Adolescenza

Ottava dispensa del Corso di Formazione per Educatori Sportivi

Introduzione – Adolescenza, una definizione – Cominciamo dal sesso – Se constatiamo atteggiamenti omosessuali – Proseguiamo a considerare il suicidio – Non ci faremo sorprendere dall’anoressia, vero? – La droga – Altre bazzecole

Introduzione

Nell’ambiente di sport-educazione, è diffuso il libro“Adolescenza” di Marcello Bernardi (Fabbri, 1998) e mi è imbarazzante scrivere sullo stesso tema, offrendo alla critica sterile di una parte del mondo del judo l’occasione di una velenosa frecciata (per esperienza potrei mimarne l’autore e salmodiarne il testo).

Ne approfitto per ricordare che nell’ambito dell’educazione (insegnare ad affrontare la realtà) l’azione nasce dall’osservazione della situazione piuttosto che dall’applicazione acritica di regole date (cioè: vorremmo essere uomini piuttosto che caporali). E la situazione che mi si presenta è la nostra civiltà, che usa efficaci mezzi di comunicazione a diffondere luoghi comuni, commercialmente o politicamente sperimentati, piuttosto che valorizzare l’avventura del pensiero e lo sforzo teso ad un obiettivo culturale (scegliere dall’esperienza le cose buone e scartare quelle cattive). A tale costume non vorrei indulgere più di tanto.

Con questo proposito mi permetto di confrontare la proposta del pediatra Marcello Bernardi: “Adolescenza, una guida per i genitori d’oggi”, con questa dispensa  scritta da un insegnante di judo ad uso di educatori-sportivi. I temi sono diversi. Se qualche genitore è anche educatore-sportivo, dovrà alternare i due punti di vista. La differenza risiede nella funzione del lettore: se è genitore si occupa solo di uno, o qualche, figlio;  mentre l’educatore considera più superficialmente centinaia di ragazzi e un numero almeno triplo (papà, mamma e magari nonna) di adulti (Bernardi diceva: “Se un ragazzo ha l’influenza, dai l’aspirina ai genitori”, per dire che se vuoi fare qualcosa per l’educazione di un giovane, devi prendere l’iniziativa nei confronti dell’ambiente famigliare).

In altri termini: tra educatori-sportivi parliamo anche di droga, di responsabilità familiari nell’anoressia, di suicidi giovanili, di quei figli che provano piacere nel dolore altrui? Oppure proponiamo le scelte sportive, il primo amore, e i proverbiali  conflitti generazionali?

Un editore mi direbbe: “Barioli, questo libro non si vende! Chi compra sono i genitori, che affrontano simili argomenti solo quando sono nei guai!”. Appunto: questa dispensa non si vende e si indirizza agli educatori perché stiano all’erta.

Sono riuscito a far considerare la differenza? 

Adolescenza, una definizione

Adolescenza –  (ingl. adolescence; ted. Adoleszenz; fr. adolescence) fase della crescita dell’essere umano collocabile tra i 12-14 e i 18-20 anni, caratterizzata da una serie di modificazioni fisiche e psicologiche che introducono all’età adulta (Rizzoli-Larousse).

In psicologia il termine è usato: a) come fase cronologica compresa tra la pubertà e la maturità; b) come modalità ricorsiva della psiche i cui tratti (incertezza, ansia per il futuro, irruzione di istanze pulsionali, bisogno di rassicurazione e insieme di libertà) possono ricorrere più volte nell’esperienza della vita. In entrambe le accezioni il motivo conduttore è rappresentato dal concetto di trasformazione che comporta mutamenti a diversi livelli. Sinonimi: pubertà, teen-agers in U.S.A., ados in Francia.

Pubertà (ingl. puberty; ted. Geschlechtsreife; fr. puberté) prima fase dell’adolescenza caratterizzata dalla comparsa dei caratteri sessuali secondari e dalla maturazione della funzione sessuale. Come periodo di transizione e di rilevante modificazione fisiologica, la pubertà è caratterizzata da violenti conflitti psicologici connessi all’accettazione o al rifiuto della modificazione corporea, che comporta una riconfigurazione della propria identità e del proprio modo di relazionarsi al mondo circostante. In condizioni normali la p. genera crisi a livello sessuale per la rapida e violenta insorgenza dell’istintività in condizioni in cui mancano possibilità di contatto, stabilità di legami, possibilità di far convivere necessità sessuali con atteggiamenti di forte idealizzazione; a livello sociologico per l’inizio del distacco definitivo dal gruppo domestico originario a favore di uno spazio sociale dove ricostruire la propria identità; a livello sintomatico in quanto questa fase di passaggio è caratterizzata da malumori di solito a natura depressiva, perdita di iniziativa e di motivazione, atteggiamenti di protesta contro l’autorità, fugaci fenomeni isterici, ossessivi o eritrofobici. Nell’età puberale si manifestano anche le prime manifestazioni psicotiche o nella forma della schizofrenia di tipo ebefrenico, o in quella dell’anoressia. Consapevoli del carattere critico di questa fase di passaggio, già le culture primitive avevano provveduto ad accompagnare questa età con rituali di iniziazione, tra i più vari a seconda dei modelli culturali, ma tutti volti a facilitare il passaggio dall’infanzia all’età adulta (Psicologia – Garzanti, 1999).

Pubertà – fisiol. Periodo della vita, compreso tra i 10 e i 15 anni, in cui hanno inizio le funzioni sessuali e si sviluppano i caratteri sessuali secondari (Rizzoli-Larousse).

Caratteri sessuali primari e secondari – I primi riguardano gli organi geniali; i secondi non sono legati alla riproduzione e danno origine al cosiddetto dimorfismo sessuale (p.es. criniera del leone, cresta del gallo, ecc.) questi ultimi dipendono o da ormoni sessuali, specialm. nei vertebrati, o direttamente dai geni (c. somatosessuali) (Maximus – Dizionario Enciclopedico De Agostini).

Dimorfismo – biol. Esistenza di forme, di caratteri diversi tra due individui della stessa specie animale o vegetale, o nello stesso individuo in momenti diversi (Rizzoli-Larousse)

Somato-  Primo elemento di parole composte, particolarmente attivo nel linguaggio scientifico, nei quali significa “attinente al corpo”. Somatosessuali – relativo a caratteri sessuali attinenti al corpo.

Isteria – (ingl. hysteria; ted: Histerye; fr. hystérie) classe di nevrosi che manifesta quadri clinici tra loro molto differenziati,  caratterizzati da sintomi fisici senza base organica e riconoscibili da comportamenti.

Nevrosi – (ingl. neurosis; ted. Neurose; fr. névrose) disturbo psichico senza causa organica i cui sintomi sono interpretati dalla psicoanalisi come espressione simbolica di un conflitto che ha le sue radici nella storia del soggetto.

Ossessione – (ingl. obsession; ted. Zwangs-vorstellung; fr. obsession) termine derivante dal latino obsidere che significa assediare, bloccare, occupare, che descrive la condizione di chi è ostacolato dal bisogno insopprimibile di compiere determinati atti o di astenersi da altri, o è costretto a trattenersi con pensieri o idee particolari che non è in grado di evitare, ripetendo indefinitamente questo obbligo a cui non riesce a sottrarsi e di cui non riesce neppure ad appagarsi.

Eritrofobia – (ingl. Erytrophobia; ted. Erytrophobie; fr, érytrophobie) tratto fobico caratterizzato dal timore di arrossire.

Psicosi – (ingl. psychosis; ted. Psychose; fr.psychose) termine psichiatrico per indicare condizioni psicologiche le cui caratteristiche consentono di differenziare le psicosi dalle nevrosi e dalle psicopatie:

Psicopatia – (ingl. psychopathy; ted. Psichopathie; fr. psichopatie) è un disturbo della personalità che, incapace di realizzare un’adeguata integrazione nel proprio contesto socioculturale, si trova molto spesso nelle condizioni di trasgredire norme etiche e sociali che condizionano la convivenza umana.

Schizofrenia – (ingl. schizophrenia; ted. Schizophrenie; fr. schizophrénie) termine psichiatrico (dal greco schizo, scindo, e phren, mente) che designa una classe di psicosi endogene funzionali, a decorso lento e progressivo, la cui unità era già stata individuata sotto il titolo di demenza precoce. Si articola in forme significativamente differenziate: a) la dissociazione, b) l’autismo, c) disturbi dell’affettività, d) disturbi della personalità, e) allucinazioni, f) deliri, g) disturbi del linguaggio.

Autismo – (ingl. autism; ted. Autismus; fr. autisme) termine coniato per descrivere individui interamente assorbiti dalle proprie esperienze interiori con conseguente  perdita di ogni interesse per la realtà esteriore, le cose, gli altri. Dal greco autos, che significa “se stesso”.

Anoressia nervosa – (ingl. nervous anorexia; ted. Anorexie; fr. anorexie nerveuse) disturbo dell’alimentazione che consiste nell’ostinato rifiuto di una normale e regolare assunzione di cibo. Comporta un disturbo dell’immagine corporea e una ricerca inflessibile della magrezza fino a giungere all’inedia. L’a. risulta in aumento fra le ragazze puberi.

Inedia – Mancata ingestione di cibo per un periodo prolungato; il deperimento che ne consegue: morire d’inedia.

Rituali di iniziazione – di pubertà, che ammettono gli adolescenti nelle comunità adulte; di ammissione in società segrete, sette e circoli esoterici a carattere selettivo; di addestramento per trascendere la comune condizione e accedere a poteri superiori di tipo sciamanico o magico.

Pulsionale – attinente alla pulsione (ingl. drive; ted. Trieb; fr. pulsion) termine della psicologia sperimentale dove nomina la componente psicologica di quello stato fisiologico che il bisogno, in ambito psicoanalitico è usato sistematicamente sa Freud e tenuto opportunamente separato dal concetto di istinto e da quello di stimolo.

