
Nascita di un’idea: dall’intuizione all’ideazione del progetto
La pluie des enfants est tombée dans le soleil.
Avec le bonheur.
Je suis allée voir.
Après il a fallu leur expliquer que c’etait normal.
Depuis des siècles.
Parce que les enfants ils ne comprenaint pas,
Ils ne pouvaient pas encore comprendre l’inteligence des Dieux.
Après il a fallu continuer à marcher dans la forête.
Et chanter avec les adultes, les chiens, les chats.
Marguerite Duras, C’est tout, 1996
Premessa
Questo lavoro è nato dalla necessità personale di dare un contributo tangibile ad un progetto “donna e sport” fino ad oggi rimasto a mio avviso etereo. Un’idea, l’intuizione di un uomo attento al mondo che lo circonda e sempre pronto a cogliere in anticipo tendenze e movimenti di pensiero.
La donna e lo sport, la donna che anche nel judo europeo inizia a far sentire la sua voce. La donna che è presente nell’AISE e che dovrebbe pensare, dire, fare.
Ho sentito molte parole spese a favore del progetto “donna e sport”, ma a malincuore sempre dalla stessa voce, dalla voce di Cesare Barioli, che per primo ha presentato all’Associazione la necessità di dare spazio al femminile. Ho sentito discorsi, frasi fatte, dichiarazioni più o meno favorevoli aleggiare tra i soci. C’è veramente bisogno di un progetto per la donna? Non dovrebbero essere loro stesse a esprimerne la necessità? Come funziona, un po’ come le quote rosa?
Ho messo a disposizione quello che so fare, la mia professionalità e la mia esperienza come antropologa, delimitando il mio campo e portando avanti uno studio durato un anno intero.
Il risultato del mio lavoro deve servire come base per la costruzione effettiva di un progetto donna e sport , non vuole e non deve essere letto come un traguardo raggiunto ma bensì come uno strumento concreto con il quale portare avanti un lavoro ben fatto.
Appartengo a quella scuola di pensiero che non vede l’Antropolgia come una scienza effimera, non è lo scorcio di una realtà intoccabile volta ad argomentare i congressi, non voglio essere cronista del presente per il futuro. Osservare e capire la realtà dell’uomo deve servirci a fare qualcosa di concreto, i problemi evidenziati devono trovare soluzione perchè la società può essere migliorata.
L’esposizione è divisa in due parti: la prima parte relativa alla fase uno della ricerca e la parte seconda all’ultima fase. Troverete un introduzione per ciascuna delle due sezioni.
Mi assumo piena responsabilità della ricerca e mi riservo di utilizzare questo studio per eventuali pubblicazioni o convegni [1] .
Ricerca antropologica sulla presenza femminile nei dojo A.I.S.E.
Il sondaggio mira ad analizzare la presenza, in termini quantitativi e qualitativi, delle donne nell’ambito del judo delle associate A.I.S.E.
Attraverso un questionario cartaceo abbiamo raccolto i primi dati utili a dare un quadro generale della situazione.
L’indagine ha preso in esame non solo l’opinione femminile, ma anche quella maschile, questo per poter avere un ampio spettro di quello che è il pensiero e l’atteggiamento generale sul problema.
Nel condurre questa ricerca sono emersi una serie di interessanti aspetti che non sono direttamente legati al progetto donna e sport, ma che ritengo in ogni caso utile esporre.
Metodologia di ricerca.
Per affrontare l’analisi della presenza femminile nei dojo delle associazioni affiliate A.I.S.E abbiamo utilizzato diversi strumenti di ricerca:
Ø questionario cartaceo (sottoposto a uomini e donne delle singole associazioni)
Ø osservazione partecipante (condotta da Roberta Nicolò per un periodo di 1 anno)
Ø interviste mirate a campione (sentite 40 persone complessivamente)
Questi termini tecnici possono essere di difficile comprensione per i non adetti ai lavori, ritengo quindi utile darne una rapida spiegazione al fine di mettere tutti nelle condizioni di capire cos’è una ricerca antropologica e come si conduce quella che per gli antropologi è detta “ricerca sul campo [2] ”.
▶Il questionario è uno strumento molto utilizzato soprattutto in campo sociologico per raccogliere i dati quantitativi, ovvero poter avere un’ idea dei numeri: ad esempio le percentuali di presenza femminile del nostro campione di ricerca o l’età media delle donne oggetto del sondaggio. Il questionario è stato sottoposto solo a uomini e donne maggiorenni, le motivazioni di questa scelta le esporrò più avanti.
Con questo strumento in genere l’antropologo “rompe il ghiaccio” perché è più facile rispondere a domande generiche in forma anonima piuttosto che essere protagonisti di un’intervista personale.
▶L’osservazione partecipante è il fulcro del lavoro, lo studioso deve osservare il gruppo d’analisi (in questo caso tutti i membri dell’Aise e tutti coloro che gravitano attorno all’Aise) e annotare e cogliere le dinamiche significative rispetto al tema da analizzare. È un lavoro che fatto dall’interno offre molte più possibilità di riuscita, poiché non sapendo di essere osservati i soggetti si muovono e comportano liberamente secondo la loro natura.
Ho portato avanti la mia osservazione per 6 mesi ininterrottamente in tutti gli ambienti e le occasioni concernenti il gruppo da analizzare e successivamente per altri 6 mesi sempre relativamente ad occasioni ed eventi organizzati dall’Associazione, per un tempo complessivo di un anno.
