Dispensa dei sussidi
libri e film per il Corso di Formazione degli educatori-sportivi
Introduzione:
Considerazioni sull'arte cinematografica
Cinema, musica, televisione, arte e romanzi di successo sono soggetti alla Legge di Sturgeon. Non avete mai sentito parlare della Legge di Sturgeon? Viene da uno scrittore di fantascienza americano (50 anni fa i precursori di questo genere letterario indagavano la realtà prossima ventura, e tra di essi Isaac Asimov giunse a formulare le tre leggi della robotica, che dominano in attesa che questa branca scientifica si sviluppi). Invece Theodore Sturgeon enunciò che il 90% della fantascienza del suo periodo era mondezza; poi aggiunse che il 90% di ogni cosa é mondezza. Legge valida, che ognuno può estendere al di là delle arti della comunicazione, alla scienza, alla religione, alla filosofia, fino al dominio dei sentimenti… Naturalmente ha un corollario, che: non possiamo concordare su qual sia il 10% buono.
In realtà alcuni filosofi usciti dal popolo, ma non popolari (cioè persone che, pur essendo sagge, non sono state promosse dagli apologhi del sistema), hanno ripreso la Legge di Sturgeon adattandola a vari contesti e ciascuno potrà verificarne la validità o meno a suo giudizio.
Allora, la proposta di alcuni film al Corso di formazione, non significa che queste opere siano importanti, o migliori di altre, ma che offrono spunti di discussione e adempiono alla necessità di affrontare sommariamente temi di interesse culturale.
Un'opera d'ingegno, cinematografica o letteraria, viene progettata e realizzata se prospetta un guadagno oltre i quattrini che costa per produrla e promuoverla. Questa è la legge della carta stampata, per cui un libro e un film devono possibilmente rivolgersi a masse facilmente raggiungibili. Significa che tutto quello che si stampa è rivolto alla media delle persone, escludendo da essa i molto-stupidi e i molto-intelligenti che, oltre a essere minoranze, non si sa con quale pubblicità raggiungere.
Il nostro obiettivo non è di affrontare uno studio più o meno nozionistico, seguendo indicazioni ideologiche, o prospettando degli esempi insigni, ma di mettere in moto l'interesse per le cose, a cui consegue la valutazione critica come esercizio per esaminare la realtà.
Abbiamo scelto queste storie:
Judo-saga (Sugata Sanshiro) 1° e 2° di Kurosawa Akira (1943/44) per dare un'interpretazione dell'educazione; e in seguito potremmo sostituirlo con Karate Kid
Il Sospetto di Francesco Maselli per avere un'occasione attinente alla politica. In proposito sarebbe piacevole vedere un altro film d'epoca: Furore, tratto da un romanzo di John Steinbek e lo faremo in altra occasione.
Samshara di Pan Nalin per un'analoga occasione religiosa (lo proietteremo in uno dei week-end propedeutici).
Nausicaa della Valle del Vento di Hayao Mitazaki e Kiriku e la strega Karaba per fare un'incursione nel mondo dei giovani, per far emergere il giovane che è in noi, per avere la capacità di offrire ai giovani una visione globale del sentimento e del mondo.
L'uomo dei sogni per parlare di poesia. Nell'occasione di un prossimo Corso, potremmo sostituire questa pellicola con Dersu Uzala di Kurosawa.
Sex and Zen per affrontare il tema sesso-e-sentimento.
Shogun, in parallelo con il libro che raccoglie i documenti di quell'avvenimento (Il samurai venuto dall'Europa) per osservare che il cinema è incompatibile con la storia.
Farenheit 451 lo teniamo per ultimo, assieme al libro omonimo, perché dovrebbe costituire l'emblema del Corso, cioè il simbolo della resistenza umana al Sistema.
Primo capitolo - I film
1 - L'educazione
Sugata Sanshiro (Judo-saga) e Bogu Sugata Sashiro (Judo-saga secondo)
Nato nel 1910 a Tokyo, in una famiglia samurai, Akira Kurosawa mostrava una salute precaria. Per curarlo secondo la tradizione, in 5a e 6a classe elementare, il bambino si alzava col cielo ancora buio e camminava per 3 km fino al dojo di kendo a praticare, passava quindi al tempio di Hachiman a fare le devozioni, e finalmente faceva colazione e andava a scuola, senza calzettoni, anche d'inverno. Peraltro il padre, professore di ginnastica, gli trasmise la passione per il cinema, l'arte e la musica.
Akira si attribuisce di essere stato un bambino ritardato. "E' una cosa terribile mandare a scuola i bambini ritardati solo perché c'è qualche regola che lo impone. I bambini non sono tutti uguali, a cinque anni certi hanno l'intelligenza di sette, mentre certi di sette non hanno superato quella di cinque. L'intelligenza si sviluppa seguendo ritmi diversi. E' un errore decretare che il progresso corrispondente a un anno scolastico deve avvenire ad ogni costo proprio in un anno…"
Nel 1923 il Kanto (la pianura di Tokyo) è sconvolto da un terribile terremoto. Akira è in città e quando raggiunge la sua casa crollata, ritiene che i famigliari siano morti. Ma dalle macerie esce la famiglia illesa e la madre lo rimbrotta perché è a piedi scalzi, con gli zoccoli in mano.
Nel 1933 il fratello si uccide, in relazione all'invenzione del cinema sonoro che ne condanna l'attività lavorativa (faceva il benshi, cioè commentava in sala le proiezioni del muto). Akira ne scopre il corpo insanguinato.
La guerra del Pacifico lo colse (riformato per ragioni di salute) mentre si affermava come sceneggiatore. Ha parole di fuoco per la censura politica.
"Era così profondo il mio odio che, verso la fine della guerra feci addirittura un patto con alcuni amici: se fossimo arrivati al ventilato suicidio collettivo (l'Onorevole Morte dei Cento Milioni, se gli americani avessero invaso l'Arcipelago), ci saremmo incontrati davanti al Ministero degli Interni e avremmo ucciso i censori prima di toglierci la vita".
"In quel periodo lessi la pubblicità di un nuovo libro. Era un romanzo intitolato Sugata Sanshiro, e non so perché la trovai estremamente interessante. La pubblicità diceva solo che il romanzo raccontava la storia di un giovane un po' sbandato, esperto di judo; ma qualcosa mi disse: E' quello che ci vuole! Non ci sono spiegazioni logiche per la mia reazione…
Andai di corsa da Morita (il dirigente della casa cinematografica) e gli mostrai l'annuncio. Per favore, compra i diritti di questo libro, sarà un grande film, lo pregai. Morita rispose allegramente: Va bene, fallo leggere anche a me. Gli dissi: Non è ancora uscito, non l'ho letto neanch'io, e lui mi guardò in modo strano…"
Per l'acquisto dei diritti incontrarono la concorrenza di grandi case cinematografiche, ma la signora Tomita (la moglie di Tsuneo Tomita, autore del Romanzo delle Nuvole Nere e nipote di Tsunejiro Tomita) raccomandò il giovane regista.
"Le riprese di Sugata Sanshiro cominciarono in esterni a Yokohama, nel 1942. Il mio primo passo come regista, la prima inquadratura che girai, fu quella di Sanshiro che, insieme al suo maestro Yano Shogoro, sale la lunga scalinata di pietra di un tempio scintoista…
La seconda inquadratura mostrava quel che gli esperti di judo vedevano sulla sommità della scalinata: il profilo di una ragazza che prega all'altare del tempio. E' la figlia di Hanshiro Murai, che sarà l'avversario di Sanshiro nell'incontro indetto dalla polizia e sta pregando per la vittoria di suo padre. Ma Sanshiro e il maestro non sanno chi sia e il fervore di quelle preghiere li impressiona talmente che, per evitare di disturbarla, passano dall'altra parte…"
Avvisato da un paio di scarpe da donna davanti alla porta di Fujita, l'attore che interpreta Sanshiro, Akira è costretto a sgridarlo per un'avventura notturna e:
"Quella mattina dovevamo girare la scena in cui Yano Shogoro sgrida Sanshiro per la nottata in cui si è messo nei guai bevendo e litigando. Fujita si lamentò che era una crudeltà castigarlo due volte in poche ore, ma riuscì a entrare benissimo nella parte".
Avviene che alla lavata di capo, Sanshiro dichiara di essere disposto anche a morire per il maestro e si getta d'impulso nello stagno, passando la notte nell'acqua…
"e all'alba assiste a un evento magico: sotto i suoi occhi si schiude un fiore di loto con un leggero rumore. Anni dopo mi riportarono le critiche di un collega secondo il quale i fiori di loto non fanno rumore aprendosi. Ma io sapevo bene quello che facevo. Nel film è l'alba quando Sanshiro osserva il fenomeno del fiore. Ne avevo sentito parlare, così una mattina mi ero alzato presto per andare allo stagno di Ueno. Quel rumore meraviglioso - una sorta di esplosione in miniatura - l'avevo sentito davvero.
Tra i personaggi di Sugata Sanshiro, quello per cui nutro maggior interesse e l'affetto più vivo è, naturalmente, il protagonista. Ma adesso che ci ripenso, mi accorgo che i miei sentimenti per il cattivo, Gennosuke Higaki, non sono meno forti… Anche quest'ultimo è il tipo di materia prima che diventerebbe uno splendido gioiello se levigata al modo giusto, ma le persone sono sottoposte al destino. Il destino non consiste tanto nell'ambiente o nella posizione che si occupa nella vita, quanto nel modo in cui la personalità si adatta all'ambiente e alla posizione sociale. Da una parte ci sono le persone rette e flessibili che non permettono all'ambiente e alla posizione di avere la meglio su di loro, dall'altra ci sono quelle che, orgogliose e sprezzanti dei compromessi, finiscono per essere distrutte dal loro ambiente e dalla loro posizione. Sanshiro Sugata rappresenta la prima categoria, Gennosuke Higaki la seconda".
Ma il Ministero degli Interni sottoponeva il regista a un esame prima di autorizzare la distribuzione dell'opera…
"La tesi dei censori era che nel film praticamente tutto faceva angloamericano. A cominciare dalla scena d'amore tra Sanshiro e la figlia del suo rivale sulla scalinata. Veniva definita una scena d'amore, ma in realtà i due si incontravano per la prima volta. Insistevano tediosamente su questo qualificativo angloamericano come se avessero scoperto una verità magica, oracolare. Per non infuriarmi guardavo fuori dalla finestra e cercavo di pensare a qualcos'altro".
Subito dopo, scartata la proposta della Marina di un film d'azione sui caccia Zero, perché la situazione non permetteva di distogliere aerei dal fronte, gli venne affidato il progetto di Lo spirito più elevato, su un gruppo di ausiliarie che lavorano in una fabbrica.
"Cominciai a togliere alle giovani attrici tutto quanto potevano avere di teatrale nell'atteggiamento e nel modo di esprimere le emozioni… A questo scopo le feci camminare, correre, giocare a pallavolo; le convinsi a formare una banda musicale con flauti e tamburi. Dopo averle addestrate a marciare e a suonare, le mandai in parata per le strade. Le donne non fecero obiezione alla corsa e alla pallavolo, ma la semplice idea di suonare per le strade sembrava loro un insulto…"
Sugata Sanshiro ebbe successo e lo studio chiese a Kurosava di girarne il seguito di Judo-saga.
"Questo è uno degli aspetti negativi del sistema commerciale: pare che i produttori di film d'intrattenimento non abbiano mai sentito il proverbio del pesce e del salice lungo il fiume: il fatto che tu una volta abbia preso un pesce all'amo in quel punto, non significa che ce lo ripescherai sempre…
La scena madre di Judo-saga due è un duello tra Tesshin e Sanshiro su una montagna innevata…Il fratello minore di Higaki, Genzaburo è un personaggio mezzo matto e per farlo apparire tale curammo il trucco e il costume. Gli mettemmo un parruccone nero e irto come si trova nel teatro No; lo dipingemmo di bianco, con un costume bianco e sulle labbra un rossetto vivacissimo; inoltre camminava tenendo la canna della follia, l'attributo dei matti..." Era interpretato da Akitake Kono; un giorno che tornava in albergo da solo incrociò una comitiva di sciatori che si spaventarono e fuggirono. Più tardi Akira dovette scusarsi con i clienti e con la direzione dell'albergo.
Girammo la scena del duello decisivo fra Sanshiro e Tesshin sulla neve alta. Dovevano essere entrambi scalzi, e la scena divenne una vera prova di resistenza. Ancora oggi, ogni volta che mi vede, Susuma Fujita mi ricorda lo stato dei suoi poveri piedi per il freddo patito nel '44! Nel primo Sanshiro aveva dovuto tuffarsi nello stagno in febbraio; ma quelle scene l'hanno fatto diventare un divo, quindi potrebbe farmela pesare meno"
(i corsivi sono presi da L'ultimo samurai, autobiografia di Kurosawa Akira, Baldini e Castoldi ed.)