Bisogno – (ingl. need; ted. Bedurfnis; fr. besoin) stato di tensione più o meno intensa dovuto alla mancanza di qualcosa che risponde a esigenze fisiologiche più o meno impellenti, o a esigenze voluttuarie divenute necessarie per abitudine, o a esigenze psicologiche avvertite come indispensabili per la realizzazione di sé, o a esigenze sociali apprese dall’ambiente.

Istinto – (ingl. instinct; ted. Instinkt; fr. instinct) risposta organizzata tipica di una data specie, filogeneticamente adattata a una determinata situazione ambientale. Questa definizione viene di volta in volta specificata nei vari ambiti disciplinari.

Stimolo – (ingl. stimulus; ted. Reiz; fr. stimulus) qualsiasi manifestazione o variazione di energia all’esterno o all’interno dell’organismo che abbia luogo con una certa rapidità, che raggiunga una determinata intensità e che perduri per un determinato periodo di tempo.

E’ più facile ingannarsi con l’adolescente che con il bambino. Dobbiamo poi accordarci su questa definizione in cui intervengono autorevolmente: gli psicologi (“l’ultimo capitolo dell’infanzia”), gli psicoanalisti (che celebrano le intuizioni greche nei miti di Adone e di Core), i sociologi (transizione dall’infanzia all’età adulta), i  critici del costume (che insistono sui casi di “adolescenza ritardata”), gli endocrinologi (“crescita muscolare, nervosa e caratteriale” gestita dagli ormoni).

Adone – Divinità greca di origine semitica. Il mito lo vuole bellissimo adolescente, nato dall’amore incestuoso di Mirra con il padre, amato da Afrodite e da Persefone. La gelosia di Ares, innamorato della prima, sarà causa della sua morte ad opera di un cinghiale.

Core – Figlia adolescente di Demetra, venne rapita da Ade, dio degli inferi.

Tutti gli esseri umani sono diversi, tutte le vite sono diverse, e a maggior ragione le adolescenze. Tutta la vita è cambiamento. Ma un cambiamento repentino è la nascita con i primi 15 giorni di adattamento alla vita; poi viene quello pericoloso dei 6/7 anni dell’adolescenza. Ci sono adolescenze tranquille, altre avventurose e sofferte; alcune drammatiche; tutte da sorvegliare per non venirne sorpresi. Molte adolescenze vengono ricordate con nostalgia, alcune con acredine. L’adolescenza è la stagione in cui maggiormente vengono messi alla prova i genitori (che alla nascita del figlio sono aiutati dalla levatrice e dal pediatra).

In aiuto non ci vengono regole, proverbi profetici e bocconi di saggezza da sciorinare (il riferimento a Khalil Gibran è voluto); ma per prepararci possiamo smascherare i luoghi comuni imposti da certi ambienti limitati nel tempo e nello spazio (cioè nella storia di un Paese); e poi regolarci in base alla nostra comprensione della realtà.

Cominciamo dal sesso

Nell’adolescenza la funzione riproduttiva può manifestarsi con polluzioni notturne per i maschi (nelle femmine abbiamo il mestruo) e proseguire con la masturbazione (per entrambi) che, in una certa misura, sviluppa la libido.

Libido – Termine latino che significa desiderio, adottato da Freud per indicare l’energia psichica che origina dagli istinti sessuale e successivamente da Young per designare l’energia psichica in generale non necessariamente sessuale, presente in tutto ciò che è appetitus o “tendenza verso”, e può essere rivolta verso l’Io (narcisismo), o verso gli oggetti e le persone (l. oggettuale).  Nell’uso comune viene erroneamente adoperato nel senso di esaltazione dell’appetito sessuale.

Io – (ingl. Ego; ted. Ich; fr. Moi) concetto cui la riflessione filosofica ha dato spessore con R. Descartes. Prima di allora la tradizione platonico-agostiniana parlava di “coscienza” in un’accezione sostanzialmente morale. Superando il “realismo ingenuo” della filosofia antica, secondo cui le cose sono così come la visione e il pensiero umano le coglie. Descartes afferma che l’unicas conoscenza sicura che si presenta a chi osserva attentamente i propri pensieri non concerne gli oggetti esistenti esterni, ma l’esistenza di un Io pensante (Cogito) rispetto a cui gli oggetti esterni sono solo sue rappresentazioni. Nei secoli successivi la nozione di Io assumerà nel discorso filosofico varie significazioni che oscillano tra una concezione sostanziale dell’Io, sede dell’identità personale, e una concezione funzionale che concepisce l’Io come principio unificatore dell’esperienza, fino a Nietzsche per il quale l’Io è una finzione che risulta da forze eterogenee (desideri e volizioni) irriducibili a un’identità, che dunque non hanno alcuna validità né teorica né pretica, anzi, aggiunge Nietzsche, con tutta probabilità “l’Io è un prodotto della grammatica”.

I maschi hanno un limite in questo genere di prestazioni che, forse, le femmine non hanno.  Il limite dei maschi consiglia, anzi impone, di non esagerare (è un limite individuale, superato il quale si va incontro a conseguenze fisiche e mentali) ma, dopo l’editto di Costantino,

Costantino il Grande – emanò a Milano, nel 313 l’editto di tolleranza a favore dei cristiani; convocò il Concilio di Nicea (325) per combattere l’arianesimo e non incrinare l’unità del cristianesimo che, intuiva, si sarebbe diffuso in tutto l’impero; spostò la capitale a Costantinopoli (330) per contrapporre una Roma cristiana a quella pagana; morì facendosi battezzare nella fede ariana.

la nostra Società se l’è presa soprattutto con le ragazze; ottenendo qualche successo, visto che sembrano masturbarsi meno degli uomini.

Almeno le americane, come risulta dal Comportamento sessuale della donna, Kinsey, Alfred Charles, 1953.

Il professor Bernardi collezionava testi a carattere medico (pubblicati nei cinquant’anni a cavallo del ‘900) che suggerivano di legare gli adolescenti di notte (soprattutto le femmine), perché non si “toccassero”. Io ho una cara amica che, ragazza in un prestigioso collegio confessionale, doveva fare il bagno col camicione per non contemplarsi nuda. D’altro canto, quando sono stato sorpreso dal primo orgasmo femminile ho potuto constatare che alcune opere mediche (degli anni ’50) lo negavano (mi son sentito come Galileo che usciva dalla camera di tortura mormorando: eppur si muove!)

Non c’è dubbio che abbiamo attuato una repressione sessuale sugli adolescenti, particolarmente efferata nei confronti delle ragazze, nel tentativo di contenere l’autonomia della sessualità femminile che tanto disturba il maschio.

Qualcuno presenta la clitoridectomia o escissione (che consiste nell’asportazione del clitoride) e l’infibulazione (cucitura della vagina praticata alle bambine) come l’equivalente femminile della circoncisione (Le Garzantine – Filosofia, 1999). Naturalmente fa finta di non accorgersi che la circoncisione (ingl. circumcision; ted. Beschneidung; fr. circoncision) (recisione del prepuzio) praticata tutt’oggi presso gli ebrei, i mussulmani e alcune popolazioni d’Africa come prescrizione religiosa, e frequentemente negli U.S.A. come pratica igienica (nell’adolescente il prepuzio trattiene liquido lubrificante e seminale, nell’anziano gocce di orina) non turba il piacere sessuale. Mentre l’inibizione del clitoride o della vagina lo limitano sensibilmente.

Il sesso è la componente essenziale della vita, la quale ha l’imperativo categorico di riprodursi, è motivata dalla ricerca del piacere, e in esso trova un rimedio alla solitudine.

Imperativo categorico - Termine filosofico creato da Kant per indicare la formula che esprime un comando della ragione. Kant distinse gli i. ipotetici (condizionati a un fine) dall’i. categorico, che vale incondizionatamente e costituisce il principio supremo della moralità.

Per definizione, l’adolescente ne è pesantemente coinvolto.

Se constatiamo atteggiamenti omosessuali

Eterosessualità – (ingl. heterosexuality; ted.  Heterosexualitat; fr. hétérosexualité). Lo stato in cui si è attratti dal sesso opposto, fase conclusiva dello sviluppo bio-psico-sessuale in cui, secondo Freud, si compie il processo di organizzazione della libido con un investimento rivolto a persone dell’altro sesso e conseguente rimozione della componente autoerotica e omosessuale.

Omosessualità (ingl. homosexuality; ted. Homosexualitat; fr. homosexualité). Detta anche “inversione”, tendenza a rivolgere l’attenzione erotica e sessuale esclusivamente verso persone del proprio sesso. Dal punto di vista culturale si può dire che tutte le culture ospitano persone a comportamento omosessuale, e che ogni individuo passa attraverso una fase omosessuale fisiologica.

Lesbismo (o saffismo) – (ingl. lesbianism; ted. Lesbismus; fr. lesbisme). Omosessualità femminile. Il termine deriva dall’isola di Lesbo sulla quale anticamente si ritiene fosse diffuso tale costume sessuale, e dove visse Saffo, autrice di squisiti versi d’amore rivolti ad amiche. Nelle relazioni di questo tipo si riscontra spesso una divisione dei ruoli: o a immagine di quella esistente nel rapporto eterosessuale, o a imitazione del rapporto madre-figlia, con possibile inversione del ruolo.

Transessualismo – (ingl. transexsualism; ted. Transexsualismus; fr. transexualisme). Persona che presenta le caratteristiche fisiche di un sesso ma che sente psicologicamente di appartenere all’altro. Una specializzazione nella chirurgia ha reso concreta la possibilità per questi soggetti di assumere anche fisicamente le sembianze del sesso cui sentono di appartenere sottoponendosi a un delicato - e irreversibile - intervento chirurgico.

Bisessualità (ingl. bisexuality; ted. Bisexualitat; fr.bisexualité). Persona (maschio o femmina) che trae soddisfazione sessuale con persone di entrambi i sessi. Pressoché tutti gli individui attraversano durante la loro vita un periodo di bisessualità, prima che si manifesti in modo preciso la propria propensione per l’eterosessualità o l’omosessualità. Più in generale è relativamente alta la percentuale degli individui che nella loro vita hanno avuto esperienze - magari solo occasionali - con persone di entrambi i sessi.