Ho quindi osservato i comportamenti femminili e quelli maschili rispetto ad una serie di temi quali: l’organizzazione di eventi, la gestione dei conflitti, la capacità di risoluzione di problemi, la partecipazione alle iniziative, la gestione del potere ecc.
▶Ultimo punto è l’intervista mirata, fase molto delicata poiché richiede da parte del soggetto intervistato la volontà di collaborare. Si tratta di registrazioni audio dove l’intervistato esprime le sue idee su temi precisi. Ho ascoltato 40 informatori di ambo i sessi e provenienti da 18 dojo diversi.
PARTE I: raccolta dati statistici, osservazione partecipante 6 mesi (Aprile-Novembre 2006).
Gestione dei rapporti istituzionali
Abbiamo inviato una mail introduttiva per dare notizia del progetto di ricerca e per richiederne l’adesione a tutte le associate nell’anno 2006.
La lettera è stata inviata nel mese di Aprile 2006 (vedi allegato A). Hanno aderito 34 associazioni su 56. Alle Associazioni aderenti al progetto è stato inviato il questionario cartaceo e le relative indicazioni di compilazione (vedi allegato B).
In considerazione dell’imminente chiusura estiva delle palestre, il termine di consegna dei questionari è stato fissato per il 15 ottobre 2006, così da dare la possibilità a tutte le associazioni di far compilare i questionari entro il termine. È stata necessaria una proroga e vari solleciti; abbiamo ufficialmente chiuso questa fase di raccolta dati il 1 novembre 2006.
Delle 34 partecipanti solo 14 hanno consegnato i questionari compilati, mentre 8 Associazioni hanno dato la loro disponibilità ma non hanno presenza femminile all’interno delle loro strutture.
Introduzione:
L’adesione non è stata immediata da parte di tutte le 34 Associazioni che ci hanno infine accordato la loro partecipazione, sono stati necessari dei chiarimenti, molti hanno aderito solo dopo una richiesta fatta di persona o per intercessione di terzi [3] .
L’impressione è che la lettera introduttiva relativa al progetto sia stata letta da pochi e che, a parte rari casi, sia stata affrontata con superficialità e poco interesse.
Questo dato è significativo e a mio personale parere denota un punto di partenza in negativo. Non è stato facile far capire quale sia il valore di una ricerca di questo tipo, non è immediato il collegamento tra ambito sociale, antropologia di genere e scienza e ancora tra scienza e “sport”, ma questo deve essere un segnale d’allarme per una Associazione che si è prefissata una meta dal nome Judo-educazione. I linguaggi della scienza sono peculiari delle singole discipline e per chi si intende un minimo di comunicazione potrei azzardare che sono dei veri e propri gerghi, ma basta un piccolo sforzo da ambo le parti per poter superare gli ostacoli posti dalla unilateralità disciplinare e per entrare a pieno in una multi-disciplinarità che sia reale e non soltanto auspicata o auspicabile.
Sarebbe proficuo dunque che le circolari fossero lette dai responsabili delle Associazioni e che tutti facessero uno sforzo per capire cosa viene proposto o richiesto, così da permettere uno sviluppo dei progetti in essere nel migliore dei modi, magari con un apporto da parte di molti anziché da parte di pochi.
Attraverso la raccolta dei questionari abbiamo la possibilità di sondare alcuni aspetti generali utili ad un approfondimento di tematiche specifiche.
Dai dati della ricerca possiamo ricavare qual’è la percentuale di presenza femminile rispetto a quella maschile, possiamo ottenere dati sul grado raggiunto dalle donne, quante sono le donne che hanno figli che hanno raggiunto un grado judo elevato, quante le donne che desiderano avere un ruolo attivo in questo ambiente e quali sono le loro aspettative rispetto alla loro attuale situazione. Qual’è il livello di collaborazione tra uomini e donne, quanto sia effettivamente diffusa l’opinione di creare una direzione condivisa delle Associazioni.
Spesso nell’analisi delle aspettative emergono notevoli discordanze tra la prima fase di una ricerca e la seconda. Ovvero a domanda diretta “vorresti cambiare qualcosa della situazione femminile nel tuo dojo” difficilmente verrà data una risposta affermativa e propositiva. Generalmente nella seconda fase attraverso un’intervista mirata possono emergere opinioni più significative, ma la totalità di risposte negative, positive o neutre è per noi un dato statistico importante perché misura il grado di consapevolezza e autonomia.
I dati riguardanti l’opinione femminile verranno comparati con quelli relativi all’opinione maschile, così da coglierne congruenze e divergenze e stilare una strategia di approfondimento utile ai fini della ricerca.
Dati statistici emersi dai questionari sulla presenza femminile dei dojo A.I.S.E
Il questionario è stato sottoposto a maggiorenni d’ambo i sessi [4] . La scelta di non allargare l’indagine agli adolescenti è puramente tecnica. Le dinamiche tra ragazzi sono dettate da fattori di età e comportano un approccio metodologico specifico. Sarebbe sicuramente interessante allargare la ricerca anche a questa fascia, ma per il momento o ritenuto opportuno circoscrivere il campo agli adulti.
Abbiamo un campione totale di 92 persone sondate attraverso il questionario di cui 44 donne e 49 uomini [5] .
