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Primo argomento
Intenti della nostra iniziativa e caducità delle nostre proposte
Chi educa l'educatore? - A chi si rapportano gli Educatori-Sportivi? - E' un corso di facciata, o l'educazione non finisce mai? - Fase propedeutica e fase applicativa - Ciò che è giusto oggi è sbagliato domani - Divagazione sull'Autorità di Fulvio Scaparro
Rispondendo alla domanda: "Chi educa l'educatore?" lo scopo del Corso di Formazione per Educatori Sportivi è di mettere in moto un processo di autoeducazione.
Il punto interrogativo in sospeso di "Chi educa l'educatore?" suggerisce una critica al nostro mondo. Che non è il peggiore dei mondi possibili (per quanto lo denuncino la destra, la sinistra e il centro, l'estrema-destra, l'estrema-sinistra e l'estremo-centro, tendenze che hanno la pretesa di influire sulla nostra formazione), ma forse non è neppure all'altezza delle nostre ambizioni, o del nostro livello di sviluppo (a questo punto si rende necessaria una considerazione sull'inerzia del sistema, che storicamente lo rende rapidamente obsoleto).
Flash-back. La discussione sull'obiettivo di questo Corso e sul conseguente programma da stabilire, ha fortunatamente occupato una stagione dell'AISE (periodo che può essere considerato lungo o breve: lungo per la fretta che ci ponevamo; breve per l'ambizione di perfezione e di rivoluzione che ci ripromettavamo). Ed è bene che venga ripresa da tutti i partecipanti.
Il primo interrogativo era: "A chi si rapportano questi Educatori Sportivi?", intendendo: il titolo acquisito dovrebbe permettere di
- parlare tecnicamente da pari a pari a un insegnante sportivo qualificato da enti o federazioni§§§ attraverso un esame frettoloso, o con un corso accellerato...?
- o di presentarsi alla Scuola come se gli Educatori Sportivi fossero dei diplomati alle Superiori, esperti in autogestioni, occupazioni e graffiti, che si responsabilizzano su argomenti secondari, utili a sfogare l'esuberanza, ma ininfluenti nella formazione del futuro cittadino?
- o magari di affrontare i laureati delle scientifiche facoltà motorie sul loro stesso terreno: Rousseau, Piaget, Freud, psicologia, dietologia, diritto comunitario...?
A cui seguiva immediatamente la seconda domanda: "Facciamo un Corso di facciata: fisiologia, pedagogia, sociologia, alimentazione, psicologia, medicina, animazione, gioco, musica, nuoto, diritto...?" naturalmente qualificando ognuno di questi argomenti con attributi dialetticamente corretti, come: "Teoria, tecnica e didattica dell'attività motoria per l'età evolutiva". Poche ore sintetiche e di grande efficienza per ciascuna materia; docenti qualificati, meglio se già apparsi in televisione; giacca e cravatta, perdiana; se abbiamo la presenza femminile ci sarà la serata danzante all'hotel, in completo scuro e abito lungo, per la consegna dei diplomi. Quote elevate e faccia di tolla, aggregati al carro dei "Si fa così, credetemi".
Anche se qualcuno si è meravigliato per la veemenza di alcuni interventi, abbiamo gioito per le passioni che emergevano nella discussione avvenuta nelle sedute del Consiglio Direttivo, intorno ai fuochi estivi, o nelle segreterie delle palestre. Il sentimento dei più concepiva il Corso di facciata, diligentemente adattato alle modeste pretese del tempo a disposizione. Che avrebbe dovuto convincere i partecipanti e le eventuali Autorità della para-scientifica qualità organizzativa e dell'adesione ai modelli del sistema.
Le risposte del sottoscritto, immeritatamente Presidente e animatore del movimento, sono queste:
- Chi educa l'educatore? in qualche modo i primi educatori devono farlo da soli, con molta buona volontà. Sarà una faccenda lunga, non sottovalutiamola. Il corso serve solo a innescare il processo che durerà quasi tutta la vita ("educazione continua" griderebbero gli irriducibili, o: "l'educazione non finisce mai" suggerirebbero i para-colonialisti. Certe battute verranno meglio comprese alla fine del Corso). In base all'esperienza fatta questi generosi potranno facilitare chi viene dopo di loro, aiutando i più deboli di carattere, o i meno sensibili al dovere sociale. Ma l'educazione di cui parliamo, e che più tardi cercheremo di definire, deve essere condivisa, non imposta (vedi nota: *), e quindi implica sempre una certa dose di auto-educazione.
Il nostro Corso, più che sfornare i primi educatori, dovrebbe produrre i primi seguaci dell'autoeducazione.
- A chi si rapportano questi Educatori Sportivi? A se stessi.
In questo momento la categoria è infiltrata da insegnanti di judo, molti dei quali sperimentati e onesti; ma già si profilano gli esponenti di altre attività motorie (danza) o contemplative (yoga), quasi tutti al livello di istruzione di scuola superiore. Mi auguro che anche studenti e laureati dell'ISEF e di Scienze Motorie presto vengano a fare un master di Sport-Educazione. E anche studenti e laureati di facoltà umanistiche e scientifiche, nel caso che qualcuno di essi prenda in considerazione che l'insegnamento può essere fatto parlando alla mente degli allievi da dietro una cattedra, ma l'educazione richiede di coinvolgere anche il corpo.
Delirio o utopia?
Il pacchetto programmatico di questo Corso è pensato per essere sfruttato, imitato, esportato, o acquistato, non solo dalla Scuola, ma dall'Università, e in certa misura dall'attività di formazione dell'Industria. Più tardi vi parlerò male dell'Umanesimo, ma si tratta di proporre al nostro mondo un Altro Umanesimo, che postuli una più alta qualità della vita anche in tempo di pace e di democrazia.