Travestitismo – (ingl. travestitism; ted. Transvestitismus; fr. travestisme). Forma di deviazione per cui un individuo prova eccitazione indossando abiti e assumendo atteggiamenti propri dell’altro sesso. Riguarda pressoché esclusivamente l’uomo e si ricollega generalmente a un’attività di autoerotismo. Non va confuso con l’omosessualità o il transessualismo.

Ermafroditismo – (ingl. hermaphroditism; ted. Hermaphroditismus; fr. hermaphroditisme). Condizione caratterizzata dalla coesistenza, nello stesso individuo, delle gonadi dei due sessi per una patologica e incompleta differenziazione sessuale fisiologica o morfologica, interna e/o esterna.

Il clima da creare attorno a un eventuale caso, sia nei confronti del soggetto che dei genitori e dell’ambiente, è di serenità. Per arrivare quanto prima all’intesa collettiva di accettazione e di normalità nei rapporti.

Si gioca, con molta attenzione, su diversi fattori di comportamento e di colloquio fra le tre principali agenzie interessate: l’adolescente, i genitori, i compagni. Da un lato possiamo supporre che la situazione potrebbe influire negativamente sulla formazione dell’adolescente; o generargli delle situazioni psicologiche che da momentanee possono trasformarsi in croniche; o portarlo a un disagio che può spingerlo ad azioni estreme. Dall’altro lato bisogna prevedere che lui possa assumere dei comportamenti che rendono difficile la convivenza.

Anche se gli esperti hanno tendenza a formulare delle categorie, è probabile che il caso considerato non rientri in esse. Certo possono essere coinvolti fattori dell’educazione familiare (che possono essere ridotti)  come l’odio o il disprezzo per il genitore di sesso opposto; eredità genetiche (che è bene non modificare) come uno sviluppo ghiandolare anomalo; avvenimenti esterni alla famiglia (talvolta superabili), come esperienze precoci, o una segregazione sessuale durante lo sviluppo; la volontà del soggetto, magari determinata da complessi di inferiorità o di incapacità; una forma di mancato sviluppo in quanto nell’embrione sono egualmente presenti gli organi di entrambi i sessi, e solo nel periodo prenatale questo stato si muta in monosessualità (la rarissima condizione di ermafrodita autentico presenta testicoli e ovaie completi).

Lettura 1 - Omosessualità femminile

L'omosessualità femminile ha da sempre avuto delle evidenti connotazioni culturali. Testimonianze riguardo ad essa, ci sono giunte dall'antica Grecia dove i rapporti omosessuali tra donne rappresentavano un rito d' iniziazione sessuale.  Le ragazze in età da marito  si riunivano nei tiasi, gruppi femminili dove si imparava il canto, la danza, la musica e attendevano così il matrimonio, legandosi tra loro in rapporti omosessuali. Le relazioni amorose tra le allieve dei tiasi e la loro maestra, facevano parte dell'insegnamento introduttivo al matrimonio, di iniziazione alla sessualità. D'altronde la pederastia cioè la relazione erotica tra il giovane allievo e il suo maestro, era ampiamente diffusa in Grecia e considerata di alto valore pedagogico.

In Cina, tra il 960 e il 1127 d.C., il lesbismo era considerato come una naturale conseguenza della vita in comune di mogli e concubine, il cosiddetto effetto "harem" (un poco come l’effetto “mozzo”, o “cuoco cinese” sui battelli che navigavano per anni). Non era considerato una pratica pericolosa.

Nel Medio Evo europeo l’omosessualità non era tollerata e sembra che il dispregiativo di “finocchio” derivi dall’uso di buttare fasci di tali piante sui roghi “perché la loro anima puzzava” (Umberto Eco).

In epoche successive, in particolare in seguito alla formazione degli Stati nazionali e dopo il periodo illuministico, la questione dell'omosessualità ha destato l'interesse della scienza in particolare della psichiatria, criminologia, medicina, biologia ecc.

Il doppio interrogativo a cui si cercava risposta era:  "Qual è la causa dell'omosessualità?"  e:  "Si può uscire dall'omosessualità?"  Ciò che era importante dal punto di vista terapeutico era la possibilità di riportare l'individuo entro i canoni dell'eterosessualità. Secondo la psicanalisi l'omosessualità femminile sarebbe dovuta ad un attaccamento troppo forte della ragazza al genitore del sesso opposto e  ad uno troppo debole verso  quello dello stesso sesso.  Il lesbismo veniva visto come una nevrosi, dovuta alla mancata risoluzione del complesso edipico con relativo rifiuto della propria femminilità.

Ma la psicanalisi va presa con le molle se l’importante gruppo lacaniano considera patologico il fatto che una donna non abbia l’orgasmo vaginale.

Non sono poi mancati i tentativi di  imputare il lesbismo a cause ormonali: nel 1970 Loraine e la sua équipe riferirono di aver riscontrato nelle urine di 4 donne omosessuali una dose elevata di testosterone. Il campione preso in esame era comunque troppo piccolo per essere considerato valido e  poi successivi studi sugli effetti degli ormoni maschili hanno evidenziato come questi possano produrre solo un'intensificazione del comportamento sessuale, senza influenzare in alcun modo la sua direzione.

Oggi il lavoro psicoterapeutico con gli omosessuali non  prevede più il ripristino dell'eterosessualità. Già dal 1973, l'American Psychiatric Association ha eliminato l'omosessualità dalle malattie mentali quindi non ha più senso di parlare delle lesbiche come malate. La scoperta dei propri impulsi omosessuali, può comunque essere molto drammatica per la donna a causa dell'ambiente culturale di provenienza.

Il lesbismo presenta variazioni e sfaccettature diverse. Beverly Greene in "Lesbian and Gay Sexual Orientation” sostiene che le lesbiche non possono essere racchiuse in categorie determinate perché ognuna di loro  si identifica con la propria sessualità in modo diverso e soggettivo rispetto ad ogni altra donna.

Molte lesbiche si sottopongono a terapia individuale a causa  delle pressioni sociali di cui  si sentono vittime, pressioni che le imprigionano spesso in ruoli di madri, mogli ed eterosessuali. L'opinione pubblica dipinge quasi sempre queste donne con stereotipi negativi o come persone non equilibrate. Si viene così a creare una colpevolizzazione per le proprie preferenze sessuali. I famosi studi di Kinsey, evidenziano invece un'elevata incidenza del comportamento omosessuale, favorendo l'ipotesi secondo cui l'omosessualità sarebbe da considerarsi come una variante del comportamento umano. La tendenza a considerarla patologica  rappresenta  quindi solo il frutto di pregiudizi culturali.

La bisessualità femminile è facilmente comprensibile in quanto maschi e femmine nascono da una donna, da cui ricevono evidentemente l’imprinting sessuale,

Imprinting – (ingl. imprinting; ted. Pragung; fr. imprinting) forma di apprendimento per impressione percettiva.

e hanno geneticamente l’istinto di attaccarsi a un seno (il rapporto tra suzione e sessualità è stato largamente ipotizzato da Freud).

Suzione – (ingl. sucking; ted. Ansaugen; fr. sucement) comportamento istintivo del neonato per la soddisfazione alimentare a cui, secondo S. Freud, si accompagna una soddisfazione libidica che trova proseguimento nella suzione del pollice che svolge una funzione calmante e distensiva, interpretata da Freud come autoerotica e da m. Klein come attività sostitutiva alla mancanza di un capezzolo.

Inoltre dobbiamo riconoscere alla femmina una struttura nervosa attinente al piacere sessuale più estesa dell’analoga maschile (secondo i taoisti nove nervi sono coinvolti nel piacere femminile, contro uno dell’uomo). Sul comportamento sessuale delle donne il Rapporto Kinsey elenca l’omossessualità latente (il provare attrazione sessuale), il contatto accidentale (che provoca l’orgasmo) e infine la deliberata ricerca di soddisfazioni omosessuali. Tuttavia la repressione sessuale, attuata sulla donna attraverso l’educazione, ne condiziona in parte lo sviluppo.

Lettura 2 - L'omosessualità, secondo le attuali definizioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità

E’ una variante del comportamento sessuale umano, dove l’orientamento affettivo e sessuale è rivolto verso una persona del proprio sesso biologico. Nella bisessualità questo interesse riguarda sia gli individui del sesso opposto, sia quelli dello stesso sesso. La persona omosessuale o bisessuale, non desidera modificare i propri caratteri e attributi sessuali (anche  nel caso in cui sono presenti in essa modalità espressive attribuite di norma all’altro sesso) in quanto considera congruente la propria appartenenza al genere maschile o femminile con il sesso biologico.  

Nel 1974, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’American  Psychiatric Association, APA,  hanno eliminato l’omosessualità dall’elenco dei disordini mentali e in base a questa decisione essa non compare più nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali dal 1980.  Nonostante questa “normalizzazione” la scoperta della propria inclinazione sessuale può suscitare nella persona, e in particolare nell’adolescente, paura e angosce legate alle reazioni familiari e sociali  (a causa della dualità eterosessualità/omosessualità e del carattere di eccezionalità che la società attribuisce a quest’ultima), ma anche a fattori individuali (età, genere, titolo di studio ed educazione ricevuta etc.) Il primo rapporto omosessuale ha in genere un carattere esclusivamente sessuale, in seguito potrà comprendere sentimenti ed attrazione emotiva. Nell’adolescenza sono presenti continui cambiamenti e le incertezze che ne scaturiscono hanno spesso a che fare con domande sulla propria identità sessuale. L’adolescente ad esempio, che è alle prese con queste sensazioni sessuali, può incontrare delle difficoltà nel riconoscersi nettamente in una categoria o nell’altra. La sperimentazione può portarlo a confrontarsi con il grado di attrazione di entrambi i sessi alimentando la confusione. La definizione del proprio orientamento può avvenire, infatti, solo in seguito ad un periodo di prova in cui si può attraversare una fase di bisessualità transitoria. L’omosessualità in termini di attività e fantasia, può essere presente nell’adolescente, ma solo alcuni di essi svilupperanno in futuro un orientamento omosessuale stabile. Col passare del tempo e delle esperienze, l’incertezza dell’adolescente si riduce progressivamente: dal 25% degli studenti di 12 anni fino al 5% di quelli di 18.

