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Uomini che uniscono corpo, mente e cuore
1° - Vittorino da Feltre
Per parlare di Vittorino da Feltre, presentato come l'antesignano degli educatori-sportivi della nostra epoca, facciamo un'incursione nell'Umanesimo anzi, arrischiamo qualche considerazione circa le invasioni barbariche E cominciamo con le Olimpiadi. Divagazioni che hanno lo scopo di far riflettere come una invasione barbarica possa annullare per un certo tempo le conquiste della civiltà, che poi magari vengono riprese, ma non è più la stessa cosa. C'è un divenire nei corsi e ricorsi storici.
Divagazioni storiche
La parola "sport" non era nata. Secondo la tradizione le gare, celebrate ogni 4 anni, a Olimpia, principale santuario di Zeus in Grecia, forse si svolgevano dal -IX secolo, ma vennero ufficialmente inaugurate nel -776 e Giulio Africano ha compilato una lista di vincitori da questa data fino al +217. Nel +393 i Giochi vennero aboliti dall'imperatore romano Teodosio, convertito al cristianesimo.
Le prime gare comprendevano la corsa (per la lunghezza di uno stadio, 192 metri) e la lotta. Poi vennero ampliati e acquistarono importanza le corse di carri e di cavalli. Le prime gare erano appannaggio degli spartani, ma con l'affermarsi del panellenismo molti vincitori provenivano dalla Sicilia e dall'Italia.
Milone di Crotone (-VI sec.), vincitore della lotta in numerosi Giochi. Dopo una sconfitta, vagava all'imbrunire per la campagna calabrese e, visto un contadino che cercava di fendere il tronco di un albero con dei cunei, lo spostò con un gesto, afferrando i bordi della fessura per allargarli e vincere la resistenza del tronco. Caddero i ferri, ma il tronco ebbe la meglio e le due parti si richiusero sul braccio dello sfortunato atleta. Scendeva il buio e i contadini presenti decisero di andare a dormire: cos'era una notte all'addiaccio per il grande Milone? Sarebbero tornati al mattino. Giunsero prima i lupi della Sila.
I giochi, erano religiosamente maschili e dopo l'inganno di una madre che voleva assistere alla vittoria del figlio, talvolta gli spettatori erano fatti spogliare.
Facciamo in fretta a dedurre che agli Spartani facesse comodo allenare i giovani alle discipline guerriere in tempo di pace. E forse era così, ma la cosa non è facile da valutare senza comprendere la psicologia di quei dori che vennero da oriente 1100 anni prima di Cristo a fondare Sparta.
Quando i greci arrivarono in Grecia, non erano ancora greci. Detta così sembra una cosa strana, però è vero. Quello che voglio dire è che quando le popolazioni calarono dal Nord nei luoghi che avrebbero poi abitato, non erano ancora un popolo unitario… Arrivarono con donne e bambini. Per primi i dori, che si spinsero più in fondo di tutti… e si insediarono nella città di Sparta. Gli ioni, che vennero dopo di loro… si stabilirono dove c'è la penisola che si chiama Attica e fondarono una città dedicata alla dea Atena…
Non appena i fenici si accorsero di quelle città vi si precipitarono per fare i loro commerci e i greci gli avranno venduto olio e frumento, argento e altri metalli che si trovavano in quelle zone… Dai fenici appresero anche l'arte straordinaria di scrivere con le lettere dell'alfabeto… (E. Gombrich, Breve storia del mondo).
I Giochi ripresero nel 1996 (ad Atene) per l'opera appassionata del barone De Coubertin, che o lo era, o ci faceva ("L'importante è partecipare!").
L'impero romano ebbe inizio (-31) con Cesare Ottaviano Augusto, figlio adottivo di Caio Giulio Cesare. Vide con Paolo la nascita, con Nerone e Diocleziano la persecuzione e infine con Costantino l'affermazione del cristianesimo. Quando si divise in due Stati nel +395 fu il declino, e l'invasione degli Unni. L'ultimo imperatore romano, Romolo Augustolo, venne destituito nel +476. Nel +568 i Longobardi misero fine anche all'impero romano d'Oriente e fu Medio-Evo.
Questi popoli barbari, che noi chiamiamo Unni, Goti, Longobardi, venivano dalle steppe desertiche dell'Asia. E' superficiale chiamarli genericamente "barbari", o "indoerupei" (in alcuni casi "ariani"), certo erano popoli contigui a quelli che avevano fondato il primo Stato cinese (dinastia Shang, -XVI sec.) e poi si erano protetti dalle incursioni costruendo la Grande Muraglia (dal -III al +VII). E forse erano i discendenti degli ariani che avevano invaso la Persia e l'India in tempi ancora incerti (avevamo ipotizzato l'invasione ariana dell'India circa nel -2.000 e ora siamo costretti a retrocederla almeno di 2.000 anni).
Tutto questo con quel grande enigma della lingua indoeuropea, che imparenta il sanscrito al gaelico, ma non appare in Cina. E dell'alfabeto, che gli atlantidi (gli "uomini blu" di Platone e di certe dicerie egiziane) potrebbero aver dato ai fenici.
Si può denigrare o magnificare il Medio Evo. Ma certo il pensiero e la civiltà che furono dei greci e poi dei romani, andarono perduti.
Per quanto ci sta a cuore, prendiamo ad esempio quel mens sana in corpore sano attribuito a Decimo Junio Giovenale e che non significa - come molti vorrebbero - che in un corpo sano alberga una mente sana, per cui l'atleta o lo sportivo praticante è necessariamente una persona brava e intelligente. Giovenale (+55 +140), poeta satirico, teorico dell'educazione, fustigatore della donna in generale e in particolare dell'imperatrice Messalina, col suo "corpo sano in una mente sana" intende semplicemente fare un augurio, e certamente corpo e mente sani rientravano nelle teorie educazionali del primo impero romano. Erano abbastanza assenti in quelle medioevali, per cui dovettero essere riscoperte dall'Umanesimo.
Per fare delle analogie e considerare le similitudini e differenze tra varie invasioni barbariche, consideriamo questo brano di Alain Daniélou (Storia dell'India).
"Furono probabilmente dei cambiamenti climatici che scacciarono i pastori arii dal loro habitat primitivo in Russia e in Asia Centrale.
Il ritornello delle migrazioni è la fame, la speranza di vivere meglio
… Come ci vengono presentati negli inni del Rig Veda gli invasori arii erano nomadi intellettualmente e materialmente assai poco evoluti. La loro lingua, la loro religione, le loro istituzioni sociali erano del tipo indo-europeo, come quelle degli antichi persiani… e dei Greci dei poemi d'Omero. Erano poco abili nelle arti e nella lavorazione dei metalli. La discesa degli Arii in India fu graduale e molto probabilmente simile alle invasioni mongoliche e mussulmane che, seppure molti secoli più tardi, trasformarono la civiltà indiana esattamente allo stesso modo, distruggendo i grandi centri culturali e i monumenti e imponendo la lingua di un invasore relativamente primitivo a dei popoli culturalmente più evoluti.
Il disastro rappresentato dalla conquista ariana può essere facilmente immaginato se si pensa che non esiste alcun monumento che sia stato costruito tra la fine della città di Mohenjo Daro (-3000 -2000, circa) e l'epoca buddista (-V sec.). La colonizzazione ariana fu, all'inizio, per diversi aspetti, analoga a quella dell'impero inca da parte degli avventurieri spagnoli illetterati e fanatici".
Umanesimo - Movimento culturale svoltosi tra il XIV e il XV sec. caratterizzato dallo studio appassionato delle lingue e della letterature greca e latina, e quindi di tutta la civiltà classica, considerata fondamento di ogni processo civile e spirituale dell'uomo
"In breve: al Medioevo mancò quella che noi chiamiamo una tradizione classica: un canone di opere letterarie più o meno saldamente stabilito e consapevolmente tramandato. Nessuno dei classici era entrato a far parte della cultura corrente e gli uomini del tempo avevano idee incredibilmente confuse sugli scrittori e i poeti dell'antichità. Un'autorità attribuiva l'Iliade a Pindaro;
Omero e Vigilio venivano spesso presentati come contemporanei e amici;
La leggenda di Omero lo pone tra il -IX e il -VII sec. e quello che fu forse il migliore dei lirici antichi, Pindaro, visse tra il -518 e il -438; il cittadino romano Marone Publio Virgilio, che qualcuno vuole tra i grandi poeti dell'umanità con Dante e Sheakespeare, nasce nel -70 a Mantova e muore nel -19 a Brindisi
un eminente professore dell'Università di Bologna, corrispondente del Petrarca, parlava di Cicerone come di uno dei poeti dell'antichità.
Marco Tullio Cicerone (-106 -43) oratore e uomo politico latino denunciò pubblicamente in Senato Lucio Sergio Catilina per complotto contro la Repubblica (orazioni Catilinarie: "Usque tandem, Catilina, abrutere patientiae nostrae?" - fin quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?). In seguito all'uccisione di Cesare, si schierò con Antonio, il quale, pacificatosi con Ottaviano, lo fece uccidere
In alcune parti dell'Italia medievale, la leggenda aveva trasformato Cicerone in un grande generale che aveva assediato ed espugnato una città-fortezza difesa dal capo ribelle Catellina" (Leo Deuel, Cacciatori di libri sepolti).
In un simile quadro, certo superficiale se non ignorante, i monasteri conservavano e anzi facevano copie dei manoscritti antichi spesso senza leggerli, per non finire nell'eresia. E qui si profila Francesco Petrarca (1304 - 1374), il giovane lirico del Canzoniere, poi divenuto scrittore in latino, consigliere di re e cardinali, nemico della scolastica, dell'astrologia, della ciarlataneria medica, che diede inizio all'Umanesimo destinato a rivoluzionare la cultura europea.
"L'umanesimo petrarchesco rivalutò la funzione dell'uomo nel mondo e guardò alle libertà, da tanto tempo dimenticate, del passato. Petrarca e i suoi seguaci trovarono nell'antichità classica ideali di verità e di bellezza…Chi credeva nel valore e nella perfettibilità dell'uomo non poteva essere indifferente al problema della rinascita della cultura classica; chi voleva sviluppare la propria personalità, diventare un essere razionale, acquistare un certo stile nella condotta pubblica e privata, coltivare l'eleganza del parlare e dello scrivere, doveva leggere gli antichi" (ibid.).
Fu sempre in movimento. Cercava libri. Cicerone era il suo pensiero dominante. Utilizzò per i suoi fini persone in fluenti (quando aveva in prestito un manoscritto prezioso, gli riusciva quasi impossibile separarsene…). Suoi allievi contagiati dalla passione per i libri furono Giovanni Boccaccio e Coluccio Salutati. Ma ormai si era formata una nuova classe colta (campione ne fu Poggio Bracciolini), che praticava lo sport della ricerca di libri antichi, i cui i luoghi di reperimento erano tenuti segreti (come molti fanno per i funghi, per non farci affluire concorrenti) come i testi (che, essendo spesso sottratti o malpagati, conveniva non celebrare).
Questa ricerca era un lusso e i reperti divennero rari. Non finì mai del tutto, spostandosi verso i papiri, in Egitto, in Oriente, in Messico. I Rotoli del Mar Morto sono una conquista umanistica del secolo scorso.
Vittorino da Feltre (forse 1373, certo 1446) non cercò libri antichi. Ma visse nel clima che faceva rivivere la lingua latina dopo 700 anni e ricercare quella greca. Di conseguenza a questa ammirazione per gli antichi fiorivano gli interessi per la poesia, l'oratoria, la matematica, ma il giovane Vittorino apprezzava anche gareggiare nel salto, nella corsa e giocare alla palla. Divenuto insegnante "Non esigeva compenso se non dai ricchi e da chi era in condizione di poter pagare, e tale denaro impiegava a mantenere i poveri, che ospitava in casa sua… Accorrevano a lui da ogni parte scolari che sollecitavano l'insegnamento e l'ospitalità con l'offerta di lauti compensi; ma l'onesto maestro non ammetteva se non coloro che fossero puri da ogni macchia di vizio…" (Bartolomeo Platina).