Gli Educatori Sportivi propongono un nuovo ideale: essere sani per essere utili. E come essi possono crescere studiando all'Università, o lavorando nell'Industria, viceversa insegnanti e dirigenti possono arricchirsi seguendo il nostro Corso.
Quindi optiamo per un Corso di facciata?. Ma ne abbiamo già visti! e frequentati! e ne abbiamo sperimentato i risultati!
Federazioni, Enti di Promozione Sportiva, gruppi autonomi, hanno inbandito fascinosi programmi farciti di diritto sportivo nazionale e comunitario, magari anche extracomunitario (staffetta in chador e subacquea col turbante Sik), di regime fiscale (la cui continua evoluzione affidiamo volentieri al commercialista), di anatomia e psicologia (non stanno insieme, ma fanno rima), di pronto-soccorso (che in palestra consiste nel chiamare chi è autorizzato), di dietologia (ma la dieta-punti verrà insegnata dal professore di economia domestica). Personalmente ricordo un'Accademia Nazionale che educativamente faceva ancora di più, perché gli allievi erano tenuti, da regolamento, a gettarsi contro il muro al passaggio dei docenti, e a portare costantemente al dito l'anello della corporazione ("accademista in aeternum"); non erano i peggiori, ma erano convinti di essere i migliori, e il tempo ne ha fatto giustizia. La mia esperienza suggerisce indifferenza per i titoli e interesse per la personalità. Come dire: la formazione è crescita, non nozionismo.
Mi sono opposto al Corso di facciata, della cui organizzazione non ero all'altezza.
Il Momento Propedeutico del nostro Corso è comune a tutti gli iscritti, da qualsiasi tendenza motoria provengano. Esso attinge a una sola materia, che è: Morale, sintesi estrema dell'esperienza umana, cioè vivere e agire secondo il Miglior Impiego dell'Energia. E deve costituire il tronco comune da cui divergono i rami delle varie specialità motorie.
Quest'unica materia è esposta indirettamente, attraverso il sentimento di dare agli altri e alla Società; naturalmente interessa:
- il corpo e la fisiologia,
- il comportamento e l'organizzazione,
- sopratutto l'atteggiamento di relazione e la fiducia in se stessi.
Questa 'morale' per cui siamo Tutti Insieme per Crescere e Prosperare viene condivisa attraverso l'esempio e l'insegnamento silenzioso di un Educatore Sportivo teso al dare.
Se valutate queste parole ci trovate i presupposti dell'ecologia, della protezione civile, dell'assistenzialismo, della prevenzione psicosomatica delle malattie... ma sopratutto quella grandiosa sintesi della questione sessuale che è la continuità della specie: la protezione dell'infanzia.
Il Momento Applicativo fa seguire la pratica alla teoria, facendo sperimentare come alcune discipline sportive realizzino l'ideale, purché vi siano uomini e donne sinceri e dinamici nella loro formazione, che realizzino attraverso l'educazione un mondo che non vogliamo perfetto, ma migliore. Il Momento Applicativo tratta di Educazione, insegnare ad affrontare la realtà.
Come l'asfodelo della poesia, il mio pensiero sul Corso di Formazione per Educatori Sportivi deve durare lo spazio di un mattino. Questa dispensa deve impostarne solo la prima edizione. Tutto deve cambiare in seguito all'esperienza che verrà fatta; qualche spunto buono va mantenuto; molto va gettato; nuove proposte devono nascere adeguate al momento (come impongono anche le variazioni e le fluttuazioni del personale discente).
La raccolta delle dispense dei Corsi che si susseguono negli anni costituisce l'aggiornamento dei seniores Educatori Sportivi, che ne seguiranno da lontano l'evoluzione, approfittando di qualche occasione fortuita o di una rimpatriata per aggiornarsi e conoscere le nuove leve.
Questa è la filosofia spicciola del Corso, in cui nulla è affermato con la forza dell'ipse dixit, ma tutto va controllato; il meglio deve essere considerato giusto oggi, ma sbagliato domani; e la verità è quella del momento. Solo la fiducia in se stessi di riflettere e di affrontare le situazioni costituisce il risultato promesso. Solo la necessità di fare giustifica la presunzione di accordarci sul programma.
Attenzione: questa non è l'introduzione, ma la prima lezione su cui si apre la discussione.
* A proposito di condividere, non imporre, per definire la parola autorità alleghiamo una lettura.
Grazie, buona sera, io parlerò per mezz’ora, poi starò zitto e parlerete voi, così abbiamo un orario da rispettare. Quindi chiunque vacilli per il sonno sappia che più di trenta minuti non soffrirà. E’ già qualcosa sapere come vanno le cose, aiuta, mentre la preoccupazione che uno vada avanti per ore, di solito è un po’ angosciante, no?
Io vorrei dirvi che alla domanda “su che cosa si fonda l’autorità?” credo che tutti ne abbiamo già un’idea (e, credo, abbastanza precisa) essendo persone che stanno su questa terra già da tempo, quindi non scopriremo stasera che l’autorità molto spesso si fonda sul potere, cioè l’autorità qualche volta viene conferita, qualche altra conquistata, qualche volta strappata con la forza, o con l’inganno. Fatto è che questo è quanto noi abbiamo capito vivendo. Non ha importanza che l’autorità poi sia stata attribuita o conquistata da una persona giusta, però i mezzi sono questi.