Delle 44 donne 36 hanno un compagno (fidanzato-marito-compagno) 14 di loro hanno un patner che pratica judo.
Dei 49 uomini 37 hanno una compagna (fidanzata-moglie-compagna) 9 di loro una patner che fa judo.
La percentuale di endogamia [6] di gruppo è quindi pari al 38% per le donne rispetto ad un 24% per gli uomini.
Unendo questo dato all’osservazione personale del problema e considerando quindi anche tutte le persone che non rientrano nel campione sondato direttamente, si ha una netta prospettiva dell’andamento dell’endogamia. Una donna che sceglie di fare judo è spesso legata ad un uomo che ha fatto la stessa scelta. Questo risulta tanto più evidente se andiamo ad osservare le donne che hanno raggiunto un grado judo che parte dal 1° dan a salire (per AISE il grado più elevato rilevato per le donne è un 4° dan).
Va detto che all’interno di un gruppo la tendenza all’endogamia è abbastanza naturale, nel nostro caso una scarsità di presenza femminile aumenta questo andamento.
Su 13 donne che hanno raggiunto il primo dan o un dan superiore, ben 7 hanno un compagno che fa judo, pari al 53%; per gli uomini con gli stessi gradi judo la percentuale è del 25%.
Per quanto riguarda i figli abbiamo un dato apparentemente omogeneo, ossia su 44 donne 21 hanno figli e su 49 uomini 23 hanno figli. Quello che va scomposto all’interno di questo dato è: il grado judo e le ore di pratica, per vedere come l’avere una famiglia influisce sull’impegno nelle Associazioni per uomini e per donne.
Infatti su 21 donne con prole ben 21 (100%) pratica per non più di 4 ore settimanali, lo stesso dato al maschile vede impegnati dei 23 padri solo 11 per un tempo massimo di 4 ore settimanali, 3 si allenano dalle 4 alle 6 ore per settimana mentre 10 praticano dalle 6 a più di 10 ore settimanalmente.
Altro dato che risulta evidente è che delle 21 mamme ne abbiamo 20 che hanno un grado judo compreso tra cintura bianca e cintura marrone, solo una ha il grado di 1° dan.
Al contrario gli uomini hanno 11 padri con un grado compreso tra bianca e marrone e 12 hanno un grado judo da 1° a oltre il 5° dan ( 6 primo dan; 4 da secondo a quarto dan; 2 oltre quinto dan).
Grafico 1.1: ore pratica settimanali per uomini e donne con figli

Un importante paragone è quello rispetto ai ruoli occupati all’interno delle singole Associazioni e all’interno dall’Aise di uomini e donne, ma soprattutto di padri e madri.
Nelle Associazioni la presenza femminile in ruoli istituzionali (ex: segreteria, insegnamento, presidenza ecc.) è pari al 31% ( 14 donne su 44); abbiamo solo 2 mamme che abbiano un ruolo istituzionale.
Nelle Associazioni la presenza maschile in ruoli istituzionali è pari al 55% (27 su 49); abbiamo 12 padri.
Nell’Aise la percentuale è di 11% per le donne, di queste nessuna è mamma contro un 14% per gli uomini dei quali 3 sono padri.
Questi dati danno una prospettiva chiara delle difficoltà femminili nel gestire contemporaneamente una famiglia e l’attività judoistica. Per una donna che desidera avere dei figli e costruirsi una famiglia si impone una scelta obbligata, cioè impegnarsi in attività extra lavorative ed extra familiari per un tempo massimo di 4 ore settimanali e l’impossibilità quindi di assumersi compiti e ruoli all’interno delle Associazioni, che la obbligherebbero ad un impegno maggiore.
Oltre ai dati statistici, ho osservato che nelle coppie endogamiche [7] la tendenza generale, in presenza di figli soprattutto, è quella di “sacrificare la donna”. Sono le donne a sparire dai dojo all’arrivo di un nuovo nato, i padri vivono come un diritto la loro presenza nelle Associazioni ma anche alle singole manifestazioni.
Questi dati sono in linea con gli andamenti comunemente riscontrati nella società contemporanea, ma in virtù del progetto donna e sport ritengo importante che siano stati registrati ed analizzati così da permettere uno studio diacronico in futuro.
Un altro dato: 22 donne su 44 fanno judo da meno di 5 anni contro 9 uomini. Nei casi intermedi ossia da 5 a 10 anni e da 10 a 20 anni il dato tende ad allinearsi (9 a 11 e 10 a 18) ma quando si superano i 20 anni di pratica, abbiamo di nuovo una netta discrepanza tra i sessi 3 per le donne a 10 per gli uomini.
Grafico 1.2: da quanti anni pratichi judo.

Può essere un dato positivo, ossia il numero di presenze femminili è tendenzialmente in aumento, ma nasconde al suo interno un bag, ovvero è probabile che le donne non siano costanti nella pratica e che non continuino nel judo abbandonandolo dopo un certo numero di anni. Questo secondo aspetto è supportato dall’idea emersa pocanzi: una donna per poter raggiungere un buon livello e un numero soddisfacente di ore di pratica deve fare delle scelte molto più importanti di quelle fatte da un uomo. Spesso quindi soprattutto per quelle ragazze che cominciano presto a far judo, diventa difficile superare i 20 anni di pratica. Un esempio: una ragazzina che comincia a far judo all’età di 10 anni si troverà attorno ai 25-30 nella probabile condizione di mette su famiglia, con grossa probabilità sarà posta di fronte alla scelta di diminuire in primis le ore di pratica settimanale e poi tendenzialmente ad allontanarsi sempre più dall’ambiente. Difficilmente supererà i 20 anni di pratica.
