20 ottobre 2005

LOTTA AL DOPING: un'ipocrisia smascherata.

Le dichiarazioni sui media di Mario Pescante relativamente alla necessità di modificare la legge 376/2000 "Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping", hanno prodotto un danno incalcolabile sul piano della diffusione dell'etica sportiva.
E' noto a tutti come il doping sia il cancro che rischia di uccidere lo sport. E' altrettanto noto il difficile cammino che ha avuto la legge citata e di quante vittime sia cosparso il percorso attraverso cui si è giunti al suo varo. Si tratta di una legge che conserva alcuni problemi aperti, come quello della Commissione per la vigilanza e il controllo sul doping, ma all'Art. 9 (disposizioni penali) è chiarissima: 1. "Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni e con la multa da lire 5 milioni a lire 100 milioni chiunque procura ad altri, somministra, assume o favorisce comunque l'utilizzo di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive (...)".
Il CIO è preoccupato della sanzione penale per chi "assume" in quanto la normativa olimpica prevede soltanto pene sportive. Mi pare del tutto ovvio. Come potrebbe pretendere di comminare sanzioni penali? L'incompatibilità con la legislazione italiana, da questo punto di vista non dovrebbe porsi se vi fosse una strenua volontà di combattere il fenomeno doping. Tentare di imporre la depenalizzazione proposta dal Sottosegretario Pescante ad una legislazione dello Stato appare, oltre che illegittima sul piano del diritto internazionale - credo - appare collusiva o quantomeno tollerante contro chi fa uso del doping. Questo almeno è il messaggio che passa.
Il Presidente Rogge, che è anche medico, è un convinto fautore della lotta al doping; così come voglio credere lo sia Pescante, benché certi comportamenti quando guidava il CONI sebbene ineccepibili sul piano giuridico (allora certe pratiche non rientravano nella categoria doping) possono aver generato qualche sospetto sul piano etico e del metodo.
Il caso che è nato in questi giorni non è neanche nuovo. Era largamente annunciato, fin da quando sono stati assegnate le Olimpiadi Invernali a Torino e lo stesso Pescante aveva dichiarato che il nodo sarebbe venuto al pettine.
Ciò che mi preme sottolineare, però, è l'aspetto etico del problema nel contesto dello sport italiano e in rapporto alla situazione mondiale dello sport.
Sappiamo che i Giochi Olimpici di Atene 2004 hanno rivelato un record nel numero di casi di doping accertati. Frutto dell'aumentato numero di controlli, ma termometro anche di una situazione che - secondo i dati dell'UNESCO rintracciabili nel sito web: www.unesco.org - rileva che il 6% dei tutti i clienti dei fitness center in parecchi paesi europei fa uso di sostanze per accrescere le proprie performances (studio 2002 della Commissione Europea); che da uno studio dell'Università del Quebec nello stesso anno 2002 il 26% degli atleti amatoriali ha assunto sostanze proibite dal Comitato Olimpico almeno una volta negli ultimi 12 mesi; e potremmo continuare, ben sapendo che i dati conosciuti nascondono un fenomeno più ampio.
Sono convinto che la nostra legge 376, qualora superasse i problemi organizzativi che la limitano, sia una buona legge, almeno per la parte dissuasiva.
Anche l'Italia è fra i 181 firmatari (al 23 settembre 2005) della "Copenhagen Declaration on Anti-Doping in Sport". Gli impegni non possono essere dichiarazioni di facciata.
La lotta al doping deve diventare un fatto di cultura, prima che di normative.
Per questo su questioni come il doping il pragmatismo non può avere cittadinanza. Svela solo l'ipocrisia con cui si è sempre affrontato il fenomeno, fino a raggiungere i livelli di pericolosità sociale che incrinano la credibilità dello sport.
L'uscita di Pescante, da questo punto di vista è desolante e getta nello sconforto quanti credono nell'olimpismo come filosofia di vita e sostengono lo sport come strumento di formazione e di elevazione della persona e di solidarietà fra i popoli.
I tantissimi volontari, tecnici e dirigenti sportivi, che dedicano la loro vita a perseguire la finalità educativa di tante ragazze e ragazzi che si dedicano allo sport agonistico, prima ancora che a ricercare la loro crescita atletica, sono gettati nello sconforto. Hai la sensazione del fallimento di una vita. Scoprire che tutto ciò in cui credi è una ingenua illusione, patetica e inconcludente, è atroce.
Chi ha vissuto lo sport per la gioia che può dare, per l'affermazione di libertà che rappresenta, per il valore formativo che ne ha ricavato, si ribella.
Trova, per fortuna, il conforto di voci autorevoli, prime fra tutte quelle di atleti puliti, quelli veri.
Si conferma, allora, la convinzione che siamo in tanti ad urlare lo sdegno. Non per detestabile moralismo, ma per convinta adesione ideale e per dare un senso allo sport. Una attività che, se perde di vista l'umanità per inseguire i falsi valori della vittoria e del successo ad ogni costo, non ha ragione di esistere.
Anteporre il business - perché di questo si tratta - ai valori in cui tanti sportivi sinceri credono: lealtà, rispetto dell'altro in quanto altro, solidarietà, etica della responsabilità, impegno costante, sacrificio anche, fair play; rende questi principi delle parole vuote, salvo poi sentirle profondere a piena voce nella retorica di esaltazione dello spirito olimpico.
Lo sport puro non esiste; non è mai esistito. Il disincanto, però, lungi dal negarla, esalta l'utopia dello sport vero, quello che forma la donna e l'uomo prima che il campione, quello che esalta la concordi fra i popoli.
Capisco l'imbarazzo del Presidente del CONI Petrucci, che ha sostenuto la "Campagna per la tutela della salute e della lealtà sportiva promossa dagli Atleti in collaborazione con il CONI" con lo slogan "LA MIA VITA PRIMA DI TUTTO". Si trova fra una esigenza di coerenza e la spada di Damocle di un regolamento CIO che agita questioni di incompatibilità e di opportunità per il TOROC. Non si possono dare, però, messaggi dissociati.
Lo sport è unico, sia esso professionistico o dilettantistico. Dobbiamo pretendere che anche lo sport di vertice, quello ricco, si adegui e sia coerente ai valori dello sport. Che poi sono valori universali, non esclusivi dello sport, ma che in questa attività "libera" trovano e devono trovare concreta e gioiosa sperimentazione. E' il business che deve piegarsi a quei valori e non cercare scappatoie per renderli approssimativi e in definitiva falsi.
La legge non si cambia. Leggo con sollievo che un vasto schieramento politico trasversale si oppone alla proposta di modifica.
Gli "atleti" che hanno ragione di temerla se ne restino a casa. Ne faremo volentieri a meno.

Maurizio Monego
I Vice Presidente del
Panathlon International