la originaria figura dell' "imprenditore" e assumere la veste di "corporation" a proprietà diffusa. Questo tipo di realtà è guidata dal "manager" che ha un unico obbligo: portare i risultati attesi. Soprattutto quando questi si ritrova come unico organismo a lui superiore il "mercato azionario", i risultati attesi sono: sempre maggiori profitti. La struttura legislativa difende queste logiche (finendo quasi per legittimare l'illegale), tanto che un manager può assumere solo decisioni che portino profitto immediato o futuro all'impresa (l'etica, l'interesse collettivo, l'ambiente ... tutti argomenti strumentali). Diversamente è passibile di provvedimenti e pene. La grande corporation (e i suoi managers) hanno bisogno della politica (e dei politici) per accrescere il business. I politici hanno bisogno del denaro che la corporation è disposta a spendere. Non è un caso che da sempre facciano coppia fissa.
Il risultato è la confusione tra gli obiettivi della politica e quelli dell'impresa, con tutto quello che significa, visto che tra gli interessi dell'impresa e quelli dei cittadini c'è palese conflitto.
Il libro paventa una sorta di "governo" (di fatto) della "corporation".
Con riguardo al "denaro" è possibile rilevare il rischio di un un altro effetto collaterale indesiderato. Il denaro crea mercati finanziari (necessità di investimento e finanziamento) che ricercano rendimenti, alimentando mercati azionari che esigono imprese sempre più grandi e forti, in mano a managers che garantiscano profitti (giustificando la relative "pressioni" sui lavoratori e sui consumatori).
Un "essere" convenzionale come l'impresa, grazie anche alla convenzione del "denaro", finisce per strumentalizzare l'essere umano. L'organizzazione legislativa, giuridica ed economica, così come quella scolastica, informativa e culturale, sembrano difendere e alimentare questo processo.
La Politica
Politica, ossia il governare: potere di assumere decisioni per conto di un'intera collettività. Non ho titoli e capacità per ricostruirne la storia dei modelli, ne per valutarne le relative caratteristeche e connessa utilità/disutilità nelle varie circostanze storiche e sociali. Mi limito a considerare quello così detto "democratico" ora in voga. Ho anch'io il sospetto che, oggi come oggi, non funzioni un gran che. Almeno non nei termini in cui ci si aspetterebbe: ossia un sistema in cui dei governanti eletti dal popolo assumono decisioni nell'interesse di questo, secondo principi di comportamento condivisi.
In realtà ritengo che funzioni benissimo, ma in ben altri termini (rimando alle precedenti considerazioni sul potere economico/politico).
L'antidoto al "governo del popolo" è stato trovato dal "potere" nella manipolazione del sistema elettorale, scardinato da due azioni: quella verso i candidati (filtrandoli, controllandoli, pilotandoli) e quella verso gli elettori (disinteressandoli all'evento elettorale). Il entrambe le azioni il "denaro" si è rivelato uno strumento di grande efficacia (interessante osservare quanto si deve "investire" per vincere delle elezioni), se pure in questo caso più nella sua accezione di "ricchezza", che non sotto lo specifico aspetto considerato in questo lavoro.
Forse il sistema "elettorale" è superato (tutti i sistemi prima o poi invecchiano e finiscono per essere inadeguati alla nuova realtà). Se è vero che il denaro è il vero punto di riferimento sociale e che la commistione impresa/politica è irreversibile, un sistema più efficace di manifestazione della volontà popolare diviene quello dei "consumi": al potere ci sarà una certa fazione economica verso la quale la mia opinione conta nella misura in cui influenza i miei acquisti verso i suoi prodotti e servizi. Più o meno come sostituire l'elettore con il consumatore (la banconota al posto della scheda elettorale?). Purtroppo perchè ciò sia possibile ed efficace serve "informazione": editori e giornalisti adeguati ...
Il Sistema Bancario
Parlare di "banca" significa un po' ripercorrere quanto detto finora. In definitiva la banca rappresenta il "denaro" (ne è custode, intermediaria, gestore, fonte di approvvigionamento) e ciò le conferisce quel "potere" che tutti le riconoscono. Ma, oggi, si tratta, al fine, di una semplice "impresa", che offre servizi e mira al profitto.
E' però il tempio della finanza, uno dei motori dell'economia e, come tutti i grandi centri di potere, oggetto di attenzioni politiche.
