7) Discussione su discipline di combattimento ed estetica

1) Estetica. Una definizione sofferta nel tempo

Etimologicamente il termine (dal greco aisthanesthai, apparentato al latino audire, "ascoltare"), significa: "conoscenza delle cose sensibili" (aisthetes, "che percepisce coi sensi"; aisthesis, "facoltà di percepire"; anaisthesia, "insensibilità", da cui "anestesia"; aisthetikos "che sente, o che è oggetto di sensazione"). Cominciamo con l'osservare che il significato greco è diverso da quello attuale, come sovente capita ai vocaboli "attivi" di una lingua. Fu il filosofo tedesco Baumgarten (Meditazioni filosofiche su argomenti concernenti la poesia, 1735)…

Baumgarten, Alexander Gottlieb, filosofo tedesco (1714-1762) ritiene che i dati della sensibilità siano inferiori a quelli dell'intelletto ma, a differenza di Leibniz, conferisce all'estetica una dimensione autonoma.

Leibniz, Gottfried Wilhelm, filosofo, scienziato e storico tedesco (1646-1716), noto per la teoria delle monadi, enti in sé completi e reciprocamente indipendenti, direttamente creati da Dio, analoghe all'anima umana. Come curiosità  aggiungiamo che propose l'aritmetizzazione della logica (De arte combinatoria).

che, in virtù dell'identificazione da lui sostenuta tra arte e conoscenza sensibile, nell'opera Aesthetica (1750 - 1758) diede al termine il significato attuale di filosofia del bello e dell'arte.

Arte - abilità nell'operare e nel produrre; l'attività umana fondata sull'esperienza, su particolari attitudini, sulle genialità personali. Arti meccaniche, che richiedono un'abilità prevalentemente manuale, arti liberali, che esigono soprattutto l'applicazione dello spirito e dell'intelletto. Arti maggiori, figurative, belle: pittura, scultura, architettura; arti minori: oreficeria, ceramica, ebanisteria, ecc. Nel XIX secolo l'estetica romantica propose come arti nobili: poesia, pittura, scultura, architettura, musica ed eventualmente la danza.

Dopo i pitagorici…

La scuola pitagorica, a cui erano ammesse anche le donne, imponeva il celibato, la comunione dei beni, divieti e pratiche di purificazione. Tra queste ultime ebbe importanza la musica, che occasionò la scoperta del rapporto che governa l'altezza dei suoni.

Tutto l'universo è armonia e numero, che origina il dispari e il pari, il determinato e l'indeterminato, maschio-femmina, luce-tenebra, buono-cattivo, retto-curvo… L'astronomia pitagorica ispirò la teoria eliocentrica di Copernico.

che definirono la bellezza come armonia, il primo che diede forma e trattazione sistematica al problema estetico fu Platone…

Platone, filosofo greco (-427-347) che può essere inteso come il fondatore della filosofia europea, è l'unico pensatore antico di cui ci rimangono le opere. Ritiene che la realtà sia una copia del mondo delle idee e che l'arte, che è imitazione della realtà e copia di una copia, allontana dalla realtà.

il quale, se da una parte svalutò e condannò l'arte come imitazione del mondo sensibile, d'altra parte nella trattazione della natura della bellezza pose le basi di una vera e propria estetica. Il bello è infatti per lui la manifestazione più evidente delle idee…

Idea - "aspetto, forma, apparenza", dal greco idein: "vedere". Nella Repubblica, l'idea o "forma", invisibile, viene percepita dal pensiero e non dai sensi; è ciò che è, indipendente e immutabile; ha un'esistenza più reale delle cose mutevoli che ci circondano. La relazione di un'idea con la cosa che ne porta il nome è paragonata a quella dell'originale con la copia, o a quello che è partecipato con ciò che partecipa. Le interpretazioni moderne delle forme, con termini come "concetti" o "ipotesi", sono errate e anche termini come "sostanza", "universale (sostantivo)" e "ideale" possono applicarsi solo con caute distinzioni. Le idee o forme sono "separate" in quanto indipendenti e autosufficienti, ma anche "non separate" perché partecipano e formano l'essenza delle cose.

(cioè dei valori): esso genera l'amore. E l'Eros…

Eros - greco: "desiderio dei sensi", "amore", "il dio Amore" che ha santuari in Atene e in Beozia. La parola è stata utilizzata nel linguaggio filosofico e scientifico per designare aspetti e componenti dell'attività sessuale e in genere della vita affettiva.

Freud lo contrappone a thanatos (greco: "morte") correlando "pulsioni di vita" a quelle "di morte".

è appunto elevazione dialettica verso un mondo di valori di cui l'arte costituisce un momento: vero e bello si identificano e le varie attività spirituali (retorica, dal greco rhetoriké: "arte oratoria"; filosofia, dal greco philein e sophie: "saggezza" e "amare") trovano la loro unità nella sola finalità che è data dalla fedeltà al mondo ideale. Aristotele…

Aristotele, filosofo greco (-384-322), uno dei massimi pensatori del mondo, tenta di inquadrare tutto lo scibile in un perfetto sistema logico. Formula le categorie, concetti generali nei quali si arruolano le realtà, da cui i raggruppamenti di atleti che praticano un determinato sport.

riprese il concetto di imitazione (mimesi), ma poiché l'arte è imitazione non della realtà data, ma di modelli e di forme possibili, essa ne costituisce un trascendimento e adempie perciò a una funzione catartica. Da Aristotele e da Platone il problema del rapporto natura-arte, il concetto di imitazione, e la funzione purificatrice, cioè educatrice, dell'arte passarono nella speculazione medioevale e rinascimentale quasi immutati: il Medioevo accentuò il carattere di subordinazione del bello al vero e giustificò l'arte come allegoria, il Rinascimento diede maggior autonomia al bello naturale in quanto tale, ma considerò l'arte sempre come imitazione e come suo canone fondamentale il principio della verosimiglianza. A porre i fondamento dell'estetica moderna sono stati Vico e Kant.

Vico, Gianbattista; filosofo e storico (1668-1744). Ricercò il nesso tra ciò che è necessario, universale e immutabile (il vero) e ciò che è transeunte (il fatto). Contro il razionalismo cartesiano difende i diritti della fantasia e della memoria, senza le quali non è possibile la poesia. Paldino della storia, afferma che "Gli uomini prima sentono senza avvertire (l'età degli dei), dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso (l'età degli eroi), finalmente riflettono con mente pura (l'età degli uomini)". Identifica la poesia col mito.