Altro esempio è invece collegato al dato di rapporti endogamici: una donna o ragazza in età già adulta che si avvicina al judo per condividere l’esperienza col compagno judoista, tendenzialmente non troverà difficoltà nel rinunciare all’attività per impegni familiari o semplicemente perché cambia patner.
Questi naturalmente sono solo degli esempi, dei casi tipo, abbiamo anche donne che si impegnano a fondo e “resistono” coriacee.
Per quanto riguarda invece le fasce di età abbiamo un andamento omogeneo. Non vi è una discordanza netta tra i valori relativi alle indagate donne rispetto a quello degli indagati uomini.
L’oscillazione dei valori è minima e non implica differenze di sorta.
Dal grafico si vede chiaramente che la maggior parte dei judoisti sia uomini che donne è raggruppato in una fascia che va dai 30 ai 50 anni. La didascalia 10-20 equivale in realtà ai 18-20 anni, ossia dalla maggiore età.
Grafico 1.3 : numero di uomini e donne per fasce di età

Alcune delle domande del questionario sono state prese in poca considerazione e molti hanno preferito saltarle senza dare una risposta.
Questo può essere analizzato in più modi a seconda della domanda scartata.
Alla domanda: quante ore praticavi prima di avere figli hanno risposto solo 11 uomini su 23. Di questi 11 solo 2 hanno diminuito le ore di pratica. Il non aver risposto può essere letto come un ritenere scontata la risposta o ancora come se non fosse una domanda che li riguardasse.
Mentre 14 donne su 21 hanno risposto, di queste 2 hanno diminuito le ore di pratica, le restanti 12 hanno iniziato a fare judo solo dopo la nascita dei figli. In questo caso coloro che non hanno risposto sono perlopiù donne che non praticavano prima dell’arrivo dei figli e per questo motivo non hanno ritenuto di dover segnare la risposta [8] .
Altro dato significativamente diverso rispetto al genere è la motivazione che ha spinto ad iniziare judo. Naturalmente i motivi sono di stampo personale, ma nei due campioni presi in esame abbiamo delle risposte che ricorrono più volte: per le donne la motivazione più ricorrente è per autodifesa, mentre negli uomini è per sport.
Analisi qualitativa dei dati raccolti :
Le ultime 3 domande del questionario sono domande aperte, ossia domande per le quali non vi è una risposta prestabilita, ma è richiesto di esprimere liberamente un parere. Come ho già detto nell’introduzione spesso gli informatori [9] , in un primo momento, non esprimono a pieno o liberamente le loro idee, ma è un dato importante quello che si evince dalle domande aperte, che unito a delle interviste mirate da una chiara immagine della situazione.
Le tre domande finali sono:
▪ Cosa pensi della condizione della donna nel tuo dojo
▪ Vorresti cambiare qualcosa all’interno del tuo dojo
▪ Cosa ti aspetti dal processo al maschio judoista
Abbiamo diviso l’analisi delle risposte per macroregioni:
▷ Nord ▷ Centro ▷ Sud
Questa divisione ci permette di capire se ci sono delle differenze di atteggiamento dettate da background culturale o se invece abbiamo una similitudine che supera le peculiarità regionali.
Nord Italia:
→ 17 donne hanno compilato il questionario
Le donne di questo campione dichiarano in generale di trovarsi in una buona condizione all’interno dei dojo, 8 di loro non cambierebbero nulla nella “gestione del femminile” delle Associazioni a cui appartengono. Opinione comune è la minoranza in termini numerici, ovvero la scarsità di donne praticanti e desidererebbero un aumento delle presenze. Altro desiderio è che gli uomini si dimostrassero più morbidi e meno legati alla loro forza fisica nella pratica. Un’interessante appunto è quello portato da un’ informatrice, per la quale le judoiste sono viste come troppo mascoline al di fuori del mondo del judo e troppo poco maschili al suo interno, ponendole così in una specie di ambiguità sessuale.
Dall’iniziativa “processo al maschio judoista” le donne non si aspettano molto, 8 dichiarano di non aspettarsi nulla o di non essere interessate, il restante gruppo in genere ribadisce un auspicio nell’aumento delle presenze femminili e di una maggiore sensibilità rispetto alle problematiche delle donne.
→ 25 uomini hanno compilato il questionario
Le stesse domande sono state sottoposte agli uomini, in generale dichiarano una condizione della donna che varia da buona a ottima. Anche per loro l’appunto più significativo è dato dalla scarsa presenza e dalla speranza di un aumento numerico della presenza femminile nei dojo. 13 di loro dichiarano di non voler cambiare nulla della situazione attuale nei dojo di appartenenza, opinione comune ai restanti 12 è che vorrebbero più donne nelle loro strutture. Rispetto al “processo al maschio judoista” 12 non rispondono o rispondono di non aspettarsi nulla, gli altri sono molto positivi e dichiarano in generale di voler fare una riflessione più profonda sulle diversità di ruoli e modi che legano uomini e donne.