C’è un’altra forma di conquista dell’autorità che è più difficile - infatti è quella meno seguita - che noi chiamiamo con il termine più giusto di autorevolezza, che viene fuori da un lavoro continuo per far sì che gli altri riconoscano, in un regime diciamo di libertà, che tu sei degno di esercitare autorità.
Mentre all’estremo opposto c’è l’autoritarismo quello che, intanto incominciamo a dire, è una tentazione umana e non soltanto di pochi, mentre invece all’autorevolezza non è che ci si arrivi con molta facilità. L’autoritarismo devo dire è una tendenza che molte volte tendiamo ad usare ecco… più del necessario.
Dicevo, gli estremi sono questi.
Tra di essi c’è però molto spesso una questione di potere. Appunto, un insegnante ha un potere e quindi esercita un’autorità. Come si svolge questo esercizio è tutto un altro discorso. Che gli allievi riconoscano questa autorità, è ancora un altro discorso, ma esiste…
L’autorità può risiedere nell’età, una volta per esempio gli anziani erano autorevoli. Oggi potete avere anche cent’anni, ma spesso non esercitate autorità, anzi a quell’età è veramente molto difficile poter affermare anche la propria posizione, la propria identità. Non stiamo a discutere se questa è una perdita. Per me lo è, naturalmente, il fatto che almeno l’età non dia un minimo diciamo di privilegio nel parlare. I saggi erano anche quelli che erano campati più a lungo. E’ vero che uno può campare anche cent’anni senza per questo essere saggio, ma diciamo che è probabile che sappia qualcosa più degli altri.
Ecco, allora diciamo che tutte queste cose già le sapevamo venendo qui e allora io adesso vorrei invece, insieme a voi, riflettere su quelle che possono essere le basi di questo discorso sull’autorità e fare in modo di collegare così itinerari magari un po’ lontani. Io non userò molto spesso la parola autorità ma cercherò insieme a voi di seguire un percorso e come punto di partenza prendo un autore che a qualcuno di voi è noto. Ma vi pregherei di non nutrire sensi di colpa per tutti i nomi che arrivo a citare e che non conoscete: si deve poter uscire da questa sala tranquilli e contenti, e non oberati dalla cultura, la cultura non è un’arma contundente.
Donald Woods Winnicott (1896-1971), psicanalista britannico, pediatra e psichiatra infantile. Lavorò al Paddington Green Children's Hospital di Londra per oltre quarant'anni, dal 1923, dove si interessò alla psicoanalisi infantile. Winnicott ebbe un forte impatto sulla teoria delle relazioni oggettuali, in particolare nel saggio del 1951: Transitional Objects and Transitional Phenomena (Gioco e realtà - oggetti e fenomeni transizionali), incentrato sugli oggetti familiari e inanimati che i bambini utilizzano per eliminare l'ansietà in momenti di stress.
Ecco, quindi se io cito Winnicott, qualcuno lo conoscerà e tutto contento dirà: ah, questo lo conosco! lo conosco, l’ho letto. Altri diranno: chi sarà mai? Ma possiamo vivere insieme tranquillamente. Allora, Winnicott era un pediatra e psicanalista che, tra tante cose, s’era occupato anche della identità segreta dei bambini e diceva che sebbene le persone comunichino e godano di questo comunicare, è pure vero un altro fatto: che ogni individuo è isolato, costantemente non comunicante, costantemente ignoto, di fatto non scoperto. Cioè dice: al centro di ogni persona c’è un elemento incomunicato, inviolabile, che è sacro e va preservato. Sembra niente una cosa di questo genere, ma potrebbe essere la base non solo della comunicazione, ma anche del rapporto di cui ci stiamo occupando questa sera, tra autorità e interlocutori.
Se noi riconosciamo a ciascuno degli interlocutori dell’autorità uno spazio riservato e superprotetto che viene mantenuto segreto, secondo me abbiamo già messo dei limiti all’autorità. Se qualcuno vuole invadere anche questi spazi interni, quindi quello che è il nucleo dell’identità che addirittura è difficile persino comunicare a se stessi, quella parte che ci rende comunque alla fine differenti uno dall’altro... ecco, allora, se noi ci lasciamo invadere questo spazio, a questo punto stiamo perdendo una caratteristica umana. Non è un caso, per esempio, che uno strumento di tortura, molto usato anche oggi, probabilmente anche mentre stiamo parlando, è quello proprio dell’invasione di questa intimità. Il prigioniero, il detenuto, attraverso tecniche particolarmente invasive, si ritrova ad essere letteralmente senza… si trova ad essere vuoto, trasparente; e questo lo snatura.
Quando noi diciamo… naturalmente è possibile che questa cosa nessuno l’abbia detta, o mai se la sia sentita dire... comunque un tempo succedeva che qualcuno dicesse ai bambini: tu devi essere sincero, o sincera, con me: non devi avere segreti, devi essere trasparente. Se noi sapessimo cosa vogliono dire esattamente queste parole ci pentiremmo di averle dette. Per fortuna non vengono neanche prese in considerazione, grazie al cielo, per cui il bambino o la bambina risponderà sicuramente che non ha segreti per mamma o papà, incominciando a mentire in quel momento, naturalmente, e questa è una bella cosa. Allora vedete, quello che noi chiamiamo mentire, in realtà, è semplicemente tenere presente che ci sono alcune aree della nostra personalità che sono riservate, segrete, e che sono l’oggetto del dialogo con noi stessi per tutta una vita.