L'Imperatore del cinema morì a 78 anni nel 1988. Colpisce nell'autobiografia una certa indifferenza nei confronti della guerra in cui il Giappone è stato sconfitto. E di rimando resta l'impressione che il Giappone abbia nutrito diffidenza riguardo alle sue opere (il regista più conosciuto in patria è il quasi coetaneo Kinoshita Keisuke) forse perché Kurosawa ha creato il western giapponese (anticipando Sergio Leone e gli spaghetti-western). Ha tentato due volte il suicidio, ma questa è una maledizione giapponese e anche di famiglia. Elenchiamo i film più conosciuti dei 30 che Kurosawa ha diretto.
1943 - Sugata Sanshiro - Le due pellicole, che si ispirano a: Il libro delle nuvole nere, scritto dal figlio del maggiordomo di Kano Jigoro, vennero sequestrate dallo SCAP (il quartier generale di MacArthur), che presentò all'industria cinematografica giapponese un elenco di argomenti proibiti (che riguardano anche questo film e il Musashi Miyamoto di Inagaki), completato dai temi consigliati: Per raggiungere gli obiettivi dell'Occupazione, così che il Giappone non disturbi più la pace nel mondo, così che sia garantita la libertà di religione, di parola e di riunione, soppresso per sempre il militarismo nipponico e il nazionalismo militarista, si richiede di fare film dei seguenti tipi…
Ritenuti distrutti, i due film vennero recuperati in tempi recenti e resta il sospetto, visto che Kurosawa prediligeva il primo, che il Giappone abbia volutamente nascosto questa pellicola che narra l'origine del suo sport nazionale. Forse la censura di cui parla Kurosawa non è stata epurata dopo la guerra, altrimenti questi film sarebbero circolati e conosciuti maggiormente.
1950 - Rashomon -
1954 - Shichinin-no-samurai - I sette samurai
1961 - Yojimbo - La sfida del samurai
1975 - Dersu Uzala - Dersu Uzala, il piccolo uomo della grande pianura
1980 - Kagemusha - L'ombra del guerriero
1985 - Ran -
1990 - Konna-yuno-wo-mita - Sogni
2 - Incursione nella politica
Il sospetto
Regia di Francesco Maselli, anno 1975, soggetto di Franco Solinas. Con Gian Maria Volonté, Renato Salvatori, Annie Girardot
Il critico Morando Morandini:
"Nel 1934 un operaio italiano comunista, fuoriuscito in Francia, viene inviato dal Partito, da cui era stato radiato per deviazionismo, nell'Italia fascista a prendere contatti con i compagni e, in realtà, viene usato come esca per stanare un infiltrato. E' il migliore, il più maturo film di F. Maselli. Raffinata ricostruzione d'epoca, sapiente tensione narrativa, credibile nei personaggi. Volonté straordinario, con una recitazione ridotta all'osso, senza un effetto".
Il regista Franco Maselli:
"Nel partito mai nessuno, pur sapendo che stavo preparando un film come Il sospetto, mi ha chiesto di leggere oppure di sapere come lo volevo impostare. Assolutamente. Anche quando l'ho finito e l'ho fatto vedere, ci sono state critiche, certo (per esempio, mi sorprese quella di Ingrao su L'Espresso), e invece moltissime adesioni da parte di altri. Piacque, per esempio, enormemente a Luigi Longo che scrisse poi una trentina di cartelle di introduzione per un libro sul film che non è mai uscito. Piacque a Pajetta, ad Amendola...
In generale, i pareri furono positivi, ma ci fu un dibattito, si espressero posizioni diverse. In questo senso il partito è molto laico, ormai. E' vero che io raccontavo tutta una serie di aspetti negativi della nostra storia - e sono convinto che sia giusto raccontarli - ma raccontavo anche la fondamentale positività della nostra presenza storica. Se aprivo una problematica, certo non nuova, ma nuova per i mezzi di comunicazione di massa, su alcune degenerazioni interne che erano derivate dalla logica della Terza Internazionale e che erano state accolte nel partito, raccontavo anche il grande ruolo svolto dal partito. Nei tanti e tanti dibattiti che si fecero sul film in tutt'Italia, organizzati spesso dalle stesse federazioni, ci furono anche interventi furibondi contro il film, accusato di aver messo in piazza i panni sporchi, ma ce ne furono altrettanti in difesa del film".
L'attore Gian Maria Volonté:
"Il film di Maselli ha una collocazione ben precisa. Si tratta di un partito nella clandestinità, un partito di quadri, fra l'altro con pochissimi punti di riferimento interni e decimato dall'Ovra…
L'Opera di Vigilanza per la Repressione dell'Antifascismo venne creata nel 1926 come polizia segreta con particolari funzioni politiche
che ricorre ad un espediente per cercare di capire qual'è il punto debole dell'organizzazione rimasta in piedi in Italia. E c'è questo personaggio di militante che faccio io, che mi pare molto, molto bello".
Il critico Giovanni Grazzini:
"E' la storia di un comunista italiano negli anni fascisti. Siamo nel 1934, quando il regime di Mussolini, ormai consolidato, dà la caccia agli oppositori clandestini, e a Parigi gli esuli comunisti si alleano ai socialisti nel patto d'unità antifascista. Iniziativa, come c'insegnano gli storici, accolta non senza contrasti, ai più fedeli seguaci di Mosca sembrando mettere in forse la purezza dell'idea, e tale da moltiplicare la vigilanza dell'apparato sugli iscritti. Uno di questi, Emilio, da poco riammesso nel partito (era stato accusato di simpatie troschiste), viene incaricato di compiere una missione a Torino. città che sta molto a cuore al centro estero per la sua larga base popolare. L'uomo vi si appresta, ma nel momento cruciale, quando ha dato appuntamento su un treno ai quattro compagni che costituiscono il direttivo segreto torinese, crede di avere la polizia alle calcagna, e se la batte. Per scoprire se fra i quattro ci sia davvero una spia, i suoi superiori lo inducono a riprendere i contatti: rischierà la galera, ma sarà utile al partito. Emilio obbedisce, anche perché gli hanno detto che la sua disciplina politica verrà premiata col prenderlo fra i membri del comitato centrale, e uno alla volta mette alla prova i compagni, lasciando per ultimo un taxista sardo nel quale nutre maggiore fiducia. Poiché agli incontri che ha avuto, a Soperga, sulle rive del Po e nel Museo Egizio, non ha fatto seguito il suo arresto, è proprio sull'amico più vicino che ora ricadono i suoi sospetti. Invece anche il sardo, che a sua volta, sorpreso e pestato dai fascisti, sospetta di Emilio, è innocente, La polizia, meglio organizzata dei cospiratori, ha infatti seguito le mosse di tutti fin dall'inizio, e al momento opportuno ha fatto scattare la trappola. Al commissario dell'Ovra che invano tenta di indurlo a tradire e gli rivela che i compagni hanno anche fatto leva sul suo orgoglio per usarlo come esca, Emilio risponde d'essere sempre stato d'accordo col partito. Andrà in galera, ma convinto dell'utilità del suo sacrificio.
La sceneggiatura del film, per la quale lo stesso Maselli si è affiancato a Franco Solinas, autore del soggetto, non è limpida come si vorrebbe. La prima parte, anche per certi flash-back non necessari, soffre di sovrappiù didascalici e di oscurità nei trapassi, e l'impianto ideologico farà discutere per l'eccessiva attenzione prestata ai contorsionismi in cui sembra risolversi il dibattito politico. Ma a queste carenze Maselli, che vuole anche esprimere un giudizio sulla sconfitta dei padri, sopperisce rievocando senza indulgenze un antifascismo spesso capzioso e insicuro, irretito dalla logica della cospirazione, e ricorrendo a una scioltezza di riprese, a una vivacità di ritmo e a una densità di toni che ripagano con la lucidità del linguaggio i grumi della storia.
Quando poi, nella seconda metà, il film punta tutto sulla guardinga risolutezza del militante mandato allo sbaraglio e sviluppa il motivo della diffidenza reciproca e della paura, allora ogni riserva viene a cadere. Il dramma di Emilio, che in una città percorsa di minacciose presenze deve guardarsi dagli sbirri nascosti e dai compagni forse traditori, e intanto avverte su di sé l'ambigua attesa dei capi rimasti a Parigi, è infatti esposto con grande forza visiva, ottimo incrocio fra il suspense e 1'introspezione psicologica, ed esatto rapporto fra l'angosciosa solitudine del protagonista e l'ostilità dei luoghi pur familiari. La folla, il traffico, i gruppi di turisti, e sul versante del mistero il silenzio autunnale d'una villa disabitata, i muri scrostati, le fabbriche mute, non fanno soltanto colore locale: sono preziosi fattori emotivi di un film che assomma ai meriti del saggio politico le inquietudini del giallo.
Alla bella riuscita coopera sempre, del resto, l'accuratissima ambientazione. Poche volte il cinema italiano aveva resuscitato gli anni Trenta con altrettanta suggestività di accenti, e raramente, se non forse negli Indifferenti dello stesso Maselli e con Bertolucci, aveva raggiunto questa fusione tra il sapore del tempo e le piccole figure di provincia, finalmente affrancate dai fastidiosi vezzi dialettali cui ci ha abituati la commedia. Esemplare è in tal senso la scena lungo il Po, tutta immersa in una poetica verità grazie al governo dei colori e della composizione. Torino, e anche Milano dov'è girata qualche sequenza, non sono però gli unici sfondi in cui s'esercita l'occhio sagace di Maselli. La sua Parigi non è meno felice, per il fervore che l'anima all'opposto di qualche goffo torpore italiano. Per cui si può dire che ovunque, trascorrendo dal lieve al cupo, dal sinistro al crepuscolare nei modi vicini al realismo magico, Maselli riascolta con moderna sensibilità figurativa l'eco del cinema d'epoca e con mano sicura fa centro. Lezione di stile che assegna alla scenografia un ruolo espressivo non inferiore a quello del ritmo, Il Sospetto piacerà molto a chi cerca, nei film, il cinema".
Questi esuli antifascisti, sparuto manipolo di Resistenza prima che sbarcassero gli americani, sono quelli che nel 1936 daranno vita, nelle Brigate Internazionali, alla Legione Garibaldina, che si distinse per il suo valore nella Guerra di Spagna. Nel film si può avvertire un'atmosfera disumana e spietata che faceva prevedere il tempo in cui il Fronte Popolare dei democratici progressisti, socialisti, comunisti e anarchici vinse le elezioni in Spagna e incontrò l'opposizione della Falange del caudillo Francisco Franco. Dietro la copertura populista e romantica del Fronte appariva lo spettro del bolscevismo, rivelato dalle violenze commesse dal governo democratico contro la Chiesa (persone e opere), ma anche contro gli anarchici che non davano garanzie di convertirsi al bolscevismo dopo la vittoria. Questo comportamento permise ai falangisti di mascherare il significato reazionario del loro ammutinamento dietro il paravento della crociata in difesa della fede e della civiltà.
Furore (The grapes of wrath)
Regia di John Ford, 1940; con Henry Fonda
Pino Farinotti:
"America anni trenta: Tom Joad esce di prigione - aveva ucciso un uomo in una rissa - e trova tutti in una miseria nera. La grande depressione ha coinvolto tutto il Paese. Non c'è lavoro, non c'è nemmeno cibo, persino la terra è diventata arida dove prima non lo era.
Con tutta la sua famiglia, nonni, genitori, sorella, cognato e bambini, decide di partire verso l'ovest dove, si dice, c'è lavoro e ci sono terre fertili. Caricato un vecchio camion di tutto ciò che possiede, la famiglia comincia il viaggio. Lungo la strada incontra scioperi bidonvilles, violenza e sistematica, crudele mancanza di lavoro.
Muoiono i nonni, i Joad vengono accolti in un villaggio, lavorano sì, ma con paghe da fame. Quando Tom assiste all'uccisione di un suo amico da parte di un poliziotto, colpisce il poliziotto e, senza volerlo, lo uccide a sua volta. Da quel momento dovrà fuggire.
Ma Tom crede ancora che un giorno le cose potranno andar meglio. Lo dice a sua madre, salutandola prima di partire: "Dovunque si lotterà per sfamare la gente, io ci sarò".
Un altro film senza il quale il cinema non sarebbe il cinema. Tratto dal romanzo di John Steinbek…
Steinbek, John Ernst, scrittore statunitense (1902-1968). La sua narrativa, inizialmente sensibile all'influsso di D.H. Lawrence (I pascoli del cielo, 1932; Al dio sconosciuto, 1933) si è poi evoluta su due direttive principali: l'umorismo picaresco (le creature ingenue, istintive, dominate esclusivamente da leggi biologiche, di Pian della tortilla (1934) e di Uomini e topi (1935), e il tema della lotta di classe vista come la reazione di uomini semplici e buoni contro corrotti egoisti: La battaglia (1936) e Furore (1939). Premio Nobel 1962.
viene portato sullo schermo da un autore di pari grandezza e prestigio. Il film è rigorosissimo culturalmente e formalmente: sembra di guardare le vecchie foto dell'epoca.
Il regista ha puntato sul particolare, sui piccoli discorsi di miseria visibile, lasciando che i gradi temi ne venissero di conseguenza.