Divenne precettore dei figli del Marchese di Mantova, Gian Francesco Gonzaga nella villa La Giocosa, dove "Divideva il tempo in modo da alternare gli studi e gli esercizi fisici, per avere così, quando se ne presentasse la necessità, dei buoni cittadini in pace e in guerra. Riteneva che ad un buon cittadino si addice il saltare, il correre, il cavalcare, lo scagliare il dardo (giavellotto?), il maneggiare la spada, il tirare d'arco. Stipendiò pure dei maestri che insegnassero il canto e il suono della lira a quelli che dimostravano attitudini particolari, imitando pure in questo, come nel resto, i maestri greci… Tre cose, diceva, sono necessarie ai giovani: ingegno, sapere e lavoro. Paragonava l'ingegno a un campo e il lavoro alla coltivazione, dalla quale nasce la fertilità… Usava un metodo diverso a seconda dell'età e dell'ingegno di ognuno…" (ibidem).
Beato lui, che poteva agire senza i vincoli della scuola dell'obbligo!
"Agli uni, infatti, fin da principio e senza alcuna altra preparazione preliminare, proponeva ciò che dovevano fare, una volta riscontrato che le membra erano atte a sostenere il peso; agli altri invece, affinché come cavalli indomiti non si ribellassero al freno e all'autorità e non provassero fastidio di ciò che per la giovane età non potevano gustare, metteva in mano carte da gioco, con le lettere dell'alfabeto dipinte in vari colori, così che, riprendendone spesso il nome durante il gioco, finivano col ritenere perfettamente i nomi delle lettere stesse e coll'imparare senza alcuno sforzo il valore. Lodava i giovanetti pronti ed arditi e amanti del gioco con i compagni; riprendeva invece i pigri e i flemmatici, perché questi sono disposti all'ozio e all'indolenza, quelli invece sono pronti ad ogni attività fisica ed intellettuale.
Se a passeggio, a caccia, alla pesca, vedeva qualcuno superare d'un salto un ruscello od un fosso, per quanto largo, lo considerava degno della sua disciplina; arguiva infatti dall'agilità delle membra la prontezza dell'ingegno" (ibidem).
Mah! Non tutti ne sono capaci.
"Durante lo studio concedeva ai giovani qualche riposo perché non prendessero in uggia ciò che per l'età ancora non potevano amare; e perché, una volta riposati, si rimettessero più alacri alle loro occupazioni nella speranza di giocare poi, se avessero atteso con diligenza, nel tempo fissato, ai loro studi.
Costringeva i giovani al dovere, spesso col rimprovero, di rado con le busse e solo nel caso di qualche grave mancanza mostrandosi severo e triste in volto, per tenerli più ligi al dovere.
Lodava quella che i Greci chiamavano "enciclopedia"…
Cioè l'insieme di tutte le discipline legate e concatenate tra loro.
Perché la dottrina e l'erudizione constano di molte e varie discipline, e ad un uomo veramente dotto conviene saper parlare, quando il tempo e le opportunità lo richiedano, della natura, dei costumi, del moto degli astri, del disegno, della musica, del numero e della misura delle cose.
Si inquietava con quei giovani che, durante una discussione, non facevano alcuna domanda, sentenziando che questo è indizio di nessuno oppure di scarso interesse: ascoltava invece volentieri quelli che, per desiderio di sapere, chiedevano qualche spiegazione. Per contrario si inquietava assai con coloro che gli rivolgevano domande cavillose o insistevano con troppa ostinazione, ritenendo questo un segno d'animo non schietto e buono…
Vantava Virgilio…
Marone Publio Virgilio (-70, -19). L'imperatore Augusto lo esortò a cantare la storia della sua gens e delle sue imprese; così nacque l'Eneide.
che, a suo giudizio, aveva superato per accuratezza e diligenza il poeta di Smirne (Omero). Ne lodava l'indole vereconda, che gli faceva esprimere con eleganza e chiarezza, mediante una circonlocuzione, cose altrimenti sconce, come in quei versi delle Georgiche, sulle cavalle troppo grasse:
"… nimio ne luxu obtusior usus
sit genitali arvo, et sulcos obblinet inertes"
(affinché il lusso non limiti la funzione genitale e tolga interesse ai solchi)
(ibidem)
Fu a lungo compianto. Ebbe allievi importanti (Federico da Montefeltro, duca di Urbino, grande soldato e splendido mecenate).
Osserviamo che, se pur da ragazzo gli piaceva giocare alla palla, nella responsabilità dell'insegnamento preferì scegliere attività fisiche legate al combattimento, come se avesse dunque scartato il gioco per il gioco. Ai ragazzi insegnava talvolta l'alfabeto greco con dei bersagli-lettera che andavano centrati a comando ("lambda!"… "omega!").
2) - Baden-Powel (Robert Stephenson Smith) generale e baronetto (lord di Gilwell) inglese (1857-1941), fondatore nel 1907 dell’organizzazione giovanile internazionale dello Scautismo.
1876 – diventa ufficiale e parte per l’India; avventure di guerra e di banditi;
1882/83 – è capitano, si dedica allo sport del polo e alla caccia al cinghiale;
1884 – è trasferito in Africa, ricognizioni segrete, caccia grossa;
1887 – spionaggio in Belgio e Alsazia-Lorena;
1888 - campagna dello Zululand;
1889/90 – diventa maggiore; Malta;
1891 – responsabile dei servizi informativi per il Mediterraneo;
1893 – Tunisia e Algeria;
1895 – campagna degli Ashanti in Ghana;
1896 – colonnello; campagna dei Matabele; ricognizioni e rastrellamenti in Africa;
1898 – guerra in India e caccia alla tigre;
1899 – guerra in Sud Africa (contro i boeri), assedio di Mafeking che gli assegna risonanza mondiale;
1900 – maggior generale; organizza la polizia sudafricana;
1903/07 – ispettore generale della cavalleria; ottiene un grado dell’esercito che non potrebbe avere perché troppo giovane; viaggia in Transwaal, Germania, Stati Uniti, Canada, Francia, Vienna, Italia, Sud Africa, Africa Orientale, Egitto, Belgio, Egitto, Sudan, Olanda; primo campo sperimentale scout;
1909 – Brasile, Argentina, Cile; Scautismo nautico;
1910 – dimissioni dall’esercito;
1911 – Norvegia, Svezia, Danimarca, Olanda, Belgio;
1912 – riconoscimento reale per l’associazione scout; Panama, Stati Uniti, Giappone, Cina, Filippine, Nuova Zelanda, Sud Africa, Norvegia; sposa Olave; esperimento di Scautismo agricolo; in Italia fondazione della UNGEI per iniziativa di un club sportivo romano;
1913 – Algeria, Malta, Napoli; nasce il primo figlio;
1914-17 – prima guerra mondiale; gli scout inglesi sono mobilitati; nasce la secondogenita.
D’ora in avanti viaggio ancora di più a visitare gli scout di tutto il mondo; nel ’38 lascia definitivamente l’Inghilterra per risiedere in Kenya; dove muore l’8 gennaio ’41.
La novità di Baden-Powell è di proporre una visione particolarmente attiva dell’educazione. La proposta di estendere a tutto l’essere umano (al corpo e al cuore oltre che alla mente) l’azione educativa era stata fatta almeno fin da Vittorino da Feltre (1373-1446), ma non ha mai fatto comodo al sistema che da sempre ha strumentalizzato la formazione dei giovani per ottenere masse docili alle necessità di governo (vedi nell’antichità l’educazione dei “custodi” della Repubblica di Platone e i Giochi Olimpici greci che addestravano militarmente la gioventù).
Tuttavia la seconda metà dell’800 è caratterizzata da proposte utopiche come l’esperanto (una lingua comune), il bahaismo (un’unica religione), i giochi olimpici (un ideale per la gioventù), il judo (l’educazione tesa a responsabilizzare), ma anche da confuse ideologie libertarie e patriottiche, da Marx (un sistema economico-politico globale) e da Freud (una medicina per l’interiore che guida le azioni umane), di cui lo Scautismo (la fratellanza dei giovani più attivi), nato evidentemente dall’avventura coloniale, è forse l’ultima.
La formazione militare-colonialista di B.P. (che spesso ha avuto la responsabilità di patteggiare con tribù e popoli) lo ha portato ad accettare certi compromessi, di cui balza subito agli occhi quello con il potere religioso. L’ideale dello scautismo, che si proponeva come associazione democratica senza distinzione di razza, di classe sociale, di credo religioso e politico, cadeva presto preda delle strutture giovanili delle principali religioni e ideologie politiche. Subito vi furono pressioni della Chiesa Protestante per orientare il nascente movimento; mentre in Italia lo Scautismo laico, riconosciuto nel 1912, veniva affiancato nel ’16 da quello confessionale, con l’avallo del Fondatore.
Lettura. Benito Mussolini concede udienza a B. P. il 2 marzo 1933 (in Estote Parati). “Quando Mussolini ebbe spiegato le ragioni che lo avevano spinto a creare i balilla ed i principi del loro addestramento, che egli aveva tratto da quelli dello scautismo, mi chiese di esporgli qualche critica. Al che io risposi con le seguenti: che il suo movimento era obbligatorio anziché volontario; che egli mirava a un nazionalismo stretto invece di creare un più largo spirito di comprensione internazionale; che era un addestramento puramente fisico che non sviluppava il lato spirituale; e infine mirava a sviluppare uno spirito di massa invece di formare un carattere individuale. Mussolini era troppo orgoglioso per cambiare qualcosa nei suoi sistemi, ma l’avvenire si sarebbe incaricato di disingannarlo”.
Sulla personalità
del Fondatore. Riportiamo dalla tesi
di laurea di Riccardo Massa: La Pedagogia di B.P.: “E’ noto
infatti che l’origine dello Scautismo viene datata col 1899, nel corso della
difesa di Mafeking dall’assedio boero, quando B.P. avrebbe addestrato un gruppo
di ragazzi come portaordini constatandone l’interesse per le tecniche dello
scouting e cioè dell’esplorazione militare. La resistenza di Mafeking per 217
giorni ricoprì B.P. di un’enorme popolarità riversando sui suoi scritti di applicazione
dello scautismo all’educazione pacifica un enorme interesse.
Su questo episodio in genere si incentra tutta l’interpretazione celebrativa
di B.P., focalizzandovi le vicende precedenti e successive. Il libro di uno
storico inglese (B. Gardner: Mafeking: a victorian legend) ci consente finalmente
di ridimensionare la faccenda… Le tesi di Brin Gardner, basate su fonti militari,
sono le seguenti: B.P. non fu la sola figura centrale dell’episodio; Mafeking
non fu mai veramente assediata da ogni parte e restò sempre in comunicazione
postale e telefonica col resto del mondo; a dispetto delle affermazioni di B.P.
la difesa di Mafeking fu caratterizzata dalla sua passività; le poche iniziative
di B.P. furono fiaschi strategici o espedienti per tenere alto il morale della
città; la difesa di Mafeking non aveva importanza militare ma servì solo come
carica d’entusiasmo per il pubblico inglese. Quest’ultimo punto venne riconosciuto
anche da B.P.: “L’assedio di Mafeking… fu sopratutto un bluff” (Alla Scuola
della Vita). Questa realtà storica fu deformata dalla leggenda creatasi nel
movimento scout per opera dello stesso B.P. Nel ‘proclama alla guarnigione’
del 13 Ottobre 1899 si dice che i Boeri attorno a Mafeking sono 5.000; nella
relazione a Frederic Roberts del Maggio ‘900, 8.000; nell’intervista a Winston
Churchill del Giugno ‘900, quasi 9.000; in Sketches in Mafeking and East Africa
del 1907, 9.000; in Alla Scuola della Vita del 1933, più di 10.000, in African
Adventures del ’37, 12.000. Infine l’organizzazione e l’addestramento del corpo
di cadetti fu opera del suo capo di stato maggiore Edward Cecil”
Lo Scautismo prende in esame l’età evolutiva (coi Lupetti, gli Esploratori, i Rover) per porre quattro capisaldi pedagogici:
- l’ambiente educativo e cioè la natura, o meglio: l’avventura;
- l’adattamento che ne deriva (gioco non fine a se stesso ma mirato alla formazione, che sfocia nel servizio civico) come propedeutica al lavoro;
- il contenuto sociale e cioè la collaborazione, anche attraverso le attività sportive e sensoriali, con quell’ampliamento di visione che deriva da attività di interpretazione, mimo e recitazione;
- il contenuto individuale di responsabilità e iniziativa che implica per l’educatore il rispetto dell’educando.