Le banche rimangono soggetti "particolari" anche nell'idea che in generale ne ha la gente. Odiate e temute, sono valutate più o meno favorevolmente, ma sempre con una vena di fondamentale disprezzo. Chissà, tutto valutato (ruolo, storia, vicissitudini) forse non potrebbe essere diversamente.
Ma il denaro, si è detto, è uno strumento. Quindi anche le banche.

L'ESPERIENZA DEL PROFESSOR MUHAMMAD YUNUS: GRAMEEN BANK
Pubblicato da Feltrinelli il libro "Il Banchiere dei Poveri" di Muhammad Yunus ha reso nota anche al pubblico italiano l'avventura di questo straordinario personaggio, professore universitario, responsabile del dipartimento di economia presso l'Università di Chittagong in Bangladesh, divenuto banchiere (www.grameen-info.org).
Personalmente ritengo la sua vita un eccellente esempio di come applicare le proprie competenze alle necessità della realtà circostante, definendo un progetto ambizioso, di grande utilità collettiva, cui dedicare l'esistenza (cosa che fa di lui uno degli eroi del nostro tempo).
Nel contesto in cui verrà proposto il presente scritto, il Prof. Yunus non ha bisogno di presentazioni. Per chi non lo conoscesse fornisco alcune riassuntive informazioni.
Muhammad Yunus, dopo innumerevoli vicissitudini, ha fondato Grameen, una banca che si è posta come obiettivo l'eliminazione della povertà. Lo strumento è quello del microcredito, concesso a persone (prevalentemente donne) che diversamente non troverebbero finanziamenti alle proprie iniziative. L'organizzazione si muove in totale assenza di "garanzie" (ossia dei requisiti diretti o accessori che le banche usualmente richiedono per concedere un finanziamento), ma poggia su una forte partecipazione collettiva che vede i dipendenti della banca e i clienti intensamente coinvolti. La concessione del credito e la sua gestione avvengono in un contesto e a condizioni di mercato, ma ispirate da principi di solidarietà morale e destinate prioritariamente all'uscita del finanziato dall'indigenza: l'avvio di una attività autonoma, una corretta alimentazione familiare, una abitazione salubre, l'istruzione dei figli, l'affrancamento da alcune tradizioni penalizzanti, ecc.
Grameen ha fatto proseliti in tutto il mondo, diffondendo il microcredito come strumento universale per la lotta alla povertà. Oggi costituisce un gruppo di iniziative operanti in vari settori utili al miglioramento delle condizioni di vita dei più poveri: società ittiche, telefoniche, information technology, sostegno e sviluppo di analoghe attività nel resto del mondo, ecc.
Quale spunto di riflessione, riporto alcune affermazioni tratte dal libro citato.
"L'accesso al credito e all'informazione avrà l'effetto di eliminare la povertà nel breve periodo" (p.226). "Il bisogno di credito viene prima di ogni altro bisogno sociale" (p. 199).
Il "credito viene prima dei programmi di formazione" (p. 216), " è un diritto dell'uomo al pari del cibo" (p. 268) e uno "strumento universale per liberare le potenzialità delle persone" (p. 188).
I "poveri sono tali perchè non controllano il capitale" (p. 217), "non è il lavoro che salva i poveri, ma il capitale legato al lavoro" (p. 208). "Il lavoro indipendente restituisce alla persona una più ampia possibilità di incidere sul proprio destino" (p. 207).
Beh, devo ammettere che fa pensare...soprattutto uno come me, che da oltre vent'anni lavora in banca.
Ma vado a quello che più mi interessa in questa sede. Cosa dice Yunus del "denaro"? Cito letteralmente:
"Lo studio dell'economia mi ha insegnato qualcosa sul denaro. Adesso, come direttore di una banca, il mio lavoro è quello di prestare denaro, e il successo dei nostri investimenti risiede nella quantità delle vecchie banconote spiegazzate che i nostri membri un tempo affamati si trovano ad avere tra le mani. Eppure, paradossalmente, tutta l'impresa del microcredito, che è stata costruita attorno, per e con il denaro, intimamente e sostanzialmente con esso non ha nulla a che fare. Il suo fine più alto è quello di aiutare le persone a sviluppare il proprio potenziale; non ha quindi a che fare con il capitale monetario, bensì con il capitale umano. Il microcredito è solo uno strumento che permette alla gente di liberare i propri sogni, e aiuta anche i più poveri e i più sfortunati a infondere nella propria vita dignità, rispetto e significato." (pag. 266 de "Il Banchiere dei Poveri").