Il cinema accoglie nel suo mito alcune situazioni tanto forti e perfette da non essere ripetibili, come la sepoltura del vecchio nonno, oppure l'immagine del camion-casa nelle strade delle infinite pianure, il ballo di Fonda con la madre (Darwell, premio Oscar), o la scena finale di Tom che percorre la collina andandosene, mentre il sole sta nascendo.
Furore non è un documento del cinema, è un documento generale di storia;, e figura da sempre nelle classifiche, anche le più snob e severe. Con questo film Ford…
Ford, John. Pseudonimo di Sean O'Feneey, regista cinematografico statunitense (1895-1973). Il cavallo d'acciaio (1923), Il traditore (1935), Ombre rosse (1939), Furore (1940), Lungo viaggio di ritorno (1940), Com'era verde la mia valle (1941), La via del tabacco (1941), Sfida infernale (1956), Un uomo tranquillo (1951), Il grande sentiero (1964). Ha ottenuto più volte l'Oscar.
vinse l'Oscar e si pose come uno dei massimi autori assoluti. Quando una certa critica ha tacciato, durante la sua lunga e articolata attività, il regista di faziosità, di manicheismo, e persino di fascismo, sarebbe bastato ricordare Furore, grandissimo manifesto populista. Ford non era fascista e non era comunista, stava dalla parte di quella che riteneva la giustizia, si fidava del proprio buon senso e giudizio. La sua apparente semplicità era ricchezza. Anche adesso il suo mondo è condivisibile e non è mai lontano.
Quanto manca Ford!".
Mi sembra che la letteratura popolare americana…
Faulkner, o Falkner, William (1867-1962) ambienta i romanzi nel profondo sud degli USA, chiuso nel suo orgoglio e nella sua miseria nel ricordo dello schiavismo e di un grande passato. Tra i molti titoli: L'urlo e il furore (1929), Santuario (1931), che raccomandiamo particolarmente), Luce d'agosto (1932), Assalonne, Assalonne! (1936), Requiem per una monaca (1951).
Bukowsky, Charles (1920) tedesco emigrato negli USA, ha pubblicato racconti underground, poesie e romanzi che gli hanno procurato la fama di scrittore maledetto (in analogia con i poeti maledetti francesi). "Le donne che ho conosciuto nella mia vita erano tutte puttane, ex-prostitute o pazze": Donne è il romanzo dei suoi amori, dei suoi rapporti con l'altro sesso, dei suoi orgasmi. Lo stile potrebbe risentire della caratterizzazione di Henry Miller o del reportage di Hemigway, ma la prosa ipnotica, composta da frasi brevi colpisce con la violenza della percussione musicale nel free jazz, e richiama Mantra del re di Maggio (composizione poetica della raccolta Jukebox all'idrogeno) di Allen Ginsberg. Poniamogli accanto, infine, anche Jack Kerouac (sesso, droga, anarchismo e zen: Sulla strada, I sotterranei, I vagabondi del dharma) e diciamo che Faulkner, Hemingway, Miller hanno aperto la strada alla beat generation…
"Generazione sconfitta" o "Gioventù bruciata" (titolo di un film di James Dean), corrente artistico-letteraria dei beatniks (da beat e sputnik) che, ribellandosi contro le istituzioni e i benpensanti che le sostengono, vuole scoprire nel caos dell'esistenza nuovi valori sociali e morali, affidandosi a esperienze anarchiche e spregiudicate.
in cui possono rientrare Faulkner, Ginsberg, Kerouac e Bukowsky contribuisca a promuovere, dopo la Rivoluzione francese, l'ideologia progressista nel mondo. Nel nostro percorso il film Furore richiama l'attenzione sui miseri, vittime di un sistema; e Il sospetto, che riporta una vicenda quasi contemporanea a Furore, ma in un'Italia risparmiata dalla crisi economica mondiale, fa riflettere sulla reazione proposta dall'URSS con la dittatura del proletariato. Osserviamo il contrasto col "realismo all'italiana" (Ladri di biciclette), immagini valide per celebrare analoghe miserie popolari, senza la vitalità di proposte estreme, che comunque sono confluite dall'America e dall'Unione Sovietica nel nostro quotidiano!
3 - E nella religione
Samshara
di Pan Nalin, con Shawn Ku (Tashi), Christy Chung (Pema), Neelesha Bavora (Sujata), girato nel Ladakh, Terra Lunare, una delle regioni più arretrate dell'India, un deserto gelato in cui si vive alle più elevate altitudini (il film è stato girato oltre i 4.000 metri). In questo Paese la religione è prevalentemente buddista e il tempo ha un ritmo diverso, che il regista cerca di dimostrare invecchiando i costumi dei protagonisti. Il compositore Dadon ha firmato la canzone Bumblebee su parole scritte dal sesto Dalai Lama (1683-1706).
Un paesaggio brullo e sconfinato nel cielo indaco delle altitudini. Un gruppo di monaci sale i pendii per l'eremo dove Tashi, è da tre anni, tre mesi, tre settimane e tre giorni in meditazione. La singolare carovana recupera l'eremita, consunto dalla ricerca spirituale e torna al monastero. Bandierine colorate affidano al vento le loro preghiere; su un cumulo di pietre una reca l'iscrizione: come si può impedire ad una goccia d'acqua di asciugarsi?
Ma Tashi giovane lama, reduce dai rigori dell'eremitaggio, scopre intatti i suoi desideri. "Ci sono cose che bisogna vivere per trascenderle" e il decano del monastero gli fa conoscere dei testi tantrici che lo iniziano alla vita sessuale.
Esplode quindi il conflitto tra la vita monastica e quella laica con tutti i suoi piaceri. Tashi inizia il cammino inverso a quello del Buddha Shakyamuni di cui si dice che avesse vissuto nei piaceri fino a 29 anni, per poi lasciare tutto, compresa la bellissima moglie Yashodara e il figlio Rhaula (che significativamente vuol dire impedimento), perché aveva percepito che la vita è sofferenza in quando infinito desiderare, e questo è appunto il Samsara, la ciclicità dell'esistenza condizionata dall'ignoranza spirituale dall'ego. Tashi mai ha vissuto fuori del monastero, ed ora avverte fortissimo il richiamo della femmina a cui, come per il Siddharta di Hesse, segue quello del denaro e del potere.
Segue un'orgia di vita. Per il richiamo di un intenso sguardo femminile incrociato nel villaggio, il monaco lascia le austere mura, cambia abito sulla riva di un fiume, conquista la giovane Pema e un posto di prestigio nella comunità, fa un figlio, vive l'avventura di un amante. Potrebbe sembrare solo una vita felice, certo più significativa che dettare sentenze col cranio rasato, per fornire pagine all'editoria occidentale; ma è solo brama di possesso.
Quando giunge la notizia che l'anziano abate, morente, rimpiange di non averlo per successore, è una rapida crisi. Di notte e di nascosto, lo spretato rivive l'odissea del Buddha, abbandona la moglie e il figlio al samshara, si ferma sulla riva del fiume a rasarsi e indossare la veste, torna al monastero, cittadella degli eletti che aspirano al nirvana.
Sulla cui porta trova la donna, che potrebbe averlo preceduto a cavallo. O è un fantasma. Certo la figura femminile incarna in questo momento la coscienza dello spettatore di questo film che denunzia superbamente l'insulsaggine di fare una famiglia per abbandonarla al richiamo spirituale. La donna gliene dice quattro, non si trattiene dall'esprimere quello che pensa della Via dell'egoismo spirituale e di tutti i Buddha maschi dell'universo.
Così è salva la dignità della donna, mentre precipita quella del monaco e la storia si conclude lasciando lo spettatore a decidere del finale: Tashi farà l'abate, o si suicida?
Se Gotamo detto il Buddha abbandona la famiglia per diventare bodhisatwa, dando l'esempio ad altri, è questione di karma (l'effetto delle azioni passate, per cui uno trova nel passato una giustificazione al suo comportamento; Cesare Lombroso predicava qualcosa di simile). In fondo l'induismo ha considerato il Buddha storico come la nona Incarnazione di Visnù, incaricata di peggiorare la morale e di far precipitare la crisi del Kali-yuga. Questo nulla toglie alla bellezza di scegliere tra il fare una famiglia e godersi figli e nipoti, oppure abbandonarla per morire santo. La libertà è scegliere. Raccomandiamo di godere le magnifiche altitudini del Ladakh e di riflettere sulla problematica proposta, che si ripete talvolta anche a livello del mare.
N.B. Pan Nalin ha progettato di fare un film su Bodhidarma, che, secondo lui, è il creatore delle arti marziali.
4 - Ritorno all'età verde
Nausicaa della valle del Vento
Cartone animato tratto da un manga.
Parla l'autore, Hayao Miyazaki, che è anche disegnatore e capo dello studio produttore Ghibli.
"Nell'Odissea Nausicaa è una principessa dei Feaci. Che mi ha profondamente affascinato fin da quando l'ho incontrata nel Piccolo Dizionario di Mitologia Greca di Evslin. Più tardi, in una versione romanzata del poema di Omero, non emanava lo stesso splendore.
Nel Piccolo Dizionario, che tratta laconicamente Zeus, o Achille, Nausicaa è descritta come una fanciulla bella, vivace e piena di fantasia, che preferisce cantare e suonare l'arpa piuttosto che concedersi alle attenzioni dei suoi spasimanti.
Eppure si prese cura di Odisseo (il nome che i romani volgarizzarono in Ulisse) trascinato a riva spossato dalla corrente del mare e gli improvvisò una canzone. I genitori, temendo un amore, spinsero l'ospite a ripartire, e Nausicaa rimase a guardare la nave finché le vele scomparvero all'orizzonte.
Secondo la leggenda Nausicaa non si maritò, ma viaggiò di corte in corte come primo menestrello-donna della storia, cantando Odisseo e le sue avventure. Evslin conclude le sue note dicendo: "La fanciulla occupava un posto tutto speciale nel cuore rude e provato del grande viaggiatore".
Nausicaa mi ricorda un'eroina giapponese dei Racconti di ieri e di oggi. Figlia di aristocratici la "Principessa che amava gli insetti" era considerata un po' strana perché, ancora in età da marito, amava giocare nei campi, e restava affascinata contemplando la trasformazione di una larva in farfalla. Aveva sopracigli scuri e denti bianchi mentre ai suoi tempi le fanciulle si rasavano la fronte e si annerivano i denti.
Forse oggi non verrebbe poi considerata così stravagante, solo eccentrica, un'amante della natura. Ma all'epoca della Storia del principe splendente (il Genji-monogatari di dama Murasaki Shikibu) e dei Racconti del guanciale (il Makura-no-soshi di dama Sei Shonagon) la figlia di un aristocratico che non si fosse rasata i sopraccigli e che frequentasse gli insetti, sarebbe stata messa in berlina.
Abbiamo rintracciato la storia citata da Miyazaki, che forse l'ha letta in una raccolta scolastica (Racconti di ieri e di oggi). Si tratta del racconto Mushi mezuru himejimi (La principessa che amava gli insetti), della raccolta Tsutsumi chunagon monogatari (Storia del Consigliere di Mezzo di Tsutsumi) e riportata da Kato S. in Letteratura giapponese - Marsilio, 2000.
"Una giovane donna, appurato che le belle farfalle nascevano da pelosi bruchi, cominciò ad amarli e rifiutò di curare il suo aspetto con la scusa che non si dovevano considerare le artificiosità create dall'uomo. Quando i suoi genitori le prospettarono che questo eccentrico amore per i bruchi avrebbe nociuto alla sua reputazione, rispose: Non c'è nulla di male in ciò. Solo quando si osservano le miriadi di cose e se ne intuisce lo scopo, le cose hanno un significato. Quando un uomo le inviò una poesia nella quale in tono scherzoso diceva che sarebbe stato imbarazzante avere una moglie che collezionava bruchi, gli rispose: Se ci pensi bene, non c'è nulla di cui vergognarsi. In questo mondo illusorio, che è sogno, chi di noi potrà restare per vedere ciò che è male e ciò che è bene? Il mondo di sogno può essere visto in chiave buddista, ma non certo in frasi tipo è un male che la gente finga o: che il bruco abbia un cuore sensibile, questo è quello che ci tocca. Al contrario, l'opinione espressa dalla giovane donna è che si deve andare alle origini e non badare al risultato, e che i parametri di bellezza e bruttezza, o di bene e male sono pure convenzioni. Tutti gli altri personaggi vivono secondo le loro emozioni, solo colei che ama gli insetti vive coerentemente le sue opinioni. Ma c'è di più: questo tipo di personaggio è raro non solo nella narrativa Heian, ma in tutta la storia letteraria giapponese; viene quindi da pensare che lo Tsutsumi chunagon monogatari sia andato al di là di una semplice parodia, mettendo in luce verità fondamentali della condizione umana".
Questa ragazza correva libera per prati e boschi, e lo spettacolo dell'erba, degli alberi e delle nuvole la commuoveva. Mi chiedo come sia vissuta e quanto abbia sofferto nell'epoca Heian (794-1185) che prevedeva tabù e convenzioni sociali molto rigide.