I mezzi per ottenere il risultato consistono essenzialmente nel rapporto educativo, cioè nella comunicazione fra educatore e educando.
Lettura tratta da The Parents Review: The Story of the Girls Guides di B.P.
La governante di un generale. Come iniziò il movimento scout? Oh, beh, credo che lo dobbiamo in larga misura alla governante di un generale. Accadde così: il generale Allemby tornava a casa a cavallo dopo una giornata al campo, quando, dai rami di un albero sopra di lui, il suo figlioletto lo chiamò: “Papà, sei colpito. Ti ho teso un’imboscata e tu sei passato sotto di me senza vedermi. Ricorda che devi sempre guardare in su, non solo attorno a te”.
Allora il generale guardò in su e vide sopra di sé non solo il figlioletto ma anche, vicino alla cima dell’albero, la nuova governante…
La governante spiegò la situazione dicendo che il punto vitale di un’educazione moderna era lo sviluppo delle doti di osservazione e deduzione, e che iniziative pratiche per tale sviluppo erano presentate nel mio manualetto Aids to Scouting, rivolto ai soldati…
Il visconte di Allemby sarà, nella prima guerra mondiale, comandante del corpo di spedizione in Egitto; il ragazzo, Michael, cadde al fronte; la governante era Katherine Loveday.
Cinquant’anni dopo (nel secondo dopoguerra) le colonie sono indipendenti e pericolose. In Europa attraversare un fiume è malsano, piantare una tenda un abuso, le piste nei boschi incontrano recinzioni, accendere il fuoco è vietato. Si elemosina da un mecenate il permesso di campeggiare nella sua tenuta. E l’avventura ha le caratteristiche dell’incapacità del capo.
Occorre una visione della natura e una concezione dell’avventura più ampia di quelle promosse da Jack London, Ombre Rosse e Kipling.
London, o meglio John Griffith London (1876 - 1916) scrittore americano progressista che, dalla vita avventurosa, trasse ispirazione per i romanzi ispirati all'amore per la natura. Il richiamo della foresta, Zanna Bianca, Martin Eden
Ford, o meglio Sean O'Feeney (1895 - 1973), regista cinematografico americano, ha firmato opere fondamentali nella storia del cinema, tra cui il western Ombre Rosse del '39
Rudyard Kipling (1885 - 1936), scrittore e poeta dell'imperialismo britannico vittoriano. Il libro della giungla, Capitani coraggiosi, Kim
La natura si è trasformata in città, asfalto, computer, piscina, divieti e raccomandazioni, danaro e assicurazioni, aereo di linea e treno di Stato. Resta l’educazione, intesa come ‘insegnare ad affrontare la realtà’. Resta quell’attenzione che in Oriente si chiama ‘Risveglio’, oppure ‘stato di mushin’. Continuerà finché non ci subentreranno i cloni per i quali potrebbe essere un optional.
Oggi la vecchia natura come ambiente educativo è per abbienti. E poi non varrà più nulla.
La natura come cantiere di lavoro può adeguarsi alle esigenze della Protezione Civile e a quelle di un operoso fai-da-te. Poi alla vita servono tecnologia e doti di costanza, concentrazione, disponibilità, autoresponsabilità (e fantasia, amore, utopia).
La collaborazione, ormai diventata integrazione… Questa ha fatto dei passi avanti: una grande azienda, o un progetto di ricerca moderno hanno una tecnologia e richiedono una preparazione manageriale inarrivabile per Toro Seduto, ultimo difensore degli aborigeni americani.
Ma su responsabilità e iniziativa possiamo ancora sfogarci a dovere. Combattendo le ideologie che, in nome della pura libertà di pensiero, tracimano nel boicottaggio. Aspirando a quello che realmente migliora la Società; comunicando un senso morale condiviso (la morale individuale appartiene alla privacy); e soprattutto valorizzando la donna a costo di trasformare il mondo maschilista in qualcosa di meno efficace, di meno progressista, ma più entusiasmante da vivere.
Osserviamo che è difficile rendersi conto delle possibilità dello Scautismo senza aver osservato dal vivo come agisce.
Il Lupetto viene introdotto in un ambiente nuovo a fare cose nuove e questo, il più delle volte, basta per conquistare il suo interesse. Gli viene inculcata l’idea del branco, che rappresenta disciplina per lui e sicurezza per i responsabili. E gli viene proposta una morale sociale. L’ambiente in cui agisce è certamente protetto, ma spostato verso l’avventura più che la casa e la scuola, a cui è ormai assuefatto. I giochi ne valorizzano la responsabilità. Man mano che cresce nella gerarchia sperimenta praticamente a cosa serva leggere, scrivere e far di conto, le cose di scuola. Viene abilmente introdotto al racconto, alla recitazione, al vivere una fantasia con quel che di faticoso può comportare. Ha le sue realizzazioni, e viene fatto di tutto perché incontri ‘l’altro’, per superare l’introversione dell’infanzia e rendersi utile; per comprendere i compagni e il prossimo; per prendere gusto a un gioco costruttivo.
Lettura: B.P. Manuale dei lupetti.
In 16 ‘morsi’ viene dato un percorso educativo; segue una seconda parte del libro che elenca le specialità acquisibili dai bambini.
Il ‘Primo morso’ racconta l’inizio del Libro della Giungla di Rudyard Kipling, descrive i lupetti, racconta le prove che doveva affrontare un ragazzo zulu per diventare guerriero. E qui comincia la serie di magnifici disegni di B.P. La trascrizione dei capitoletti successivi è integrale.
Doveri di un Lupetto - Nei Morsi che seguono vi mostrerò come potete iniziarvi ai diversi doveri di un “Lupetto”: fare i nodi e accendere i fuochi, come installarvi comodamente in un campo, come costruirsi la tana, come trovar la strada in territorio sconosciuto, come fare segnalazioni ai vostri amici, come fare delle buone azioni alla gente e rendersi utili in casi di accidenti.
Non ha alcuna importanza ricco o povero, il vivere in città o in campagna. Si possono imparare assai facilmente da sé tutte queste cose, se farete come vi dirò io.
La rupe del Consiglio ed i cerchi - Quando il branco dei lupi si radunava nella giungla, Akela, il vecchio lupo, prendeva posto su una grande rupe al centro, ed il branco si accucciava in cerchio tutt’attorno.
Anche noi con il nostro Branco di Lupetti possiamo segnare la Rupe con un piccolo cerchio di pietre, o paletti, od anche col gesso così:
(disegno di un cerchio con un punto al centro)
Il Cerchio della Rupe ha circa tre passi di diametro, ed ha al centro il palo della bandiera o il totem del Branco.
Per formare il centro di parata - Quando il Branco è stretto nel Cerchio della Rupe, ed il Capobranco dà l’ordine: “Formare il Cerchio di Parata” ogni lupetto da la mano ai suoi vicini ed il cerchio si allarga in fuori fino a che tutte le braccia siano tese.
(disegno di tre cerchi concentrici: la Rupe, il Cerchio della Rupe, il Cerchio di Parata)
Questo cerchio si fa per il Grande Urlo, per le danze della giungla e per le cerimonie in genere.
Qualunque cosa stia facendo, quando sente il grido “Lupi, Lupi, Lupi!”, ogni Lupetto risponde immediatamente gridando “Lupo!” e corre subito a formare il Cerchio di Parata attorno al Capobranco. Se il Capobranco chiama “Lupi!” soltanto una volta questo vuol dire “Silenzio” ed ognuno deve allora fermarsi ad ascoltare.
Nessuno può chiamare “Lupi!” all’infuori di un Vecchio Lupo. Il Caposestiglia può radunare la sua sestiglia chiamandone il colore.
L’attenti - Quando viene ordinato “l’attenti”, il Lupetto deve tenersi diritto come un soldato, talloni uniti, braccia ben distese, petto in fuori, testa alta e sguardo diritto in avanti… e non vagante di qua e di là.
(tre disegni di lupetti sull’attenti: due scorretti e uno no)
Quando viene dato il “riposo” il Lupetto starà a piedi divaricati, le mani incrociate dietro la schiena e lo sguardo potrà allora girarsi quanto si vuole.
Il Grande Urlo – Quando Akela, il vecchio lupo capo del branco, prendeva posto sulla rupe, tutti i lupi che erano accucciati in cerchio alzavano il muso in aia e urlavano il loro benvenuto.
Quando il vostro Vecchio Lupo, Akela, cioè il Capobranco, od anche un altro Capo, viene all’adunata lo dovete salutare accucciandovi in cerchio, come fanno i lupi, e lanciando il Grande Urlo dei Lupetti.
Ed ora formate il cerchio (via, svelti, un Lupetto non cammina mai, corre!).
(Disegno: un lupo, magro, accucciato, ulula)
Accucciatevi sui talloni con le zampe anteriori a terra tra le punte dei piedi, le ginocchia aperte, così:
(il Lupetto accucciato, con due dita di ogni mano al suolo tra le gambe, il capo sollevato e la bocca aperta)
Poi quando il Vecchio Lupo viene verso il Branco, i piccoli Lupi alzano il mento e gridano. Ma il loro urlo significa qualche cosa: essi vogliono salutarlo, ed allo stesso tempo mostrargli che sono pronti ad obbedire ai suoi ordini.
Il grido del Branco di tutto il mondo è questo: “Del nostro meglio”, così quando il Capobranco entra nel cerchio, alzate il mento in aria e, tutti insieme, gridate facendo di ogni parola un lungo urlo: “A-ke-la! Deeel nooostrooo MEGLIO!”. La parola “Meglio” va gridata netta e forte e tutti insieme; contemporaneamente saltate in piedi con le due dita di ciascuna mano avvicinate ai lati della testa, a somigliare le due orecchie del lupo.
(Disegno)
Ma che cosa significa?
Significa che voi intendete fare del vostro meglio a due mani, non solamente con una come la maggior parte dei ragazzi che usano soltanto la mano destra.
Il vostro meglio varrà due volte il meglio di un ragazzo qualunque.
“Del nostro meglio” è il motto dei Lupetti.
Tenete le due mani alzate fino a che il Lupetto che comanda il Grande Urlo grida con la sua voce più acuta: “Vostro meglio, vostro meglio, vostro meglio, vostro meglio”.
Soltanto allora, dopo il quarto “vostro meglio”, i Lupetti lasciano cadere il braccio sinistro lungo il fianco, e tenendo la mano destra come per il saluto (vedi a pag. 32 e 33) con le due dita, cioè, aperte, rispondono: “Sii” e abbaiano “Meglio”, “Meglio”, “Meglio”, “Meglio”.