Centro Italia:
→ 26 donne hanno risposto al questionario
Questo campione dichiara quasi all’unanimità (24 su 26) di vivere in una condizione ottimale all’interno delle proprie strutture d’appartenenza.
20 non vorrebbero cambiare nulla, le restanti 4 lamentano il desiderio di maggiore spazio a livello organizzativo, ossia maggiore disponibilità verso le proposte femminili. Sulla domanda cosa ti aspetti dal processo al maschio judoista sono emerse delle risposte nettamente diverse da quello dichiarato nelle due domande precedenti. Infatti a parte 2 casi, le restanti 24 affermano di aspettarsi un trattamento paritario, una maggior sensibilità, un riconoscimento di ruolo, un riconoscimento di diversità tra uomo e donna nella pratica e nella condizione psicologica. Naturalmente queste risposte sono in netto contrasto con le dichiarazioni di buona condizione nei dojo tanto da non voler cambiare nulla. Questo è un campione che varrebbe la pena indagare con delle interviste mirate.
→ 20 uomini hanno risposto al questionario
Anche in questo caso abbiamo una situazione analoga a quella del campione appena visto, tutti dichiarano una condizione femminile buona, ma a differenza del caso precedente troviamo qualche proposta di cambiamento per i singoli dojo, i generale uno spazio maggiore a livello organizzativo ed una maggiore considerazione delle differenze per una pratica più congrua, più in linea con l’auspicata parità dichiarata nella domanda finale cosa ti aspetti dal processo al maschio judoista.
Sud Italia:
→ 1 donna ha risposto al questionario
Una risposta non fa campione e possiamo quindi riportarne le idee come proposta individuale.
C’è il desiderio di un cambiamento profondo nella mentalità dell’uomo, da cui parte secondo l’informatrice il comportamento sbagliato, questo per raggiungere un effettiva parità.
→ 3 uomini hanno risposto al questionario
Anche qui non possiamo parlare di campione, e quindi riporteremo le idee emerse come proposte individuali.
Questi tre uomini si augurano un aumento delle presenze femminili nel loro dojo, una cambiamento nella mentalità dell’uomo ed un’apertura verso la visione del mondo femminile.
Possiamo affermare attraverso i dati risultanti dai questionari, nonché dall’osservazione dei contesti, che anziché una disparità regionale dettata da fattori culturali hanno molta importanza le personalità dei singoli Maestri. Non posso riportare l’analisi fatta dojo per dojo perché verrei meno all’anonimato della ricerca, ma messa a paragone con quella vista per ambito regionale ne risulta chiaramente quanto appena affermato. Le risposte tendono ad essere omogenee all’interno dei dojo, in generale non c’è consapevolezza ed autonomia di pensiero ma una totale tendenza ad uniformarsi alle idee del leader.
Questo è un presupposto importantissimo per le modalità di costruzione del progetto donna e sport. Denota che non solo il progetto deve mirare alle donne, ma deve altresì riguardare tutti coloro che ricoprono cariche di rilievo nelle Associazioni e nell’Aise, uomini compresi.
Durante il periodo di osservazione ho posto la mia attenzione su tutte le situazioni nelle quali vi fosse un coinvolgimento femminile e ho cercato di cogliere le occasioni dalle quali le donne fossero escluse.
Il gruppo di donne attivo è molto ristretto, non più di una decina per l’Aise e qualcuna sparsa nelle singole realtà associative.
Non è casuale che le donne più attive all’interno delle singole Associazioni [10] siano compagne di judoisti altrettanto attivi (naturalmente con le dovute eccezioni), quasi ad indicare che c’è sempre un uomo pronto a vigilare sull’operato della donna. Oltre a quelle che si sono prese impegni istituzionali o in carico dei progetti [11] , ce ne sono altre che gravitano in una zona “neutra”, ovvero coloro che sono disponibili a dare occasionalmente una mano. Da parte dei colleghi maschi queste sono facilmente gestibili e non creano alcun motivo di contrasto al contrario delle prime, nei confronti delle quali ho notato atteggiamenti più critici.
Devo a malincuore dire che molte delle donne ad oggi presenti nelle Associazioni si pongono da sole in una posizione marginale e di poco pregio. Purtroppo ci sono donne che non riescono ad uscire da un’idea del femminile come segno di passività e pacatezza e che tendono quindi anche in questo ambiente a non farsi carico di responsabilità che considerano loro stesse maschili. Per fare uscire dal guscio anche queste donne è necessario creare una struttura nella quale farle sentire più libere di esprimersi.
Molti uomini pensano che il progetto donna e sport sia qualcosa che non li riguardi minimamente e che stia solo ed esclusivamente alle donne occuparsene. La realtà è che il progetto non mira ad una ghettizzazione del femminile ma ad un’integrazione, cosa che deve essere per forza di cose di competenza di entrambe le parti in causa.
Le idee e le iniziative femminili in seno alle organizzazioni sono spesso commentate negativamente se non supportate da un “uomo forte”; mentre gli errori commessi da una donna sono subito messi in evidenza come dettati dalla incapacità femminile di comprendere temi o dinamiche.
Commenti o battute di spirito sulle capacità gestionali femminili si sprecano, ma non sono per forza indicative di un reale atteggiamento discriminante.