Mentre l'adolescente Nausicaa ha incontrato il maturo carismatico viaggiatore, se ne è presa cura, ha cantato per lui e, lasciata, ha scelto di viaggiare anch'essa, quasi alla ricerca del mondo che aveva intravisto negli occhi di Odisseo, la principessa degli insetti non ha probabilmente avuto questa fortuna. Eppure nella mia mente lei e Nausicaa sono divenute, col tempo, una cosa sola. Così quando in un certo senso fui condannato a disegnare il manga (termine giapponese per "fumetto") ne approfittai per guidare la mia principessa alla conquista della libertà e della pace".
Miyazaki è nato (1941) durante l'ultima guerra, il padre fabbricava punte di ali degli aerei "Zero". E' comunque audace attribuire ai suoi primi quattro anni di vita la passione per le avventure aeree (nel manga di Nausicaa, in Porco Rosso, ma anche in Kikis delivery service).
Negli anni '50 subisce la moda dei manga e successivamente degli anime (cartoni animati). Nel '63 si laurea in economia politica alla Gakushuin University. Poi fa TV e animazione fino agli anime Future Boy Conan, Lupin III: The Castle of Cagliostro e Nausicaa of the Valley of Wind (quest'ultimo ebbe successo come manga prima di essere ridotto ad anime).
Il film successivo di Miyazaki è stato My Neighbor Totoro (1988), un dolce fantasy ambientato all'inizio degli anni 50 in cui due ragazze scoprono tre spiriti chiamati Totoro. Poi venne Monoke Hime (La principessa Mononoke), che testimonia l'epica lotta tra gli antichi dei del mondo selvaggio e gli invasori umani (attenzione, ricalca le visioni dalle saghe nordiche fino al Signore degli Anelli, quelle di re Laurino delle leggende delle Dolomiti, e della mitologia pre-vedica).
La lavorazione di Nausicaa (del manga) si prolungò per 14 anni. Miyazaki da giovane era socialista e credeva che la struttura sociale potesse modificare il popolo. Ma tra gli anni 80 e i 90 vide la disintegrazione della Yugoslavia e nel manga riflette la delusione che mai possa esserci riconciliazione tra gli umani e la Natura.
Le ragazzine intraprendenti e autonome, che affrontano e risolvono una crisi nella loro vita, tornano in quasi ogni opera di Miyazaki. In un'intervista egli dichiara che ne vedeva un gruppo giocare sotto la sua finestra e che si augurava che affrontassero fiduciosamente la vita. La sua passione non è morbosa e sembra che le sue favole vogliano ammonire le giovani donne ad avere coraggio, intraprendenza e dedizione. Nel recente La città incantata la ragazzina di turno salva i genitori dall'ignominia, come se l'autore volesse dire alle spettatrici: "Non seguite l'esempio di papà e mamma, ma solo la natura della donna che è in voi". E in questo forse Miyazaki coglie le responsabilità dell'uomo e la speranza che la donna gli si affianchi a condividerle.
Per altro la figura di Nausicaa nel ricordo di Miyazaki nutre la fantasia ben oltre il personaggio omerico. Il racconto dell'Odissea prende spunto dal naufragio di Ulisse all'isola dei Feaci, dove si presenta nudo alla principessa e alle ancelle che giocano a palla. La giovane non fugge davanti all'uomo che si copre con una fronda, ma lo fa lavare e rivestire, ne apprezza la nobiltà e prestanza, gli raccomanda di seguirla alle soglie della città, ma di non entrarci con lei per rispetto alla sua reputazione. La prima impressione è che tra i Feaci, dove la donna godeva un residuo del matriarcato, queste nobili ragazzine ricevessero un'educazione al buon senso e alla prudente accortezza, che potrebbe essere l'origine dei moderni studi amministrativi (ragioneria). Tutt'altro che la ragazzina sentimentale e impulsiva che sarebbe piaciuta al cinema, trenta secoli dopo.
Avendo presumibilmente assistito all'accoglienza festosa dello straniero nella reggia, alla sfida sportiva con l'exploit di un lancio del disco, infine alla rivelazione dell'identità dell'ospite e al racconto di peripezie e avventure amorose, Nausicaa prende l'iniziativa, alla partenza, per ricordare allo straniero che gli è debitore perché lei gli ha suggerito di presentarsi a sua madre; e ottiene l'assicurazione che non sarà dimenticata.
Nel poema, Nausicaa è come Harry Potter, con gli occhiali. Solo la musicalità del nome la propone come straordinaria.
Ma la fantasia maschile crea un'adolescente colpita a vita dal vecchio avventuriero.
Kirikù e la strega Karabà
Cartone. Michel Ocelot regista-sceneggiatore; Yusuf 'Ndour musicista
La cultura africana non è ancora in grado di comunicarci le sue visioni originali (o viceversa non siamo pronti ad accettarle), ma questo cartone prova a farlo, forse ci illude, certo ci fa sognare. Ricordiamoci che una certa maniera di raccontare e di animare i disegni è stata messa a punto in una civiltà chiusa alle altre (cito in proposito della nostra ignoranza l'harem con le odalische al bagno che masticano locum al suono del Bolero di Ravel, in attesa del pascià, immagine lanciata nell'Europa colonialista da una compagnia teatrale tedesca e ripresa da Ingres e Matisse…
Mernissi, Fatema, sociologa e scrittrice marocchina: L'harem e l'occidente. Una donna araba tenta di spiegarci che l'harem è una casa in cui molto è permesso alle donne, certo non uscirne. "Gli europei hanno dell'harem un'idea riportata dalle Crociate. L'odalisca come cortigiana passiva, asservita ai voleri del maschio, non esiste. E' solo una proiezione delle fantasie degli occidentali che, Kant in testa, sognano femmine aggraziate quanto stupide, e associano l'intelligenza femminile alla bruttezza. Mentre le vere donne dell'harem erano belle e coltissime, gelose e combattive, furbe e potenti.
Mentre l'Occidente sogna donne belle, stupide, ossessionate dalle diete, chiuse in recinti invisibili, l'Oriente ha sempre ritenuto l'intelligenza un'arma di seduzione. Da noi una donna stupida non è considerata bella. E la bellezza è una manifestazione d'intelligenza. E questo oggi, con l'accesso all'istruzione, fa la differenza. Se le donne musulmane sono state escluse dallo spazio politico, si stanno prendendo la loro rivincita in campi dove serve l'intelligenza, servendosi delle stesse armi della Sherazade de' Le mille e una notte: la bellezza, l'intelligenza, l'arte della parola, i media, servono a manipolare le idee, a cambiarle. La tecnologia è femminile, morbida, piccola e portatile come i gioielli, non si ha bisogno di forza per usarla. Le donne oggi comunicano con Internet, giocano con le parole e la tecnologia come una volta facevano con i nodi dei tappeti".
Ingres, Jean Auguste Dominique (1780-1867) pittore allievo di David, formatosi in Italia sullo studio dei classici e soprattutto di Raffaello. Bagno turco, La bella odalisca.
Matisse, Henri (1869-1954), pittore, capogruppo dei fauve. Odalisca dai calzoni rossi.
quanto l'opera di Puccini e Giacosa (1904) Madama Butterfly, ritratto di un Giappone da cartolina).
Puccini, Giacomo, compositore (1858-1924): Manon Lescaut (1893), La Bohème (1896), Tosca (1900), Turandot (postuma, 1926)
Giacosa, Giuseppe (1847-1906), commediografo, scrisse anche alcuni libretti per Puccini.
In Kiriku i paesaggi sono d'Africa, i gesti sono ritmati su cadenze da clima equatoriale, i riferimenti simbolici sono quelli che noi attribuiamo ai neri, la morale propone che alla fine l'impavido buono sposi la bellissima cattiva consumando il loro matrimonio felici e contenti. Che il buono e il cattivo siano relativi, è politicamente corretto nell'immensità che circonda il dualismo persiano proliferato con le Crociate, l'Inquisizione, la Congregazione dell'Indice, la Sacra Rota....
Abbiamo letto le favole africane e non abbiamo trovato quel senso compiuto di ambientazione, di unità di tempo, di luogo e d'azione che la letteratura riconosce al racconto classico (dall'Orlando furioso a Dostoevskij) e che contagia anche Kirikù, perché il mercato del cinema chiede che una storia debba adattarsi al criterio. Tuttavia dobbiamo citare a merito di questo cartone che gli splendidi seni scoperti delle sue signore ne hanno bloccato la distribuzione negli USA.
Il racconto che una mamma africana fa al suo bambino, a noi appare surreale, etnico, primitivo. Perché queste storie non prevedono necessariamente un finale morale, come se la conclusione avvenisse ad utente ormai addormentato e capace di sognarselo da solo. Non puntano su un finale sorprendente, ma suggeriscono l'eccezionalità del personaggio e dell'azione, lasciando poi spegnere l'avvenimento tra mille ombre, nella naturalezza del falò. Questo non toglie che ci fa comodo presentare ai ragazzini europei una possibile alternativa al nostro modo di fare. Quindi ben venga Kiriku in preparazione a quando leggeremo le fiabe africane.
Un critico si esprime:
"Un grande messaggio. Non esiste un solo modo di raccontare storie ai bambini. Non esistono solo favole in cui i buoni sono subito e facilmente riconoscibili, il cattivo o i cattivi sono tali dall’inizio alla fine, evidentemente candidati a una inevitabile punizione esemplare. In cui gli animali sono anch’essi proiezioni di questi tipi umani, creaturine che parlano e cantano, oppure mordono e ringhiano, perché non vi siano dubbi sul loro ruolo. Non esiste solo il pensiero unico disneyano, insomma. Ce lo dimostra un bel film d’animazione come Kirikù e la strega Karabà e questo non è la sua sola qualità.
Non sto dicendo che il modello Disney non abbia i pregi - senza i quali non si spiegherebbe l'enorme successo - né che i suoi prodotti non debbano far parte della cineteca dei nostri figli; è vero anche che molte fiabe, proprio per il loro valore esemplare, presentano spesso dei tipi e dei comportamenti estremizzati. Tuttavia, dato che il pubblico dei cartoni animato è soprattutto costituito da cervelli in formazione, mi sembra utile e opportuno proporre diversi punti di vista, abituare alla varietà, mentre tutti e tutto suggeriscono appiattimento e prevedibilità.
Realizzato nel 1998 dal regista e sceneggiatore francese Michel Ocelot, il film raccoglie e sviluppa spunti tratti da varie favole africane, e della cultura africana mostra diversi aspetti: le musiche e i canti (scritti da Yussuf ‘Ndour), le danze, le superstizioni e il rapporto con la natura... Il villaggio in cui nasce - anzi, in cui si mette al mondo da solo il piccolissimo e precoce Kirikù, è da tempo soggiogato e terrorizzato dalla potente maga Karabà (doppiata dalla voce raschiante della brava Veronica Pivetti). La malefica ha prosciugato la sorgente da cui la comunità ricavava l’acqua, ha rapito e trasformato in automi quasi tutti gli uomini, ha affamato e impoverito il resto della popolazione. Il potere magico della strega è così forte che la vegetazione si secca e muore al suo passaggio e proprio al centro di una terra arida e sterile si trova la sua capanna da cui, grazie ai feticci che la circondano e la servono, controlla ogni movimento all’interno del villaggio. Kirikù si dimostra subito curioso e coraggioso, queste qualità gli permettono non solo di sventare le nuove macchinazioni della maga e di restituire l’acqua al villaggio, ma anche di guardare a tutta la situazione con una mente fresca e spontanea, priva di pregiudizi. Perché Karabà è cattiva? va chiedendo a tutti. Solo quando sarà data una risposta a questa domanda il sortilegio potrà essere eliminato, il villaggio ritroverà prosperità e felicità, e la stessa strega...
Anche nel finale questo film d’animazione propone una soluzione inconsueta.
Insomma; Kirikù e la strega Karabà è un elogio della elasticità mentale e della spregiudicatezza dei bambini, che vogliono capire le cose al di là delle apparenze e delle semplificazioni degli adulti. Dite poco?"
Domande: ma questo racconto piace più ai bimbi o agli adulti? E anche: cosa può farsene delle facoltà magiche una strega diventata buona? Servono ai bambini le favole in cui alla fine il buono vince ed è premiato?
5 - La poesia è la voce della verità
Field of dreams - L'uomo dei sogni
regia di Phil Alden Robinson, con Kevin Costner, Amy Madigan, Ray Liotta, Burt Lancaster, James Earl Jones; fantastico, diremmo spiritico; Usa; 1989.
Phil Robinson:
" L' unica costante in tutti questi anni, è stata il baseball. L' America e' stata travolta da mille rulli compressori, è stata cancellata come una lavagna, ricostruita e ricancellata; ma il baseball ha segnato il tempo: quel campo, quella partita, sono parte del nostro passato, ci ricordano quello che un tempo era buono, e potrebbe tornare a esserlo"
"E' un piccolo film L'uomo dei sogni, ma di grande sostanza.