Al quarto meglio lasciano cadere anche il braccio destro e rimangono sull’attenti in attesa di ordini.
Mettetevi ora giù di nuovo e vediamo come sapete fare ben il Grande Urlo in onore del Vecchio Lupo.
Giuoco: Shere Khan e Mowgli – Babbo Lupo, Mamma Lupa e tutti i piccoli lupi formano una catena uno dietro l’altro, con Mowgli, il più piccolo come ultimo. Ognuno tiene per la vita colui che lo precede.
Ed ecco arriva Shere Khan, la tigre. Cerca di acchiappare Mowgli, ma Babbo Lupo gli si pone continuamente davanti e glielo impedisce e tutta la catena dei lupi si tiene rigida dietro di lui, cercando di proteggere Mowgli che è in coda.
Mowgli ha un fazzoletto che sporge dal suo maglione come una coda, e se Shere Khan riesce ad impadronirsi di esso nel tempo di tre minuti ha vinto, altrimenti hanno vinto i lupi.
Considerazioni.
Vi aspettavate che un generale dell’esercito parlasse con periodi brevi, con parole semplici e con un approccio diretto a bimbi di 9/11 anni? Avvertite la grande capacità di B.P.?
Occorre radunare una quindicina di adulti per fare l’esperienza del Cerchio di Parata da cui lanciare il Grande Urlo e rapportare questa esperienza ai bimbi che conoscete, valutando che qualcuno potrebbe essere troppo timido, qualche altro prematuramente adulto (prendete uno zingarello che è già stato utilizzato per la questua, probabilmente si chiederebbe se questi comportamenti rendono quattrini).
Il Lupetto sente di esistere perché è guidato da grandi che hanno carisma e autorità; realizza che ‘essere’ (accettato, esperto, autosufficiente, responsabilizzato nella vita familiare e scolastica, abile) ha relazione con imparare (la cerimonia, l’abilità, la responsabilità).
Subito gli viene offerto come ‘gioco infinito’ il ruolo sociale, che non è ancora “essere utili”, ma: “del nostro meglio”. Comprende l’obbedienza, il vivere in branco, il confidare in se stesso.
Lo Scautismo è nato con il reparto di boy-scout adolescenti (il branco dei lupetti è venuto dopo, per le richieste dei fratellini) e ci permette alcune osservazioni.
La natura, per B.P., non è cornice e tantomeno essenza. Lui dice: “C’è poi un lato spirituale: con la conoscenza della natura, assorbita a larghe sorsate durante le uscite nei boschi, un’anima limitata cresce e si guarda attorno. L’ambiente naturale è senza confronto la miglior scuola per osservare le bellezze di un mirabile universo e rendersene conto, poiché esso apre la mente alla giusta valutazione del bello che ogni giorno si trova sotto i nostri occhi e rivela al ragazzo di città che le stelle sono là, molto al di sopra dei comignoli delle case, e che le nuvole al tramonto risplendono nella loro gloria, assai al di sopra delle sale del cinematografo” (Il Libro dei Capi, Milano, 1963). C’è del vero. Eppure c’è anche il sentimento datato del primo ‘900. Forse la natura dell’epoca stava per ‘avventura’. E certo non si trattava di un ritorno alle origini, o di un’interpretazione del buon selvaggio di J.J. Rousseau.
La contraddizione fondamentale tra natura, originariamente pura e buona, e società e quindi civiltà, corruttrici e malvagie; il momento originario di questa corruzione risiede nel nascere della proprietà privata
Ma poteva trattarsi di un ripercorrere una tappa primordiale dell’umanità, di un riavvicinare un archetipo fondamentale dell’essere umano, scoperto o recepito quando la vita era primitiva.
Ora che quella natura tende a venirci meno, dobbiamo decidere se ci è necessaria la natura (e allora siamo poveri) o l’avventura (e allora adeguiamo sentimenti e stati d’animo che erano in funzione nei tempi antichi a nuove situazioni).
L’avventura è il primo cemento della socialità e della solidarietà, attraverso l’autonomia nello sforzo, l’entusiasmo nell’impegno, il divertimento nella fatica. Ma sarà bene abbandonare quel concetto stereotipo di aver bisogno della foresta vergine. Sulla terra c’è un prevalere della presenza umana (anch’essa è natura) e sarà opportuno ricercare il bello anche negli aereoporti, negli stabilimenti, nelle periferie urbane, nel giornale e nella bottiglia di birra che inquinano il bosco come inglesi e boeri inquinavano il veld (la prateria sudafricana, con qualche cespuglio e rari alberi) di Mafeking…
Nascita del senso sociale. Immaginate di essere un ragazzino, che ha sempre torto nel confronto con gli adulti, che deve sempre obbedire, e che per esistere deve evadere nel gioco. E che si sente dire: “E’ cosa certa che a molti di voi, un giorno o l’altro, si offrirà l’occasione di salvare una vita. Ma per questo siate preparati. Occorre che sappiate cosa fare al momento in cui accade l’incidente e lo poniate in atto sul momento. Non è sufficiente leggere qualche cosa in un libro e credere di sapere cosa fare. Occorre una vera pratica e che vi esercitiate spesso a fare ciò che occorrerebbe in caso di necessità…” (Scautismo per Ragazzi). Lo stesso argomento predicato a venti e più anni ha meno efficacia perché non coglie l’attimo nascente del senso morale.
“Il motto scout è “sii preparato” che significa che vi terrete sempre pronti, in spirito e corpo, per compiere il vostro dovere. Siate preparati nello spirito, avendo costretto voi stessi alla disciplinata obbedienza a qualsiasi ordine ed anche per aver riflettuto in anticipo su ogni accidente e situazione che possa presentarsi, in modo da sapere la giusta cosa da fare al momento opportuno ed essere decisi a compierla” (op.cit.). Ad un adulto può dare fastidio questa assoluta disponibilità all’obbedienza, peraltro talvolta necessaria. Ma riflettete che nella grande vita dell’umanità vi è stato un momento (quello della presa di coscienza dei popoli, della formazione degli stati, dei grandi eserciti) in cui la forza della civiltà era proprio l’obbedienza. Ed è opportuno che i ragazzi ci passino attraverso per arrivare un giorno a una disobbedienza conscia (per scegliere di disobbedire è opportuno saper obbedire; per comportarsi da non-violenti è opportuno conoscere la violenza; per scegliere di non uccidere bisogna esserne capaci).
“Non è possibile infatti credere che educando veramente il fisico di un ragazzo si possa prescindere dalla sua educazione morale, o che sviluppando la sua formazione intellettuale si possa fare a meno della sua sensibilità estetica o religiosa, o che sia lecito ignorare la sua educazione sensoriale” (Piero Bertolini, Educazione e Scautismo, 1957). Questa è un’interpretazione di quello che in judo si chiama ‘insegnamento silenzioso’. Si tratta di comunicare con l’esempio l’esperienza profonda (non immediata e superficiale) dell’educatore che, come minimo, è più anziano dell’educando. “Via via che il ragazzo diviene consapevole di essere non più un piede tenero, ma un individuo responsabile, degno di fede e in possesso di determinate capacità, egli acquista fiducia in se stesso. Speranze e ambizioni cominciano a nascere in lui. Necessariamente egli si sentirà un individuo più capace di prima, e ne ritrarrà una fiducia in se stesso tale da dargli, nei momenti difficili delle lotte per la vita, quella speranza e quel coraggio che lo aiuteranno a tener duro fino al successo” (Il Libro dei Capi). Tuttavia: “C’è sempre il pericolo che alla normale ambizione al distintivo
sono malignamente tentato di rapportare al judo e aggiungere ‘al grado’
si sostituisca la caccia al distintivo. Il nostro obiettivo è di fare dei ragazzi degli esseri umani sorridenti, ragionevoli, modesti, laboriosi, non persone vanitose smaniose di dar nell’occhio” (J. Drewey: Scuola e Società, 1965). Questa distinzione conta nell’educare al senso sociale e Jigoro Kano vi dedica molte pagine nel suo saggio sull’educazione.
Spunti sullo scautismo di B.P.
E’ primaria la ‘preparazione’, non l’allenamento. L’allenamento è proprio dello sport, può servire a vincere una gara, poi passa; la preparazione è una capacità che non richiede di essere spinta a fondo, allineata a molte altre, che lascia spazio all’improvvisazione e alla creatività.
B.P. esclude un’impostazione scolastica nell’invitare ad osservarsi attorno. “Si osserva uno scoiattolo senza accorgersi che si fa esercizio di osservazione; si studia la galleria della talpa, si ascolta la cinciallegra e si cerca di vederla; il piffero trionfale del merlo fa nascere il desiderio di zuffolare e di cantare. Ciò vale assai più del famoso ‘esercizio di osservazione’ previsto in giorni e ore fisse (se almeno fosse solo per quelli che ne hanno voglia!) in cui tutti guardano e ascoltano passivamente” (Forestier, Il Metodo Educativo dello Scautismo, 1960). Confrontate il comportamento notturno degli studenti in una gita culturale della scuola con quello di una squadriglia in missione; e quello di un ragazzo che si dedica al computer deciso a divenire un haker con quello che deve studiare storia senza sapere a cosa gli servirà.
‘Essere sani per essere utili’ è assunto da B.P. come cardine di tutto il processo educativo: “La buona salute e la forma fisica hanno un valore incalcolabile per fare una carriera e per godere la vita… Per quanto riguarda la loro importanza nell’educazione, si può ritenere che sia maggiore di quella dell’istruzione libresca, ed almeno pari a quella del carattere" (Il Libro dei Capi).
Sport agonistico: “Recentemente un tale mi diceva con molto orgoglio che insegnava a suo figlio la resistenza fisica facendogli fare delle lunghe marce e delle corse in bicicletta. Gli risposi che presumibilmente avrebbe ottenuto proprio l’opposto, in quanto il sistema con cui un adolescente può acquistare resistenza fisica non è affatto quello di sforzarsi a fare delle grandi corse, perché gli sforzi richiesti gli danneggiano con molta probabilità il cuore e lo mettono a terra. Occorre invece farlo crescere sano e pieno di salute mediante una buona alimentazione e degli esercizi fisici moderati di modo che, una volta diventato uomo e con tutti i muscoli ben formati, sia ‘allora’ in grado di passare attraverso privazioni e sforzi che un altro uomo più debole non sopporterebbe” (Scautismo per ragazzi).
Gli obiettivi dell’educazione fisica devono essere due: la salute e la resistenza. Ad esse fa da sfondo l’avventura. E la vita da campo (non certo il campeggio moderno) provvede allo scopo certo meglio della ginnastica razionale o dell’addestramento militare: “che rappresenta qualcosa di artificiale, avente lo scopo di recuperare quello che non è stato acquisito naturalmente… Il guerriero zulù, che pure è uno stupendo esemplare umano, non è passato attraverso la ginnastica svedese” (Il Libro dei Capi).
Il gioco. Non certo il gioco solo per divertimento. Nel gioco scout c’è sempre uno scopo palese e uno nascosto; il divertimento è optional. Nei grandi giochi di squadriglia c’è da appostarsi e rincorrersi, arrampicare e lottare corpo a corpo, azioni violente destinate a sfogare l’istinto combattivo (in certa misura anche nelle ragazze), il cui senso biologico consiste nel rafforzamento del singolo per la selezione sessuale: un istinto primordiale non può venire annullato, ma soltanto canalizzato.
Sesso. Viene affermata la necessità di dare ai giovani spiegazioni ed istruzioni chiare e precise, a scanso di danni forse incalcolabili: “C’è tutta una barriera di pregiudizi e di falsa ‘pruderie’ che genitori e pubblico devono ancora vincere" (Il Libro dei Capi).
Osservazioni finali.