Kant, Immanuel (1724-1804), massimo rappresentante tedesco dell'Illuminismo e autore di una rivoluzione filosofica, si sforzò di trovare come la ragione potesse raggiungere la realtà superando sia lo scetticismo empiristico che il dogmatismo razionalistico. Nell'immensa critica filosofica che costituisce la sua opera cogliamo la proposta di una religione universale basata sulla morale e non su dogmi o riti esteriori (La religione nei confini della semplice ragione, 1995) che è affine agli ideali della contemporanea rivoluzione francese (1789).

Scetticismo - dal greco skepsis: "ricerca", "dubbio", indica l'atteggiamento di chi nega la possibilità di conoscere il vero, nato nel mondo antico. In tempi moderni, lo scetticismo moderato di Hume applica il metodo sperimentale (empirismo) allo studio della natura umana.

Hume, David (1711-1776) filosofo scozzese.

Dogmatismo -  dal greco dogma: "dottrina comunemente accettata", "decreto". Atteggiamento che accetta come veri principi o verità, per fede o in base a un'autorità divina o umana, senza il vaglio critico della ragione.

Il primo rivendicò autonomia all'arte come forma di conoscenza pre-logica e intuitiva, la cui facoltà creatrice è la fantasia; ma soprattutto l'importanza dell'estetica del Vico è legata a due temi fondamentali: 1) il rapporto dell'arte col mito,

mito, dal greco mythos, che in Omero significa “parola, discorso” (“la parola nel senso antico che non distingue tra parola ed essere”), e anche “progetto, macchinazione”. In età classica il termine si precisò in “racconto intorno a degli esseri divini, eroi e discese nell’aldilà” (Platone, Repubblica), e nel pensiero filosofico come discorso che non prevede dimostrazione contrapposto a logos, argomentazione razionale. La parola moderna “mito” ha significati ampi e numerosi nella storia delle religioni e nell’antropologia, nella cosidetta “scienza del mito.

2) l'identificazione tra arte e linguaggio in generale. In questi temi sono compresi il concetto dell'arte come creazione, come espressione e come comunicazione, che furono sviluppati dall'estetica idealistica e neo-idealistica (Croce).

Croce, Benedetto (1866-1952) filosofo, storico, critico letterario, antifascista liberale, noto soprattutto per un'estetica che rivendica la totale autonomia dell'arte, sintesi a priori fra un contenuto di carattere sentimentale e una forma di carattere intuitivo, perciò "intuizione lirica". Assolutamente disinteressata e autosufficiente, quindi contrassegnata dai caratteri dell'universalità e della cosmicità, l'intuizione artistica fa tutt'uno con la propria "espressione", donde l'identificazione dell'estetica con una sorta di "linguistica generale".

Kant pose le premesse per l'affermazione del momento soggettivo su quello oggettivo del bello e quindi per l'identificazione di bellezza naturale e bellezza artistica. Fondamento del bello è infatti per lui il sentimento estetico che è il sentimento di piacere provocato dall'interiore armonia tra natura e spirito, tra mondo della necessità ed esigenza morale. Partendo da questo concetto Schiller

Schiller, Johan Cristoph Friedrich (1759-1805) poeta e drammaturgo tedesco, propone un tragico senso morale della libertà, che non si chiude nella rassegnazione al destino, esprimendosi in forma "sublime" di ricerca. "L'anima bella" sa far trionfare la "dignità" della legge senza che questo vada a scapito della "grazia" ossia dello sviluppo e organico di tutte le forze dell'uomo. Caratteristica essenziale e negativa della Società è infatti la scissione dell'uomo in se stesso e nella Società, attraverso la divisione del lavoro e il progressivo inaridimento delle coscienze, cui può porre rimedio soltanto un'educazione che recuperi il senso dell'armonia perduta.

affidò all'arte il compito di educare senza costrizione, e tutta l'estetica romantica, che ebbe nel sistema di Schelling…

Shelling, Friederich Wilhelm Joseph (1775-1854). L'idealismo trascendentale, che sviluppa le teorie di Fichte, precorrendo la dialettica hegeliana, si basa sulla dialettica tra spirito e natura considerati come termini diversi (il primo conscio, la seconda inconscia) di una stessa e unica realtà, l'Assoluto, che viene conosciuto soltanto attraverso l'intuizione estetica, cioè nell'esperienza artistica.

Fichte, Johann Gottlieb (1762-1814).

Hegel, Georg Willhelm Friedrich (1770-1831). La ragione non è soltanto idealità, dover essere, ma è ciò che esiste in concreto. La logica, perciò, non è scienza del pensiero astratto, ma corrisponde allo sviluppo storico del reale. Suparata la vecchia logica aristotelica è con la nuova dialettica che si costruiscono pensiero e realtà, la quale è divenire.

il suo fondamento filosofico, fece dell'arte il supremo grado di conoscenza. Il superamento dell'estetica idealistico-romantica fu dato dal positivismo…

Positivismo - corrente filosofica di fine '800, basata sull'atteggiamento di badare in concreto ai fatti.

(che concepì l'estetica come studio e produzione di forme, avente il compito precipuo di classificare empiricamente le varie arti) e, agli inizi del XX secolo, della teoria dell'arte per l'arte.

2) Consueta critica al razzismo, all'ignoranza dell'Occidente e al tanto celebrato Rinascimento

E gli altri?

Scagioniamo Pitagora, Platone e Aristotele che, forse, hanno attinto le idee orientali senza saperlo (il dualismo yin e yang, la metempsicosi, il mito della caverna…), ma giganti come Kant e Goethe si sono informati delle civiltà precolombiane? come hanno considerato l'India, la Cina che ormai erano colonizzate e sfruttate da due secoli?

Goethe, Johann Wolfgag (1749-1832) pensatore, poeta e scrittore tedesco. Il suo genio multiforme si è espresso anche nella riflessione filosofica e nella ricerca scientifica.

Dovremo farcelo ricordare che nella seconda metà dell'800 il fenomeno del japonisme ha aperto agli impressionisti la strada della pittura moderna?

Per l'Occidente le civiltà indiana, cambogiana (antichissima), cinese; quelle minori di Giappone, Corea, Viet-nam, non esistono. Viene ricordata a malapena la Persia quando un atleta vince la Maratona, citando l'emerodromo Filippide…

Emerodromo (emero: "coltivato", "preparato"; dromo: "corsa") - uomo capace di correre per un intero giorno, o più a lungo; molto importante nella vita delle antiche città greche ed ancora di più per l'esercito, poiché rappresentava l'unico mezzo di comunicazione a distanza.

che annunziò ad Atene la sconfitta di Dario. Ma se diamo qualche attenzione alle terre tra il Tigri e l'Eufrate, è per far risalire la nostra superiorità al Paradiso Terrestre. Manifatture come la tessitura e la ceramica, che i libri di scuola attribuiscono ai Sumeri del 5° millennio a.C., esistevano 18.000 anni fa alle foci del fiume Amur (Drago Nero). Le invasioni “barbariche” che abbiamo subito (come quelle ariane nell’India dravidica) sono paragonabili allo sbarco dei conquistadores bianchi in Nordamerica. La stampa e la polvere da sparo sono state importate da Oriente...