Così come detto in precedenza, l’apertura verso la condivisione sia nella gestione dei dojo che delle Associazioni con la donna, è legata soprattutto alla personalità del leader.
Laddove non vi sia un esempio di cogestione, difficilmente si potrà cambiare la mentalità sessista della struttura sottostante.
Se il Maestro non ha difficoltà nell’assegnare ruoli e compiti alle donne, non soltanto nominalmente ma di fatto, automaticamente tutta la struttura tende a non creare discriminazione e a sensibilizzarsi.
Ho notato che l’emulazione in questo ambiente non funziona solo con i più piccoli, ma scatta anche negli adulti. Le personalità più forti, quelle più intraprendenti, sono prese ad esempio e questo è un fenomeno a mio parere negativo, ma che può essere sfruttato in maniera saggia e costruttiva per arrivare ad edificare persone libere e responsabili.
Nella fascia dei trentenni soprattutto abbiamo questo forte desiderio di imitazione del Maestro, un imitazione un po’ pappagallesca e superficiale per lo più, che rischia di trasformarsi in una barriera invalicabile soprattutto nei confronti delle donne. Nei ragazzi più giovani noto maggiore apertura e disponibilità nell’ascoltare il parere femminile, e altrettanto in quelli un pochino più maturi.
La fascia d’età centrale e cioè quella che va dai 28 ai 40 circa, è sicuramente quella su cui lavorare di più per far capire l’importanza di una presenza femminile che dovrebbe andare un po’ oltre il mero incremento numerico.
Non potranno mai esserci più donne se non si da loro spazio nella gestione e nell’organizzazione delle Associazioni.
PARTE II: interviste mirate, osservazione partecipante 6 mesi (Novembre 2006-Aprile 2007)
Metodologia e campionatura
L’ultima parte di questa analisi consta di interviste mirate a campione, ovvero conversazioni libere su argomenti inerenti la ricerca, che ho registrato tra Novembre 2006 ed Aprile 2007, nei dojo delle macro regioni [12] .
Tutte le interviste sono state audio-registrate, dietro formale consenso scritto da parte dei singoli informatori e archiviate in file [13] .
Come d’abitudine vorrei dare un rapido sguardo a questa tecnica di raccolta dati mostrando come mettere in luce una serie di elementi fondamentali per capire la realtà che stiamo osservando.
▶La scelta del campione: la campionatura varia a seconda del tipo di analisi da condurre. Nel nostro caso ho scelto in primis di mantenere un rapporto numerico paritario tra informatori ed informatrici. Ho inoltre cercato di sentire almeno 2 persone per dojo e possibilmente un uomo e una donna. Sono state intervistate nel complesso 40 persone.
▶Come si conduce un’intervista: il soggetto intervistato è lasciato libero di esprimere il suo pensiero, le domande sono aperte. Non necessariamente si porrà attenzione sugli stessi argomenti con ogni informatore, ma al contrario si tende a seguire la strada che egli stesso preferisce percorrere. Questo da possibilità di cogliere più aspetti di una singola questione.
▶Tipologie di informatori: come già detto è necessaria la volontà da parte del soggetto intervistato di collaborare alla ricerca. Aderire al progetto non significa automaticamente sentirsi libero di esprimere le proprie idee. Molto spesso ci troviamo ad affrontare colloqui con persone che sono pronte solo in apparenza ad aprirsi e che ci danno informazioni falsate o ritenute politicamente corrette. Naturalmente lo studioso con un po’ di esperienza è generalmente in grado di distinguere tra un’intervista libera ed una “pilotata”. Anche in questo caso il numero delle cosiddette interviste pilotate è comunque analizzabile al fine di calcolare il grado di autonomia di un gruppo rispetto ai leader [14] o la potenzialità di sviluppo del gruppo, inoltre le linee ritenute politicamente corrette sono in genere linee guida e aiutano a ipotizzare gli andamenti e le possibili cause di collasso delle Associazioni.
Introduzione
La disponibilità a partecipare alla seconda parte della ricerca è stata apparentemente più sentita. Va detto che il leader Cesare Barioli ha inviato una mail (vedi allegato C) a tutte le Associazioni, in cui veniva espressamente richiesta adesione al progetto.
Soprattutto in quest’ultima fase dell’analisi è importante mettere in evidenza aspetti che non sono relativi direttamente ad un confronto di genere, ma bensì a forme di potere e strutture entro le quali questa indagine si è sviluppata.
Non possiamo affrontare un tema senza uno studio approfondito del contesto.
Quando abbiamo a che fare con una manifestazione umana, sia essa l’uso del linguaggio, lo sviluppo di strutture sociali, la nascita di una particolare forma espressiva ecc. dobbiamo forzatamente osservare e comprendere l’ambiente in cui è nata. I contesti sono la cornice entro la quale nascono gli eventi.
Il nostro contesto è quello strutturale dell’Aise e delle singole realtà associative che la compongono.
Affronterò dunque temi quali: strutture formali delle Associazioni, relazioni con altre realtà associative esterne all’AISE, interrelazioni e possibili situazioni di conflitto, strutture gerarchiche del potere, ideologia delle forme di potere.
Struttura formale delle Associazioni e ideologie delle forme di pootere
Le Associazioni aderenti all’Aise hanno uno statuto adeguato a quello dell’Associazione madre (vedi allegato D), con la quale condividono scopi e visioni [15] .
