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La sessualità nei disabili - Silvia Adorni Fontana

Premessa.

Prima di iniziare è importante fare una distinzione tra “genitalità” e “sessualità”.
Genitalità: riguarda esclusivamente gli organi genitali e si identifica con l’atto erotico.
Sessualità: non si limita solo agli organi sessuali ma si allarga ad altre manifestazioni come ad esempio il bacio, le carezze e i toccamenti.
Questo ci serve per capire che quando parliamo della sessualità (sia nel normodotato che nel disabile) non ci riferiamo esclusivamente al coito ma anche ai baci, alle carezze, agli sguardi.


Sindrome di Peter Pan ossia il disabile come eterno bambino.

Il disabile è spesso considerato da tutti, prima fra tutti la famiglia, come un eterno bambino che va sempre protetto dal mondo esterno a dai pericoli che può incontrare, incapace di compiere azioni da solo.
Da un po’di anni a questa parte, nei centri diurni e nelle residenze per disabili si lavora, cercando sempre la collaborazione della famiglia, sull’autonomia.
All’interno dei centri vengono svolte attività mirate che servono per rendere autonomo il disabile; queste attività vanno dall’insegnare a vestirsi e lavarsi fino all’uso del denaro, insegnare a orientarsi e prendere i mezzi pubblici da solo oppure andare a fare la spesa e, aspirazione più alta, seguire corsi di formazione professionale con la possibilità di un inserimento nel mondo del lavoro.
Naturalmente ogni attività è legata alla gravità e alla tipologia di handicap.
L’autonomia però dovrebbe investire ogni sfera dell’individuo, sessualità compresa .


Famiglia: modalità di comportamento con figlia disabile femmina e figlio disabile maschio.

Parlare di sesso coi figli crea sempre qualche problema, forse perché si va a toccare una parte molto intima e forse perché nell’immaginario genitoriale il figlio e la figlia sono sempre “bambini”.
A maggior ragione il problema si pone se il figlio o la figlia sono disabili perché spesso sono considerati esseri asessuati, nel caso dei disabili si parla di “sessualità negata”.
La modalità di comportamento dei genitori cambia se ci si riferisce alla figlia o al figlio.
Per quel che concerne la figlia disabile solitamente il modo di comportarsi si limita a:
· Reclusione
· Repressione
Nel primo caso, la ragazza viene tenuta chiusa in casa o inserita in un centro specializzato, ma si evita il contatto col mondo esterno se non è sorvegliato dalla famiglia. Questo soprattutto perché la famiglia teme per la loro “integrità sessuale”, dimenticando che le statistiche mostrano che il rischio di subire abusi sessuali è più elevato a domicilio che altrove.
L’altra “tattica” è di reprime la sessualità, spesso anche in maniera dolce e persuasiva.
Si bloccano in partenza atteggiamenti che possono provocare piacere nella ragazza, atteggiamenti che possono riferirsi anche al solo abbraccio coi compagni o strusciamenti, non per forza per sessualità si intende masturbazione o coito.
Diverso è l’approccio se il figlio è maschio. Solitamente gli approcci sono tre:
· Masturbazione
· Prostituzione
· Incesto
La masturbazione è una delle situazioni più ricorrenti che viene più o meno accettata in famiglia. La masturbazione non è dannosa anche se alle volte può essere “compulsiva” e quindi viene considerata “disadattiva” ma ciò è la conseguenza e non la causa di un disturbo. La masturbazione è abbastanza accettata perché è un buon ansiolitico, si è visto che il ragazzo dopo è più “tranquillo”.
Spesso viene proposto il ricorso alla prostituzione, molte volte la richiesta parte dai disabili stessi.
La decisione di contattare una prostituta mette in gioco varie dinamiche ; la prima è di natura etica ed è legata allo sfruttamento della donna, nella seconda bisogna chiedersi se il disabile troverà giovamento dal frequentare prostitute.
In qualche caso, più frequentemente di quanto si immagini, è la madre stessa a “fare sesso” col figlio.
Molte volte, nelle famiglie con figli disabili, il padre si allontana dal nucleo familiare e il legame tra madre e figlio si solidifica sempre più. Questo legame porta il figlio ad una dipendenza dalla madre talvolta anche sessuale. Molte volte è la madre stessa che non vuole staccarsi dal figlio e allora, inconsciamente, sviluppa la sua parte deduttiva sostituendosi ad altre figure femminili esterne alla famiglia. La madre spesso è spinta da una falsa idea di “pietà” nel volersi fare carico della genialità del figlio e può essere molto pericoloso sia per lei che per lui.