L’Ignoranza viene combattuta riconoscendola; in questa luce potremmo giungere a separare la Logica-del-Sistema dalla Conoscenza  ("date a Murdok quel che è di Murdok, e ai giovani la verità"; Murdok è un magnate televisivo internazionale), osservando che il Rinascimento ci ha convinto a studiare solo la realtà che conduce al potere.

Incidentalmente, durante questa ricerca, mi sono imbattuto nella voce "dio"  dell'Enciclopedia di Filosofia Garzanti, 1999, pag. 272: La diffusione dell'idea di Dio - "Per quanto concerne la diffusione dell'idea di Dio, gli studi di W. Schmidt e della sua scuola di etnologia religiosa hanno creduto di individuare tracce di una fede monoteista in tutte le civiltà, fra i primitivi di Africa, Indonesia, America centrale e meridionale, nei semiti, nei germani, nei celti, oltreché nei greci e nei romani…". Simili pagliacciate (un'altra racconta: Toti, Enrico: "…Per quanto mutilato di una gamba, si arruolò nei bersaglieri ciclisti. Colpito a morte lanciò contro il nemico la sua gruccia" - Maximus, Dizionario Enciclopedico, De Agostini 1992) non saranno smentite, perché penso che in futuro questa cultura sarà dimenticata quanto le barzellette antifemministe d'ospedale

Accordiamoci: 1) che gli occidentali vivono un'esperienza estetica provinciale che si attribuisce origini greche, ma è inventata in epoca moderna e si considera superiore; 2) che esiste una percezione del bello vissuta nel resto del mondo; e infine: 3) che per accontentare il turismo siamo costretti ad ammettere un'estetica orientale, interpretata all'occidentale e qualificata come "etnica".

3) Lettura

Nell'introduzione a La Musique et sa Communication (1971) Alain Danielou ci offre un esempio critico che riguarda la musica.

Alain Danielou (1907 - 1983) fin da giovane si interessa alla musica e alla pittura. Frequenta gli intellettuali dell'epoca, viaggia nel Terzo Mondo, è direttore di musica nell'ashram di Rabindranath Takur (Tagore), che lo invia in missione da Valery, Rolland, Gide, Croce. Poi si stabilisce a Benares dove studia sanscrito, filosofia e musica, divenendo professore universitario, ottenendo numerosi riconoscimenti culturali. Torna in Francia dopo la Guerra, con i capelli lunghi e un piccolo fallo d'oro sulla cravatta, estremo difensore dei bramini contro l'ideologia di Gandhi.

Tagore, Rabindranath (1861-1941) poeta, drammaturgo, musicista e filosofo indiano, premio Nobel 1913 per la letteratura. Fondò un'accademia a Santiniketan collegata agli insegnamenti delle Upanisad.

Valéry, Paul (1871-1945) poeta francese.

Rolland, Romain (1866-1944) scrittore francese, pacifista gandiano, simpatizzante per la Rivoluzione bolscevica, musicologo, premio Nobel per la letteratura 1915.

Gide, André (1869-1951) scrittore francese, premio Nobel per la letteratura 1947.

Croce, Benedetto (1866-1952) storico, filosofo, critico letterario e uomo politico.

Suggerisce che la filosofia del bello e dell'arte, affermata da Baumgarten è una definizione datata, appartenente al periodo in cui l'illuminismo combatteva la Chiesa e preparava il romanticismo. Il profondo mistero del bello afferrato dai sensi può essere riconsiderato alla luce di una cultura globale, ricavandone una nuova definizione adeguata al nostro livello di sviluppo, che dimostri l'umiltà di valutare e conservare ogni esperienza che giudicheremo positiva.

Suggerisce che forse il bello non ha bisogno di filosofia, ma di comune sensibilità.

Artigianato e industria

I problemi della musica asiatica e africana sono d'ordine generale e nascono dallo sviluppo incontrollato di una società industriale che non prevede sistemi di protezione per la cultura, l'artigianato, l'arte. Questi argomenti tendono a diventare semplici prodotti di consumo, svincolati dal contesto sociale. La libertà di espressione che è l'origine del loro continuo rinnovamento viene minata alla base.

Nell'arte si delinea un conflitto insanabile tra artigianato e arte industriale. Forse la pittura, pur sottoposta a pressioni commerciali, riesce a conservare caratteristiche personali e artigianali. E se il teatro resta artigianale, subisce la concorrenza dei media industriali come cinema e televisione.

Invece la musica diviene inevitabilmente un prodotto industriale, per il risultato di forze che chiedono un prodotto finito destinato al mercato. La manifestazione diretta della creatività viva, individuale o di gruppo, non può mantenersi. In quale clima oggi Chopin potrebbe improvvisare i suoi preludi?

Chopin, Fryderyk Franciszek, musicista polacco (1810-1849), precocissimo pianista e compositore, amante di G. Sand, con lei convisse a Maorca. Mazurche, Preludi, Polacche, Improvvisi, Studi, Notturni e le innovative Ballate sono composizioni brillanti o malinconiche.

Sand, George pseudonimo di Amadine Lucie-Aurore Dupin scrittrice francese (1804-1876) ebbe vita avventurosa tra celebri amori (de Musset e Chopin) e intensa partecipazione ai movimenti rivoluzionari del tempo.

Davanti a quali masse plagiate da radio e televisione l'artista asiatico o africano può abbandonarsi a creare secondo l'umore del giorno? L'album è ormai la celebrazione di nomi promossi dalla casa produttrice e si esprime con la registrazione, che un tempo voleva essere solo il ricordo dell'avvenimento. Essa è l'imbalsamazione della musica viva (in cui è essenziale l'improvvisazione) come potrebbe esserlo la fotografia di un danzatore. A questa mummia viene attribuita la natura di capolavoro.

Ogni società, in un modo o nell'altro, è formata da quattro nature umane, o caste: intellettuali, soldati, agricoltori-commercianti e artigiani-operai. In episodi minori queste funzioni possono avvicendarsi nell'individuo, in successione o in concomitanza, ma nelle comunità di un certo rilievo i quadri dirigenti devono necessariamente essere professionali. Principi e re appartengono alla casta guerriera e nei momenti difficili, pressoché ovunque, anche nei popoli che ritengono di aver superato le caste, è l'esercito che prende il potere.