Si può proseguire a lungo con l’analisi della concezione dell’essere umano di B.P. e la conseguente azione educativa. Ne abbiamo fatto solo un esempio, a cui aggiungiamo una considerazione tutta nostra.
Un essere umano coglie un’Idea, la contempla da vicino, la vede risplendere, ne intuisce il messaggio nascosto. Qualche volta l’Idea lo chiama ed egli ne diviene il servitore. Lui lavora allora per la diffusione dell’idea. Che perde luce, diventa meno visibile, viene interpretata mano a mano che si diffonde. Una candela non illumina la notte del mondo. L’incontrollata crisi di crescita è stato il limite dello scautismo come del judo.
Abbiamo già criticato lo scautismo confessionale. In più abbiamo conosciuto dei ‘vecchi lupi’ che magnificano la vita au plein air (all’aria aperta), che vedono solo la bellezza della natura e la loro buona azione quotidiana. Sono rimasti prigionieri di un’età. Come per la formazione del judo, quella scout si riferisce a giovani che poi devono testimoniare l’ideale di dare alla Società col loro inserimento nel mondo, dimenticando il cappellone, lo zaino e l’osservazione degli uccelli (il kata). O almeno non portandoseli continuamente dietro. Salvo alcuni che magari restano nel movimento per la funzione indispensabile di capi (o di maestri).
Facciamo l’esempio dell’attività pionieristica, piena di fascino per i giovani e senz’altro ispirata a quell’epoca dell’umanità in cui le orde migratrici invadevano la Terra. Scoprire tracce e segnalare a distanza, accendere il fuoco senza fiammiferi dopo un temporale, sono abilità che non serviranno a molto nella vita. E neanche costruire un ponte di corda. Ma hanno una loro validità educativa durante l’età formativa, costruendo la prima fiducia in se stessi, ponendo le basi del lavoro, per trasformarsi subito dopo in qualcosa di più attuale: “…non è storicamente fecondo opporsi allo sviluppo sociale, ricreare uno stadio asettico ed artificiale di società preindustriale, ma l’educazione non deve rinnegare il presente e lo può rinnovare soltanto accettandolo, rinvenendo in esso i modi per integrarne i limiti formativi” (Riccardo Massa Tesi di Laurea in Pedagogia). Significa che quando lo scautismo o il judo, arrestano lo sviluppo formando un nostalgico della natura, o un eterno ex-campione, invece che un essere umano integrato nella Società e impegnato a migliorarla, essi falliscono il proposito educativo.
“…i numerosi insuccessi e crisi del movimento scout, (sono) dovuti alla cristallizzazione e all’involuzione metodologica. Tanto più se si pensa che tale applicazione non è mai stata condotta da educatori specializzati, ma solo da dilettanti. I quali, se ne hanno assicurato una certa vitalità giovanile che sarebbe andata depotenziata nell’ambiente accademico della pedagogia, sono stati incapaci di elevarsi alla comprensione psicologica e non soltanto moralistica del pensiero di Baden-Powell” (Riccardo Massa, Tesi).
Per quanto riguarda il judo, cerchiamo di fare degli educatori specializzati che siano d’esempio ai dilettanti evoluti. Ma senza chiedere sovvenzioni a quel sistema presuntuoso, che vogliamo contribuire a migliorare.
Appendice. L'Inghilterra ai tempi di Baden Powell
Boeri (olandese: boer, contadino) Popolazione sudafricana di origine europea che ammonta a circa un milione di individui. Discende in parte dai coloni olandesi che nel XVII e XVIII sec. occuparono la regione del Capo di Buona Speranza, in parte da ugonotti francesi. Intorno al 1830 l'ostilità degli Inglesi e le avverse condizioni economiche a causa anche dell'abolizione della schiavitù e della conseguente mancanza di mano d'opera, spinsero i B. a emigrare verso il nord, dove furono costituite le due repubbliche indipendenti dell'Orange e del Transvaal (1860). La scoperta di giacimenti auriferi in quest'ultima fu la causa della guerra anglo-boera (v.) del 1899-1902, che terminò con la vittoria degli Inglesi. Attualmente i B. fanno parte della Rep. Sudafricana. Parlano l'afrikaans.
Dalla biografia di B.P.
- 1896 – colonnello; campagna dei Matabele; ricognizioni e rastrellamenti in Africa;
- 1898 – guerra in India e caccia alla tigre;
- 1899 – guerra in Sud Africa (contro i boeri), assedio di Mafeking che gli assegna risonanza mondiale.
Corriere della Sera 8/2/2003
Un saggio a più mani porta alla luce una realtà poco conosciuta. Migliaia di donne e bambini fra le vittime del conflitto cominciato nel 1899
Sudafrica, pagina nera dell'impero inglese
Nella guerra contro i boeri furono organizzati lager per piegare la resistenza della popolazione
di Gian Antonio Stella
In una tenda c'era una donna, Mrs Akkerman, accanto al figlio di 8 anni steso su un mucchio di immondizia. Lo aveva portato lì perché in quella tenda c'era luce e voleva vederlo morire. E' l'ultimo dei miei 7 figli che ho portato nel campo. Son passati 9 giorni dalla morte del primo. Cinque stanno aspettando la loro sepoltura". Johanna Rousseau non avrebbe dimenticato mai i giorni della prigionia nel lager del Kroonstad, allestito dagli inglesi a sud di Pretoria. Come non sarebbero mai riuscite a dimenticare tutte le donne di origine olandese rastrellate e rinchiuse coi figlioletti nei 58 campi di concentramento destinati a spezzare l'anima della resistenza boera contro l'occupazione.
Una mattanza. "Circa 30.000 fattorie furono distrutte, almeno 120.000 persone, in grandissima maggioranza donne e bambini, quasi il 50% delle popolazione boera venne internato in campi di concentramento dove oltre 22.000 bambini, 4.000 donne adulte e 1.676 uomini persero la vita - scrive Bruna Bianchi -E questi dati devono essere considerati sottostimati poiché la registrazione dei decessi iniziò solo qualche tempo dopo l'internamento. Le morti infantili, che spazzarono via almeno un'intera generazione, furono ben superiori a quelle dei combattenti di entrambe le parti". La guerra finì il 31 maggio 1902, i territori boeri passarono sotto la sovranità di Edoardo VII, figlio della regina Vittoria, ma sarebbe passato un altro interminabile anno prima che i campi fossero chiusi nel 1903".
Cento anni dopo una delle pagine più nere della storia inglese, destinata a pesare a lungo sulla coscienza collettiva britannica e a essere utilizzata da Adolf Hitler nel '41 per rigettare sul Regno Unito le accuse di genocidio, viene riletta in Deportazione e memorie femminili 1899-1953 (Unicopli, pag. 364, euro 19). Un libro duro, asciutto, sconvolgente. Dove la Bianchi, docente all'università di Venezia e autrice di numerosi saggi con un occhio particolare alle grandi vicende storiche viste dalla parte delle donne e dei bambini, ricostruisce, con la collaborazione Adriana Lotto, Marta Craveri, Emilia Magnanini e Mico Trinca, la storia dei campi di concentramento che hanno segnato il '900. Quelli più spaventosamente noti, cioè i lager nazisti teatro dell'Olocausto (è il capitolo da cui erano tratte le raggelanti testimonianze su Ravensbruck pubblicate dal Corriere per il Giorno della Memoria) e quelli sovietici a lungo negati o rimossi dalla sinistra finché la cortina fumogena non fu spazzata via da libri come Arcipelago Gulag di Alexander Solzenycin. E quelli meno studiati, quali i campi di prigionia costruiti dai fascisti per gli sloveni durante l'occupazione italiana della Jugoslavia tra il 1941 e il '43. O ancora, appunto, quelli su citati in SudAfrica che fecero vergognare intellettuali onesti come William Stead, direttore della Review of Review: "Abbiamo fatto deliberatamente ricorso metodi di guerra che sono stati definiti inammissibili con l'universale consenso delle nazioni civili".
Tutto cominciò quando gli inglesi, che a cavallo tra il 1999 e il 1900 avevano invaso la Repubblica SudAfricana e lo Stato Libero d'Orange, dicendo di voler nobilmente tutelare dalla schiavitù la comunità di colore, ma puntando in realtà ad impossessarsi degli immensi giacimenti diamantiferi scoperti nei territori da tempo contesi tra britannici e afrikaner (i primitivi coloni di lingua olandese), si accorsero che la guerra non sarebbe stato affatto come previsto breve e vittoriosa. Ma avrebbe anzi minacciato di andare per le lunghe, a causa della guerriglia scatenata dai boeri (al fianco dei quali combatteva anche la legione italiana del piemontese Camillo Ricchiardi) con pesantissime perdite militari. Fu allora che lord Frederick Sleigh Roberts, che si era fatto il pelo sullo stomaco nelle sanguinose campagne in India e in Afghanistan, decise di tagliar corto: "A meno di non infliggere sofferenze ai civili come ritorsione per le azioni degli uomini in armi contro di noi, la guerra non finirà mai".
Fu un uomo, il maledetto, di parola: donne e figlioletti arrestati in massa, negozi e mulini chiusi, fattorie e campi dati alle fiamme, stragi di animali domestici, stupri sistematici di madri, ragazze e bambine. "Mai prima d'ora l'intera popolazione femminile d'una nazione è stata sradicata e posta in tali condizioni di vita" scrisse Emily Hobhouse, una filantropa britannica che, rischiando di persona (fu anche arrestata), volle vedere coi suoi occhi i lager e li denunciò a un'opinione pubblica inglese così indifferente e ostile ai sensi di colpa da condannare al disastro finanziario i pochi giornali che osavano mettere in dubbio la liceità di quella guerra sporca.
Certo, nei lager per i boeri e in quelli per le popolazioni nere loro alleate (dove morirono per le autorità 14.154 persone, secondo altre stime 40.000) non c'erano forni crematori. Ma certi campi, per le terribili condizioni di vita, fecero registrare un tasso di mortalità addirittura superiore a quello dei campi di sterminio nazisti. "Le persone muoiono come le mosche, per la fame, l'esposizione alle intemperie, le malattie - scriveva la Hobhouse - è impossibile immaginare le condizioni e le sofferenze delle donne e dei bambini. Il tifo infuria ovunque".
"Il diario che Johanna Van Warmelo tenne dal 18 maggio all'11 luglio 1901 - documenta Bruna Bianchi, - è una registrazione quotidiana di morti infantili: dall'11 maggio al 6 giugno morirono 43 bambini; dal 7 giugno all'11 luglio, 161". Nel complesso nel campo di Irene persero la vita 988 bambini, pari all'80 per cento dei decessi.
Nei campi di Barbeton e di Nyltroom, da maggio a novembre 1901, morirono rispettivamente il 40 per cento e il 76 per cento dei bambini internati.
Willelmina Joubert rivisse per tutta la vita l'incubo del momento in cui la portarono a vedere il suo piccolo, morto: "C'erano 7 corpi e tutte le madri erano là. I pianti e i lamenti sono indimenticabili. Anche il corpo di mio figlio fu portato là, ma quando lo vidi fui sconvolta. E' stato uno spettacolo terribile; lo avevano avvolto in un bianco lenzuolo e ora il corpo era coperto di fango, anche il suo caro volto era coperto di terra. Cosa gli era successo quella notte, non so; ma rimasi là senza riuscire a parlare e pensavo: forse il Signore ha dimenticato la sua serva dal momento che il mio cuore è così straziato?"
C'erano sul posto, come inviati di guerra, due personaggi destinati a diventare mitici: Edgard Wallace e Conan Doyle.
Wallace (1875 - 1932), fecondo e popolare autore inglese di romanzi e commedie di genere poliziesco. Doyle (sir Arthur (1859 - 1930), scrittore inglese il cui nome è legato al personaggio di Sherlok Holmes.