Le ipotesi genetiche invece si basano su alcuni risultati di studi effettuati sul cromosoma sessuale X. In questo cromosoma, nella zona denominata xq 28, si troverebbe il gene dell'omosessualità che viene trasmesso per via materna. Studi condotti da Dean Hamer nel 1993, del "National Institute of Health", sulla genealogia materna di 114 maschi omosessuali, hanno evidenziato che il 13,5% dei loro fratelli è omosessuale così come pure il 7,5% dei cugini maschi e degli zii. Sono state inoltre studiate 40 coppie di fratelli omosessuali e tutti presentavano la stessa frequenza di Dna in un tratto specifico del cromosoma X. Studi recenti condotti da George Rice dell’University of Western Ontario non hanno portato alla scoperta di alcun gene per l’omosessualità nella regione xq28 del cromosoma X. Nella precedente ricerca infatti erano presenti problemi riguardo la selezione dei soggetti e un alto margine di imprecisione nel rintracciare i marcatori di questa sequenza di geni dovuto alla loro scomoda posizione nel cromosoma. Inoltre tale sequenza non si riscontrava nelle femmine omosessuali e nelle famiglie prive di predisposizione all’omosessualità, ma con maschi omosessuali. L’idea che una sequenza genica possa codificare l’orientamente omosessuale svilisce e semplifica il ruolo dei fattori che determinano la scelta del partner nonché le influenze storiche e sociali dell’evoluzione del desiderio sessuale umano.

I fattori sociopsicologici più frequenti sono i seguenti:

- lo sviluppo verso l’eterosessualità può essere inibito se gli adolescenti hanno dei timori sulla propria compatibilità sessuale (concezione che può essere indotta) e trovano più semplice frequentare elementi del proprio sesso;

- l’educazione di maschi da parte di soli maschi, o in presenza di una scarsa sollecitudine materna;

- la fissazione per il genitore del proprio sesso;

- un’esperienza drammatica derivata da seduzione precoce.

Proseguiamo considerando il suicidio

Suicidio – (ingl. suicide; ted. Selbstmord; fr. suicide) atto intenzionale con cui ci si toglie la vita.

1. Epidemiologia –

(ingl. epidemiology; ted. Epidemiologie; fr. épidémiologie) studio della frequenza e della distribuzione delle malattie in una popolazione in rapporto all’ambiente e al tipo di vita, allo scopo di individuarne le cause determinanti l’insorgenza delle forme morbose, il ritmo e l’intensità con cui queste si manifestano, e le condizioni che le favoriscono o le prevengono.

Questo argomento è oggetto di ricerche perché, nei Paesi maggiormente industrializzati, il s. è incluso fra le dieci più frequenti cause di morte.

Raro nella fanciullezza (più frequente in Giappone, dove la tensione dovuta allo studio ne costituisce la causa principale), il s. aumenta con il passare degli anni, in una frequenza doppia negli uomini rispetto alle donne. Si è registrata anche una fluttuazione circadiana…

In biologia esistono dei processi vitali cadenzati da successioni regolari (bioritmi), come le pulsazioni del cuore, le oscillazioni del potenziale elettrico, i ritmi respiratori, i cicli della fame, della sete e del sonno, i cicli mensili mestruali. Tra di essi i ritmi circadiani, o ritmi giorno-notte, che derivano il loro nome dal latino dies (giorno), come il metabolismo basale, il controllo della temperatura corporea, la frequenza cardiaca, aspetti della funzione renale, la sensibilità ai veleni e alle tossine, molte funzioni endocrine…

con un massimo di frequenza dopo la mezzanotte e una fluttuazione annuale con punte massime in primavera. Siccome l’isolamento favorisce il s. si è constatata una maggior incidenza nei grossi centri urbani e tra persone che vivono sole; più numerosi si sono rivelati i s. nelle classi economicamente abbienti. Oggi le modalità più diffuse di s. sono: superdosaggio di farmaci e avvelenamento da gas, mentre più rari sono i metodi violenti. Vorrei aggiungere che ci mancano elementi per far rientrare nella categoria alcuni decessi per overdose e incidente stradale o alpinistico.

Famiglia molto religiosa, 23 anni, lavorava come venditore, innamorato di una donna sposata, dopo violente discussioni in famiglia si schianta con la macchina, di notte. Classificato come incidente stradale.

Famiglia tradizionale, 22 anni, in un centro agricolo, dopo un matrimonio concordato tra le famiglie, si innamora di una ragazza nell’impossibilità di vederla per lo scandalo che ne conseguirebbe. In calzoni corti, con un amico, punta la cima del monte Rosa mentre si addensa la bufera. Classificato come incidente alpinistico.

27 anni, ambiente misero di casa popolare, morto per overdose viene classificato decesso per droga anche se ha lasciato un bilglietto di addio. Oggi le autorità tendono a minimizzare le morti per suicidio e a enfatizzare quelle per droga.

2. Patologia –

Patologia – (studio delle malattie dell’uomo, degli animali, delle piante. In medicina, branca che analizza i processi morbosi dal punto di vista delle cause che li determinano e dei meccanismi che li sostengono.

La patologia sottesa al suicidio rinvia, nella maggior parte dei casi, a sfondi depressivi e, in particolare, alle depressioni endogene rispetto a quelle nevrotiche e reattive.

Depressioni endogene – Una forma che insorge senza cause apparenti, per cui si suppone che “venga da dentro” senza specificarne la genesi.

Depressioni nevrotiche – Turbe dell’umore; la motivazione non è consaputa.

Depressioni reattive – Forma caratterizzata da reazione successiva a eventi tristi e luttuosi; come tale è l’opposto della depressione endogena.

Si possono verificare suicidi anche nell’ambito delle schizofrenie e delle tossicomanie, ma a differenza di quanto avviene nelle depressioni endogene non c’è una vera consapevolezza delle conseguenze del proprio atto. Nello studio della predisposizione al suicidio, è unanimemente riconosciuto il ruolo importante ricoperto dall’isolamento interumano strettamente legato alla perdita di significato e del senso della propria esistenza.

Schizofrenia – (ingl. schizophrenia; ted. Schizophrenie; fr. schizophrenie) una classe di psicosi endogene funzionali, a decorso lento e progressivo,  già chiamata demenza precoce (dal greco schizo, scindo e phren, mente).

Psicosi endogene o funzionali in cui non è riscontrabile una causalità eziopatogenica di natura somato-biologica (endogeno-esogeno).

Eziopatogenico – termine sconosciuto ai dizionari. Possiamo ricostruire che “ezio” derivi dal greco “aitia” causa, quindi il termine potrebbe alludere alla causa della malattia.

Endogeno-esogeno – (ingl. endogenous-axogenous; ted. Endogen-exogen; fr. endogène-exogène) opposizione concettuale psichiatrica che riassume i cocetti di causa esterna, o interna.

3. Il tentato suicidio (ts.) è un avvenimento mancato a causa dei mezzi impiegati o delle circostanze che lo hanno impedito. A differenza del s. considerato intenzionale, il ts. è spesso definito controintenzionale, perché promosso non tanto da un impulso autodistruttivo, quanto da un tentativo di affermazione di sé e di richiesta di aiuto.

Il ts. si presenta con una frequenza quasi doppia nelle donne rispetto agli uomini. E’ frequente nelle persone immature e fragili dove spesso rappresenta un’inadeguata difesa e una protesta nei confronti di una frustrazione che si ha l’impressione di non poter sopportare, con l’intenzione di indurre negli altri sentimenti di colpa o di solidarietà.

Nei giovani esprime di solito un comportamento reattivo a una delusione sentimentale con la segreta speranza di recuperare il partner, o anche un atto di ribellione nei confronti di genitori ritenuti oppressivi, per punirli o per ottenere in futuro una maggior autonomia.

Queste constatazioni sono mediamente valide per la realtà cosiddetta occidentale. Nel caso del Giappone, nazione industrializzata, bisognerebbe approfondire certi argomenti culturali tradizionali; in altri Stati e nelle cosidette “popolazioni indigene”, ugualmente bisognerà tener conto di fattori storici e genetici.

Lettura – Corriere della Sera del 13/10/2004

Allarme per la diffusione di “punti di incontro” sul web frequentati da giovani – SITI PER SUICIDI, CHOC A TOKYO – Nove ragazzi si uccidono insieme in due auto: “Si sono conosciuti su Internet”

Tokyo – Suicidi di gruppo pianificati su Internet. Uccidendosi insieme ieri, nove giovani – tutti adolescenti o poco più che ventenni – sono andati ad allungare un triste novero che conferma un tragico primato del Giappone dove, con meno di 125 milioni di abitanti, nel 2003 si sono registrati 34.000 suicidi, con un aumento del 7% sul 2002.

Era mattina avanzata quando la polizia ha trovato i corpi di tre ragazze e quattro ragazzi in un furgone su una strada di montagna nella provincia di Saitama, a nord-ovest di Tokyo, e poi quelli di due giovani donne in un’auto in un parcheggio del centro industriale di Kanagawa, a sud-ovest della capitale. Gli agenti che li hanno rinvenuti hanno raccontato di averli trovati composti, in ordine. Sono tutti morti “per inalazione dei fumi di fornelletti a carbone che avevano acceso negli abitacoli” a finestrini chiusi, ha detto un portavoce della polizia. “non c’era traccia di violenza o di altro che possa farci escludere il suicidio – ha affermato il portavoce – abbiamo ragione di credere che si siano incontrati via Internet”, dove negli ultimi anni sono sorte decine di siti dedicati al suicidio, nei quali ci si scambiano consigli su modi e luoghi da scegliere: Ma dove soprattutto si trovano le “anime gemelle” che soffrono dello stesso male e si dichiarano pronte a compiere il passo finale, promettendosi sostegno.