Da Winnicott passiamo a una poetessa che si chiamava Nina Berberova (di cui in italiano ci sono parecchi lavori, uno di questi è Il Giunco Mormorante), la quale ribadisce quest’idea. Lei non è una pedagogista, non è psicanalista, non è una studiosa d’infanzia, ma come molti artisti ha delle intuizioni che sono particolarmente acute e che, devo dire, per me sono fonte d’insegnamento non meno dei grandi autori della psicologia e della psicoanalisi. Dice: fin dai primi anni della mia giovinezza, io pensavo che ognuno di noi ha la propria terra di nessuno, in cui è totale padrone di se stesso; c’è una vita più che visibile e ce ne è un’altra che appartiene solo a noi di cui nessuno sa.
L’essere umano di tanto in tanto sfugge a qualsiasi controllo, vive nella libertà e nel mistero, da solo o in compagnia di qualcuno, anche soltanto un’ora al giorno, una sera alla settimana, un giorno al mese. Vive in questa sua vita libera e segreta da una sera all’altra e queste ore hanno una continuità, queste ore possono aggiungere qualcosa alla vita visibile dell’uomo, oppure avere un loro significato del tutto autonomo. Possono essere felicità, necessità, abitudine, ma sono comunque indispensabili per raddrizzare la linea generale dell’esistenza.
Cioé il senso di continuità di noi stessi noi lo troviamo dentro di noi. Se un uomo non usufruisce di questo suo diritto e ne viene privato da circostanze esterne, un bel giorno scoprirà con stupore che nella vita non si è mai incontrato con se stesso" (La citazione è ripresa integralmente da "Il giunco mormorante") ...e c’è qualcosa di malinconico in questo pensiero. Mi fanno pena le persone che sono sole unicamente nella stanza da bagno e in nessun altro tempo e luogo. L’Inquisizione, oppure lo stato totalitario - sia detto per inciso - non possono assolutamente tollerare questa seconda vita, che sfugge a qualsiasi tipo di controllo e sanno quello che fanno quando organizzano la vita di un uomo impedendo ogni solitudine, eccetto quella della stanza da bagno, talvolta neanche quella, nelle caserme, nelle prigioni.
Ecco, noi stiamo vedendo questa considerazione che riguarda proprio l’invasione. Allora: l’autoritario tende ad invadere questo spazio e il risultato non può che essere - se ha successo - l’umiliazione. Non può che essere l’umiliazione. L’umiliazione credo che sia qualcosa veramente da non augurare nell’educazione a nessuno. Umiliazione vuol dire essere ridotti a terra: sono nelle tue mani, totalmente.
Se non ha successo l’autoritario ottiene la rivolta, perché la difesa a questo punto è aggressiva. Quando io sono all’angolo e quando di fronte ho questo rischio d’invasione, ho poche armi a disposizione. L’altra è allearsi con l’aggressore, quindi fare da portaborse dell’autoritario e mettersi dall’altra parte della scrivania, naturalmente, che è un mezzo di sopravvivenza. Ma quello che noi questa sera vediamo come un rischio per i nostri figli, per i nostri allievi, ecc. non è la rivolta, è l’umiliazione. L’umiliazione può veramente togliere la voglia di vivere. Voi dite: ma perché ce lo dici? Nessuno di noi fa una cosa di questo genere. Me lo auguro, naturalmente, però stiamo guardando un estremo per capire quando il comportamento, l’autorità, fa un passo al di là del necessario. E noi qualche volta non ce ne accorgiamo, quando vogliamo questa trasparenza dai nostri figli, ripeto che per fortuna non viene presa neanche in considerazione, ma cosa ci aspettiamo: un bambino, una bambina che fossero totalmente trasparenti non starebbero bene.
E il nostro nucleo, lo zoccolo duro, è quello che ogni tanto ci fa dire, anche alle persone a cui vogliamo bene (attenzione: alle persone alle quali vogliamo più bene) però io sono io e tu sei tu: un altro. È una cosa importante. Quando due innamorati dicono: non ho niente da nasconderti, sono un quaderno aperto, se fosse così sarebbe una disgrazia. Noi ci innamoriamo della parte che non è visibile. All’inizio, di quella visibile; cioè quello che ci colpisce è l’aspetto esteriore; dopo quello che tiene in vita l’amore è proprio quella parte che noi cerchiamo d’intuire, che immaginiamo… e questo non è che sia qualcosa che non ha a che fare con l’educazione. Un’educazione che vuole svelare tutto, che vuole avere a che fare con ragazzi o ragazze che sono appunto trasparenti, limpidi come si usa dire, se fosse veramente così produrrebbe una noia infinita. Oltretutto non vera, ma ipocrita, perché i bambini hanno questo nucleo che va rispettato. Se teniamo presente questo riusciamo forse anche poi a capire che non è tanto questione dell’autorità (che è importante che ci sia nella crescita), ma dei limiti di questa autorità; e ve lo sarete detto fra di voi chissà quante volte, l’autorità è legata anche alle famose regole, per precisare di cosa si tratta, ma le regole hanno una funzione che non è soltanto quella di repressione, contenimento, eccetera, ma è una funzione liberatoria.
La regola libera. Cioè, se io dico come per esempio ho detto: non parlerò più di 30’, ho dato a voi la possibilità al 31° minuto di dire qualche cosa: perché mi hai raccontato questo? Ho fissato una norma, oppure ho avuto la possibilità di dire: vi ho detto 30’, parlo 35, cioè di trasferirla. Abbiamo un limite rispetto al quale facciamo qualcosa.