Ogni comunità umana, che sia tribù o villaggio, provincia o Stato, produce elementi esenziali di cultura, giustizia, e arte. Anche le tribù più primitive possiedono una letteratura (orale), una storia… e poi poeti, musicanti, pittori e artigiani che sono tecnicamente dei professionisti anche se sembrano dedicarsi a un altro mestiere. Uno spettacolo di danza o di teatro richiede generalmente un pubblico che raggruppa gli apprezzatori di svariati villaggi affinché la preparazione necessaria possa essere economicamente sopportata dalla comunità.

In Asia, quasi tutte le comunità dispongono di un repertorio di spettacoli in cui la musica gioca un ruolo essenziale raggiungendo spesso un livello molto raffinato. E una gran parte della popolazione è in grado di apprezzarlo.

Un parte importante nella vita di ogni comunità - noi diremmo del tempo libero - riguarda la vita culturale, affidata al bardo che racconta o canta la storia e le gesta del gruppo durante le sere d'inverno; o rappresentata dai musici, indispensabili nelle feste, cerimonie, matrimoni, funerali; o da danzatori e attori che si esibiscono nei mesi in cui languiscono agricoltura e caccia, facendo vivere le leggende di eroi e dei, gli amori e i drammi di uomini.

Questi artisti sono necessariamente degli specialisti, dei professionisti, scelti per le loro doti drammatiche che, attraverso un addestramento duro, raggiungono spesso un livello tecnico pari a quello dei diplomati di conservatorio delle grandi città. L'idea che questi artisti folkloristici siano dei dilettanti viene dal malinteso di una parola elaborata dalla società in cui l'arte popolare è stata sistematicamente distrutta.

Sono questi artigiani, moltiplicati per un immenso numero di gruppi differenti nell'origine, nelle tendenze e nella storia, che hanno posto le basi di tutte le arti, che ne sono i depositari e che restano la sorgente indispensabile di ogni tradizione artistica. Il percussionista di un villaggio indiano non è inferiore tecnicamente ai più celebri solisti di concerto.

E da lui i nostri migliori percussionisti jazz possono scoprire di aver tutto da imparare. Compagnie teatrali di villaggio, come quelle del Kathakali, giungono a livelli tecnici stupefacenti. Ed è lo stesso per le orchestre e i danzatori di Bali, per i burattinai del teatro d'ombre in Cambogia, in Malesia, in Thailandia, nei teatri "popolari" vietnamiti. Nulla permette di stimarli meno sofisticati delle orchestre e delle compagnie delle corti regali o delle città. E questa situazione si ripete ovunque, malgrado i pregiudizi che nascono dal colonialismo culturale dei centri urbani. Anche in Occidente un buon danzatore di flamenco, un grande violinista tzigano, un suonatore di tar dell'Azerbaidjan, sono tecnicamente e artisticamente artisti di primo piano. Da dove viene questa nozione paternalista di "folklore" e la distruzione sistematica della componente artistica dei popoli, il diritto che si arrogano i "dilettanti" delle città di arrangiare, organizzare delle forme d'arte di cui nulla comprendono? I "gruppi folkloristici" sono esempi evidenti di arte nobile avvilita dagli arrangiamenti dei cittadini. La nota romantica che vorrebbe farci credere all'esistenza di un folklore spontaneo e ingenuo - classificato come primitivo e comprendente tutto quanto non rientri nell'arte borghese delle città - nasce da un colonialismo culturale prodotto dall'industrializzazione dei centri urbani, dalla produzione di merci standardizzate, da prodotti di lunga conservazione con cui le potenze commerciali cercano di sostituire le merci artigianali.

Che farebbe il produttore di vino se, a forza di artifici e di prodotti chimici i "grandi crus" non avessero ogni anno lo stesso sapore? E i mercanti di concerti se la durata e il sentimento di un brano risultasse ogni volta diverso tanto che il pubblico non riconoscesse i temi riprodotti? La società industriale deve tendere a un prodotto artistico che è vendibile perché standardizzato. L'arte artigianale che fa parte della vita, e la creazione musicale e teatrale a cui partecipa il popolo, permette all'artista di vivere, ma non è un prodotto commerciale.

La scrittura e soprattutto la stampa sono all'origine della standardizzazione musicale, che fa della musica un prodotto commerciale. Certo la scrittura è cosa utile, non foss'altro come pro-memoria; in una forma o in un'altra esiste da sempre. Ma sostituire il prodotto stampato alla tradizione orale e alle sue manifestazioni artistiche origina una prima spersonalizzazione della creatività. Così si origina nello scriba ignorante un innaturale complesso di superiorità nei confronti del sapiente artista illetterato. La trascrizione musicale, che tende a considerare solo quello che può essere scritto, ha effettivamente limitato e deviato il concetto stesso di musica nei Paesi in cui si è diffusa. Essa ha allontanato il compositore dall'interprete e dall'esecutore e, dovunque sia fondamentale per l'esecuzione, ha condotto la musica a un punto morto - da cui d'altronde oggi si cerca di uscire - incitando a rigettare, a ignorare, o a trattare come inferiori alcune delle forme più raffinate, che superavano la possibilità di essere trascritte. Come è avviene per le culture musicali africane e asiatiche.

Tra le concezioni musicali antiche alcune che hanno ignorato o rifiutato di essere scritte, e per questa ragione troppo facilmente vengono appellate di folklore, sono riuscite a sopravvivere e oggi possono essere paragonate alle forme più moderne, che si tratti di arte tzigana o di flamenco, della grande musica indiana, iraniana o araba. Cosa resterebbe del ritmo di un jazzista se dovesse suonare leggendo uno spartito? Nulla resterebbe degli attacchi sottili, degli ornamenti, delle sfumature d'intervallo che costituiscono il significato essenziale della musica modale. Del resto è la stessa cosa di un oratore che legge invece di parlare guardando negli occhi gliinterlocutori.

E dopo la trascrizione sono venuti i dischi, la radio, la televisione, che vogliono sostituire all'artigianato locale i prodotti prefabbricati d'importazione. Con la perfezione del prodotto l'arte industriale scoraggia quella artigianale anche se non ne avvicina i pregi.

Quando il pubblico non partecipa alla creazione artistica, se ne disinteressa perché non riguarda la sua vita emotiva. Il culto dell'artista sostituisce il gusto per l'opera. Gli ascoltatori giudicano il prodotto che consumano secondo la moda, con punte di snobbismo, ma esso resta loro straneo perché non ne condividono la fabbricazione. Rattrista vedere che il successo è indipendente dalla qualità della produzione tanto nel caso di direttori d'orchestra che di semplici cantanti. Cosa che non sarebbe possibile nell'ambito artigianale, dove il pubblico è composto da intenditori che possono distinguere le minime sfumature dell'interpretazione e di conseguenza incoraggiano  il musico per le sue trovate, per i suoi virtuosismi, tanto che poco ci manca si sostituiscano all'artista.