Se le autorità discutono come regolamentare tali siti, minacciando di chiuderli, i titolari li difendono come “iniziative di compassione” per giovani che vivono isolati e intessono solo relazioni telematiche, dando eco alle spiegazioni dei sociologhi che confermano:”In questi siti i ragazzi cercano compagnia per lenire il dolore di una vita che non riescono a sopportare e di una decisione disperata che per qualcuno è l’unico atto di affermazione”. Questi giovani che si sono emarginati o che da questo si sentono esclusi ormai nutrono un filone letterario, in gergo si chiamano hikokomori (quelli che si sono ritirati dal mondo) oppure otaku (fissati-monomaniaci). E sono parecchie migliaia, anche se solo per alcuni l’isolamento porta a togliersi la vita.

Pur così i suicidi collettivi, ammettono i commentatori, “sono purtroppo eventi comuni” e quello di ieri ha fatto scalpore solo per il numero di giovani coinvolti. Il suicidio ha una sua tradizione in Giappone, dove è considerato “giusto” o addirittura “nobile”, quando non si riesce più a trovare un senso alla vita. Secondo Ko Nakajima, videoartista, nella sua dimensione attuale però questo “è lo scotto di un Paese che non guarda mai indietro e pensa solo a produrre”, che “all’individuo impone solo responsabilità, gravandolo di lunghissime ore di lavoro ma negandogli ogni spazio di affermazione per sacrificare tutto al bene del gruppo, cioè del proprio modello di sviluppo”, mentre dopo anni di crisi economica “anche la consolazione dei beni materiali per molti è ormai un sogno”. E non aiuta la religione: buddista o scinto che sia, “si limita per lo più a riti per propiziarsi qualche vantaggio terreno” sostiene Alfred Birnbaum, traduttore di autori contemporanei. Concorda Keiko Sei, curatrice d’arte: la vita in Giappone è “troppo dura”, soprattutto per chi vive “l’inferno di una scuola specchio di una società ostinatamente materialista”. “Io stessa mi ucciderei se dovessi tornare a essere studente” in quel mondo che “ha solo pretese”, dove “all’individuo non è concesso esprimere sentimenti o avere debolezze”. Dove per cultura “conta solo l’atto concreto”, anche quando è quello finale. (Paolino Accolla)

4. Le interpretazioni del suicidio variano.

a) In Sociologia E. Durkheim distingue: s. egoistico, quando un individuo non è integrato in modo adeguato nella Società ed è costretto a fare affidamento unicamente sulle sue risorse personali; s. altruistico, quando l’individuo si identifica con la cultura o con l’ideale del gruppo di appartenenza; s. anomico, quando l’individuo non trova più la sua identità per il disgregarsi delle relazioni in cui è inserito; s. fatalista quando l’individuo si sente parte di un destino da cui non può separarsi senza grave perdita di senso per la propria esistenza.

Durkheim, Emile – sociologoi francese (1858-1917), positivista.

Positivismo – corrente filosofica nata  nella seconda metà del XIX secolo, che bada al concreto, ai fatti.

Anomia – Condizione caratterizzata dalla mancanza di precise norme sociali.

Quando i samurai di Ieyasu Tokugawa ricevettero l’ordine di uccidere i giapponesi cristiani, scartavano i ragazzi inferiori ai 14 anni; che invece si mettevano in fila per diventare martiri (fonte: una storia della Compagnia di Gesù del XVII secolo). Questo potrebbe essere un esempio di suicidio fatalista.

b) In filosofia K. Jaspers rifiuta la riduzione del suicidio a problema clinico preferendo ricondurlo al più ampio problema della libertà umana. “L’azione suicida non la si può conoscere nella sua incondizionatezza, ma solo nelle condizioni e nei motivi che la determinano. Per quel tanto che può essere un’azione libera dell’esistenza, nella situazione-limite, essa è aperta all’esistenza possibile, al suo problema, al suo amore, al suo sgomento. Come tale, è oggetto di una valutazione etico-religiosa, sia che venga condannata, permessa, o addirittura incoraggiata. L’origine incondizionata del suicidio rimane un segreto incomunicabile del singolo” (1932).

Jaspers, Karl – (1883-1969) filosofo e psichiatra tedesco.

c) In clinica, per S. Freud il s. è un derivato dall’istinto di morte. Per M. Klein nel s. è leggibile l’ostilità trasposta dall’oggetto al soggetto; per cui l’atto suicida è a un tempo un gesto vendicativo e riparativo, una vendetta e un’espiazione, perché il suicida recita nel dramma della sua vita il doppio ruolo di colpevole e di vittima innocente. Per C.L. Cazzullo “se la psichiatria si confronta con questi eventi radicali (e ultimi) della condizione umana, essa non può non considerarli nella loro realtà e nella loro dimensione empirica. Alla psichiatria compete, cioè, di valutare la fenomenologia e l’articolazione storica di ogni suicidio, al fine di analizzare e di cogliere quale sia in ogni singolo caso la misura di libertà o di libertà del gesto compiuto. Il problema essenziale è infatti quello della possibilità che, nel suicidio, si abbia una reale capacità di decisione libera: di una libertà nella scelta. Ovviamente si ha a che fare in psichiatria con una libertà intesa non astrattamente, ma immersa nel contesto di una prassi e di un’indagine clinica e, cioè, empirica” (1987).

Freud, Sigmund – (1956-1939) medico austriaco fondatore della psicoanalisi.

Klein, Melanie – (1882-1960) psicoanalista inglese di origine austriaca i cui lavori si incentrano sull’analisi dei bambini e in particolare sulla prima infanzia.

Cazzullo, Carlo Lorenzo – (1915 -) psichiatra italiano. Dal 1983 promuove un diretto coinvolgimento dellefamiglie nell’assistenza psichiatrica.

Ho l’impressione che ci sia un compiacimento dei sapienti di scrivere analisi ragionate sul s., illudendosi di raccogliere dati reali, ma cercando di trarne regole e classificazioni complete e inappellabili, secondo il principio autoritario che impera tra gli accademici. Ritengo che si possa considerare questione di libertà il s. di un anziano perfettamente inserito nella Società (Ernst Hemigway); che occorra risolvere le problematiche che inducono l’adulto a disagio a togliersi la vita; ma che bisogna fare tutto il possibile per prevenire un s. giovanile.

Episodi

Spartaco-Achille si chiamava, ripetutamente ripetente in terza media. Con Ferdinando faceva una coppia rumorosa ed esuberante. Un giorno chiamò i carabinieri: “Mi uccido!” Lo sparò rimbombò nella cornetta del telefonista. Gioventù bruciata dalla guerra (1948).

Alberto, figlio di un professore di disegno aveva 21 anni. Tracciava sulla carta galline con un solo gesto. S’era innamorato di una bellissima profuga ungherese e faceva judo nella sezione agonistica. Di leva nei paracadutisti. Ritengo che la selezione accurata di quei tempi non avrebbe potuto ignorare alterazioni della personalità. La ragazza si ammalò di leucemia, senza speranza. Lui chiese di rimandare la partenza di sei mesi, quanto bastava per vederla morire; ma non c’erano legami familiari tra loro e la richiesta non venne accolta. La prima licenza fu a Natale, quando si buttò dalla finestra di casa, con un fazzoletto in bocca.

Cristiano, ingegnere sessantenne, abituato a viaggiare, venne a sapere che in conseguenza di una malattia avrebbe dovuto abbandonare il lavoro. Senza tanti riguardi per lo spettacolo offerto al fratello che ne avrebbe scoperto il corpo, si saprò col fucile da caccia sotto il mento.

Lucio, avvocato, judoista, credo che avesse già tentato il suicidio, lo tentò ancora, e riuscì la terza volta. Certo ha voluto provocare il rimorso di una donna; certo usava funghi psichedelici; certo aveva vissuto le peripezie di una adolescenza prolungata. Era strano, simpatico, brillante, maniacale nelle sue convinzioni…

Marcello Bernardi ha scritto la prefazione a un libro su una ragazzina che si è uccisa senza una giustificazione accettabile (Ancona, Teresa. Una famiglia normale. Il formichiere, 1974).

Incontro difficoltà a far rientrare nelle interpretazioni sociologiche, filosofiche e cliniche le esperienze che ho vissuto. La giustificazione potrebbe evidenziare che sono un dilettante a confronto dei professionisti che sistematizzano il settore. Ma allora questi professionisti devono scrivere testi i cui argomenti siano riscontrabili anche da dilettanti, altrimenti la loro classificazione non ha scopo.

Oppure chi detiene una responsabilità (come ad esempio un medico) deve dimostrare di controllare la situazione e di conoscerne le circostanze, enunciando una diagnosi.

Personalmente prédico che l’essere umano è un coacervo di personalità. Oltre a quella che noi siamo, il “centro di coscienza”, ve ne sono di minori a cui nell’insieme diamo il nome di “corpo”, e che gli psicoanalisti chiamano invece “inconscio” (il subconscio è una zona della mente). Alcuni judoisti ritengono possibile, attraverso lo stato di “mu-shin”, unificare gli intenti di gran parte di queste coscienze e ottenere un essere umano più coerente. Questa esperienza è stata realizzata dai guerrieri sopravissuti a molte battaglie.

Mu-shin – “mente-vuota”, una condizione in cui la mente non prefigura l’azione, definita anche “essere nel tempo presente”, senza desiderio e senza paura.

Inconscio – (ingl. unconscious; ted. Unbewuste; fr. incoscient) termine che trova impiego come aggettivo per qualificare i contenuti non presenti nella coscienza, e come sostantivo per indicare una zona dello psichico. Questo concetto è centrale per tutte le psicologie del profondo per le quali i contenuti della coscienza non sono originari, ma derivano da processi che, in quanto sfuggono alla coscienza e sono ad essa antecedenti, sono detti “inconsci”.