Centri diurni e Residenze.

Nei centri e nelle residenze l’approccio alla sessualità è restretto a due modalità:
· Repressione
· Accettazione
I centri che non accettano la realtà della sessualità dei disabili impediscono ogni manifestazione sia genitale che affettiva.
Spesso gli operatori sono a conoscenza di legami affettivi (due utenti che sono fidanzati) ma non permettono che il legame si manifesti all’interno e così alle volte uno dei due utenti deve cambiare centro.
Diverso è se il centro non attua normative repressive.
Allora si imposta un lavoro volto al raggiungimento totale della autonomia, ciò vuol dire che non si può arrivare fino ad un certo punto e poi dire basta. Vengono fatte attività volte alla conoscenza del proprio e altrui corpo, spiegazioni su cosa sono e cosa comportano le mestruazioni ( partecipano anche i ragazzi, proprio per non avere una educazione “separata”), l’uso dei contraccettivi…
Inoltre in alcuni momenti particolari, ad esempio i centri estivi, i ragazzi hanno maggiore “libertà d’espressione” perché dormono da soli in camera e l’educatore cerca di intervenire il meno possibile, almeno che non sia in pericolo una delle persone in causa.


Figura dell’assistente sessuale

L’assistente sessuale è una figura professionale che nasce in Svizzera nel 2003, per ora si rivolge solo ai disabili psichici ma si pensa possa essere esteso ad altre disabilità.
La necessità della nascita di queste figure è stata comunicata allo staff dell’associazione elvetica “Pro Infirmis” direttamente dagli utenti e dalle loro famiglie. Questa associazione ha poi abbandonato il progetto che è stato ripreso e portato avanti dall’associazione FaBS.
L’iniziativa è nata per favorire lo sviluppo di una maggiore autoconsapevolezza del disabile, favorendo, attraverso il soddisfacimento dei bisogni sessuali, una diminuzione della frustrazione e dell’aggressività.
Come nasce questa figura?
Delle persone hanno risposto ad un annuncio su un giornale, hanno sostenuto dei test scritti e orali, test finalizzati a capire cosa spingesse queste persone ad intraprendere questo nuovo “mestiere” e verificare la non esistenza di disagi mentali dei candidati.
Percepiscono circa 150 franchi (100 €…) per un’ora di lavoro più spese degli spostamenti. Ritengono che la retribuzione sia necessaria perché serve soprattutto al cliente ( il disabile) per avere chiaro la natura della relazione che non può dare origine ad un rapporto sentimentale (...poi ce lo devono spiegare come glielo fanno capire ad un disabile psichico…).
In una intervista a Nina De Vries, sessuologa olandese fondatrice del corso, alla domanda “ Ma non è prostituzione?” ha risposto “…Certo se si considera prostituzione ogni prestazione sessuale a pagamento, allora anche la mia lo è, ma se si pensa che la prostituzione sia sfruttamento delle persone per averne un guadagno economico, allora quello che faccio non ha nulla a che vedere con tutto ciò. Infatti, se riusciamo a sospendere il giudizio e ci fermiamo a riflettere, vediamo in modo diverso il lavoro di chi con cuore e rispetto si dedica ad uno scambio di dolcezza e di cure. Inoltre, diversamente da una prostituta, io non offro rapporti sessuali completi, e mentre una prostituta considera il denaro che guadagna la cosa più importante, per me al primo posto ci sono le persone e il tipo di interazione e di atmosfera che con esse riesco ad instaurare”.
L’assistente sessuale si presenta al cliente, ascolta, cerca di capire, e anche solo con una carezza, o con prestazioni più prettamente sessuali (mai però il rapporto completo), cerca di soddisfare, dare piacere, gioia alla persona con la quale interagisce, senza timori, disagi; aiuta cioè la persona disabile a spogliarsi, spogliandosi lui/lei stesso/a mettendola completamente a proprio agio.
Le reazioni in Italia a tale iniziativa sono state tra le più diverse, anche tra coloro che potrebbero essere coinvolti, c’è chi ha manifestato disappunto considerando tale esercizio un modo per legalizzare la prostituzione,altri si sono trovati indifferenti ed altri ancora hanno dato pieno sostegno alla cosa.