La scomparsa delle grandi tradizioni musicali rientra in un fenomeno mondiale, legato al conflitto tra artigianato e industria. Non si può rifiutare la produzione industriale come voleva fare Gandhi, ma per la musica e altre forme artigianali l'ordine dei valori può essere invertito.

In una società industriale il prodotto artigianale diventa prodotto di lusso che dev'essere protetto e incoraggiato. Già lo facciamo per i tessili, le calzature, il mobilio, gli alimenti. Ma prima di realizzare quello che serve alla musica dovremo fare ancora molta strada perché quello che è prezioso dev'essere pagato più caro. Quello che nessuna musica prefabbricata potrà mai rimpiazzare non sono le orchestre che variano e maltrattano all'infinito sempre le stesse composizioni, ma il suonatore di sitar indiano, il cantante iraniano, il suonatore d'ud arabo, fiori viventi e delicati la cui creatura inafferrabile e sempre viva è l'essenza stessa della musica, che nessun disco potrà mai riprodurre. Bisogna mettere i mezzi tecnici al servizio di questi artisti. Ad essi va riservato il posto d'onore nei concerti.

Solo a questo prezzo potremo salvaguardare per il futuro la prestigiosa eredità delle culture musicali, compresa la nostra, perché senza l'apporto della creazione viva e diversificata della musica artigianale, l'industrializzazione musicale ci conduce inevitabilmente alla sclerosi di un'arte universalmente banalizzata e incapace di rinnovarsi, di adattarsi. Le piccole bande di jazz e di pop occidentali sentono oggi la necessità d'un ritorno all'artigianato.

Oggi nella musica colte non esiste una differenziazione tedesca, italiana, spagnola o francese, ma uno stile globale, sperimentale, strettamente internazionale e astratto. La spersonalizzazione generata dalla diffusione commerciale reagisce contro lo stesso centro da cui è generata. Gli imperi si devitalizzano e si distruggono da soli per effetto della propria espansione.

Legata originariamente al linguaggio, all'espressione delle emozioni, dei sentimenti umani e che come il linguaggio ha sviluppato idiomi diversi e complessi che permettono forme d'espressione sottili e profonde, la musica si trova di colpo privata del suo ruolo principale e allontanata dallo scopo originale. Le odierne architetture sonore rappresentano un'arte che ha minimi legami con quella che era chiamata "musica". Quella concreta, o elettronica, malgrado le pretese vagamente scientifiche, sembra oggi allontanarsi completamente dai fenomeni audiomentali su cui erano originariamente costruiti i linguaggi musicali. Essa persegue un fine diverso da quella che era all'origine degli idiomi musicali.

L'allargamento degli orizzonti internazionali ci porta a considerare che i monumenti di Angkor o i templi egiziani sono importanti per noi, per la nostra storia, per la nostra estetica, almeno quanto le cattedrali gotiche. E questa crescita culturale deve produrre un'arricchimento. Sembra che per la musica invece tutto debba ridursi a un comune denominatore.

Viviamo un'epoca di nazionalismo politico e di denazionalizzazione culturale. Possiamo tuttavia osservare che, per sostituire una musica universale, impersonale anche se firmata, a forme nazionali o regionali che, anche se anonime, hanno una natura profondamente individuale, i fattori che entrano in gioco in Asia sono quelli psicologici e sociali. Se vogliamo salvare questa preziosa eredità, l'immensa varietà di tecniche sonore che l'Oriente ci conserva, dobbiamo avvicinarci con rispetto e riconsiderare i metodi.

Le difficoltà di spiegare strutture e contenuti dei linguaggi musicali d'Oriente usando la terminologia della musica occidentale; le assurdità a cui approdano i diversi sistemi di notazione usati, inadeguati a scrivere forme musicali fluide, come se venissero impiegati a notare movimenti di danza; l'imprecisione introdotta dal solfeggio occidentale nell'annotare, hanno prodotto solo malintesi e risultati disastrosi. Cosa che ci deve convincere a revisionare i nostri metodi e a studiare le diverse forme del linguaggio musicale partendo dall'interno, dal significato, e non da dati arbitrari definiti da una scienza musicologica che considera solo gli aspetti esteriori nella prospettiva di un particolare modo di intendere la cultura.

4) Critica a La struttura dell'iki di Kuki Shuzo

Per una proposta estetica estremo-orientale, abbiamo chiesto la lettura di: La struttura dell'iki, di Kuki Shuzo, contando che la determinazione dei nostri lettori li abbia portati a superare le prime pagine. Naturalmente il Giappone ha una storia e addirittura una "storia della storia", nel senso che fino al 1945 nelle scuole veniva insegnato esclusivamente il mito.

Dal Koshiki ("Vecchie cose scritte"):

"Ecco, i due pilastri (1) di dei (2) stando in piedi sul ponte fluttuante del cielo (3), immersero quella lancia-perla (4) e mescolando: - Ko-uo-ro, ko-uo-ro! (5) - risuonava l'acqua salmastra. Quando la ritrassero, dalla punta di quella alabarda gocciolò l'acqua salmastra che, accumulatasi, divenne un'isola. Questa è l'isola Onogoro (6)".

(1)    Pilastri - Per contare gli dei c'è sempre il carattere di colonna, pilastro.

(2)    Si tratta degli augusti Izanagi e Izanami; Izana: "tentare", "invitare"; gi: "maschio"; mi: "donna".

(3)    "Del cielo, galleggiante, il ponte". Noi suggeriremmo l'arcobaleno.

(4)    "Cielo, gemma, alabarda", un'alabarda ornata di gemme.

(5)    Suoni onomatopeici (parole la cui fonia imita il suono reale).

(6)    "Coagulatasi da sé", non identificata.

Diciamo che, in una geografia completamente diversa, durante l'ultima fase glaciale (Wurm),  il Mar della Cina, era un lago e le isole che oggi formano l'Arcipelago, erano monti collegati alla terraferma (scheletri di mammut e di elefanti). Sul continente, di fronte a Shakalin, dove oggi il fiume Amur (Drago Nero) sfocia nell’oceano, 18.000 anni fa prosperava una civiltà proto-uralica, cioè che si è separata dalla razza uralica prima della sua definizione.

Uralico - dei monti Urali; famiglia linguistica che fa parte del gruppo uralo-altaico; gruppo razziale di pelle bruno-chiaro, statura piccola e caratteri europoidi.

Presumibilmente avvennero cataclismi (tra cui lo scioglimento dei ghiacci con salita del livello marino) e le montagne divennero isole (a questo allude la “creazione” del Koshiki?), isolando, con gli animali del continente, la razza bianca chiamata Ainu, artefice della bellissima ceramica jomon ("a decorazione cordata").