Allora, se un bambino o una bambina crescono in un universo di regole non vuol dire che li stiamo crescendo ad obbedire a qualsiasi regola ciecamente, ma a sapere che quello è il limite del luogo nel quale stai, dell’ambiente in cui stai. Poi, da buon essere umano, quando io ti ho fissato un limite, soprattutto se bambino o bambina, ragazzo o ragazza, quel limite sarà qualcosa che fa sbavare. Non vedo l’ora di arrivare lì vicino per vedere cosa c’è dall’altra parte.
Pensate che se io non avessi messo quei limiti, non avrei dato neanche questa soddisfazione, perché il trasgredire è di una bellezza unica. Veramente l’idea della trasgressione, soprattutto poi da ragazzi, è il sale della vita; però devo capire che sto trasgredendo. Se non c’è il limite, che cosa sto trasgredendo? Dopo di che mi prendo delle responsabilità.
Nel 2001 siamo riusciti a fare qualche cosa che non si era mai visto nella storia dell’umanità. Lo dico ironicamente, ma fino a un certo punto; stiamo mettendo a punto una tecnica che non ha precedenti: la trasgressione senza rischio. Cioè la trasgressione che fa parte della regola, la regola è trasgredire.
E’ una contraddizione. Se mio figlio con uno spray decora questa stanza, che sarà costata qualche cosa, lo fa per due ragioni: per farsi notare, o per contestare, o per quello che voi volete. Lo prendono e gli dicono, guarda che questo non si deve fare quindi paghi, ma a questo punto arrivano i genitori e dicono: "No, lui non paga un accidente di niente, perché lui è piccolo, poverino… qua e là; oppure dicono: lui è un artista", a questo punto questo ragazzo non fa una piega, giustamente, da bravo ragazzo cerca di non prendersi delle punizioni, fa il suo mestiere, però se vorrà farsi notare, se vorrà trasgredire, dovrà spostare il livello un po’ più in alto, perché ha visto che lo spray non funziona.
"Addirittura qui mi dicono che sono un artista! In altri tempi mi avrebbero messo lì con un pennello a pulire, va beh. Domani ne provo un’altra che faccia un po’ più effetto. Incomincio con i vagoni delle ferrovie, non so, piano piano, ecco".
Questa idea che la trasgressione possa essere accompagnata da nessun rischio, primo: fa togliere qualunque piacere alla trasgressione, secondo: sposta i livelli sempre più in alto. Allora la questione dell’autorità ha a che fare anche con l’impopolarità di far rispettare delle regole. Chi ha un’autorità si prende delle rogne. Se pensa anche l’autorità di essere amata quando esercita la propria autorità sempre e comunque, si ritrova nelle stesse condizioni della trasgressione senza rischio.
Nel momento in cui mi è stata data un’autorità io so che ci saranno dei momenti di impopolarità. Quanti di noi reggono l’impopolarità? Avete notato che oggi si da un colpo al cerchio e un altro alla botte?
Cerco di essere, di esercitare l’autorità, ma nello stesso tempo di non perdermi la tua simpatia. Questo non può andar bene sempre. Normalmente i genitori che hanno fatto rispettare un pochettino, così, le regole di casa, non sono applauditi. Non mi è mai capitato un figlio che dice: "Bravo papà! tu sì che sei un bravo papà, mi hai fatto rispettare un orario", neanche per idea, è battaglia. E’ battaglia ed è giusto che sia così. L’unica soddisfazione è che alla memoria, cioè quando io sia passato a miglior vita, ci sarà forse, se tutto va bene, nel migliore dei casi, un figlio che dirà: quant’era bravo papà. Ma dopo. Quindi non c’è soddisfazione da questo punto di vista.
Quando si trasgredisce bisogna aspettarsi anche che la trasgressione sia sanzionata, e questo è il brivido della trasgressione. Per chi cerca di far rispettare le regole, bisogna anche che si aspetti che questo cercar di far rispettare le regole sia accompagnato da impopolarità.
Detto questo non vuol dire che debba essere uno scontro continuo, una battaglia continua, perché noi stiamo insieme per ragionare e quindi si può benissimo parlare con i bambini, con gli adolescenti, anche del perché queste regole ci sono. Qualche volte si dice: le regole ci sono per essere rispettate ho sentito dire; però poi la domanda è: perché io le devo rispettare? abbattiamole, perché se no c’è la punizione. Perché noi sappiamo che non è una grande giustificazione, che non è un livello secondo me molto umano, molto funzionante, non soddisfa il nostro senso estetico ed etico, cioè che uno non trasgredisca per paura di essere punito. Però vi posso assicurare che è la cosa che funziona meglio di tutte in generale, perché non è il caso che uno si ponga tanti problemini quando vuol trasgredire. La prima cosa che viene in mente non è il problema etico, qualche volta, ma un problema di intervento e di funzione: quanto pago, per questo? Però in una scuola o in una famiglia si può alzare il livello, si può anche dire che intanto la regola ci fa crescere. Perché è una sfida continua.
La nostra Costituzione fissa delle regole, che poi non sono conosciute perché, come sapete, la costituzione è pochissimo nota. Però ammettiamo che noi abbiamo letto tutti quanti la Costituzione. Ci sono delle regole e questa è una sfida, e a questo punto io, di fronte a queste regole, posso seguire quello… cercare di accettarle e quindi comportarmi adeguatamente, oppure no. Finalmente abbiamo un metro per poter dire: io sto dentro queste regole, l’altro sta fuori. Questo è qualcosa di chiaro che ci fa soltanto bene. Questo non ha niente a che fare con l’autoritarismo, non c’entra niente, non è che uno perché fa rispettare le regole è autoritario, a parte i modi e i metodi, naturalmente.