Il titolo originale, Field of dreams, rende meglio l'idea centrale della pellicola: un campo di mais sperduto nell'Iowa; Ray Kinsella, uomo con un'infanzia sofferta; una voce che promette Se lo costruisci, lui tornerà. Rovinare un raccolto per costruire un campo da baseball può sembrare privo di logica, ma chi ha detto che i sogni devono averne? Per di più il protagonista non è ricco, ha un'ipoteca sulla casa ed una famiglia da mantenere, ma deve obbedire alla voce, semplicemente perché sente che è giusto.
Non è finita, dopo aver costruito il campo da baseball in mezzo alle piantagioni, la voce lo manderà alla ricerca di uno degli scrittori di culto della sua generazione: l'uomo ha infatti un dolore che solo il baseball potrà lenire. Ray Kinsella parte per New York e convince il riluttante scrittore a seguirlo. E strada facendo i due dovranno cercare un vecchio medico, grande talento in gioventù con la carriera stroncata da un infortunio. Le ricerche in breve arrivano ad un punto fermo ma, nonostante che il loro uomo sia morto da tempo, i due riusciranno a trovarlo in una notte di nebbia in cui tutto può accadere. Il terzetto tornerà allora al campo da baseball nel granoturco, per assistere alla fantasmica partita delle glorie del passato, una sorta di manifestazione spirituale dello sport che fu, un evento che metterà Ray di fronte al padre, col quale aveva avuto un rapporto conflittuale.
Tratto dal racconto fantastico Shouless Joe di W.P. Kinsella, L’uomo dei sogni ricostruisce, magari con enfasi, ma con profonda sincerità, la voglia di riscoprire i valori dell'America degli anni d'oro, piena di certezze e di fiducia per il futuro: sogni spazzati via dagli anni che ci hanno portato all’attualità, spietata e disincantata. Essenziale la regia, cast all’altezza anche nei ruoli secondari, con una delle migliori interpretazioni di Kevin Costner: un gioiello di celluloide che racchiude in sé la magia dell’american dream e che continua a resistere, da classico in erba, all’usura del tempo".
Dicevo che la poesia è la voce della verità. E la verità non ha la propensione a mostrarsi; nuda com'è tende a schermarsi come Odisseo, con qualche frasca. Bussa con discrezione alla nostra vita. Solo la poesia, o la verità?
C'è la passione per una cosa. Per nostra invidia in questo film è per il base-ball; come dire il calcio, da noi. E la passione non ha giustificazione obiettiva, le è indifferente che si vendano le partite, che gli atleti siano smascherati per doping, o che tutto sia teatro di interessi inconfessabili. Una passione ha risvolti inconfessabili che trovano spazio tra la privacy e il mondo segreto di ciascuno.
Un amore-gigante, direbbe Mishima Yukyo, quello in cui per tutta la vita io la amo e non lo confesso, lei mi ama e nemmeno mi guarda. Un amore-gigante, quello dello sportivo, come può essere condiviso senza gelosia con 100.000 tifosi (un amore-pigmeo viene consumato, si trasforma, si deteriora, tradisce, ingelosisce, finisce, e riguarda tre).
E in cosa consiste questa verità?
Nell'evidenza che la vita non si nutre solo di opportunismo, che ha bisogno di un ideale trovato magari in un'artificiosa convenzione - non conta. Ma non si può vivere alla sola luce del quesito: a che serve questo? cosa ci si guadagna? "Pierino studia, se no da grande farai il barbone…"
Un amore-gigante, gratuito, incorruttibile nasce quando troviamo l'ideale, il nostro nome segreto. Comunicarlo è poesia. Qualche volta la poesia è parola, altre volte è gesto, nell'arte è opera.
Per la poesia di parole devo chiamare Eliot…
Eliot, Thomas Stearns, poeta, critico e saggista statunitense, naturalizzato inglese, 1888-1965. Politicamente scorretto perché apprezzato del Premio Nobel per la letteratura Pound.
Pound, Ezra Loomis, poeta e critico statunitense che si stabilì in Europa, aderendo all'ideologia fascista, venne internato dagli Alleati in un campo di concentramento a Pisa e successivamente in un manicomio USA per sottrarlo alla probabile fucilazione per tradimento.
"La prima voce è quella del poeta che parla a se stesso, ovvero a nessuno. La seconda è la voce del poeta che si rivolge a un uditorio, grande o piccolo che sia. La terza è la voce del poeta quando crea il personaggio che non parla a titolo personale, ma crea un archetipo universale che interagisce con fattori contingenti " (Sulla poesia, 1953).
Sta dicendo, nell'ambito di una corposa conferenza a Cambridge, che ci sono tre Universi: quello mio, quello che io-e-te condividiamo, quello di tutti, universale. Quindi ci sono tre differenti punti di osservazione della realtà e uno indaga l'interiore, un altro crea un rapporto, il terzo trascende l'umanità rendendoci immortali.
C'è un momento in cui anche Virgilio, Dante, o Shakespeare (gente a cui riconosciamo di essersi espressa nel ritmo di verità universali) dipingono un angelo per gli occhi di una sola persona - e chi potrebbe essere la fortunata? - rispettiamo la loro poesia privata.
Virgilio, Marone Publio, poeta latino, -70-19.
Alighieri, Dante, poeta, 1265-1321.
Shakespeare, William, poeta e drammaturgo inglese, 1564-1616.
Se c'è poesia in un romanzo o in un film, dovrebbe trattarsi di quella di mezzo, quella che si rivolge a un uditorio. Un uditorio che è prossimo nel tempo, nel luogo, qualche volta nel sentimento, all'artista; cioè un gruppo. Così nascono poesie di settore, di gruppo, di chiesa, di tendenza politica, di livelli culturali… Non tutti sono disposti a accorgersene. L'uomo dei sogni nel Bangladesh desterebbe meno interesse di La grande abbuffata (un film in cui il cast, con Tognazzi, muore d'indigestione).
L'uomo dei sogni parla al tifoso; identifica una persona con il pubblico a cui i campioni sono debitori. Per un momento, l'uomo riscuote la loro attenzione, li vede, li tocca, gli parla, si allena con loro, subisce la loro personalità grintosa, audace, seducente, insulsa, aggressiva… quell'uomo è Odisseo coccolato da Atena, è Dante guidato da Beatrice, è Arjuna che lotta con Shiva. Ne nasce una sensazione confusa, come incerta è la visione che ci porta oltre la massa. Un momento magico, in cui emerge il femminile che è in noi (non se la prendano le donne se ritengo il tifo stupidamente maschile e il sentimento dell'appassionato cocciutamente passivo).
In previsione di offrire un'alternativa a L'uomo dei sogni, accenniamo a Dersu Uzala, che racconta la poesia di un'amicizia. Non nei termini banali tra condomini e compagni di scuola o di vacanza: bensì quella che nasce dall'avventura, che ci fa complementari, che non è utilitaristica, non è ripetibile; è l'equivalente dell'amore tra maschi, rappresenta un aspetto del meraviglioso che l'Universo concede con parsimonia.
Fabrizio Ponciroli:
"Kurosawa si sofferma su due importanti "motori" della vita di ogni singolo individuo come l’amicizia e il rapporto dell’uomo con la natura. Partendo dall’occhio estremamente clinico del ricercatore, animato da spirito di conquista, il regista mostra l’inettitudine dello stesso uomo civilizzato, impotente davanti alle avversità della distesa siberiana. Dersu Uzala, invece, è a suo agio in un mondo in cui il fuoco e il vento sono "uomini" con cui parlare. Con un uso pittorico della macchina da presa, Kurosawa dipinge un affresco veritiero dell’amicizia che nasce tra i due. Dersu Uzala diventa la guida spirituale (e fisica) del povero ricercatore che, per sopravvivere, ha bisogno del piccolo cacciatore, uomo ragionevole e sicuro nel suo habitat naturale. Il finale drammatico permette allo spettatore di riflettere sull’approccio quasi da conquistatore dell’uomo nei confronti della natura, un approccio che viene "processato" dallo stesso regista giapponese. Curiosità: Kurosawa ha diretto questo lungometraggio dopo aver tentato il suicidio per il fallimento del suo precedente lavoro (Dodes’ka-den)".
Un'altra curiosità: il film è tratto dall'autentico diario di un cartografo militare russo, inviato nell'estrema Siberia a valutarne la geografia sotto l'aspetto militare. In italiano se ne può leggere un estratto, destinato agli studenti.
6 - Vi imbarazza parlare di sesso?
Sex and zen. Il primo, vero e unico Sex and Zen. Ne hanno fatto dei seguiti numerati veramente aberranti.
Cominciamo a raccontare che abbiamo proiettato Sex and Zen (una storia banale, rischiarata da brillanti intermezzi pornografici) durante alcuni stages estivi di judo. Non era per cercare complicità masturbatorie in serate in cui le donne discretamente si appartavano.
Da quando ci siamo occupati della formazione di insegnanti (programma della nostra scuola dal 1966) abbiamo avuto il problema di questi adulti, considerati persone mature, che votano in un sistema democratico e si occupano di preparare i ragazzi alla vita, che si trovano davanti alle mille espressioni dell'adolescenza - talvolta senza ipocrisie, come accade con i disabili. O che avvertono le devianze degli allievi cosiddetti normodotati. E davanti a certe immagini (fantastiche) come reagiscono? Rifiutano scandalizzati, fingono superiorità, esprimono entusiasmo?
Li colpisce la situazione? L'azione meccanica dei corpi? O il tabù infranto?
Proiettavamo in tre serate consecutive Sex and Zen, L'impero dei sensi e un film su Mishima fatto da un americano. I primi due pornografici, il terzo macabro per i suicidi che lo concludono. Invitavamo gli spettatori a superare gli effetti speciali delle scene erotiche e a confrontare la gioia di vivere dei cinesi con la malinconia dei giapponesi, confermata nella storia dell'intellettuale (Yukyo Mishima) al cui confronto, denso di similitudini, il nostro Pier Paolo Pasolini era un personaggio solare.
Mishima, Yukyo, pseudonimo dello scrittore Kimitake Huiroaka (1925-1970), conservatore degli antichi valori giapponesi, fondatore del Tate-no-kai (Società dello Scudo) ispirata all'etica dei samurai, fece seppuku per protesta contro il decadimento morale e civile del suo Paese nel giorno in cui terminò il suo capolavoro e testamento Il mare della fertilità ("La vita umana è breve, ma io vorrei vivere per sempre"). Il libro forse più famoso è: Confessioni di una maschera, ma consigliamo Padiglione d'oro. Appaiono in un libro (La Via del samurai) il suo commento al testo Hagakure (Nascosto tra le foglie) scritto da un samurai del XIII secolo per l'istruzione dei giovani guerrieri.
Pasolini, Pier Paolo, fecondo scrittore e regista cinematografico (1922-1975). Personalità complessa e assai spesso provocatoria. Romanzi: Ragazzi di vita (1955), Una vita violenta (1959). Film: Vangelo secondo Matteo (1964), Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975). Nel confronto con Mishima andrebbe valutata l'omosessualità e il rapporto con la madre.
Allora, l'intreccio di Sex and Zen prende spunto da due amici che disputano sulla vita. Uno abbraccerà la via spirituale, diventando monaco, e ricomparirà alla fine; l'altro, che ha l'apparenza di un letterato, seguirà la passione dedicandosi alle donne.
Innumerevoli episodi comici come il trapianto del pene di un cavallo all'eroe che è poco dotato, e l'intervento del Re dei Ladri che si presenta immancabilmente sulla scena con un salto mortale dalla finestra o dal tetto.
Spunti erotici mozzafiato come la scopata degna di trapezisti del circo cinese, appesi a una catena. O quella in apnea-record nella vasca di legno. Intermezzi saffici col piffero che suona tra grandi labbra.
La storia confusa dell'insaziabile letterato si conclude severamente con una trentina di donne che serpeggiano nude verso di lui facendocelo riconoscere a malapena, poco dopo. Morale: l'eroe si ritrova, prematuramente invecchiato, con un altro comprimario, a chiedere ospitalità al monastero dove l'amico degli inizi è diventato priore maturando in saggezza e calvizie.
Il film è stato annunziato come trasposizione di un decadente romanzo erotico cinese del XVI secolo. Ma a noi sembra ispirato a Narciso e Boccadoro di Hesse (1930), assolutamente non pornografico e libro da leggere.
Hesse, Hermann, scrittore tedesco (1877-1962). Dopo i primi romanzi nella tradizione romantica, un viaggio in India gli ispirò la spiritualità orientale di Siddharta (1922) e il contatto con la psicanalisi lasciò traccia nei successivi romanzi. Demian (1919), Il lupo della steppa (1927) Il gioco delle perle di vetro (1943). Premio Nobel 1946.
A confronto L'impero dei sensi fa rabbrividire di repulsione. Ancora una volta un libertino si scatena, includendo tra le conquiste in una casa di tolleranza anche l'anziana maitresse. Viene punito con l'amputazione dell'apofisi maschile e la macchina lo riprende esanime in un lago di sangue.
Le scene erotiche ci fanno rabbrividire di freddo quando si svolgono d'inverno nelle case di legno e carta giapponesi.