Ma fecero davvero una pessima figura. Il futuro giallista arrivò a scrivere sul Daily Mail, sotto il titolo: Donna, il nemico, che "le donne che come spie prendono parte attiva alla guerra forse tradiscono la propria natura femminile, ma poiché lo fanno non possono aspettarsi dagli uomini alcun comportamento cavalleresco". Il leggendario inventore di Sherlock Holmes andò ancora più in là. E attribuì l'ecatombe di bimbi "all'ignoranza, all'ostinazione e alle sudicie abitudini dei genitori". Una tesi oscena in linea con quella di troppi connazionali. I quali talvolta si avventurarono sull'abisso come l'autore dell'invettiva pubblicata dall'Indian Planters' Gazzette: "I boeri non solo andrebbero uccisi, ma bisognerebbe ucciderli con la stessa spietatezza con cui essi ammazzano un topo infetto... Qui dovrà scorrere del sangue, e in abbondanza, e quanto più, tanto meglio. La resistenza boera favorirà questo piano e noi potremmo trovare la scusa che l'Inghilterra imperiale ne è terribilmente minacciata: la scusa, cioè, per eliminare i boeri come popolo, trasformare la loro terra in un'enorme macello e cancellare il loro nome dal novero dei paesi sudafricani".
Certo quei 'civilissimi' inglesi ci andarono vicino. Basti leggere la testimonianza di Alida Badenhorst: "La malattia al campo faceva sempre più vittime; ogni giorno c'erano sepolture. C'era una tenda larga e lì venivano messi i corpi. Una mattina i maiali cominciarono a divorare".
3° - Philippe Viannay
Nota storica. Nonostante gli accordi di Monaco (nel 1938 un convegno sottolineò l'acquiescenza di Francia e Germania nei confronti dell'espansionismo nazista), la Francia fu costretta a dichiarare guerra al Reich tedesco quando Hitler invase la Polonia (1939). Un anno dopo la politica difensiva francese, di cui è esempio eloquente la linea Maginot (impostata sulle concezioni strategiche della Grande Guerra), venne aggirata (dalle agili divisioni corazzate della nuova concezione bellica tedesca) e la Francia, sconfitta, chiese l'armistizio (sospensione delle azioni militari tra eserciti belligeranti).
I tedeschi occuparono una vasta zona del Paese e si formò a Vichi un governo francese che con essi collaborava, presieduto dal Maresciallo Pétain. Subito nacque una resistenza partigiana (maquis) nel territorio metropolitano e nelle colonie (generali De Gaulle e Giraud). I seguenti brani in corsivo sono ripresi dall'autobiografia di Viannay Du bon usage de la France: Résistance, Journalisme, Glenans. La Resistenza francese, a differenza di quella italiana, dilaniata dalle opposte interpretazioni di patriottismo e di guerra civile, è incriticabile: all'invasione tedesca si opposero alcuni (pochi) giovani, che diedero un rilevante contributo al successo alleato, tanto che la Francia venne riconosciuta tra gli Stati Alleati (con Gran Bretagna, U.S.A., U.R.S.S.) che combatterono e vinsero la Germania nazista.
Philippe Viannays ha ventitré anni quando fonda, all'indomani dell'armistizio, il movimento di Resistenza: Défense de la France. Con qualche amico giovanissimo cominciò a dirigere e stampare un giornale clandestino. La popolazione francese era piuttosto abulica nei confronti dell'occupazione tedesca.
"La famiglia non m'ha aiutato. Disapprovava, con discrezione, che rinunciassi al percorso religioso a cui ero avviato prima della guerra… Ma coloro che sembravano i più decisi a difendere la patria Francia erano spesso degli stranieri rifugiati o apolidi, o che avevano da poco la cittadinanza. Laici e massoni, che temevano il nuovo ordine delle cose e qualche socialista sincero, trovarono subito il modo di osteggiare Vichy e la sua politica rinunciataria; i comunisti attendevano ordini…"
Non erano le migliori premesse perché un ventitreenne cominciasse a combattere e la soluzione facile consisteva nel passare in Inghilterra, dove si andava radunando un corpo militare francese. Ma… le vie del Signore sono infinite.
"Un giorno in cui criticavo la situazione, Elena mi disse, piuttosto fredda: - Cosa fai di concreto, cosa proponi, perché non parti per l'Inghilterra? - Provocato risposi: - Che ne dici di un giornale clandestino? - Un lampo straordinario le illuminò gli occhi e il lavoro cominciò subito".
Furono difficoltà e pericoli, ma nel '44 (il mensile) Defense de la France raggiungeva le 450.000 copie. Come attività secondaria si stampavano documenti falsi. La macchina distributiva impegnava centinaia di persone.
Questi risultati potevano essere raggiunti perché il movimento clandestino siera organizzato. Fu giocoforza prendere contatto con i FTP (Francs-Tireurs et Partisans) comunisti, la cui caratteristica era che non agivano di concerto con gli Alleati, ma mettevano gli altri gruppi della Resistenza davanti al fatto compiuto:
"Giuseppe era serio e gentile… si sforzava di dare del Comunismo un'immagine rassicurante… Mi informò dei metodi impiegati nella selezione delle reclute. Allora ero piuttosto un duro, ma devo confessare che i metodi che mi descrisse mi fecero pensare. La progressione era implacabile, veniva chiesto al postulante di commettere un atto illegale: rubare, appendere manifesti, versare zucchero nel serbatoio di una vettura tedesca. Il diretto superiore doveva valutarne le reazioni e decidere se era ammesso a vere azioni di commando: far sparire un traditore, uccidere tedeschi isolati, realizzare un sabotaggio".
All'obiezione sulla validità del terrorismo, Giuseppe rispondeva che era doloroso, ma necessario, creare tensione tra la popolazione e l'occupante. Ci sarebbe molto da scrivere sulla filiazione del terrorismo usato dall'Unione Sovietica nella guerra contro la Germania nelle Resistenze di altri Paesi, e dell'Algeria contro la Francia, e poi sulla continuità con l'azione delle Brigate Rosse, la banda Baader-Meinhof, l'Armata Rossa, Azione Diretta…
"Spesso le azioni più rivoltanti - attentati ciechi, massacri d'innocenti, stupri, torture, incendi, esecuzioni sommarie - sono commesse da vili che vogliono passare da coraggiosi, ma agiscono senza rischiare. La passione delle armi copre spesso un vuoto interiore. I veri guerrieri sono persone tranquille".
Il Movimento era ricco di giovani di grande qualità, che iniziavano la vita da adulto mettendo in discussione i valori che erano loro stati insegnati.
"Nel metro, ad esempio, agivano una cinquantina di distributori del giornale a gruppi di quattro. Due sorvegliavano armati altri due che distribuivano apertamente ai passeggeri, tra i quali spesso si trovavano soldati nemici".
Alcuni valori della società civile venivano abbandonati e sostituiti da quelli propri del combattimento.
"In un movimento clandestino l'autorità non può risiedere nelle strutture e nei simboli della vita ordinaria, tanto civile che militare. Tutto si basa sulla fiducia o il timore che il responsabile può ispirare. Se non si condivide l'importanza della consegna o dell'ordine ricevuto dall'esecutore, la catena si spezza… Un altro fattore da considerare è l'ingannevole impressione generata dall'appartenenza al gruppo. Se si rilassa la vigilanza anche solo per un istante, se si prende eccessiva confidenza nell'osservazione di certe regole, si concepisce il gruppo come un club in cui il pericolo non può venire che dall'esterno. Raramente la diffidenza è un atteggiamento naturale. Occorre impostare una pedagogia della diffidenza, soprattutto ai non-più-giovani".
Il traditore ci fu. Una cinquantina dei membri della rete vennero torturati, qualcuno ucciso e i sopravissuti deportati nei lager. Solo un'energica riorganizzazione annullò la catena delle delazioni sotto tortura. Le Comandant Philippe, restato all'altezza della situazione, si assunse ogni responsabilità anche nella cattiva sorte. Tra mille disavventure, nell'Aprile '44, il gruppo (più di un quarto erano donne) passò alla lotta armata. E' difficile fare il conto dei caduti, equamente suddiviso tra partigiani e fiancheggiatori.
"All'alba del 23 giugno, stavo facendo una ronda nel bosco in cui eravamo accampati in margine a un campo di grano. Jacques era di sentinella, gli altri, una decina, dormivano. Ci fu addosso un automezzo in esplorazione, da cui un ufficiale tirò una rafica e uccise Marceau. David rispose dal suo sacco-letto, ferendolo.
Non immaginai che l'episodio fosse solo il preludio di un'azione di rastrellamento e ritenni che bastasse ripiegare. Mandai Hélène ad avvisare gli FTP, e Jacques al gruppo di Albertt. Seppellimmo Marceau…"
Seguono 12 ore di combattimenti con morti, feriti e prigionieri subito giustiziati; con cani e mortai e bombe a mano.
Poco tempo dopo Viannay viene arrestato, tenta di fuggire, riceve sei pallottole e viene considerato moribondo… Quel giorno evade dall'ospedale, aiutato dall'ottantenne madre superiora.
"Ero in anticipo e fermai la moto lontano dal luogo dell'appuntamento - come d'abitudine - per verificare che non ci fosse qualcosa di strano. Vedevo al quadrivio una postazione di guardie tedesche. Per avvisare gli amici avrei dovuto aggirarli camminando tra i campi, quindi nascosi la moto e superai la barriera passando dai campi, nascondendomi infine sulla strada per avvisare la camionetta al suo arrivo. Ma erano in ritardo e commisi l'imprudenza di avanzare lungo la strada, attirando l'attenzione di tre soldati. In quel momento mi superò la camionetta che attendevo.
Piovigginava e io indossavo qualcosa di impermeabile. I soldati mi circondarono, portandomi al blocco stradale, dove gli ufficiali non apprezzarono i miei documenti e mi avviarono a piedi, sempre fra i tre soldati, verso il comando, nell'abitato. Avevo l'unico pensiero di fuggire, perché sarei stato riconosciuto e sarebbe cominciato l'orrore. Non mi avevano perquisito, ma non portavo armi. Pensai di usare la pipa come un pugnale negli occhi, ma erano tre.
All'entrata del paese avevo a fianco un torrente. Saltai. Scivolai sul pendio, i soldati gridavano; arrivato al fondo cercai di risalire dall'altra parte e ricevetti i primi colpi di fucile al polpaccio e al braccio. Un altro mi attraversò la nocca dell'alluce, il successivo sfiorò il cuore, poi ancora sentii un bruciore tra le cosce. Continuavo a correre finché l'ultimo mi attraversò il polmone… Era il giorno dell'attentato a Hitler…"
Diviene intransigente. Ordina di uccidere i prigionieri e talvolta i suoi sottoposti si rifiutano perché la ritengono un'azione indegna per gli ufficiali francesi.
Con lo sbarco degli alleati si profila la vittoria, ma ci vorranno altri due mesi di combattimento. La Resistenza comincia a litigare sugli onori e le posizioni di potere del dopo-guerra…
"Le ultime settimane videro delle rappresaglie più o meno cieche, la cui utilità era molto dubbia. Certo era necessario impedire ai tedeschi di rompere il contatto con gli alleati, ritardando la loro ritirata. Ma in molti c'era un'evidente eccitazione e il desiderio di far vedere che appartenevano alla Resistenza…
Il periodo che ha preceduto la Liberazione mi ha lasciato un'impressione amara, certo non gioiosa. Mi fece considerare il mio Paese e la stessa Resistenza in maniera diversa da prima… "
Ma il peggio doveva ancora venire. Dopo la Liberazione Viannay si occupa di ottenere in Germania il rilascio dei suoi collaboratori, uomini e donne, sopravissuti ai lager.