Insomma, vorrei che qualcuno di voi, tornando a casa e pensando al proprio figlio e alla propria figlia che non obbediscono… ci sono dei figli che non obbediscono, devono rientrare alle dieci, non ci pensano per niente e tornano alle undici, tornano a mezzanotte, tornano all’una, e i genitori non sanno dove sbattere la testa, perché ogni tanto imboccano come misura tolleranza zero, oppure non sanno veramente che fare, perché sanno che bisogna parlare, vorrebbero però vedere anche qualche risultato.
Se potessi dir loro che è già molto importante che loro abbiano fissato una regola e che facciano capire con molta chiarezza a quella figlia e a quel figlio che quando tornano a casa tardi, comunque è una trasgressione. Voi non potete qualche volta fermarli con la forza, perché non ci credete o perché non siete abituati e tutto quanto, ma dovete essere abbastanza soddisfatti se quella figlia o quel figlio almeno ha capito che sta andando contro delle regole della casa. Riuscire a capire almeno questo, per cui al momento non c’è soddisfazione, perché io non ho ottenuto quello che volevo, ma quello che è più preoccupante è quando non viene percepito il limite che è stato superato, perché allora sì che non sappiamo più cosa fare, perché se io non ho l’idea del limite superato, il mio lavoro è a vuoto.
Parliamo di cose molto più semplici. Se io in questo momento, per esempio, tirassi fuori una parolaccia assolutamente gratuita, questo sarebbe una trasgressione che darebbe fastidio perché non motivata. In questo momento io sto trasgredendo una regola implicita. Quando ci si riunisce tra persone che non si conoscono, che non hanno particolarmente familiarizzato, e non siamo in una caserma, si parla con un linguaggio che è più o meno è accettabile da tutti. Se però io lo faccio apposta per farvi arrabbiare, ho la funzione, voglio questo, dall’altra parte ci saranno le reazioni che ho cercato.
Cioè a questo punto ci sarà gente che protesta, che dice: ma perché deve parlare in questa maniera? I padroni di casa sarebbero in imbarazzo, perché non s’aspettavano una cosa di questo genere e cercheranno di far rispettare le regole. Secondo voi, a chi si rivolgono in questo caso? Quando lei (il professore indica presumibilmente la sua gentile ospite) ha detto che: "Sono molto contenta che sia venuto il professore, eccetera eccetera", e poi il professore va contro le regole, con chi se la deve prendere? Con voi che protestate o con me? Con chi?
Con me, naturalmente. Allora, da una parte lei si mette in imbarazzo perché è lei che mi ha invitato e mi ha presentato, e quindi si è messa nei guai, e io mi metterei a discutere con lei. Però diventerebbe impopolare, in questo caso con me. Però lo deve fare. Se invece cerca di barcamenarsi, cercando di tenere buono me e di tener buoni voi, ecco, questo vuol dire che noi non cresciamo.
Bisogna prendersele le responsabilità. E in classe, quando giocano tanti bambini, non è tanto importante che un bambino trasgredisca. I bambini stanno lì per trasgredire, ma è importante che sappiano che stanno trasgredendo, questa è la cosa importante, il punto è questo.
Non è possibile che io faccia delle cose che per esempio un adulto fa finta di non notare…
Si stava parlando prima, mentre stavo venendo qua, e mi è capitato di parlarne anche recentemente, a proposito dei motorini e dell’obbligo del casco. La questione è che se non c’è collaborazione tra la famiglia e la comunità nella quale si vive, la famiglia non ce la fa, per esempio, a imporre il casco più di tanto, perché la versione italiana della trasgressione è questa: "Sì mamma, esco col casco" (giro l’angolo e lo tolgo). Ecco più o meno questa è la versione nostra, la mamma è contenta, pur sapendo che il figlio lo toglierà, perché la mamma non è stupida affatto. Sa che questo può succedere, che questo succederà, però gli va bene così. Ma io non posso contare soltanto sulla mamma e sul papà, devo contare anche sui vigili. Chi si prende la briga di dirgli: "Ti tolgo il motorino per 15 gg. e poi te lo ridò?" Questa è una punizione, non è una fedina penale macchiata. E’ semplicemente un sequestro. Ma i vigili ci dicono che quando hanno provato a far questo si sono visti arrivare i genitori inferociti.
Allora, a questo punto, voi vedete, si trasgredisce al sicuro e quindi da questo punto di vista noi non cresciamo. Il ragazzo si toglie il casco, vede un vigile, il vigile non fa una piega perché non vuol litigare coi genitori, per cui tutto a posto: la trasgressione non è notata. La prossima volta girerà senza mani, poi girerà senza piedi, manderà a 100 all’ora, e finalmente qualcuno un giorno dirà: stop, ma sarà un po’ tardi.
Ecco, vedete, queste sono cose che noi possiamo mettere in pratica con molta difficoltà, perché se c’è veramente un tema difficile, facile da parlare, ma difficile da attuare, è proprio quello di fare esercizio dell’autorità. Però forse è che noi vogliamo troppo, cioè vogliamo vedere dei risultati lì, subito, oggi, con i nostri figli. Se incominciassimo anche a capire di concederci qualche tempo, di fare in modo che i ragazzi possano anche riflettere su quello che stanno facendo e soprattutto se dessimo noi l’esempio di applicazione e di rispetto delle regole.
Voi vedete che la vecchia storia dell’esempio è una storia che non è mai esattamente stata applicata, cioè il rispetto delle regole può essere semplicemente trasmesso con l’esempio, per togliere un alibi ai figli e agli allievi. Io continuerò a fare quello che mi pare, potrò riprendere il ragazzo, però non posso raccontare la storia che sono cresciuto in un ambiente in cui non si rispettavano le regole. Questo sì. Questo mi fa capire che mi sono preso le responsabilità di non seguire le orme del padre e della madre, degli educatori, ecc.