E il Mishima? Non vi sono scene amorose. Ma permane la tristezza. Forse il Giappone (soprannominato pattumiera del mondo, perché i commercianti vi introducono storie, notizie, vetri fenici, statue romane, che da lì non potevano proseguire) rappresenta le Colonne d'Ercole del supercontinente formato da Africa, Asia, Europa. E come Odisseo giunge ai confini del mondo e vi trova un castello di ferro, chi arrivava in Giappone, ultima stazione davanti all'Oceano invalicabile (dal termine della 4a glaciazione, perché prima passavano in Alaska camminando sui ghiacci) provava una profonda malinconia. Che qualcuno crede di ravvisare nell'animo di ogni giapponese.
Odisseo, in latino Ulisse, figlio di Laerte e di Anticlea, marito di Penelope e padre di Telemaco (per restare alla progenie legittima). Il più furbo dei greci, che vaga per anni nel Mediterraneo dopo la caduta di Troia ( come Omero canta nell'Odissea) prima di tornare a casa a distruggere i Proci. Il racconto potrebbe avere radici nordiche, importato dagli Uomini Blu che distrussero la civiltà minoica (Creta), e adattato ai miti achei (vedi le teorie dell'ingegnere nucleare Felice Vinci).
Quel film narra l'ultimo giorno del comandante con tre fedeli nella divisa della Take-no-kai, decisi a uccidersi in una caserma, dopo aver richiamato l'attenzione dei militari (che il trattato di pace definisce forze di autodifesa). Si alternano flash-back della vita di Mishima, la vicenda dell'incendio del Padiglione d'Oro, il culturismo, il kendo, la nonna, il sudato successo, la critica al sistema, i congiurati, l'assassinio politico, la polizia, le protezioni politiche… e circostanze banali (inserirsi un tampone nell'ano per non apparire sporchi nella morte). Poi la prima lama nel ventre e l'aiuto poco abile dell'amico che tenta ripetutamente di mozzare il capo. Va meglio al secondo. Due morti prima dell'irruzione della polizia.
Il rapporto tra i due film pornografici e quest'ultimo non è la banalità che si potrebbe proporre in nome di amore e morte. Il tema proposto con queste proiezioni è:
Siete abbastanza maturi per superare l'argomento banale e considerare il confronto tra il sentimento popolare cinese e quello giapponese? Perché la Cina è ricca di esperienze, di cui quelle erotiche sono una caricatura. E il Giappone ha una sua dignità che copre la povertà endemica di isole da sempre sovrappopolate. Voi, uomini e donne democratici e istruiti, siete in grado di assistere a uno spettacolo pornografico senza turbamento, senza rifiuto, senza scappare? Mantenendo la capacità di giudizio. O vi trovate meglio nello sbarco in Normandia di Salvate il soldato Ryan?
Una critica:
E' meno coraggioso di quanto voglia far credere. E' un prodotto della moralità della classe media di Hong Kong, e rimarrà come esempio di quello che era considerato proibito dagli allarmismi del ventesimo secolo". Paul Fonoroff - At the Hong Kong Movies (1998).
Forse Sex and Zen non pone considerazioni di coraggio. Ma è spiritoso. Non abbiamo notizie fresche sulla moralità della classe media di Hong Kong, ma certo non può permettersi le prestazioni del nostro film.
"Nell'unica scena divertente di Sex and Zen il nerboruto Tsui Kam-kong branca Amy Yip mentre fa il bagno in una tinozza, la possiede restando sott'acqua e, preso dalla furia del momento va avanti instancabile, dimenticandosi anche di respirare". Alberto Pezzotta (1999).
Questa scena non è solo divertente, ma caricaturata a tal punto che un uomo ride di se stesso o, se si immedesima, si sente soffocare. Fa considerare Chi ha incastrato Roger Rabbitt, un mélange di attori e cartoni animati, in cui la protagonista non è donna, ma tutto quello che la fantasia aberrante del maschio attribuisce alla femmina.
7 e 1/2 - Permettete un intervallo?
Aikoku (Patriottismo) di Yukyo Mishima
Non c'entra con il nostro Corso ed è un breve film introvabile ma, già che abbiamo parlato di Mishima e ne abbiamo proposto il confronto con Pasolini, vi presento il giapponese come regista-attore. Prendo le parole di Marguerite Yourcenar in Mishima, o la visione del vuoto.
Yourcenar, Marguerite, pseudonimo della scrittrice belga Marguerite de Craiencour (1903-1987). Studiosa della Grecia classica e dell'Oriente, ha dato vita a una narrativa classica e insieme umanistica. Prima donna all'Accademie Française (1980). Memorie di Adriano (1951) autobiografia apocrifa dell'imperatore.
"Patriottismo (Aikoku), tratto da una delle più belle novelle di Mishima, è stato filmato, diretto e interpretato dall'autore in uno scenario da No adattato allo stile modesto di un interno borghese del 1936. Il film, ancora più bello e sconvolgente della novella, ha due soli personaggi: lo stesso Mishima, nella parte del luogotenente Takeyama, e una giovane donna molto bella in quella della moglie.
E' il crepuscolo del giorno in cui la rivolta di alcuni ufficiali viene soffocata da ordini provenienti dall'alto, e i ribelli devono essere giustiziati seduta stante. Il luogotenente, che pure apparteneva al gruppo, all'ultimo momento viene messo in disparte dagli stessi compagni, impietositi dalla sua condizione di giovane sposo. Tutto ha inizio con i gesti molto quotidiani della giovane moglie che apprende la notizia dai giornali, sa che il marito non acconsentirà mai a sopravvivere ai compagni e decide di morire con lui. Prima ch'egli torni a casa, la giovane si preoccupa di impachettare con cura alcuni ninnoli che le sono cari, e vergarvi sopra con bella calligrafia l'indirizzo di parenti o ex compagni di scuola cui quegli oggetti sono destinati. L'ufficiale rincasa. Il suo primo gesto è quello di scrollar via la neve dal cappotto che la giovane donna appende all'attaccapanni; il secondo, ugualmente prosaico, è di sfilarsi gli stivali nell'anticamera, appoggiato al muro e un po' barcollante su una gamba, proprio come si fa normalmente. Neppure per un istante - tranne per un solo momento, del resto brevissimo - l'attore-autore recita nel corso del dramma; compie semplicemente i gesti necessari. Rivediamo l'ufficiale e la moglie seduti uno di fronte all'altro su una stuoia, sotto l'ideogramma LEALTA' che orna la nuda parete, e si è quasi indotti a pensare che quella parola sarebbe molto più adatta di "patriottismo" come titolo della novella e del film, dal momento che l'ufficiale si appresta a morire per lealtà verso i compagni, e la giovane donna per lealtà verso il marito, mentre il patriottismo propriamente detto appare solo nel preciso momento in cui tutti e due recitano una breve preghiera per l'imperatore davanti all'altare domestico, il che costituisce ancora, dopo il soffocamento della rivolta, una forma di lealtà.
L'ufficiale annuncia la propria decisione, la giovane donna la sua e, per un momento, in cui Mishima questa volta recita, l'uomo posa sulla donna un lungo sguardo tenero e malinconico, in cui si vedono chiaramente, pienamente, gli occhi che, durante l'agonia, saranno continuamente celati dalla visiera del berretto dell'uniforme, un po' come quelli di una statua di Michelangelo oscurati da un casco. Ma questo intenerimento non dura. Il gesto seguente dell'uomo indica alla giovane, dato che non dispone di un secondo per la rituale decapitazione, come far penetrare meglio la daga con cui egli cercherà, con forze che già gli vengono meno, di squarciarsi la gola. Poi, eccoli nudi, che fanno l'amore. Non vediamo il volto dell'uomo; quello della donna è teso di dolore e di gioia. Ma non c'è ombra di pornografia: la segmentazione dell'immagine mostra il particolare di mani affondate in una lussureggiante capigliatura, quelle mani che poco prima, carezzevoli fantasmi, cingevano la giovane donna durante gli ultimi preparativi, ricordandole l'assente; frammenti di corpi appaiono e scompaiono all'improvviso; l'addome un po' incavato della giovane sposa, sul quale il palmo dell'uomo passa e ripassa teneramente nel punto in cui tra poco egli stesso si colpirà. Ed eccoli rivestiti, lei col bianco chimono del suicidio, lui stretto nell'uniforme e di nuovo con in testa il berretto a visiera. Seduti a un tavolino basso, scrivono in bella calligrafia le poche righe del consueto "poema dell'addio".
Poi, l'atroce operazione ha inizio. L'uomo si lascia scivolare lungo le cosce i pantaloni della divisa, avvolge meticolosamente i tre quarti della lama di sciabola nell'umile carta di riso normalmente adibita ai più modesti usi domestici e igienici, evitando così di tagliarsi le dita che devono guidare la lama. Prima dell'operazione finale, c'è però un'ultima prova da sostenere: l'uomo si punge leggermente, con la punta della sciabola, e il sangue fuoriesce, gocciolina impercettibile che però, diversamente dal fiume di sangue che scorrerà di lì a poco - necessariamente prodotta da opportuni trucchi cinematografici - è autentico sangue dell'attore, "sang du poète". La sposa lo guarda, cercando di trattenere le lacrime, ma, come noi tutti nei momenti fatali, l'uomo è solo, prigioniero di quei dettagli pratici che costituiscono, in ogni caso, l'ingranaggio del destino. L'incisione, di una precisione chirurgica, recide, non senza difficoltà, i muscoli addominali che oppongono resistenza, poi risale per la completa lacerazione. La visiera del berretto conserva allo sguardo il suo anonimato, ma la bocca si contrae, e, più emozionante ancora del fiotto di viscere da cavallo di corrida ferito che ora scorrono a terra, il braccio tremante sale con immenso sforzo a cercare la base del collo e affonda la punta della spada che la giovane donna, in base all'ordine ricevuto, fa penetrare più a fondo. E' fatto: la parte superiore del corpo crolla a terra. La giovane vedova passa nella stanza accanto e, con gesti gravi, ritocca il suo bianco, incipriato maquillage di donna giapponese di un tempo, quindi ritorna sul luogo del suicidio. L'orlo del bianco chimono e le calze bianche sono inzuppate di sangue; il lungo strascico che spazza il pavimento sembra tracciarvi degli ideogrammi. La donna si china, deterge la saliva sanguinosa sulle labbra dell'uomo, poi, rapidissima, con un gesto stilizzato, perché una seconda agonia realista sarebbe insostenibile, si sgozza con uno stiletto che estrae dalla manica del chimono, come un tempo le giapponesi imparavano a fare. La donna cade diagonalmente sul corpo dell'uomo. L'umile scenario borghese si dissolve. La stuoia si trasforma in un banco di sabbia o di ghiaia sottile, increspato, sembra come un manto di No, e, come su una zattera, i due morti sono trascinati alla deriva, verso l'eternità. Solo, di tanto in tanto, unica evocazione del mondo esterno in quella sera d'inverno e allusione ai tradizionali No di un tempo, un piccolo pino coperto di neve apparirà, per un attimo, nel modesto giardino di questo dramma di coraggio e di sangue".
8 - La storia è la memoria di una civiltà
Shogun - Il signore della guerra
Pellicola tratta dall'ononimo romanzo di James Clavell (La mosca, Tai-Pan, regista di L'ultima valle), con Yoko Shimada, Toshiro Mifune, Richard Chamberlain, 1981.
"Un inglese naufrago nel mar del Giappone viene fatto prigioniero e poi coinvolto nelle lotte tra due grandi capi. Nominato samurai, diventa uno dei fidi vassalli dello Shogun, (generalissimo). Il film è l'edizione per le sale di una miniserie TV che dura 10 ore, diventandone così una specie di trailer interminabile. Girato con robusta perizia".
Fu una conquista scoprire che qualche libro di storia confermava Will Adams, pilota inglese che, al comando della nave olandese Erasmus, naufragò in Giappone l'anno 1600, divenendo il primo "pentito" occidentale al servizio dei giapponesi, costruendo per essi una nave, meritandosi una rendita da 10.000 koku (180x10.000 litri di riso all'anno) come daimyo, e la possibilità (1615) di tornare in patria, rifiutata "perché mia moglie si fa il bagno ogni sei mesi", fino alla morte sopravvenuta nel 1620.
"Nel 1598, una flottiglia di 5 navi fece rotta per il Capo Horn e risalì fino al Cile, senza peraltro raggiungere le Indie: uno solo di quei navigli ritornò in Olanda; un altro, il De Liefde (ex Erasmus), dopo essersi trovato isolato in una tempesta, approdò in pietoso stato sulla costa del Bungo. Era il 19 aprile 1600. Oltre gli 80 uomini rimasti in vita, a bordo vi era il pilota in capo del gruppo: l'inglese Will Adams.