"Raggiungemmo Claude a Bergen-Belsen. Aveva ritrovato suo moglie. Com'era bella, sublime nella fierezza della divisa di schiava! Vi sono dei luoghi e dei momenti in cui l'orrore estremo e l'ingiustizia più assoluta coesistono con quanto l'umanità ha creato di più perfetto!..
Il mucchio, l'odore, la morte. Ma anche estrema disponibilità, tenerezza, assistenza estrema. Una donna morente mi disse, indicando le infermiere, che sua madre non si sarebbe prodigata meglio. Disciplina senza condiscendenza, soprattutto somministrando il cibo a persone a cui il minimo eccesso avrebbe comportato la morte. Nessuna esibizione di odio inutile o d'indignazione per i carnefici, solo uomini e donne che rimettevano in ordine un inaccettabile disordine".
Dovrà attendere che gli Alleati, con la scusa di distinguere tra prigionieri politici e delinquenti comuni, schedino i comunisti.
"L'amara lezione che mi venne impartita dall'amministrazione responsabile era che il rientro dei deportati non era prioritario".
Poi pretende che i partigiani siano considerati come i migliori tra i cittadini francesi. Ma ormai è democrazia e mentre la Resistenza annovera una decina di migliaia di persone, appoggiate da magari altre 30.000, i votanti alle elezioni sono decine di milioni di pétits pains au chocolat cioè di persone che durante il governo di Vichy si preoccupavano di avere brioches a colazione. Figuratevi come sono finiti i 40, 50.000 voti degli uomini e delle donne della Resistenza, oltretutto divisi tra i partiti del dopoguerra!
Allora Viannay propone un'Università, gratuita per chi ha fatto la Resistenza, che permetta a questi giovani e meno giovani di assumere nella nuova Francia una posizione di prestigio. La vuole veder realizzata all'estero, perché questa élite possa contemplare, durante gli studi, il proprio Paese da lontano. Il progetto non suscita particolari entusiasmi, anzi, s'arena subito.
"Avrei voluto un'università di stile diverso, a vocazione continentale e internazionale. Ero convinto che il progresso umano dipende da élites collegate e responsabili, e che fosse una funzione fondamentale quella di selezionarle e di formarle in considerazione dei valori messi in luce dal recente conflitto. Era importante per l'Europa creare dei centri in cui fraternizzassero queste élites".
Philippe diventa direttore di France Soir e si cimenta senza molta fortuna con la politica di pace e l'amministrazione. Le speranze di una nuova era si infrangono negli anni '47 e '48: tutto sembra tornare come prima della guerra.
"Era veramente il ritorno alla stampa corrotta di prima. Noi avremmo preferito la chiusura del giornale alla perdita dell'indipendenza".
Nell'autunno '45, con Elena (quella che l'aveva sfidato contro i tedeschi) e i loro due figli erano in vacanza da uno zio, a 8 miglia di distanza dall'arcipelago, piatto sul mare, di Glenan. L'approccio alla navigazione cominciò con qualche giro in kayak; l'anno successivo con l'acquisto di un canotto, infine di un vero battello e, naturalmente, l'ambizione di tutti i principianti di farne costruire uno più grande con cui intraprendere il giro del mondo.
Pian piano nasce l'idea di possedere Glenan, anche se era impossibile immaginarlo come proprietà privata. Fu naturale immaginare che…
"La prima stagione fu nel '47. Tutto era improvvisato. Avevamo raccolto centoventi ragazzi e ragazze che avevano fatto la Resistenza e che di essa conservavano un ricordo indimenticabile. Far vela fu la scusa iniziale, tanto più che lo stato dei battelli che ci avevano prestato richiedeva continue riparazioni e l'attrezzatura era del tutto insufficiente. Il volley-ball, il nuoto, la contemplazione incessante dell'arcipelago che cambia a ogni ora del giorno, le discussioni, le recite, le serate, la pesca, l'approvigionamento, riempirono il tempo. Fummo un bel gruppo, deciso a proseguire questa esperienza".
L'avventura continua tra pescatori, molti amici, qualche mecenate, la costruzione di battelli, le spedizioni. Qualche viaggio più ambizioso, qualche tempesta, qualche naufragio e addirittura qualche morte in mare. La prima forma giuridica fu: Club del Centro di Formazione Internazionale.
Erano in affitto. I proprietari, cattolici, li sfrattarono quando seppero che gli equipaggi erano misti. Fu giocoforza comprare. Glenan divenne, ed è ancora, il più conosciuto centro velico del mondo.
Oggi è una Fondazione. Forse sopravvive ancora qualche vecchio che da giovane è stato partigiano. Ma sulle barche, tra le vecchie casematte e le nuove costruzioni, non si sente parlare del passato. Perché Glenan rappresenta l'attuazione di un sogno in cui gli esseri umani vivono in questo splendido universo, invece che uccidersi per il potere.
Una goccia nell'oceano delle passioni umane. Chi se ne accorgerà?
Commento. Philippe Viannay non è un educatore. Indirizzato al seminario, viene coinvolto in guerra, dove ha l'opportunità di farsi un poco alla volta, inziando col mascherare una tipografia, proseguendo con la distribuzione del giornale, i documenti falsi… finché giungono i primi arresti, le prime torture, le esecuzioni, le deportazioni di ragazzi e ragazze che lavoravano con lui.
Nella fase finale sono frequenti i combattimenti, gli attentati, gli scontri con i comunisti e con gli approfittatori che cercano gloria negli ultimi giorni. La sua morale cambia in considerazione delle diverse condizioni in cui si trova.
E' un duro, è un capo, è un idealista. Possiamo anche supporre che al quinto anno di guerra fosse anche un pazzo.
Il dopo-guerra lo delude. Eppure è lui che fa qualcosa per i giovani sopravissuti all'azione di Resistenza. Non i laureati; non i teorici dell'educazione, che certo in Francia scrivevano tomi possenti; non le persone di potere.
E come recupera questi giovani? Con un lavoro mediato dall'avventura.
Un lavoro, sì, ma un lavoro dignitoso, remunerante e educativo. Li immerge nella natura a creare qualcosa che li segnali al mondo. Qualcosa che valorizzi la loro umanità, la loro capacità d'azione, la passione.
Il centro nautico di Glenan e Philippe Viannay non possono essere d'esempio… cento, mille, diecimila centri nautici, o scuole di roccia, o monasteri di judo, guidati da patrioti, esperti di provocatori e infiltrati, di esplosivi e di pistole, di separazioni e sepolture, non rappresentano una soluzione apprezzabile. Ma è opportuno riflettere sulla capacità di adattarsi, di prendere l'occasione per i capelli, di attuare un'azione educativa con quello che si ha sottomano (in questo caso lo splendido arcipelago di Glenan). Da sottolineare che, per fare quello che andava fatto, ha usato denaro pubblico, denaro privato e denaro suo, senza lamentarsi o arrenarsi di fronte alle difficoltà.
Philippe Viannay agisce con un gruppo di disadattati. Ma non è al servizio del potere, non toglie le castagne dal fuoco al sistema. Fa quello che deve fare un idealista che consideri un gruppo di giovani attivi e generosi in difficoltà ad affrontare la realtà della pace.
Lui non parla di educazione. Per lui l'attuazione del Centro di Glenan è la normale azione che continua la Resistenza ai tedeschi. E' un gesto che risolve un problema, come quando organizzò la tipografia nascosta, come quando procurò le armi, come quando eliminò un traditore. Viannay non è un educatore, è un capo. La sua azione educativa è la logica conseguenza della situazione che sente di dover affrontare.
4° - Marcello Bernardi
Sarebbe riduttivo dargli dell'educatore.
Marcello Bernardi è un medico. Nell'immensità dell'arte sceglie i bambini. Al di là dell'ortodossia di diagnosi e terapia, intravede l'elemento psicologico. Viene considerato un medico pediatra con chiare profondità psicologiche.
Poi si accosta al judo. Al judo-educazione. E riteniamo che ne sia restato affascinato. In quasi trent'anni ha penetrato questa realtà empiricamente.
Ma forse altrettanto empiricamente aveva già praticato la medicina, la pediatria, la psicologia. Nessuna di queste discipline poteva rivendicarlo, era un "uomo intelligente". L'abbiamo definito "apostolo dei bambini" (e probabilmente l'aggettivo non lo avrebbe lusingato) come modo di dire per esprimere l'amore profondo che gli aleggiava intorno quando visitava un bimbo.
Ed era amore anche quando minacciava chi avesse fatto del male a sua nipote.
Marcello Bernardi realizzava il modo di vedere secondo cui "l'amore è una sfera che emana imparzialmente dall'essere che ne è la fonte e che maggiormente ricade su chi gli è più vicino fisicamente e sentimentalmente".
Certo è esistito clinicamente. Di lui dicono alcuni lavori scientifici.
Certo è stato un saggista. Gli invidiano un milione di copie di libri.
Ancor più vale il ricordo del suo parlare, del suo commuovere, delle sue polemiche talvolta assurde, delle sue posizioni intransigenti, della sua arte del convincere, del suo romanticismo politico. Del suo mondo segreto, che ha lasciato intravedere ai veri amici.
E cosa ci fa Bernardi in questa (piccola) raccolta di sport-educatori?
Il judo l'ha praticato in età matura (dai 49 ai 77 anni). Prima avrà fatto (forse) qualche passeggiata (era trentino). Durante si dava al tiro-a-segno (ma non è uno sport).
Ma lui conosceva il rapporto tra corpo, mente e cuore. Lui vedeva, attraverso le apparenze, attraverso le carenze di una mente viziata dalla scuola in assenza di vita attiva. Lui sapeva come nasce il coraggio, la perseveranza, la bellezza, il ringraziamento, la capacità di dare e di amare… che non emerge certo risparmiandosi, o trincerandosi nel nozionismo di seconda mano.
E' stato "il bambino più viziato che abbiamo conosciuto", con l'idiosincrasia per l'aglio, il disinteresse per il cibo e, viceversa, quello per l'whisky. Con la passione per la vita, intesa a modo suo. Con la generosità, l'intransigenza e il candore del bimbo nel momento della scoperta del mondo.
Bernardi è un esempio. Ci vogliono cento, mille, diecimila Marcello Bernardi. Chi l'ha conosciuto, lo riproduca. Chi ne ha sentito parlare, lo imiti. Chi l'ha letto, lo studi fino a immedesimarsi nel suo sentimento. Perché al di là di leggi, corsi e ricorsi dell'educazione, di scuole e principi pedagogici, di esperienze d'insegnamento - tutte scienze analitiche, cioè autopsie di un atteggiamento naturale - la sua figura è l'essenza del rapporto tra le generazioni; la sua concezione è la trasmissione dell'esperienza - non quella tecnica, ma quella d'amore.
Se crediamo che educare sia una nobile attività, i cui benefici possono manifestarsi anche a distanza di secoli, bisogna riconoscere che anche un medico che ama i bambini può, anzi, certamente fa sentire la sua influenza per molto, molto tempo.
Lettura. Tratto da L'infanzia tra due mondi
5.2 Una "geniale" trovata bellica
Le mine, per l'esattezza le "mine antiuomo", come vengono chiamate. Forse l'argomento più spinoso in fatto di conflitti nel Terzo Mondo. Un chirurgo di guerra italiano, il dottor Gino Strada, ha scritto un libro su questo problema. Un libro che è una miniera di rivelazioni a dir poco sbalorditive, di strazianti ritratti dal vero, di storie spaventose. Più che un libro è un diario, perché tutto è stato vissuto in prima persona dall'autore. On'opera la cui conoscenza dovrebbe essere sentita come un obbligo per chiunque. Forse è per questo che ha avuto il Premio Internazionale Viareggio. Un documento che testimonia il livello al quale può scendere l'uomo.