Questo sarebbe già qualcosa. E finisco avendo parlato pochissimo del termine autorità - però mi pare che ci siamo dentro – ma legando ancora una volta al discorso della creatività, termine che ha avuto una grande fortuna nella nostra scuola (non è la Scuola in generale, ma quella privata che l'ha invitato) in questi anni, addirittura è arrivata ad essere una… quasi sembrava una materia, la creatività. Perchè qualche volta insomma si dava addirittura un giudizio sulla creatività del bambino. Allora io vorrei che provassimo ad intenderci su questo termine, poi vediamo come esso si lega anche alle regole e all’autorità.
Perché, se ci intendiamo, è possibile individuare entro quali limiti - vedete, parlo di limiti - si possa parlare di gioco liberamente creativo, oppure di gioco con finalità didattiche. Allora, per me creare è forzare i limiti della realtà utilizzando i dati della realtà stessa, però in forme e modalità insolite, un esempio: un grande psicologo russo Vygotskij sosteneva che ogni creazione dell’immaginazione si compone sempre di elementi presi dalla realtà e già inseriti nell’esperienza passata dell’individuo. Quando noi diciamo: un asino che vola, nessuno l’ha mai visto; però abbiamo in mente l’asino, abbiamo visto delle ali e qualche oggetto che vola.
Lev Semyonovich Vygotsky (1896-1934), bielorusso, si è laureato in Diritto a Mosca (1917), ma ha studiato parallelamente Letteratura, Filosofia e Psicologia. In vita (1926) ha pubblicato una raccolta di conferenze sulla psicologia educativa; dopo la sua morte per tubercolosi a 37 anni, è stato pubblicato un suo libro sulla lingua e il pensiero, e anche una raccolta di scritti in 6 volumi.
"Se l’immaginazione potesse creare dal nulla, scriveva questo psicologo, o se avesse per le sue creazioni altre fonti che non l’esperienza passata, si tratterebbe di un improbabile prodigio che l’essere umano non è in condizioni di fare". Cioè può manipolare la realtà in infinite forme, tanto che non ne sono riconoscibili gli oggetti originali, questo sicuramente, però è dalla nostra esperienza che prende i materiali, i colori… E poi, quello che ha di bello l’essere umano è che li può comporre in una forma per cui non riusciamo ad individuare neanche quali ne sono le fonti.
Per spiegare che cosa è la creatività usava una fiaba popolare russa in cui si descriveva una capannuccia che poggiava su zampe di gallina. Una capanna con zampe di gallina!
Qualcuno di voi conoscerà un grande psicologo russo di nome Vigotskij,
che sosteneva che ogni creazione dell’immaginazione si compone sempre di elementi presi dalla realtà e già inseriti nell’esperienza passata dell’individuo. Se l’immaginazione potesse creare dal nulla o se avesse per le sue creazioni altre fonti che l’esperienza passata, si tratterebbe di un prodigio improbabile.
Tutto quello che noi consideriamo nuovo, da noi creato, non è frutto di partenogenesi ma è una manipolazione o una creazione di dati della nostra realtà combinati in una forma insolita. Vigotskij, per spiegare cosa sia la creatività, utilizzava una fiaba popolare russa in cui si descriveva una capannuccia che poggiava su zampe di gallina. Nessuno ha mai avuto esperienza diretta di una costruzione del genere se non attraverso la fiaba. Gli elementi “capanna” più zampe di gallina” con cui l’immagine è stata costruita, fanno parte della reale esperienza umana, cioè io conosco la casa e conosco le zampe di gallina:è metterle insieme che è insolito. Soltanto la loro combinazione reca l’impronta della creazione e dell’immaginazione, quella felice non corrispondenza con
la realtà a noi nota, che ci trasporta nel mondo fantastico della combinazione insolita di elementi realtà. (Intervento di Fulvio Scaparro in "Alle radici della motivazione: né schiavi né ladri").
Allora nessuno ha mai avuto esperienza di una costruzione del genere se non attraverso la fiaba; gli elementi: la capanna e le zampe di gallina fanno però parte della nostra esperienza; metterli assieme è creatività. Soltanto, la loro combinazione reca l’impronta della creazione dell’immaginazione, e questa la definisce: non corrispondenza con la realtà a noi nota, cosa che ci trasporta in un mondo fantastico, dove regna una combinazione insolita di elementi della realtà.
Le regole, voi sapete, hanno questo di fascinoso per il creativo, che pongono un limite. Che la barriera, per qualunque bambino, non è soltanto la barriera che non si può oltrepassare, ma è l’inizio di quello che io non vedo e posso immaginare; quindi è un motore potentissimo. Quando metto una barriera, e questa è una cosa che chi lavora con i bambini conosce, che quando metto una palizzata in un angolo: ragazzi qui per favore non ci si può andare, per tutto l’anno in questo posto non ci si può andare. Ma perché? No, niente non ci si può andare (meno dico meglio è), no non ci si può andare. Quello sarà il luogo centrale del ragazzo per la giornata. E’ vero che nulla si crea e nulla si distrugge, però noi siamo in grado di percepire, o utilizzare, o modificare il reale in forma molto personale. Questo è uno degli aspetti più affascinanti, talvolta più inquietanti dell’esistenza, che senza questa nostra capacità di lasciare un segno nel reale sarebbe piatta e scialba.