Osserviamo che una “decorazione a corda” compare anche nei popoli dei kurgan (Russia meridionale) da cui vennero i Celti e che il culto originario dell’Arcipelago, lo shinto, richiama lo sciamanesimo siberiano.

Con l’evoluzione della tecnica navale ci furono migrazioni dalla Corea, che introdussero nelle isole il ferro, l’agricoltura e vasi al tornio di una sensibilità piuttosto banale (civiltà yayoi, dal nome della stazione della metropolitana scavando la quale vennero trovati i primi reperti); e infine (successivamente all’epoca di Cristo) giunsero dal sud gli yamato con un raffinato senso dell’architettura (tombe kofun, e abitazioni di stile polinesiano), portando un tesoro composto da spada, gioiello e specchio.

Il loro capo, Jimmu-tenno (nome postumo) creò l'Impero (sostantivo di cui non abbiamo definizione), che nel VI secolo subì l’influenza cinese adottando il buddismo, la scrittura e la capitale fissa (710, Nara); seguono lo shogunato militare (Kamakura, 1185) che isola l’Imperatore a Kyoto, 400 anni di guerre civili (1200-1600), e la pax-Tokugawa (1600-1868) con il governo a Edo (Tokyo).

La conclusione di questa succinta storia del Gippone introduce alla considerazione che la città Heian-jo, “castello di pace” (Kyoto) sia stata per 1000 anni il centro della cultura tradizionale che ha il suo pilastro nel romanzo Genji-monogatari (Storia di Genji) di dama Murasaki Shikibu, e i suoi paladini nella nobiltà di Corte. Mentre Edo “capitale dell’est” (Tokyo), gestita da guerrieri, partecipa dal XVII secolo a un rinnovamento, tanto per le necessità di gestione dello Stato, quanto per l’ascesa della casta mercantile.

Quando parliamo di valori estetici giapponesi, pur citando le geisha dello Yoshiwara di Edo, l'iki che viene espresso da Kuki Shuzo riflette la visione tradizionale di Kyoto, mentre la corrente dell'ukyo-e (il mondo fluttuante) esprime la modernità della Edo dei Tokugawa.

Naturalmente sono considerazioni grossolane.

L’iki di cui Kuki Shuzo è paladino, definito come: seduzione, energia spirituale e rinuncia, attribuito alla geisha, trova origine nel capolavoro Genji-monogatari e terreno fertile negli ambienti influenzati dalla Corte.

Ecco, che ci troviamo davanti a una concezione extramediterranea. Ecco l’occasione di mettere alla prova la nostra capacità culturale. Chi è Kuki?

Il conte Kuki Shuzo (“di nove diavoli / un cerchio”) è legato al feudo di Ayabe e ai pirati che armarono la flotta di Toyotomi Hideyoshi nel XVI secolo.

Hideyoshi Toyotomi – (1536-1598) dopo Oda Nobunaga, il secondo dei tre condottieri che portarono all’unificazione del Giappone sotto Tokugawa Ieyasu.

Ryuichi, il padre che gli ha dato il nome, si aggirava con Ernest F. Fenollosa e Okakura Kakuzo…

Fenollosa, Ernest – di Salem (Massachusetts), dopo la Restaurazione insegnante di filosofia all’Università Imperiale di Tokyo (Epochs of Chinese and Japanese art), ha avuto per allievo Kano Jigoro e per interprete Okakura Kakuzo, felice autore del Libro del The, che doveva diventare membro della Commissione Imperiale per le Belle Arti.

“nei retrobottega polverosi dei rigattieri, lungo le cigolanti e tortuose verande di templi cadenti, nella sontuosa austerità delle residenze dei grandi samurai, per interrogare l’anima sapiente dei bambù, l’impenetrabile spessore delle brume che avvolgevano certo paesaggi a inchiostro, l’aria evanescente delle sacerdotesse del piacere e gli sguardi truci dei demoni buddisti… e nei dintorni di templi millenari, che parevano lasciarsi risucchiare con voluttà dalla straripante vegetazione, assorti nell’ascolto del segreto sorriso dei simulacri di Maitreya e di Avalokiteswara ancora memori dello sguardo devoto di Murasaki Shikibu” (Giovanna Baccini). Quei tre uomini risvegliarono la coscienza del Giappone in fatto di storia dell’arte.

Shuzo è figlio di un tradizionalista e di un’epoca di cambiamento. Coinvolto per amore nel cattolicesimo, reagì alla delusione abbandonandosi a quello che la responsabile avrebbe definito “l’abisso della perdizione”. Ma per giustificare una frequentazione eccessiva di prostitute di tre continenti, doveva inventarsi il gioco in cui l’estetica era rifugio e giustificazione intellettuale della sua condotta.

Parliamoci chiaro: un grand’uomo; coltissimo; coltivatore di amicizie con i maggiori intellettuali (europei) del tempo; dandy; particolarmente interessato al sesso, argomento di cui allargò i limiti sviluppando gli aspetti estetici di un aspetto superficiale della natura femminile.

Il suo libro non spiega agli occidentali un iki già esistente, ma ne crea uno nuovo, ne risveglia la vocazione spirituale: inizia analizzandone l’etimologia, prosegue considerandone le strutture intensiva (termine che forse ha trovato difficoltà di traduzione) ed estensiva, conclude valutandone l’espressione naturale e quella artistica. Lo sviluppo dell’argomento è zoppicante. Alla fine il lettore è confuso circa l’oggetto dell’iki, se sia pittura, poesia, femminilità o prostituzione.

Frasi come quella riportata: "Nessuno è più patetico della donna lungamente corteggiata e finalmente posseduta" rivelano una concezione che solo il tragico Yukyo Mishima poteva avvicinare con l'amore gigante e quello pigmeo (l'amore gigante è quando la amo pazzamente, non glielo dico e lei fa altrettanto; e io ricorro a qualche prostituta - amore pigmeo - per soddisfarmi fisicamente); una concezione edonistica, priva di rispetto per la donna.

Ma proprio non sfiorava la mente di questi mancati guerrieri che una donna potesse decidere: "Oggi mi faccio quello che mi corteggia da mesi, così la pianta"..? E che dopo, tutt’altro che pateticamente disperata, si mettesse a stirare (caso realmente avvenuto).

Nell'iki della tradizione il maschio cerca una resistenza da vincere, come (ma ci vuole coraggio invece di faccia tosta) uno spadaccino affronta l’avversario. Che la donna posseduta sia vinta è una convenzione di certi ambienti, facilmente ribaltabile dopo la diffusione dei contraccettivi.