Tutte le Associazioni sono composte da un numero minimo di 3 membri (Presidente, Vicepresidente, Segretario).
Le Associazioni affiliate all’Aise nel 2006 erano 56 mentre per il 2007 il numero è sceso a 50.
Per la maggior parte delle associate Aise il consiglio direttivo è composto da parenti, questo è un dato estremamente importante perché ci illumina sul tipo di gestione dei rapporti interpersonali e riporta ad una “conduzione familiare” delle stesse, cosa di rilevanza fondamentale per l’analisi della situazione delle donne.
Avere organi istituzionali formati da parenti significa condurre un associazione detenendo potere quasi assoluto, infatti i parenti facenti parte del consiglio non si occupano in genere della gestione delle Associazioni, ma semplicemente fanno presenza durante le assemblee dove accettano passivi le decisioni dell’effettivo detentore del potere gestionale [16] . Questo ruolo di facciata è affidato volentieri alle donne, che spesso non sono neppure praticanti di judo. Laddove invece nella gestione abbiamo una coppia endogamica, l’analisi di questo contesto ci suggerisce che le decisioni saranno prese in linea con le abitudini di gestione familiare, ossia dove l’uomo ha più peso della donna in famiglia facilmente avrà più peso nell’Associazione. Questo naturalmente non è da considerarsi un dictat .
Abbiamo però anche Associazioni che vantano un consiglio nel quale i consiglieri non sono legati da rapporti di parentela, ma da intenti comuni. Queste Associazioni, per quello che ho potuto osservare, sono più aperte all’idea di condivisione e cogestione uomo-donna, perché hanno alle spalle un’esperienza di collaborazione che aiuta molto a capire la necessità di un rapporto tra i sessi più paritario e proficuo.
Anche in questo caso naturalmente non è possibile generalizzare, abbiamo le dovute eccezioni nel bene e nel male.
La questione della gestione del potere e dell’ideologia di potere è molto importante per capire come affrontare il progetto donna e sport, perché è sulle strutture create da questi concetti che la donna si deve inserire.
Interrelazioni tra associazioni, soci e possibili situazioni di conflitto
Gli scambi tra le singole Associazioni sono regolati quasi esclusivamente dall’Associazione madre [17] .
Le Associazioni si radunano per eventi comuni quali tornei studenteschi, corsi di aggiornamento, congressi e stage.
In queste occasioni la comunicazione passa senza particolari difficoltà, tutti sono partecipi degli intenti comuni e gli scambi favoriscono una crescita del gruppo. Vengono condivisi scopi ed ideali e discusse questioni tecnico organizzative implementando la rete relazionale.
La struttura è gerarchizzata, ognuno assume compiti e mansioni specifiche senza particolari problemi, l’attenzione è posta in genere al buon andamento dell’evento e agli intenti ideali dello stesso.
In queste occasioni la presenza femminile è notevolmente favorita poiché assume ruoli predeterminati. In questo caso è importante lavorare sulle tipologie di ruoli a loro assegnati dando sempre maggiore importanza a posizioni fino ad oggi ritenute di appannaggio prettamente maschile come per esempio la conduzione di una lezione di kata, l’arbitraggio, la gestione degli allenamenti preparatori alla gara, ecc.
La costruzione teorica di una parità fra i sessi non è assolutamente sufficiente a garantire il cambiamento di mentalità, il pensiero umano culturalmente strutturato abbisogna di periodi molto lunghi per cambiare alla radice, non lo fa attraverso la semplice nozionistica ma bensì attraverso esperienze concrete.
“anche nel nostro mondo ci sono delle resistenze, un conto è parlarne un conto poi è fare…”
Questo avvalora la tesi esposta nella prima parte di questo scritto, ossia le figure dominanti delle Associazioni assumono un ruolo fondamentale per il buon andamento del progetto, l’effettiva condivisione degli spazi è condizione sine qua non e deve essere bilaterale ed egualitaria.
“… bisognerebbe lasciare più spazi e non crearne di appositi, da noi è nata così, le cose le condividiamo e credo sia abbastanza equilibrato tra uomini e donne, non ci siam mai posti il problema…”
Il problema di fondo per cui ad oggi risulta difficile mettere in pratica una parità, che a parole tutti sembrano accettare, è sicuramente da ricercarsi nella gestione del potere delle strutture stesse e nelle relazioni interne che ne sono direttamente correlate.
“…quello che a volte mi è difficile capire è questa gestione del potere, che indipendentemente che uno sia uomo o donna crea sempre problemi…”
Mentre durante le manifestazioni Aise le idee circolano abbastanza liberamente, quando dalla struttura madre si passa alle singole Associazioni notiamo un grandissimo sistema di filtraggio.
Per sistema di filtraggio intendo che informazioni, idee, contenuti e talvolta persino la forma diventano appannaggio del Maestro, (generalmente leader indiscutibile) è lui che filtra in modo più o meno aperto il pensiero e le informazioni.
“….a volte le cose le vieni a sapere all’ultimo momento e non sei in grado di prepararti e ti senti spaesata, le informazioni se le tengono li oppure vengono date troppo tardi, così si fa fatica a fare qualcosa…”
Questo ha un peso rilevante per l’andamento generale non solo del progetto donna e sport ma per tutti i progetti in essere.