Subconscio - /ingl. subconscious; ted. Unterbewusst; fr. sucoscient) termine impiegato nell’ambito della psicologia e della psicopatologia di fine Ottocento, e in particolare da P. Janet per spiegare i fenomeni di sdoppiamento della personalità in base all’ipotesi di una seconda coscienza, più attenuata, responsabile della scissione psichica. S. Freud finisce col rifiutare questo termine: “Dobbiamo tenerci lontani dalla distinzione fra coscienza superiore e coscienza inferiore… perché essa accentua l’equivalenza tra psichico e conscio”. Inoltre: “quando qualcuno parla di subcosciente non posso mai sapere se egli parla in senso topico e si riferisce a qualche cosa che si trova nella psiche al di sotto della coscienza, o in un senso qualitativo per indicare un’altra coscienza sotterranea…”

Janet, Pierre (1859-1947) - psicopatologo francese.

Sdoppiamento della personalità – (ingl. dual personality; ted. Doppelte Personlich-keir; fr. dédoublement de la personalità) disturbo dissociativo dovuto, secondo K. Jaspers, al fatto che “due serie di processi psichici si sviluppano contemporaneamente l’uno accanto all’altra, per cui si può parlare di due personalità, le quali vivono entrambe in maniera singolare, in modo che esistono da entrambe le parti rapporti di sentimenti che non si fondono con quelli dell’altro lato, ma rimangono estranei l’uno all’altro”. Oggi lo sdoppiamento della personalità è rubricato tra le figure della personalità multipla, per cui dovremmo analizzare quello che la psichiatria intende per dissociazione e la psicoanalisi per scissione. Ma rimandiamo a testi più ampi.

Il punto di vista topico – In Freud prevede che l’apparato psichico si componga di un insieme di sottosistemi con funzioni e caratteri diversi, disposti secondo un ordine che permette di raffigurarli in modo spaziale come luoghi psichici.

Per indagare i modi del nostro comportamento, suggerirei a qualche ricercatore di indagare meglio la possibile relazione tra: lapsus freudiani, momentanee incapacità di intendere e di volere, e una certa tipologia di suicidi; a cui vorrei aggiungere una strana categoria di incidenti osservati in materassina, che potremmo chiamare “lapsus somatici”.

Lapsus – termine latino impiegato da Freud in riferimento all’uso non intenzionale di parole errate, imputabile non a imperizia o a ignoranza, ma a nascoste motivazioni inconsce.

Incapacità di intendere e di volere – termine adottato dalla psicologia forense, assunto come criterio per la riduzione dell’imputabilità e della responsabilità.

Casi

1° caso – Un ragazzino discolo viene bocciato all’esame per 4° kyu. Intervento dei genitori che lo sgridano, lo umiliano e invitano l’insegnante di judo a ripetere l’esame. La data è fissata dopo due settimane. Quel giorno, nell’attesa dell’esame, il ragazzino giunge in anticipo e continua a ripassare il programma; in mae-ukemi, si rompe la clavicola.

2° caso – Un ragazzo molto bravo a scuola e anche nel judo, partecipa al kan-geiko (allenamento d’inverno alle 6,30 del mattino) all’insaputa dei genitori, raccontando loro che va a studiare da un compagno. Il primo giorno si rompe la clavicola.

3° caso – Sergio e Elena sono due adulti che praticano ken-jutsu nell’intervallo di pranzo. Un giorno lui la colpisce senza controllo, in mezzo alla fronte: medicazione e due punti. Mi informo cautamente sulle circostanze dell’avvenimento. Sergio ha una copisteria, moglie tedesca e due figli, e la famiglia vive abbastanza stretta con l’obiettivo di comprar casa; hanno già risparmiato un certo gruzzolo. Si presenta un venditore di computer e la signora spende tutta la somma risparmiata per informatizzare la copisteria (investimento rivelatosi corretto); quando lui lo scopre resta allibito, le chiede ripetutamente perché l’ha fatto; lei non risponde. Lui esce di casa per venire in palestra…

E’ semplice dire che nel primo caso il soggetto avesse paura di venire nuovamente bocciato o sgridato, e si è rifugiato nell’incidente; che nel secondo il rimorso per la bugia lo ha spinto a rivelare drammaticamente la verità del suo comportamento; e nel terzo l’identificazione della moglie nella compagna di pratica con sfogo di istinti repressi (bastonata in testa). Ma approfondendo potremmo trovare al nostro interno delle intenzioni-motivazioni (le entità degli esoterici, gli spiriti maligni degli sciamani, i complessi degli psicanalisti, le particolari connessioni sinapsiche degli “psi”) che dovremmo cercare di ascoltare, comprendere, accontentare, prima che si manifestino irrazionalmente. Queste intenzioni-motivazioni sono “altro da noi”, cioè seguono una logica differente da quella che assumiamo coscientemente e prendono il comando del corpo in certi momenti di assenza o di distrazione. Da cui la raccomandazione di coltivare lo stato di mushin.

Naturalmente nasce la domanda: esistono gli incidenti casuali? La mia risposta è: sì, possono aver origine dai terremoti o dagli stati estatici… e non sono frequenti.

Il s. giovanile è in crescita. E la notazione non ha un grande significato: un giovane che si uccide è sconvolgente, sia che si tratti di un caso che di un’epidemia. Lanciare un allarme perché aumentano i suicidi giovanili vorrebbe dire che possiamo abbassare la guardia quando diminuiscono; mentre, per quanto riguarda un insegnante di judo, occorre avere l’attenzione costantemente rivolta al problema.

Non ci faremo sorprendere dall’anoressia, vero?

Lettura

Spizzichi e bocconi… ragazze anoressiche e bulimiche

Intervento della dott.ssa Valentina Marchiani alla riunione dell’AISE svoltasi a Bologna il 22/11/2003.

·     Dott.ssa Valentina Marchiani, neuropsichiatra infantile del centro universitario dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Il centro si occupa di neuropsichiatria infantile in senso generale, per tutto quel che riguarda la patologia neurologica e neuropsichiatrica del bambino e dell’adolescente (0 - 18 anni).

Che cosa si intende per disturbi alimentari?

Esistono fondamentalmente due patologie: l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa, affiancate da tutti quei problemi nel rapporto con il cibo che non arrivano sempre ad essere patologici.

Anoressia Nervosa

E’ una malattia psichica estremamente grave, che ha un picco in età adolescenziale (16-17), ma esordisce anche precocemente (10-11). Non è una malattia esclusiva della ragazza, anche se sicuramente la riguarda in percentuale maggiore (più del 90%).

L’anoressia è una delle poche malattie mentali per la quale il fisico subisce danni importanti e, nei casi più gravi, si arriva al decesso.

Ridurre o eliminare una funzione base del nostro organismo, l’alimentazione, può portare a patologie organiche estremamente gravi: scompensi cardiaci, insufficienze renali, atrofie cerebrali importanti che denotano un serio depauperamento organico.

E’ importante cogliere alcuni segnali che indicano l’inizio della patologia, segnali che dovrebbero diventare evidenti soprattutto per coloro che hanno a che fare con l’attività fisica in senso generale.

Le prime manifestazioni dell’anoressia sono riconducibili ad eventi banalissimi come la volontà di seguire una dieta per calare di peso, la tendenza a controllare la forma fisica; tutte abitudini abbastanza diffuse al giorno d’oggi. Se inizialmente la restrizione alimentare appare molto normale, pian piano diventa sempre più drammatica: le ragazze cominciano ad eliminare i cibi comunemente considerati più calorici (dolci, carboidrati, olio), fino ad arrivare progressivamente ad una assenza totale di alimentazione.

Talvolta si presentano problemi di restrizione idrica, perché le ragazze non eliminano solo il cibo, ma anche l’acqua. Altre usano l’acqua come compenso alla mancanza di cibo: bevono quindi in maniera smodata, ossessiva e continua (ovviamente si parla sempre di acqua, perché temono qualsiasi cosa possa portare calorie).

Un secondo segnale importante è l’aumento di attività fisica, che risponde alla volontà di smaltire, di consumare calorie, che per altro non introducono nemmeno. Spesso l’attività fisica è praticata ad un livello ossessivo, anche di nascosto. Gli esercizi sono estremamente pesanti, e nonostante la totale assenza di massa muscolare, le ragazze riescono a praticarli senza alcuno sforzo: la psiche agisce sul corpo e comporta un compenso fisico inimmaginabile.

Da un punto di vista psico-emotivo le ragazze attraversano una prima fase di onnipotenza ed euforia, hanno la sensazione (ed effettivamente ci riescono) di poter controllare tutto: le pulsioni, gli istinti, le emozioni. Questa fase è seguita ed accompagnata (spesso coesistono e si alternano) da una fase depressiva e apatica, che non è riconducibile ad un generico disagio adolescenziale, ma ad una vera e propria depressione grave. Per apatia si intende la mancanza di voglia di fare qualsiasi cosa: parlare, confrontarsi, uscire. Il cibo diventa l’unico pensiero, l’unico scopo, l’unico interesse. Tendono ad isolarsi e a chiudersi, la socializzazione risulta molto compromessa.

L’amenorrea, perdita del ciclo mestruale, è un sintomo caratteristico dell’anoressia, non è dovuta specificamente alla restrizione alimentare, in quanto il sintomo compare già dagli esordi, ma è riconducibile alla non volontà, da parte delle ragazze, di crescere, di identificarsi con un corpo adulto, al loro rifiuto della femminilità.

Bulimia Nervosa

Etimologicamente il termine significa "fame da bue", sostanzialmente le ragazze esprimono nel cibo un disagio psichico importante.

È la più difficile da riconoscere e valutare. Infatti le ragazze sono più deboli, fragili e problematiche rispetto alle anoressiche. Sono ragazze apparentemente "normali" (a livello fisico, di relazioni sociali, amicali e di coppia), ma nascondono dietro all’apparenza un disagio importante. Spesso si sentono drammaticamente dire "ti vedo in forma", "mi sembra proprio che tu stia bene.."

L’introduzione di cibo avviene in maniera smodata e "ad episodi" (abbuffate), a cui fanno seguire meccanismi di eliminazione come il vomito auto-indotto, l’uso di lassativi e diuretici.

Le ragazze in determinati momenti della giornata, prevalentemente di notte, mangiano di nascosto e affannosamente quantità smisurate di cibo, soprattutto dolci.