Alcuni gesuiti portoghesi accusarono i nuovi arrivati di dedicarsi alla pirateria anziché al commercio e riuscirono a farli gettare in carcere. Qualche giorno dopo Adams fu condotto a Osaka, ove ebbe diversi colloqui con Ieyasu: ma per il momento, essendo impiegato a fondo nella lotta che doveva aver termine con la vittoria di Sekigahara, lo shogun si limitò a relegare Adams con i suoi compagni presso Edo, facendo ancorare in quelle acque anche la loro nave. In seguito, tuttavia, convocò spesso il pilota, per domandargli lezioni di matematica e astronomia e per chiedere a quel protestante - nemico del papato - informazioni sugli avvenimenti in Europa, sulle contese religiose, sull'Inquisizione, sulla politica inglese. Sempre saldamente affezionato a sviluppare la marina nazionale, avrebbe voluto che Adams gli costruisse una nave. Il pilota, pur protestandosi incompetente, tentò tuttavia una prova con risultati soddisfacenti: di quello stesso modello erano i legni che, nel 1610, compirono la traversata sino al Messico.
Nonostante le insistenze di Ieyasu, i bastimenti spagnoli non facevano sempre scalo a Edo, col pretesto, un po' dei venti contrari, un po' della insufficiente profondità di quelle acque: quando Adams, essendosi offerto di pilotarne uno, lo portò senza aiuti all'ormeggio, il favore di cui già godeva si trovò accresciuto. Cionondimeno, per quanto nel 1605 ottenesse per il capitano del De Liefde la libertà di rimpatriare, non ebbe mai il permesso di raggiungere moglie e figli in Inghilterra; colmato d'onori e ammogliatosi con una giapponese, ricevette in domo una proprietà nel villaggio di Hemi. Laggiù morì nel 1620" (Storia del Giappone di Roger Bersihand, Cappelli ed.).
Un altro episodio della vita di Adams entra nei libri di storia: quando il governatore delle Filippine, chiese allo shogun Hidetada l'espulsione degli olandesi, e venne accusato da Adams di spionaggio perché stava facendo una mappa delle coste.
Scoprire questa conferma, dicevamo, sembrava una conquista. Pensavamo che un'oculata scelta di pellicole potesse, divertendoci, arricchire le nostre immagini storiche…
"Il cinema è cultura"… "la musica è cultura"… "tagliatelle e rane fritte sono cultura"… Beata gioventù che la scuola aliena dalla cultura!
Poi la realtà si impose brutalmente. La storia interpretata dal cinema regolato dalla legge economica, è mistificazione, diseducazione, concessione allo spettacolo meglio se scabroso. A furia di andare al cinema lo spettatore diventa un saputello presuntuoso, vittima sacrificale di un sistema che gli ha propinato film su Gandhi, Israele, i pellerossa, il Vietnam, ideologie di sinistra, speculazioni capitalistiche, eroi, L'ultimo samurai, I dieci Comandamenti…
Informatevi come ogni sistema di potere, anche non necessariamente definito dittatoriale, applica la censura (scritti, film e televisione), lusingando i suoi elettori con il diritto di voto, ma esonerandoli dal dare un giudizio in merito ad un'opera. E la storia è un argomento delicato, formativo, talvolta illuminante, tanto che suggeriamo ai giovani di studiare quella scolastica per essere promossi, e poi di interessarsi al periodo o al territorio che sta a cuore, da autodidatti. Senza credere a un'unica fonte
Per chi vuol valutare il tradimento fatto dal cinema alla storia, dopo aver visto il film Shogun - accontentatevi della versione cinematografica rinunziando alle dieci ore televisive! - confrontate quelle immagini con i dati di Il samurai venuto dall'Europa, panflet storico che raccoglie i documenti di quel luogo e di quel tempo.
Neppure il libro è perfetto, ma talvolta è almeno onesto; più la saggistica che il romanzo. Il film cerca solo la cassetta. Da questo confronto potete trarre il vostro giudizio sulla validità culturale del cinema.
9 - La resistenza al sistema
Fahrenheit 451 di François Truffaut, con Julie Christie e Oskar Werner, 1966. Dall'ononimo romanzo di Ray Bradbury (1953).
Bradbury, Ray (1920), scrittore di fantascienza, poeta e narratore. Cronache marziane (1950), Molto dopo mezzanotte (1956), Morte a Venice (1985).
In una società del futuro, disumana e dispotica, tutti i libri sono fuorilegge. I pompieri hanno il compito di trovarli e bruciarli. Montag, capo di una centrale operativa di pompieri, scopre la bellezza della lettura e lotta invano per distruggere il sistema nemico dei libri. Finirà per fuggire dalla società e rifugiarsi in una comunità di uomini-libro che imparano a memoria, per salvarli dalla morte, i libri più disparati della storia umana.
Il regista:
"Alla metà di giugno del 1970, François Truffaut apprendeva dai quotidiani che La Cause du peuple, giornale della sinistra proletaria, di cui il filosofo Jean-Paul Sartre aveva appena assunto la direzione, era stato posto sotto sequestro e che la polizia arrestava ed incriminava coloro che diffondevano la pubblicazione. Il 20 di giugno, Truffaut era per strada, insieme a Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir, a vendere il giornale ai passanti. Chiamato dal tribunale di Parigi a rispondere di questo fatto, nella testimonianza che l’8 settembre 1970 il regista inviava per iscritto al Presidente della Corte si legge:
Non ho mai fatto attività politica, e non sono maoista, più di quanto non sia pompidouriano, perché mi è impossibile nutrire alcun genere di sentimento per un Capo dello Stato, chiunque esso sia. Vero è però che amo i libri e i giornali, e che sono piuttosto affezionato alla libertà di stampa e all’indipendenza della giustizia. Così com’è vero che ho girato un film intitolato Fahrenheit 451 che descriveva, con l’intento di stigmatizzarla, una società immaginaria in cui il potere brucia sistematicamente tutti i libri; ho dunque voluto far coincidere le mie idee di cineasta con le mie idee di cittadino francese.”(F. Truffaut, Autoritratto).
Nel libro Fahrenheit 451 Bradbury esplora, con grande sensibilità, il terreno dell'utopia negativa, cioè il genere nel quale non appare uno stato perfetto, ma un regno d'incubo e terrore. Nel caso di Fahrenheit 451 (il cui titolo indica la temperatura alla quale brucia la carta, secondo la scala in uso nei paesi anglosassoni) si tratta di uno stato talmente autoritario che sente il bisogno di mandare i libri al rogo. Aldous Huxley, celebre autore di Mondo nuovo, commentò che si trattava di una delle opere più visionarie che avesse mai letto, ma da allora, purtroppo, la profezia di Bradbury si è avverata in più parti del mondo. Montag, il protagonista, è un pompiere che ha l'incarico non già di spegnere incendi ma di attizzarli a spese dei libri e della carta stampata.
C'è qualcosa di profetico, in questo libro che descrive un corpo di vigili del fuoco, addetti a bruciare libri.
"- Permettete? -
- Oh, scusatemi - Montag gli porse il volume.
- Da quanto tempo!... Non sono un uomo religioso, ma da quanto tempo non ne vedevo più una! - Si pose a sfogliarlo, soffermandosi ogni tanto a leggere qua e là. - E proprio come la ricordavo. Signore, come l'hanno cambiata nei nostri salotti al giorno d'oggi! Cristo è uno della famiglia, ora. Mi domando spesso se il buon Dio riconosca il Suo proprio Figlio sotto i panni con cui l'hanno camuffato, mascherato. Un vero e proprio bastoncino di menta piperita, è ormai, tutto zucchero filato e saccarina, quando non lo si colga nell'atto di fare velate allusioni a certi prodotti commerciali, di cui ogni fedele abbisogna assolutamente -
Il vecchio annusò il volume.
- Sapete - proseguì - che i libri hanno un po' l'odore della noce moscata o di certe spezie d'origine esotica? Amavo annusarli, da ragazzo. Signore, quanti bei libri c'erano al mondo un tempo, prima che noi vi rinunciassimo! -
Faber continuava a voltar le pagine.
- Signor Montag, voi avete davanti un vigliacco. Io vedevo la piega che stavano sempre più prendendo le cose, ma molto tempo fa; ma non ho detto nulla; sono uno degli innocenti che avrebbero potuto parlare chiaro e tondo quando nessuno era disposto a dar retta al colpevole, ma non ho aperto bocca, diventando così colpevole a mia volta. E quando finalmente si giunse a organizzare legalmente il rogo della carta stampata, con la creazione delle milizie del fuoco, brontolai un poco e poi tacqui, perché ormai non c'era più nessuno che brontolasse o urlasse al mio fianco. Ora, è troppo tardi -
Faber chiuse la Bibbia. - Bene, ora, se voleste dirmi il motivo della vostra visita... -
- Nessuno più ascolta. Io non posso parlare alle pareti, perché sono le pareti che urlano verso di me. Non posso parlare con mia moglie, perché sta sentendo quello che dicono le pareti. Io semplicemente ho bisogno di qualcuno che stia a sentire quello che ho da dire. E forse, se mi si desse agio di parlare un po', potrei anche dire qualcosa di sensato. Ecco perché vorrei che voi m'insegnaste a capire quello che leggo -
Faber studiò la faccia smunta, dalle fosse livide, di Montag.
- Che cosa vi ha scosso talmente? in che modo la torcia vi è stata strappata di mano? -
- Non lo so. Abbiamo tutto quanto occorre per essere felici, ma non siamo felici. Manca qualche cosa. Mi sono guardato intorno. La sola cosa che abbia visto mancare positivamente sono i libri che io avevo bruciato in questi ultimi dieci o venti anni. E allora ho pensato che i libri forse avrebbero potuto essere utili -
- Voi siete un romantico irrimediabile - disse Faber - Sarebbe una cosa buffa, se non fosse tragica. Non sono i libri che vi mancano, ma alcune delle cose che un tempo erano nei libri. Le stesse cose potrebbero essere diffuse e proiettate da radio e televisori. Ma ciò non avviene. No, no, non sono affatto libri le cose che andate cercando. Prendetele dove ancora potete trovarle, in vecchi dischi, in vecchi film, e nei vecchi amici; cercatele nella natura e cercatele soprattutto in voi stesso. I libri erano soltanto una specie di veicolo, di ricettacolo in cui riponevamo tutte le cose che temevamo 'di poter dimenticare.
Non c'è nulla di magico, nei libri; la magia sta solo in ciò che essi dicono, nel modo in cui hanno cucito le pezze dell'Universo per mettere insieme così un mantello di cui rivestirci -
Qualcuno ha l'impressione che oggi ci brucino i principi, i ricordi, la ricerca, l'avventura, per trasformarci cloni che lavorano, pagano le tasse e ridono felici.
Altri la pensano diversamente, ritengono che questa televisione sia il progresso. E a me scappa di guardarli con sospetto, come se ormai fossero condizionati. Fossero diventati gli animali da cortile nella fattoria di chi controlla il mondo.
Saranno le multinazionali.
Forse gli extraterrestri sono sbarcati clandestinamente.
O un morbus gravis.
Vi siete mai chiesti come mai nel secolo scorso abbiamo fatto progressi spettacolosi nel volo (dai biplani a elica alla sonda su Marte), nelle macchine calcolatrici (dal pallottoliere al calcolatore), nella chimica, nella medicina, nella fisica, nelle armi... E nell'educazione dove siamo arrivati? Alla piena alfabetizzazione?
Se nella formazione dei giovani fossimo progrediti quanto nelle scienze, il quadrilatero della civiltà, quello dei filosofi tedeschi, degli artisti francesi, dei colonialisti inglesi e dei mafiosi italiani, avrebbe prodotto almeno sei Cleopatra, dieci Giulio Cesare, quindici Napoleone, cento Leonardo e Marc'Aurelio… ma le persone che, nel bene o nel male, hanno influenzato il secolo scorso provengono dalla periferia: questo Papa dalla Polonia, Teresa dall'Albania, il Che dall'Argentina, Stalin dalla Georgia, Hitler dall'Austria, Tolkien dal SudAfrica… E il quadrilatero della civiltà? L'Italia ha prodotto un dittatore che scopava; l'Inghilterra un buon fumatore di sigari; la Francia un alto generale; la Germania una bellissima spia…
Qualcuno pensa che l'educazione, la formazione di uomini e di donne capaci e validi rappresenti un fallimento nel progresso generale. Ci è andata male in quel settore…
E qualcun altro pensa invece che il progresso ci sia stato e ha fatto, come era richiesto, tecnici e operai, non nuove Cleopatra, Giulio Cesare, Napoleone.
Comunque sia dobbiamo salvare la cultura
Cultura - la nostra definizione dice: prendere dall'esperienza le cose buone e scartare quelle cattive. Una libraia ha obiettato: "Va bene, ma oltre al prendere dall'esperienza c'è anche l'elaborazione". E ho riflettuto che potrebbe aver ragione; oppure che l'elaborazione (delle cose buone dell'esperienza, immagino) comprende la ricerca scientifica e allora si può considerare l'elaborazione come una cultura in embrione, non ancora formulata, a cui non si può applicare la nostra definizione che ha il suo punto di forza nella distinzione tra buono e cattivo. Solo dopo che l'elaborazione è entrata nell'esperienza la si può ammettere alla cultura.