I bambini da questo punto di vista sono naturalmente creativi, perché per loro è tutta una combinazione insolita, perché addirittura sono meno condizionati dall’uso proprio degli oggetti.
Segregare quindi, o sforzare i limiti. Attenzione, quindi, un creativo per questo sta male nelle regole. Quindi, se io creo sforzando i limiti, è necessario però che questi limiti siano presenti e non parlo soltanto delle nostre evidenti limitazioni di esseri umani, ma anche delle norme della nostra cultura, delle regole, degli stereotipi, dei pregiudizi… non c’è creatività senza limiti da superare, senza barriere da infrangere, senza ostacoli da oltrepassare, senza rituali da trasgredire.
Attenzione, allora uno dice: il massimo della creatività si ha in un carcere di massima sicurezza in cui tu non ti puoi assolutamente muovere. No, questi sono i due limiti estremi che fra l’altro coincidono con i nostri limiti. Da una parte io non ho neanche la possibilità minima e teorica di infrangere quei limiti, perché se io mi trovo di fronte una barriera insuperabile, questa è insuperabile, quindi io non posso esercitare la mia creatività. Cioè: deve essere almeno teoricamente frangibile, tolto il limite.
Dall’altra – un altro incubo - sta l’assoluta mancanza di regole. Cioè io non riesco a capire dove mi sto muovendo perché non trovo limiti.
Nei nostri incubi notturni ci capita, o perlomeno è capitato quasi a tutti, di aver avuto l’incubo di caduta libera, cioè: mi manca il terreno e vado giù. Il sogno opposto è quello di oppressione, quindi proprio di un macigno, qualcosa che mi soffoca. Ecco: si va dal soffocante alla caduta libera, e tra questi due limiti si svolge veramente la nostra esistenza. Questi sono gli estremi che non riusciamo a reggere. Tra di essi c’è la nostra vita normale, con qualche momento soffocante, qualche momento di caduta libera, però nell’insieme si campa.
Ecco, noi dobbiamo tenerci entro questi limiti, allora: creare è anche trasgredire all’ordine che impone che la capanna non poggi sulle zampe di gallina. E’ chiaro che un architetto non parte dalle zampe di gallina per costruire una casa però, probabilmente, quante volte dev’essere creativo… ma questo vale per tutti, non bisogna pensare solo agli architetti, ai pittori, agli artisti, ecc. Nella vita quotidiana vi sono soluzioni diverse da quelle che la semplice assenza di abbinamento di esperienza precedenti ci imponeva.
Allora, per questo la vita dei creativi non è stata mai facile, perché sono instancabili ricercatori di nuovi sensi in un mondo che per lo più si rifugia nel banale, nell’ovvio, nello scontato.
Non esiste dunque quella che si chiama libera creatività. Il bambino è messo in condizioni di liberare il suo potenziale soltanto quando è in presenza di regole. I nostri bambini, i nostri allievi, non hanno bisogno di lezioni di creatività. Questo potenziale però può essere sviluppato se vivono in un ambiente fertile, cioè che fornisca ricchezza di esperienze. Allora, se l’ambiente nel quale vivono è ricco da questo punto di vista, naturalmente le combinazioni sono infinite. Però deve essere un ambiente adulto che ritualizzi le tappe dello sviluppo e della crescita sociale, fissi chi controlla le regole del gioco, che le rispetti, consentendo ai bambini, ai ragazzi di rendersi conto di stare crescendo anche riconoscendo loro la responsabilità nelle trasgressioni. Moderatamente, ovviamente.
L’idea che: porca miseria, mi hanno beccato deve ritornare, ma non quella: tanto anche se mi prendono non mi fanno niente. Questa è terrificante. Non ho chiesto punizioni esemplari o pesanti, ma se c’è una sanzione questa viene applicata. Così c’è più gusto a trasgredire. Non pensate che diventeranno chissà quali agnellini, neanche per idea. Però finalmente ho superato i limiti di: qualcuno me l’ha detto. Dobbiamo però chiederci se vogliamo davvero bambini o adulti creativi e dunque un po’ imprevedibili, diffidenti verso l’ovvietà e il conformismo, talvolta ombrosi e con una sospetta indipendenza di pensiero. Io ho l’impressione invece che noi ci accontentiamo di ottenere una moderata creatività che, nel dizionario italiano, voi troverete sotto la voce ossimoro, cioè come dire ghiaccio bollente.
Allora, moderata creatività è qualcosa che non sta insieme, però è quella alla quale si punta, perché se un bambino o una bambina fossero veramente creativi, non ci sarebbe niente di male. Però sarebbero imprevedibili o controllabili, inattendibili e inaffidabili per certi aspetti, troppo liberi; ecco questo è il paradosso nel quale ci muoviamo. Parliamo sempre di libertà, ma non potremmo tollerarlo questo sviluppo della creatività in tutto e per tutto. Quindi ci accontentiamo di arrivare a una moderata creatività, che è già qualcosa.
La stragrande maggioranza di noi avrà la possibilità di contare sull’ovvio o sul poco creativo; qualche più fortunato sarà moderatamente creativo e pochi saranno creativi liberi, che avranno sempre qualche guaio, perché non sono accettati. Tutto questo però si può sviluppare soltanto se fissiamo alcune norme. E questo è un bel gioco, eh, attenzione! Anche in casa, se un bambino cresce in un ambiente in cui alcune regole sono fissate e rispettate, questo non ci garantirà affatto che il bambino le rispetterà, però ci garantirà che il bambino rifletterà sul fatto che ha infranto le regole della casa. Oggi il pericolo è esattamente questo: non percepire la cosa.
Stop, grazie.