Non raggiungono livelli di peso drammatici, spesso sono nella norma, e i problemi fisici più frequenti sono esofagiti (infiammazioni causate dal vomito auto-indotto) e scompensi cardiaci.

La bulimia molto spesso segue una anoressia, con effetti drammatici per le ragazze: rappresenta la completa perdita di controllo del proprio corpo che, dopo essere stato "imbrigliato" e tenuto sotto controllo a livelli esasperati, cede in maniera totale e disarmante. In una abbuffata le ragazze riescono ad introdurre intorno alle 4-5.000 calorie, quantità di cibo che noi difficilmente riusciamo ad immaginare. Sconvolgenti non sono solo le quantità, ma le modalità con cui si svolgono le abbuffate: i cibi vengono introdotti in maniera indifferenziata e violenta, spesso sono cibi non cotti e difficilmente mangiabili in condizioni normali. Quella che si infliggono in questo modo è una vera e propria forma di punizione.

Un po’ perché le abbuffate avvengono di nascosto, un po’ perché ci si preoccupa soprattutto quando una persona non mangia piuttosto che quando mangia troppo, un po’ perché la ragazza apparentemente sta bene, la bulimia è spesso misconosciuta, e viene scoperta tardi.

L’iper-nutrizione distribuita nella giornata ha valenze psicologiche di carenza affettiva, e si può avvicinare alla bulimia, che rimane caratterizzata comunque dalle "abbuffate".

Probabilmente negli ultimi tempi l’età in cui si presenta la patologia si è abbassata perché a 11 anni le ragazzine sono già preadolescenti, mentre una volta erano ancora totalmente bambine.

Il rifiuto di crescere è la base del disturbo, e il non voler diventare come la figura materna è una affermazione sempre presente.

Ne consegue un rifiuto della sessualità, associata alla crescita e alla femminilità.

I disturbi riguardano prevalentemente le donne per molteplici aspetti: probabilmente il tessuto culturale e mass-mediologico presenta un’immagine femminile a cui ci si rapporta con difficoltà, inoltre le caratteristiche del corpo della donna in sé (seno, fianchi, glutei) sono più particolari e pronunciate rispetto a quelle maschili, altrettanto probabilmente le aspettative di cui è investita la ragazza sono molto diverse rispetto a quelle a cui si deve rapportare il maschio. Se l’epoca di Freud era il tempo dell’isteria, oggi le malattie psichiche femminili per eccellenza sono sicuramente associate ai disturbi del comportamento alimentare.

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Il centro dell’ospedale Sant’Orsola è articolato su tre settori: ambulatorio, day hospital e ricovero. Gli operatori sono medici (neuropsichiatri e pediatri), un gruppo numeroso di psicologi dell’età evolutiva, dietiste e un gruppo di operatori di varie discipline, che accompagnano lo staff nella fase riabilitativa.

Ambulatorio

Prevede l’accesso diretto delle ragazze.

In un primo momento viene fatto un inquadramento iniziale di tipo medico, psicologico e dietologico; con successivi controlli e monitoraggi. Le pazienti che accedono all’ambulatorio sono quelle che ci si può permettere di non ricoverare. Le condizioni fisiche della ragazza, la collaborazione della famiglia e l'ambiente circostante possono far si che la ragazza non venga ricoverata.

Ricovero

Le pazienti che possono essere ricoverate arrivano fino ai 18 anni, perché vengono ricoverate in clinica pediatrica. E’ riservato ai casi più compromessi.

Day hospital riabilitativo

Per questa soluzione il centro si distingue dagli altri, le ragazze per qualche mese si recano tutti i giorni in ospedale, ove restano dalla colazione fino a metà pomeriggio.

Mangiano tutte insieme, hanno una dieta personalizzata suggerita da una dietista. Fanno colazione, pranzo e una specie di merenda. Non si deve pensare che mangino e in questa situazione risolvano i loro problemi, ma sicuramente si cerca di rendere i pasti qualcosa di "naturale". Il day hospital prevede un percorso psicologico individuale e di gruppo, curato sia da psicologi, ma anche (es. gruppi di auto aiuto) da persone uscite dal tunnel che cercano di aiutare le ragazze. Sono previste anche altre attività, come drammatizzazione, danza-terapia, psicodramma, attività artistiche come scultura, pittura, massaggio shiatsu, training autogeno.

Ora A.I.S.E. ha proposto delle settimane residenziali di “iniziazione al judo” in cui le ragazze che escono dall’ospedalizzazione per anoressia praticano, insieme a ragazzi/e “normali”, un paio d’ore di judo per principianti e poi attività fisica all’aria aperta nell’intento di trovare una comune gioia di vivere (n.d.r.)

Queste attività hanno lo scopo di far trovare alle ragazze canali di espressione, e di riavvicinarle al proprio corpo, per riappropriarsene.

Il primo effetto del day hospital e del ricovero può essere un calo ponderale, che è abbastanza fisiologico e non viene considerato un indice di peggioramento; allo stesso modo non si grida al successo se la ragazza ricomincia a mangiare.

Il percorso viene portato avanti per 3-4 mesi, in seguito al quale si invia la ragazza alla terapia a lei più adatta, che può essere personale, familiare, di gruppo, ecc…

Fuori ospedale

Le ragazze meno gravi fisicamente talvolta fanno giornate ed esperienze comuni fuori dall’ospedale, durante le quali si cerca di parlare di tutto fuorché del cibo, si cerca di rendere la ragazza protagonista, staccando la famiglia che spesso, per causa od effetto (senza colpevolizzare nessuno), rende più difficile la situazione.

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I danni fisici sono generalmente reversibili, perché sono organismi giovani dalle grandi potenzialità. Durante il periodo di anoressia si possono osservare con le indagini neuroradiologiche anche atrofie celebrali, che poi si risolvono una volta ripreso un regime alimentare regolare. Purtroppo alcuni casi sono molto gravi e possono arrivare al decesso.

Disturbi del sonno: le ragazze bulimiche tendono a dormire molto, come forma depressiva e di difesa; le anoressiche tendono invece a dormire poco perché pensano che nel sonno non si consuma.

Ricadute: per quanto riguarda l’anoressia se ne è usciti realmente e totalmente, non solo fisicamente, è molto difficile una ricaduta.

I momenti di stabilizzazione sono molto lunghi, inoltre è facile che da una anoressia si passi ad una bulimia, ma ricadere a distanza per una anoressica è molto difficile.

Di bulimia si guarisce molto meno che di anoressia; infatti la patologia permette di condurre una vita normale, ed è più facilmente negabile (a sé e agli altri), tanto che spesso si accettano compromessi e stabilizzazioni che portano a un dilatarsi negli anni del problema. Si guarisce molto più difficilmente e la tendenza alla ricaduta è molto più frequente.

La maggior parte di noi sa che lo sfogo nel cibo è cosa abbastanza frequente, è comprensibile quindi la tendenza della bulimia a rimanere come abitudine. Alcuni ritengono che anche l’obesità abbia una valenza psicologica, oltre che fisica. Di anoressia si guarisce ma è un grande bagaglio per chi lo ha vissuto, è importante quindi sostenere a livello alimentare una madre che è stata anoressica (ma anche bulimica). Molte madri di ragazze che presentano questi problemi hanno vissuto disturbi del comportamento alimentare.

Come riconoscere e cosa dire: non sempre una ragazza magra è anoressica, spesso però si sottovaluta la situazione. È difficile dire qualcosa, non bisogna affrontare in maniera diretta il problema cibo, bisogna osservare bene le dinamiche, far comprendere per vie secondarie che si è capito e si è disponibili a dare una mano.

Non è tanto dire qualcosa che serve alle ragazze, ma il fatto di essere presenti e far sapere di esserci. Loro devono prendere coscienza del proprio problema (la maggior parte delle volte ne prendono coscienza molto prima degli altri), e devono essere loro chiedere aiuto. Normalmente è difficile che accada, soprattutto perché l’anoressia in fase iniziale porta le ragazze a uno stato di onnipotenza, dovuto all’illusione di avere tutto sotto controllo, tale per cui il chiedere aiuto significa indebolirsi e perdersi.

Per la bulimia è diverso, anche perché spesso è un sintomo derivante dall’anoressia: la ragazza è reduce da un percorso estenuante, che non sa più come affrontare, e accetta più volentieri un aiuto. Il pericolo, in questo caso, è che si accontenti dello stato di fatto della situazione, che potrebbe essere portata avanti per una vita intera.

Non è detto che tutte le ragazze che vogliono essere in forma siano anoressiche, l’anoressica si riconosce per comportamenti ossessivi, assenti nelle ragazze che fanno una "normale dieta". La ragazza anoressica elimina totalmente alcuni cibi particolari, fa uso di altri cibi (come verdure scondite) in quantità smisurate. Inoltre presentano modalità di mangiare maniacali e riconoscibili: mangiano in maniera patologica, spezzettano tutto, sbriciolano tutto, mangiano con le mani, hanno l’abitudine di lasciare sempre qualcosa nel piatto, oppure (riempiendolo pochissimo) puliscono tutto fino all’ultima goccia.

Insistono molto sul fatto che gli altri mangino, cucinano per tutti e preparano cibi elaborati, leggono riviste di cucina e ci tengono che la tavola e il piatto siano belli, fantasiosi ed eleganti.

Anche la pratica fisica è patologica.

Non esistono ragazze-tipo anoressiche o bulimiche, anche se spesso le anoressiche presentano alcune caratteristiche comuni: sono molto brave in tutto (a scuola, a casa, nelle attività che praticano e a cui partecipano), pretendono moltissimo da sé e dagli altri, sono intransigenti, perfezioniste, spesso molto intelligenti. Ovviamente non sempre sono così.

Allo stesso modo non è possibile trovare una famiglia-tipo delle ragazze con disturbi alimentari.

Non è tanto la struttura familiare ad essere patologica, quanto le dinamiche familiari che si sviluppano al suo interno. Spesso "si curano anche i genitori", ovvero i genitori a volte si trovano in terapia e il figlio no; esistono anche gruppi di terapia specifici per i genitori.