Che ci crediate o no (nel sistema, o nell'essere umano), mettete da parte un pezzettino di Conoscenza, per consegnarlo alla generazione che verrà.
Insieme alla raccomandazione che si mettano via un pezzettino di conoscenza, per consegnarlo…
Con la raccomandazione di…
E…
Questo potrebbe essere il messaggio di Ray Bradbury.
Secondo capitolo - Qualche libro
Considerazioni
Il manoscritto ha 5.000 anni e potrebbe averne anche di più, ma non l'abbiamo ancora scoperto. Origina in Oriente su tavolette di legno o d'argilla, papiro, pergamena, finalmente la carta…
Da noi la carta compare nell'XI secolo; in Cina sotto la dinastia Han (-202+220) "si ebbe uno sviluppo sistematico della bibliografia; esperti di arti magiche, medicina, scienza militare, storia, filosofia, astronomia, e divinazione compilarono i primi elenchi di libri (Joseph Needham, Scienza e civiltà in Cina)
e poi la stampa…
Da noi c.ca nel 1456 con la prima Bibbia di Johann Gutemberg; in Cina la xilografia al tempo dei Thang (618-906). "I tempi erano maturi per questa invenzione. I cinesi usavano da tempo carta e inchiostro, sapevano fare sigilli di pietra, di metallo e di argilla; era abitudine diffusa prendere calchi di iscrizioni su bronzo o pietra. Per di più esisteva la domanda: l'istituzione degli esami di stato per entrare nella burocrazia rendeva necessari migliaia di libri di testo; e dagli ambienti buddisti e taoisti proveniva una richiesta di formule di preghiera per allontanare disgrazie e malattie" (Carrington Goodrich).
Il carattere tipografico mobile si impone con i Sung (960-1279). "Intorno al 1111 fu redatta, a cura di dodici tra i più insigni medici del tempo, una Enciclopedia medica imperiale Sheng Chi Tsung Lu" (Joseph Needham, Scienza e civiltà in Cina).
Vi sono testimonianze del diffondersi della carta e della stampa verso Occidente.
che licenzia i copisti. Oggi telefono, computer e stampante promettono un'ulteriore rivoluzione che potrebbe licenziare gli editori.
Caratteristica del libro è il linguaggio scritto, differente da quello parlato, con cui si compila saggistica, o letteratura, con cui si comunica una metodologia, un'idea, o una storia. Oggi i libri sono talmente diffusi e la stampa è così a buon prezzo che bisogna considerare come gestire questa ricchezza:
- lungi da leggere solo ciò che piace o che interessa, bisogna dosare le proprie preferenze con gli scritti necessari a comprendere il proprio tempo e il proprio luogo;
- occorre selezionare ciò che si legge, prendendo informazioni sul miglior testo riguardante l'argomento scelto; i più fortunati si rivolgono a un esperto, i disperati dipendono dalla critica;
- è opportuno fare uso di un buon dizionario; supposto che l'abbia fatto anche l'autore, i termini dovrebbero avere lo stesso significato per i due estremi della comunicazione;
- conclusa la lettura è opportuno confrontarne l'effetto con altri lettori, per contrastare l'abitudine a recepire solo quello che condividiamo.
I libri da leggere
Questi sono libri che aiutano le analogie e le connessioni sviluppate durante il cooperative learning, cioè nelle discussioni collettive del Corso. Non sono libri particolarmente importanti, o decisivi, ma solo argomenti che possono darci una base comune. I primi tre dovrebbero essere stati presi in considerazione prima dell'inizio del Corso.
· L'Emilio di Jean Jeacques Rousseau, anche in riduzione scolastica; la versione integrale è veramente pesante e comprende molti capitoli datati a quel periodo sia per gli avvenimenti che per le considerazioni; quella di Rousseau è una divertente concezione dell'educazione,di cui hanno tenuto conto tutti i pedagoghi moderni.
· Adolescenza di Marcello Bernardi; è un testo intelligente per introdurre il problema. Tutti siamo stati adolescenti, ma non basta: il libro spiega che non esistono adolescenze coincidenti.
· Corpo Mente e Cuore di Bernardi e Barioli; mi spiace di promuovere un libro a cui ho contribuito, ma è la proposta educativa del judo, da cui l'Associazione parte per discutere lo sport-educazione.
I libri successivi sono richiesti, nell'ordine, nei successivi cinque week-end della Fase Propedeutica che i partecipanti al Corso sono tenuti a frequentare.
· Lo Stretto Sentiero del Nord di Matsuo Basho. L'autore è il famoso compositore di haiku, o haikai (composizioni di 17 sillabe con ritmo 7 - 5 - 7) Questo testo ci da un'esperienza di poesia orientale. Non l'abbiamo ancora pubblicato e possiamo inviarlo in allegato per e-mail
· Allegro ma non troppo di Carlo Maria Cipolla. L'autore era un economista di fama mondiale che, approfittando della profonda conoscenza storica che la sua - sterile - materia richiede, si è permesso di scrivere uno scherzo, diviso in due parti: la prima è l'influenza del pepe nella storia d'Europa, la seconda (Storia della stupidità umana) propone (ma lui non se ne era accorto) la divisione dell'umanità nelle quattro caste di base.
· La Struttura dell'Iki di Kuki Shuzo; è un libro difficile, si afferra a tratti. Ma ci può dare un'idea del contrasto Oriente-Occidente nel campo dell'estetica. E propone una visione diversa delle geisha (in questa dispensa siete già stati sgridati in proposito dalla Mernissi ).
· Il banchiere dei poveri di Muhammed Yunus; è un libro scritto male da un "negro", che non è un africano nero, ma uno che scrive i libri su commissione, lasciandoli firmare a chi lo paga. Così Yunus ha voluto far conoscere il pensiero che sta alla base della sua Banca Etica. Incidentalmente, in contrasto col 10° dan concesso dall'Unione Europea di judo a Palmer e Geesink, io ritengo shihan di judo Bruce Sabin e Muhammed Yunus.
Sabin, Albert Bruce, medico polacco, naturalizzato statunitense e poi trasferito in Israele, celebre per aver scoperto un vaccino contro la poliomielite (in uso dal 1956). Non ha voluto compensi per questa scoperta che è valida soprattutto per prevenire una malattia infantile
Yunus, Muhammed, fondatore della Grameen Bank: "Il microcredito permette ai poveri e agli scalzi di accedere a un’opportunità che di solito è esclusivo appannaggio dei ricchi. Accade così che quegli aspetti della società che sembravano rigidi, fissi e inamovibili comincino a diventare più fluidi, e attraverso lo sviluppo economico le persone si affranchino da tutto un insieme di ingiunzioni e regole".
Agli inizi, in quella che per prima si è chiamata Banca Etica in Bangladesh, gli impiegati, a coppie maschio e femmina, in blue-jeans e scarpe da ginnastica, dovevano accamparsi tra le rovine di una casa abbandonata e mangiare vistosamente peggio degli abitanti del villaggio. Contrastati dall'autorità religiosa maschile, offrivano alle donne (analfabete) di prestare soldi senza garanzie dietro la presentazione di un progetto di spesa. Il contratto le impegnava a imparare a scrivere, a fare pochi figli, a munire la casa di acqua potabile e servizi igienici appena possibile.
· Farenheit 451 di Ray Bradbury. Ne abbiamo parlato a proposito del film e può bastare. E' l'argomento che conclude il Corso.
I testi sopra citati sono necessari ai partecipanti al Corso. Quelli che seguono sono proposti a chi ha propensione a leggere e, attraverso la lettura armonizzano maggiormente col nostro ambiente.
· Siddharta di Herman Hesse; per chi è digiuno di orientalismo è un libro entusiasmante, magicamente scritto. Ma disponendo di qualche esperienza meditativa ci si rende conto che l'autore descrive con superficialità la spiritualità indiana, tratta con indifferenza il Buddha, propone la salvezza attraverso un umoristico ascolto del fiume, argomento a cui Kipling accenna con ben altra profondità in Kim (1901). La chiave di comprensione di questo contrasto tra l'abilità di scrivere e il vuoto di contenuto va ricercata esaminando la condizione psicologica di Hermann Hesse.
Kipling, Rudyard (1865-1936), poeta dell'imperialismo britannico nell'età vittoriana, ebbe fama per i romanzi. Il libro della giungla (1894), Capitani coraggiosi (1897). Premio Nobel 1907.
· Lo Zen e il tiro con l'arco di Eugene Herrigel; altro libro di tremendo successo in Occidente, eppure comico per l'ignoranza che dimostra. Un professore di filosofia tedesco, incidentalmente campione di tiro alla pistola, si trasferisce in Giappone (con la moglie) e ne approfitta per aggiornarsi sulla filosofia orientale. Viene mandato dal maestro Anzawa a lezione di tiro con l'arco, dove dimostra la sua immaturità. Perdonato grazie a raccomandazioni, ottiene lo shodan di kyudo e torna in Germania convinto di essere un conoscitore dello zen (oltre che un maestro di Kyudo).
Quello che i lettori superficiali non vengono a sapere è che, conseguentemente al successo del libro che nella prima edizione italiana aveva per titolo Lo zen nell'arte cavalleresca del tiro con l'arco, ha scritto La via dello zen, su cui è pietoso stendere un velo.
· Il Mahabharata di Jean-Claude Carrière; riduzione scritta dal più famoso produttore di sceneggiature per film del secolo scorso, collaboratore di Peter Brook nell'ononimo film di sei ore.
Brook, Peter, regista teatrale inglese di origine russa; ha ottenuto un successo mondiale con la regia anticonvenzionale di Marat-Sade (1964)
Il Mahabharata è un immenso poema, sacro agli indù perché riassume l'evoluzione del sub-continente in cui è nata l'etica guerriera. Il testo di Carrière è felicemente poetico e può considerarsi un'introduzione all'interesse per il poema originale, che non leggeremo mai perché è scritto in sanscrito.
· Il ritorno delle gru, di Trevanian, è un romanzo d'azione che narra la vita di un guerrigliero di professione, ritmata sulle fasi di una partita di go.
Go, ( in cinese wei-chi), forse il più antico gioco del mondo, probabilmente il più affascinante, che ha impostato la formazione dei maggiori uomini d'oriente (generali, politici, gente d'affari, ma anche Kano Jigoro e Tessu Yamaoka)
Molto realistici i momenti di speleologia, del dopoguerra a Tokyo e dei primi calcolatori. Fantastiche le esposizioni del nudo uccidere e dell'erotismo orientale.
Inganni e incanti di Sophie Silber, di Barbara Frischmuth. Ci sono fate tradizionali, e fate attuali: pensiamo ad Amaryllis Sternwieser, protagonista del delizioso romanzo in cui l’idilliaco paesaggio della Stiria fa da sfondo al congresso degli Esseri dalla Lunga Esistenza, e cioè fate elfi, folletti, gnomi, spiriti dei monti e dell’acqua, creature sagge e giocose che, non fosse per qualche stranezza, potrebbero sembrare a tutti gli effetti turisti in gita. Invece, siamo noi umani ad apparire inquietanti, sopra le righe, in qualche misura devianti insomma, accecati dall’odio e dalla ricerca del potere, destinati alla distruzione ed all’autodistruzione. Ai nostri piccoli protettori (perché questo sono fate e folletti) non resta che constatare con sgomento l’impossibilità assoluta di correre in nostro aiuto, insieme con la triste anacronia della loro attuale esistenza di creature leggendarie e mitologiche. Inscindibilmente legati agli esseri umani, gli Esseri dalla Lunga Esistenza ne dipendono a tal punto che, se questi cessano di invocare il loro intervento, di nominarli, ecco che sono destinati a perdere le sembianze umane; possono continuare ad esistere come oggetti, come parti della natura (colline, sorgenti, arbusti) o possono sciogliersi nelle nuvole, ma in questa versione non possono più aiutare gli umani.
· Gli otto peccati capitali della nostra società, di Konrad Lorenz; un piccolo libro difficile, molto intelligente, forse scritto con qualche trascuratezza e altrettanto tradotto. Si consiglia di leggerlo facendo costante uso del vocabolario.
· Canti della Via, è un'introduzione alla poesia, che non abbiamo pubblicato e pertanto si può richiedere come allegato e-mail alla Segreteria (i testi che invitiamo a richiedere per posta elettronica alla Segreteria possono essere impaginati e fotocopiati se richiesti da più persone). Dato che ognuno sulla poesia può avere idee originali, questo testo può offrire spunti di critica (benevola o meno) che vale la pena di esternare all'autore (Barioli).
· Marcello Bernardi e il judo, di C. Barioli; anche per chi non pratica judo, la personalità del professore pediatra, che viene analizzata nel libro sotto l'aspetto judoistico, permette un buon esercizio di giudizio.
Libri di narrativa, di saggistica. Stili diversi, argomenti fantastici. Libri che si gonfiano, si mescolano, si accavallano. Immagini, fantasia. Qualcosa di cui abbiamo bisogno, per creare collegamenti, per guardare lontano, per avere idee. Libri di cui parlare, per sentirci piccoli nell'immensità dell'Universo.