Oppure consideriamo diversamente la fatica di Kuki. Come può un orientale arrivare in Europa, sedurre i nostri intellettuali (Heidegger, Bergson, Herrigel, Sartre, Claudel), accusare Antoinette,  Suzanne, Yvonne, Dénise… di apparire “démi-mortes in confronto alle geisha del suo Paese, mancando di quella grazia ineffabile – iki – in cui si sente pulsare il ritmo arcano della vita” e poi “tornare a Kyoto insegnando filosofia e soffrendo di nostalgia”? C’è forza in tutto questo.

E come può con disinvoltura parlare di estetica che caratterizza una professione umana?

Verifichiamo la nostra idea di estetica.

Mentre Pitagora definiva la bellezza come armonia, facendosi portavoce di una qualità naturale che può appartenere all’essere umano (aspetto e personalità), e anche alla natura e alla qualità dell’opera, Baumgarten definisce l’estetica come filosofia del bello e dell’arte limitandola alla sola opera umana, che sia un dipinto, una cattedrale, o design. Forse per concessione al razionalismo illuministico abbiamo accettato che il concetto di “estetica” fosse così superficiale, limitato e datato.

Sottoponetevi a una prova (di cultura). Come valutate sotto il profilo estetico (con iki, o senza) l’argomento di questa Lettura, di questa recensione?

Baci, sigari, mitra per un incontro troncato all'alba

Lei piccola e graziosa, lui pazzo per le auto: la coppia di banditi che divenne immortale. Nelle pellicole Kodak che usavano per ritrarsi a vicenda è custodito il segreto della loro modernità Quattro anni insieme, una scia di sparatorie, diciotto omicidi, una Ford V8 e parecchie fotografie. L'epilogo di sangue: non riuscirono neppure a uscire dall' auto. Centosessantasette colpi, cinquanta a bersaglio

FUGA D'AMORE. BONNIE PARKER &  CLIDE BARROW

di Beppe Severgnini

Una canzone di Eminem, un' altra di Jay-Z, una società di recapiti espresso, un aperitivo, due pappagalli, un pub di Somma Lombarda, un ristorante di Lerici, una pizzeria vicino Perugia, un film con Paolo Villaggio e Ornella Muti, uno - più famoso - con Warren Beatty e Faye Dunaway, una storia di Guido Crepax, una notizia Ansa del 20 agosto scorso da Sassari («Arrestati in Sardegna due fidanzati in vacanza, 28 anni lui e 22 lei. Avevano messo a segno cinque colpi in 24 ore. I due "Bonnie e Clide" bloccati dai carabinieri dopo un inseguimento in auto»). Dimenticavo: c' è anche, nella hit parade del 1968, la versione italiana di una ballata di Georgie Fame. “Bonnie and Clide”/ siamo certi lo diciamo/ son nati da bambini/ con il mitra in mano...».

Clide Barrow  e Bonnie Parker sarebbero stupiti se potessero constatare la fama mondiale ottenuta con quattro anni di frequentazione, due anni di sparatorie, diciotto omicidi e parecchie fotografie. Perché avevano questo, di moderno, i due: si fotografavano a vicenda con una Kodak. Oppure si mettevano in posa e chiedevamo ad altri membri della banda di scattare. Abbracciati, davanti alla Ford V8, col Winchester puntato affettuosamente sulla pancia dell'altro, con un sigaro in bocca. La polizia ha trovato un rullino anche sull'auto dentro cui sono stati ammazzati, settant'anni fa, nei pressi di Arcadia, Louisiana. Centosessantasette colpi, di cui cinquanta a segno. Bonnie aveva 23 anni, Clide 24. Lei s' era appena fatta la permanente.

Ma andiamo con ordine. Bonnie Parker nasce il primo ottobre 1910 a Rowena, Texas. Seconda di tre figli, padre muratore. Muore il capofamiglia e i Parker si trasferiscono a Cement City, vicino a Dallas (nome impeccabile: non si capisce se in America facciano i film perché hanno i nomi o scelgano i nomi perché li hanno sentiti al cinema). Bonnie s'iscrive alla Cement City High School: è brava, scrive poesie e vince la gara di spelling. E' piccoletta (150 centimetri, 40 chili), ha le lentiggini, ama i cappelli e il colore rosso. Si sposa a sedici anni con tale Roy; lo ama al punto da farsi tatuare il nome all' interno della coscia. Errore: dopo un anno lui se ne va, lei trova lavoro al Marco's café, East Dallas. Fuma Lucky Strike e legge settimanali pettegoli. Non è contenta.

Clide Chestnut Barrow nasce a Telico, Texas, il 24 marzo 1909, terzo di otto figli. Padre mezzadro agricolo, profitto scolastico disastroso. Lascia gli studi quasi subito e si dedica al commercio di tacchini (rubati) col fratello Buck. La famiglia abbandona la fattoria e va a vivere in una tendopoli sotto il viadotto di Houston Street, a Dallas. Per Clide primi arresti per furto d'auto. Esce di casa - di tenda? - nel 1928. Ha una faccia da ragazzino, le orecchie grandi e i capelli tirati indietro, come si usa. E' alto 170 centimetri e pesa 60 chili. Gli piacciono le auto, il sax, Bill Cody (Buffalo Bill) e i film con William S. Heart. Non è felice, neanche lui.

Nel gennaio 1930 Clide va a trovare amici a West Dallas e incontra Bonnie. La versione cinematografica dell'incontro è più romanzesca. Un manifesto della pellicola di Arthur Penn (1967) - progenitrice di tutti i film delle coppie in fuga, da «Thelma & Louise» a «Natural Born Killers» - descrive così la scena: «Lei era nuda e urlava dalla finestra mentre lui cercava di rubarle l'auto della madre. Pochi minuti dopo avevano rapinato un negozio, sparato un po' di colpi e rubato la macchina di qualcun altro. A quel punto, non si erano ancora presentati». Bonnie: “Hey, what' s your name anyway?” Clide: “Clide Barrow”. Bonnie: “Hi, I'm Bonnie Parker. Pleased to meet ya”. I primi tempi sono criminali e lineari. Nel marzo 1930 il giovanotto finisce (ancora) in galera, ma lei riesce a fargli avere una pistola e lui evade. Arrestato di nuovo in aprile, si becca quattordici anni, ma viene rilasciato nel febbraio 1932, con molte lettere di Bonnie Parker ma senza due dita del piede sinistro: se l'è tagliate per non lavorare nei campi di cotone. Quando esce, Clide Barrow prova a lavorare: dura due settimane. Allora scappa, dentro una macchina rubata e con la ragazza. Erano amanti-amici: poco sesso, sembra per l'impotenza di lui (“I' m not much of a lover boy”, Warren Beatty a Faye Dunaway). Bonnie viene arrestata dopo una rapina fallita: finisce in galera in marzo, ma è fuori in giugno. A quel punto comincia la fuga e la fama. Le prime notizie - assalti a stazioni di servizio, sparatorie, l'omicidio di un gioielliere - non colpiscono particolarmente l'opinione pubblica. Il 1932 è un anno terribile e la Grande Depressione spazza il Sud-Ovest insieme a una siccità senza precedenti: quattro famiglie su dieci sono costrette ad abbandonare i campi e la “Barrow Gang” - Clide, Bonnie, qualche amico e parente a turno - sembra un gruppo di balordi come altri, intento a combinare guai nel calore della Dust Bowl. E' solo quando si diffonde la voce della “coppia fuorilegge” - lei piccola e carina, lui fanatico di automobili e pistole - che il pubblico s' appassiona: la vicenda appare esotica, elettrizzante, socialmente inquietante. “I nostri omicidi non sono personali - dicono un giorno i due - semplicemente, the laws (i poliziotti) stanno dove non devono stare”.