E’ sicuramente difficile far presente ad un genitore il problema, tanto è vero che spesso è meglio arrivarci per vie traverse. A volte i pediatri mandano le bimbe in ospedale con la scusa di fare controlli di vario genere (es. un esame, o un elettrocardiogramma) riguardo patologie organiche, che vengono sempre accettate, al contrario delle patologie psicologiche, per le quali i genitori si sentono responsabili.

La famiglia incide moltissimo, è soprattutto la figura materna ad essere patologica nel rapporto. A volte per una affettività non espressa, altre volte per mancanza assoluta di contatto corporeo, altre volte la madre è iper-protettiva. La figura paterna spesso assente, lascia alla madre la gestione della faccenda. Qualcuno (il film"In viaggio con papà") propone il tentativo terapeutico di un padre, che si riappropria della figlia, togliendo di mezzo la figura della madre.

Le ragazze prediligono determinate attività fisiche (tra le più praticate vi sono la danza e la palestra, intesa come pesi, macchine, ecc…).

E’ difficile stabilire quanto siano causa e quanto effetto: se da una parte è innegabile che predisposizioni e caratteristiche personali simili portano alla scelta delle stesse discipline, dall’altra ci si deve interrogare su quali sono le particolarità delle discipline stesse. La danza (soprattutto quella classica) è spesso sinonimo di rigore, perfezione, leggerezza, negazione del peso. La palestra è eletta dal senso comune come luogo di smaltimento delle calorie per eccellenza. Ciò che le accomuna sono le pareti di specchi, nemico e complice (maligno) allo stesso tempo.

Anoressia da specchio, la chiama il popolo, perché la patologia è associata al continuo guardarsi e incoraggiata dall’invito a guardarsi per correggersi. Lo specchio nelle nostre tradizioni veniva segnalato come “porta del diavolo” e il suo lucifero è Narciso, innamorato della propria immagine. “O specchio! – gelido bacino per la noia. – Quante volte, per ore, desolata – dal sogno e affamata di ricordi – che intravvedo come foglie nella profondità del tuo ghiaccio – mi sono vista come un’ombra lontana. – Ma, orrore! Certe sere nella tua severa fontana – ho conosciuto la crudeltà di questo sogno rarefatto” (Herodiade, di S. Mallarmé, poeta francese, 1842-’98) (n.d.r.).

Speculum (latino) è all’origine di speculare, osservare i moti delle stelle riflessi in  uno specchio (sidus, stella, è all’origine di considerazione, cioè guardare). Nello shinto lo specchio rivela la verità nella sua purezza. In India  Yama, signore degli inferi,  scruta nello specchio del karma i suoi giudizi… (n.d.r.)

Nonostante il corpo notevolmente compromesso, le loro prestazioni fisiche sono incredibili (riescono a correre per chilometri, a camminare per ore per tutta la città, ecc…): la psiche agisce sul corpo e lo governa, inibendo ed ignorando qualsiasi sensazione, stimolo, o richiesta.

Le ragazze, anoressiche come bulimiche, soffrono di "dismorfofobia", la distorsione assoluta della propria immagine corporea: vedono gli altri ma non se stesse, non si rendono conto delle reali condizioni del proprio corpo, spesso non riconoscendosi in video e in foto.

Per questo pratiche fisiche volte alla riscoperta e alla conoscenza del proprio corpo sono importanti per restituire loro quel senso di realtà che hanno perso e per contribuire alla riunificazione della persona.

La consapevolezza che esistono patologie come la bulimia e l’anoressia è aumentata, ma il rischio è che vengano ritenute dei capricci di bambine. Se il "piantala di far delle storie" è una frase comune, l’anoressia è una malattia mentale estremamente grave, che coinvolge la ragazza e tutta la famiglia.

Non è bene parlarne troppo, perché spesso in adolescenza il tentativo di imitazione è pericoloso, non è la causa della patologia, ma è pericoloso.

E’ da tenere presente che una volta chi non mangiava era un santo oppure un indemoniato, e che ancora oggi patologie anoressiche sono frequenti nei conventi: non mangiare per punirsi, per purificarsi.

La droga

La percentuale di adolescenti che in questo momento sperimenta la droga leggera è molto elevata. Si può affermare che in molti casi è un anestetico sociale: l’adolescente insicuro è indotto a provarla per acquistare sicurezza e disinibizione. Molte femmine si fermano lì, i maschi intraprendenti vanno oltre, fin nelle droghe pesanti e più pericolose. Altre volte ormai fa parte dell’educazione familiare, per cui i genitori, che hanno fatto uso di droga leggera in gioventù, la ritengono innocua, se ne vantano e, se non la incoraggiano, la considerano con indifferenza.

Certamente nella stragrande maggioranza dei casi compaiono anche le abilità di vendita dello spacciatore.

Droga – Sostanza capace di modificare in vario modo lo stato fisico o psichico di chi la assume e che provoca dipendenza. Possiamo distinguerne sei gruppi: gli oppiacei (come eroina e morfina) che provocano euforia, combattono stati d’ansia, e suscitano sensazioni di benessere psicofisico; i barbiturici (amobarbital) dagli effetti sedativi e soporiferi; gli stimolanti (anfetamina e cocaina) che provocano euforia e benessere, riducono la sensazione di fatica e favoriscono le allucinazioni; gli ansiolitici (benzodiazepine e meprobamato) la cui proprietà è di combattere l’ansia e avere azione sedativa; gli allucinogeni (LSD, mescalina, i derivati della cannabis sativa o canapa indiana, marijuana e hashish) atti a provocare sensazioni proprie del sogni e allucinazioni. A queste droghe tradizionali si aggiungono nuove sostanze: ecstasy, e ice derivati dall’anfetamina, ad azione psicostimolante; crack, un estratto naturale della pianta di coca che provoca senso di euforia e benessere; khat simile all’anfetamina; lo speed ball, connubio tra cocaina e eroina.

A questo elenco aggiungiamo i funghi allucinogeni nostrani e il peyote, la trielina. Poi alcool caffè e tabacco, naturalmente.

Hascish, hascisc, ascisc  resina pressata ad azione stupefacente ricavata dalla cannabis sativa o cannabis indica, diffusa tra i popoli orientali. L’abuso può provocare intossicazione, chiamata cannabismo. Usata fumando o masticandola; in quest’ultimo caso è particolarmente pericolosa. “Hashish” deriva dall’arabo hachich, “canapa” e dal suo derivato hachichiya “bevitore di hachich”, appellativo dato in particolare, nell’XI secolo ai seguaci del Vecchio della Montagna, che li fanatizzava facendo bere dell’hashish per assassinare, sotto l’influenza della droga, personalità cristiane e mussulmane. Il termine è apparso in Francia e in Italia al tempo delle Crociate.

Marijuana nome di origine messicana per lo stupefacente costituito dalle foglie seccate e triturate della canapa indiana, fumato in sigaretta o nella pipa.

Eroina – alcaloide derivato dalla morfina.

Morfina – il principale alcaloide dell’oppio e di altre papaveracee; dal greco Morpheus, dio del sonno.

Cocaina – alcaloide estratto dalle foglie di coca usato come stupefacente e come anestetico locale.

Non serve a molto perdersi nella discussione sugli effetti negativi o meno della droga leggera e pesante, o sull’efficacia della liberalizzazione della droga, con l’intervento di calmiere da parte dello Stato. Certo è il caso di opporsi allo spaccio e alla circolazione, e di attuarne la prevenzione con l’informazione e la formazione di caratteri forti e sicuri di sé.

Vorremmo sperimentare degli incontri tra adolescenti e persone adulte (scelte tra quelle che hanno buona comunicativa) dove, lungi dal parlare di droga, si cerchi un dialogo tra le due generazioni, senza troppo abusare dell’amicizia (i genitori o i loro coetanei amici degli adolescenti) che peraltro può nascere (e, attenzione, anche l’amore). Ma cercando di trovarsi ad esporre esperienze, speranze, realizzazioni, rendendo assolutamente normale un rapporto che riconosce da una parte l’esperienza, dall’altra la vitalità e il diritto di esprimere la propria personalità. L’esperienza di questi incontri dovrebbe essere monitorata affinché gli elementi positivi vengano trasmessi ad altri gruppi.

Altre bazzecole

Bambini speciali. Ne ho sentito parlare da Bernardi, quando ero lontano dal problema. Di due bambini seguiti in America tra i 5 e i 10 anni, che provavano piacere nel dolore altrui. Ma… erano cose che mi raccontava in chiacchierate non impegnate e non ho fatto molto caso all’argomento.

Anni dopo mi sono trovato ad osservare una bambina, in episodi di palestra e gite in campagna, ma anche attraverso i racconti dei compagni e delle maestre: la realtà che si palesava era quella del racconto del Professore.

Una sola esperienza non conta; ma un altro insegnante di judo mi confidò un caso simile e, descrivendo la personalità dei genitori, tracciò due profili che erano lo specchio di quelli coinvolti nella mia circostanza.

Avrei voluto leggere le pubblicazioni specializzate a cui aveva attinto Bernardi e magari chiedere dati ad un’american connection; per questo ho cercato aiuto a Scienze dell’Educazione, ma senza risvegliare interesse.

Beh, anch’io quando ne parlava Bernardi non ho fatto caso alla notizia; le cose sono cambiate quando sono rimasto coinvolto. Ora sarei interessato a sapere come evolvono questi bambini nell’adolescenza e non mi resta che attendere… ma se qualcuno disponesse di analoghe osservazioni e sommasse altri dati, che nell’insieme permettessero di sperimentare una strategia…

Infine ci sarebbe da raccontare di ragazzine incinte (che si rivolgono all’insegnante di judo per un consiglio), di adolescenti che rubano (quasi un classico). Ma ne parleremo un’altra volta, insieme alla constatazione che, in un efficace sistema educativo, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta dovrebbe costituire il riconoscimento della raggiunta maturità morale. Cosa discutibile, ai nostri tempi e alle nostra latitudini.