Mine Giocattolo
Che cosa sono le mine antiuomo? La cosa più semplice che si possa immaginare: oggettini di plastica, del diametro di pochi centimetri, a forma di cilindro, o di disco, o di farfalla. Queste ultime sono di solito colorate di verde, ed è per questo che in Afghanistan sono state battezzate "pappagalli verdi". Dentro alle scatoline c'è l'esplosivo. Che può anche scoppiare per semplice pressione, ma che spesso è collegato a un detonatore (delle dimensioni di un cappuccio di biro, il quale innesca la deflagrazione dopo piccole pressioni ripetute o dopo che sia stato tirato un filo collegato alla mina).
Il materiale attivo non è particolarmente potente. Spesso lo scoppio non uccide la vittima, ma è violento quanto basta per dilatare un braccio o una gamba, e si accompagna a una vampata che carbonizza i globi oculari. In altri termini, lo scopo della mina non è tanto quello di provocare una strage, ma piuttosto quello di provocare mutilazioni, cecità e terrore.
In questo la mine antiuomo sono efficientissime. Sono oggetti leggeri, pressoché irriconoscibili, persino attraenti per i bambini che li scambiano per giocattoli. Infatti sono anche definiti come toy-mines. Dato lo scarso peso e le modeste dimensioni possono essere trasportate dagli elicotteri in grosse quantità e distribuiti su aree molto vaste. Inoltre, a causa del colore neutro o simile a quello dell'erba, la loro presenza sul terreno è assai poco evidente. Se per caso qualcuno sospettasse che in quella determinata zona le mine ci siano, potrebbe cercarle col metal detector. Ma non le troverebbe perché non sono di metallo, bensì di plastica.
Quante sono?
L'aspetto più allarmante di queste micromine è il loro numero. Si calcola che attualmente ce ne siano circa cento milioni, ancora intatte e attive, disseminate nei paesi del Terzo Mondo. Soprattutto in Cambogia, Iran, Afghanistan, Somalia, Sudan, Mozambico, ex Jugoslavia, Kurdistan, Kuwait, El Salvador. Per disattivarle tutte, posto che si cominci subito e che nel frattempo non ne vengano distribuite delle altre, ci vorranno decenni. Secondo alcuni addirittura secoli. E intanto? Intanto, nelle decine di paesi "inquinati" da questa nuova trovata dei Signori della Guerra si continuerà a essere fatti a brandelli o accecati (Il Medico d'Italia, anno XXXI, n° 21, 16 giugno 1994). Previsione più che attendibile se si pensa che il solo Iraq, dalla sola Italia, ha comperato negli ultimi anni del secolo nove milioni di mine (Wall Street Journal del 27 febbraio 1991).
A che servono?
Al cospetto di una quantità smisurata di congegni esplosivi di nessuna efficacia contro i mezzi corazzati, le armi pesanti e gli strumenti bellici più sofisticati, sorge un altro interrogativo: a che servono le mine antiuomo? La risposta è contenuta in due cifre, piuttosto suggestive: il novantatre per cento delle vittime è costituito da civili, il trentasei per cento da bambini (Civiltà Ambrosiana, anno XI, n° 3, maggio/giugno 1994). Cifre traumatizzanti. Perché quasi esclusivamente civili, non combattenti, e per una buona parte bambini?
E' semplice, per seminare il terrore, come dicevamo. Un paese sommerso dalla paura non rappresenta la base migliore per sostenere gli sforzi difensivi e offensivi delle truppe contro i nemici (veri o presunti). La popolazione dovrebbe dare una mano ai suoi soldati, ma non la dà, o la dà meno, quando sia paralizzata dallo sgomento. Ed ecco che si spargono mine nei villaggi, nei campi, nei torrenti, nelle foreste, presso le fontane. Così la gente cerca di non muoversi più, e quando non può fare a meno di muoversi è dominata dall'angoscia.
Le vittime predilette di questo terrorismo sono come sempre quelle più sprovvedute, cioè i bambini. Calpestano gli esplosivi, maneggiano le "farfalle" finché scoppiano, si divertono a prenderle a calci. E poi ci rimettono una gamba, le mani, gli occhi, e qualche volta la vita. In alcuni ospedaletti di guerra si arriva qualche volta a dover praticare più di cinquanta amputazioni al giorno ("Corriere della Sera" del 4 gennaio 1996, p. 6). In Uganda c'è un mutilato ogni mille abitanti, in Somalia uno su seicentocinquanta, in Angola uno ogni quattrocentosettanta, in Cambogia uno su duecentotrenta ("L'Unità" dell'8 maggio 1994). Spesso i bambini che rimangono feriti si trovano in zone poco frequentate, non li ricovera in tempo e muoiono dissanguati. E' stato detto che le mine antiuomo sono "uno dei più gravi disastri ambientali provocati dall'uomo in questo secolo (la prima pagina di Tempo Medico, anno XXXVI, n° 456, del 9 marzo 1994).
Per fortuna i bambini, bersagli abituale delle mine, hanno molte volte un coraggio da leoni. Le vediamo nelle fotografie. Piccoli con una gamba sola, privi di mano, ciechi, che sorridono.
Non tutti. C'è qualcuno che precipita nel pozzo della disperazione. Gino Strada racconta nel suo libro-diario di un ragazzino afgano, Mohammed, che ha cercato di togliersi la vita mettendosi in testa un sacchetto di plastica e fissandoselo al collo con un tubo da fleboclisi. Lo trovano quando stava morendo di soffocamento. Lo salvano. Ma non sarà un salvataggio inutile? Non accadrà che il povero bambino ci riprovi, travolto com'è dalla più oscura desolazione? E lo stesso autore ci racconta dei piccoli in agonia: "Bocche che si aprono, occhi che si fanno grandi, impietriti, mani intorno alla gola… la pelle che perde colore…" (G. Strada, Pappagalli Verdi). Ottima strategia quella di spargere la paura nelle file del nemico, anche se queste file sono composte in buona parte da bambini.
Per essere più completi e precisi dobbiamo aggiungere che l'impiego delle mine produce un secondo effetto, non tanto emotivo quanto economico. Quindi più decisivo. Un ragazzino sano può aiutare i genitori, lavorare, fare il soldato, portare a casa qualche soldo. Ma se è mutilato o cieco, non serve a nulla, deve essere mantenuto e curato senza produrre alcunché, non è altro che un peso morto. Passivo e bisognoso di aiuto, per la famiglia e per la comunità.
Inoltre le mine rendono impraticabili molti terreni, campi, risaie, strade, cave. Terreni che resteranno inaccessibili per sempre, perché lo sminamento impone l'intervento di specialisti praticamente irreperibili, e comunque richiede decenni di lavoro. O anche secoli, come si diceva.
Le zone minate non esistono più, né per l'agricoltura, né per la caccia, né per la raccolta di legna, né per qualunque altra attività utile alla sopravvivenza. Una vera e propria catastrofe.
Il peggio del peggio, come si usa dire.
I contestatori
C'è anche chi pensa seriamente a un simile sterminio. A Ottawa, in data 1 marzo 1999, si propone un trattato internazionale contro le mine antiuomo. Il documento viene firmato da cento e trentatré paesi (non viene firmato da Stati Uniti, Russia e Cina). A Roma si costituisce (già nel 1944) un Centro Internazionale di Informazione sulla bonifica dei terreni minati. Il Parlamento Europeo suggerisce di interrompere l'esportazione di mine. In Italia entra in azione un Comitato per la Campagna contro le mine. E ancora in Italia, il 22 ottobre 1997, viene promulgata la legge 374 che vieta la produzione e il commercio delle mine. Alcuni passi sono stati fatti, necessari ma non risolutivi. Passi sulla carta, per ora.
Però c'è chi agisce nella realtà, in concreto.
L'UNICEF e la Croce Rossa, per esempio, Terre del Hommes, Amnesty International, Medici senza Frontiere, volontari di ogni estrazione, e in primo piano Emergency, associazione non governativa e indipendente, sostenuta da donazioni private. Emergency nasce a Milano nel 1994, grazie all'opera di Gino Strada, il chirurgo di guerra al quale abbiamo già accennato.
E non solo grazie al suo lavoro, ma anche grazie alla sua personalità. L'associazione ha creato, si può dire dal nulla, una quantità di ospedali per le vittime civili della guerra.
In Rwanda, nel Kurdistan Iracheno, in Afghanistan, in Cambogia. Ha procurato farmaci e attrezzature. Ha addestrato personale sanitario locale. Ha salvato decine di migliaia di persone, specialmente bambini.
… e i sostenitori
Diamo un'occhiata al "rovescio della medaglia". Chi le fa queste mine antiuomo, chi le mette in commercio, chi ne rifornisce i belligeranti del Terzo Mondo. I paesi che detengono il primato in materia sono la Cina, l'ex Unione Sovietica e l'Italia. Anche gli Stati Uniti, sostengono alcuni. In Italia sono tre le fabbriche di mine…
Seguono le denominazioni e le località, ma non le riportiamo, perché non siamo al corrente degli sviluppi della situazione (il libro da cui abbiamo tratto il brano è del 2000) e troviamo che nell'esposizione manchino delle osservazioni essenziali: se c'è una legge che proibisce la produzione e il commercio, come mai queste attività continuano? Non basterebbe la denuncia di un singolo cittadino per avviare un procedimento giudiziario?
Abbiamo seguito la debole polemica sulle mine antiuomo che qualcuno cercò di sviluppare qualche anno fa. Le grandi centrali di opinione (a destra e a sinistra) restarono indifferenti e quindi la massa dei cittadini che ne dipende continuò a occuparsi di calcio e di satira politica.
I lavoratori, di tutte e tre insieme, sono circa duecento. Ma la produzione è enorme. Il mercato è floridissimo. O meglio, è attivissimo negli anni Ottanta (nel 1983 il fatturato della…
segue il nome della ditta produttrice
… supera i cento miliardi), poi rallenta per qualche anno, poi riprende vigorosamente nel 1992. Il costo di produzione è di quindicimila lire. Però nei periodi "di magra" sono stati offerti dei "saldi" a semila lire circa al pezzo. Ricordiamo, in proposito, che il costo medio di disattivazione di una sola mina si aggira intorno al milione di lire. C'è chi avanza dei dubbi sull'opportunità di questa produzione. Non sarebbe meglio lasciar perdere e dedicarsi a qualcos'altro?
Eh no! E i posti di lavoro? Cosa facciamo delle duecento persone che sulla fabbricazione dei "pappagalli verdi" ci vivono. E' vero che sugli stessi pappagalli altre centinaia di migliaia di persone ci muoiono, specialmente bambini. Ma, insomma, ognuno deve badare ai fatti suoi.
Non è solo per queste considerazioni che da tempo suggeriamo di mutare il primo articolo della Costituzione "L'Italia è una repubblica basata sul lavoro…" in: "L'Italia è una repubblica basata sulla giustizia sociale". Naturalmente senza trovare grande compartecipazione tra tifosi e sinceri democratici. In chi scrive nasce una perplessa considerazione sui Padri della Repubblica Italiana che, o erano travolti dalle circostanze derivanti dal termine della Guerra, o erano furbissimi nel prevedere che la stabilità del posto di lavoro avrebbe fornito una solida base elettorale
Potremmo concludere questo capitolo con due citazioni. Una è di Barbiellini Amidei: "Talvolta sembra che la gente si divida in due gruppi. Una piccola infame minoranza che viola il patto minimo della convivenza, il rispetto dell'infanzia e dell'adolescenza, si fa protagonista e complice di un delitto contro i bambini. E gli altri, la maggioranza, distratti, assenti" (Oggi, anno XLVI, n° 39, 26 settembre 1990).
La seconda citazione è del dottor Gino Strada: "Non ci si può voltare dall'altra parte, per non vedere le facce di quanti soffrono in silenzio" (Pappagalli verdi).