Sostiene lo storico Jonathan Davis, che ha curato la biografia della coppia per A&E Cable Network: “Chiunque assaltasse le banche e combattesse la legge, a quei tempi, finiva per impersonare una fantasia segreta di gran parte del pubblico”. Bonnie & Clide come eroi popolari o qualcosa del genere. La grande notorietà nasce da un piccolo episodio. La polizia scopre un nascondiglio a Joplin, Missouri. L'imboscata non riesce: Parker e Barrow sparano e scappano. Nell'abitazione, un giornalista trova sei rullini e sviluppa le fotografie. Clide appoggiato all'auto amatissima, per cui scriverà una rispettosa lettera a Henry Ford (“Per velocità e assenza di problemi la Ford si fuma qualsiasi altra macchina”). Bonnie col sigaro in bocca, un'immagine che all'interessata non piace per niente. Quando, nella primavera 1934, i due rapiscono un poliziotto (dopo averne uccisi tre, due il giorno di Pasqua), lo lasciano andare a una condizione, dettata da Bonnie: dica al mondo che lei non fuma sigari. Seguono altre sparatorie, diverse rapine, molti chilometri e tante notti in macchina, lavandosi nei fossi.

L'epilogo si avvicina. Bonnie & Clide prendono d'assalto un carcere per liberare un complice (ci riescono). Il governatore è furibondo e arruola un ranger del Texas in pensione, Frank Hamer: per un mensile di 150 dollari si mette sulle tracce dei due. Per un mese Hamer arriva sempre con un giorno di ritardo: la coppia uccide altre tre persone, nel frattempo. Poi, grazie alla soffiata del padre d'un bandito, scopre il luogo di ritrovo della banda: una fattoria vicino Arcadia, in Lousiana. Il ranger s'apposta alle due di notte, in compagnia di cinque uomini armati. Bonnie e Clide arrivano alle nove del mattino: a velocità folle, come al solito. Si fermano. Non riescono neppure a uscire dall' auto. Centosessantasette colpi, di cui cinquanta a bersaglio. I corpi vengono esposti in pubblico a Dallas. La Ford crivellata di proiettili verrà esibita per anni nelle fiere. Un' occhiata, venticinque centesimi.

Sull’auto c' erano anche: targhe di Illinois, Iowa, Missouri, Texas, Indiana, Kansas, Ohio e Louisiana; un sassofono, tre pistole automatiche Browning, un Winchester a leva, un fucile a canne mozze, una Colt 32 automatica, un revolver Colt 45, sette Colt automatiche, circa 3.000 pallottole. Le famiglie Barrow e Parker hanno chiesto ripetutamente di entrare in possesso delle armi, sapendo quanto valessero per i collezionisti. Non gliele hanno mai date.

Cosa dice la filosofia del bello di questo dramma d’amore e morte? trova che ci sia differenza tra la spavalderia dei giovani banditi e l’abiezione del pedofilo peruviano che ha gettato nel pozzo 160 bambini? solo il giovane che muore per difendere i pozzi petroliferi deve venir cantato dai poeti? L’arte è solo maneggiare colori, suoni, parole e pietre, o anche condurre la propria vita?

Platone, Aristotele, Vico, Goethe, Kant e Croce non possono risponderci, ma la loro estetica riguarda i manufatti. Solo il popolo, anti-filosofo per eccellenza, può provare sentimenti contemplando un bandito. Kuki Shuzo (1888-1941) avrà certo letto la cronaca dell’avvenimento (1934), ma forse l’alta filosofia e l’impegno quotidiano lo distraevano dagli avvenimenti popolari sia pure promossi da cinema e canzoni.

Anch’io penso che ci sia un’armonia nella vicenda di Bonnie and Clide.

Una lezione di cui sono grato al mondo orientale è quella che mi fa superare la critica di Sgarbi alla Gioconda, o il giudizio di Benigni sulla Commedia, spingendomi ad arrischiare un mio apprezzamento all’attimo che vivo. In questo modo sono entrato in un mondo più ricco di quello delle visite ai musei o delle serate al Conservatorio. Se poi Kuki, l’esteta, aveva nostalgia delle geisha del suo Paese, io ho provato invidia per Clide e a Bonnie ai quali riconosco seduzione, coraggio e rinunzia.

Sto dicendo che va bene un mondo con auto filanti, balconi fioriti e tante cattedrali di Gaudì, ma è più bello se popolato da veri uomini e vere donne.

Gaudì, Antonio – (1852-1926) architetto catalano autore di numerosi edifici, in cui l’esasperazione violentemente espressiva di elementi gotici e mussulmani si accosta a una concezione spaziale e dinamica originalissima. Il tempio della Sagrada Familia (incompiuto).

L’estetica del judo si manifesta nell’azione, nel gesto dell’ippon. E’ armonia, ma anche determinazione e generosità. Possiamo proporre un confronto tra:

“armonia” e “seduzione”;

“determinazione” e “coraggio”;

“generosità” e “rinuncia”;

trovando analogia in queste coppie; ma i termini scritti in corsivo coprono un significato più ampio. L’armonia comprende la seduzione con l’uso del gesto, dell’acconciatura e del disegno della gonna, ma anche le orbite dei pianeti, il gioco del gattino e i colori dell’alba. La determinazione riguarda gli eroi, ma anche il lavoro quotidiano. La generosità ha un senso più altruistico della rinuncia.

Quando il judoista ha com-preso in corpo, mente e cuore il bello, essa permea la sua personalità; si dice: mushin (mente-vuota) è “bellezza e decisione”.

Se il mondo occidentale vuole restare alla filosofia del bello e dell’arte, sappia pertanto che esiste un’estetica dell’azione, della vita. Che il vero poeta è stato Odisseo che ha ricamato gli oceani d’avventura, non quel bancario di Omero inchiodato al tavolino.

L’estetica del judo, e forse di altre discipline di combattimento, risiede nella personalità della persona, non nella figura creata, nella quale regna incontrastato il balletto.