Come fatto notare nei capitoli della prima parte della relazione, i maestri hanno tendenza ad imitare un “modello” [18] che viene emulato in maniera un po’ infantile. Anche nella gestione del potere troviamo la stessa forma di emulazione, detenere potere quasi assoluto sembra essere il modo più semplice per affermare il proprio essere Leader.
Laddove la personalità del Maestro è matura questo bisogno viene meno, infatti ho avuto il piacere di osservare strutture dove il leader ha semplicemente funzione di direzione e controllo sui collaboratori, i quali hanno libertà gestionale sui compiti loro assegnati. Queste Associazioni funzionano generalmente meglio, lo scambio di informazioni passa perfettamente sia sul piano interno che definisco orizzontale, che sul piano esterno (rapporti con Ass.madre e altre realtà legate al territorio) che definisco verticale.
Purtroppo devo dire che il numero di Associazioni che utilizzano una struttura aperta sono poche, delle 9 che ho potuto osservare da vicino solo 2 presentano questa forma strutturale [19] .
Le strutture aperte consentono inoltre che le informazioni viaggino in maniera bilaterale, ossia dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto, consentendo un libero scambio di idee che genera innovazione e crescita a tutta la struttura.
Creare una struttura aperta non significa non usufruire di forme di controllo, così come non significa non avere un leader, ma vuol dire mettere attenzione sul singolo associato dando spazio a chi ha voglia di collaborare attivamente e sviluppare una struttura viva e propositiva con un’apertura mentale che può traghettare le Associazioni verso nuovi traguardi.
Per contro le forme chiuse tendono ad essere sterili, difficilmente si educheranno collaboratori ed operatori capaci di prendere decisioni. Non permettendo loro di fare esperienza di gestione non sarà possibile sviluppare persone capaci di proporre liberamente un’idea, di gestire un evento senza specifiche e dirette indicazioni da parte dei leader. Non offrendo spazi in cui sperimentare non potranno che formarsi leader sempre più poveri e incapaci di trasmettere gli ideali, portando ad un progressivo collasso delle Associazioni.
“…nessuno ha il coraggio di esprimere un po’ la propria opinione,…. Con la paura di andare in contrasto o di sbagliare o di fare brutta figura rispetto ad una figura di riferimento, molte volte uno abbozza li…”
Grafico 1.3: strutture aperte e chiuse:
Struttura chiusa
Ass.madre
LEADER
struttura sottostante
filtro
Struttura aperta
Ass.madre
Leader
e coll.
struttura sottostante
Passaggio
di Informazioni e responsabilità gestionali bilaterale
Punto fondamentale per l’Associazione madre è quello di creare delle linee di condotta univoche nella gestione dei conflitti interni, evitando così che questioni relative alla gestione delle Associazioni divengano di ordine personale. La gestione dei conflitti è uno dei problemi che maggiormente sono emersi dalle interviste. Inoltre se la stessa Associazione madre è strutturata in modo chiuso sarà indubbiamente più difficile che un concetto di collaborazione e condivisione passi alle affiliate.
Anche lo sviluppo sul territorio locale ha grande importanza, in effetti le Associazioni con struttura aperta hanno una marcia in più rispetto a quelle chiuse. Indubbiamente il forte controllo da parte del leader che accentra il potere, rende molto più lenta e sicuramente meno ampia la possibile ramificazione sul territorio (allargamento del network).
Per avere sinergie con istituzioni e altre Associazioni è indubbiamente necessario avvalersi della collaborazione di più persone che abbiano libertà gestionale per i compiti a loro delegati, al fine di poter gestire al meglio attività e rapporti. In quest’ambito le donne potrebbero essere di grande pregio, per le loro capacità di relazione e la sensibilità nel rapportarsi al mondo sociale.
La donna nel contesto gestionale delle Associazioni
Abbiamo dato notizia del tipo di strutture ad oggi presenti all’interno dell’Aise, mettendo in evidenza il problema della figura del leader e della gestione del potere in relazione alle collaborazioni.
Ma come si inserisce ad oggi la donna in questo contesto?
Primo dato evidente emerso dai colloqui e ulteriormente indagato attraverso l’osservazione, è quello relativo ad un’èlite femminile, ovvero un gruppo di donne attive che detiene potere e che regola la presenza delle altre donne funzionando da filtro, un po’ come una membrana cellulare. Vengono affibbiate delle etichette che difficilmente si riescono ad oltrepassare. Questo atteggiamento crea ancora maggiore difficoltà a certe donne che rimangono emarginate proprio per questo modo di gestire le cose.
“le donne dell’Aise non collaborano tra di loro…. Hanno un po’ la puzza sotto il naso, alla fine c’è sempre qualcuno che non collabora, questo è dovuto all’ambiente alla questione donna, che se si devono unire e far qualcosa insieme per loro è un po’ più complicato…. C’è una tendenza a fare una grossa differenza tra quelle che hanno un certo peso e quelle che non ne hanno che restano fuori…”
“…le poche donne che sono state investite di qualche autorità non mi sembra che poi si comportino un granché bene nei confronti anche delle altre donne che le affiancano e con le quali fanno delle cose…”
Le donne in posizioni più elevate subiscono fortemente l’influenza del leader, da un lato sono soggette ad un maggior numero di critiche dall’altro difficilmente riescono a rendersi autonome dalla linea guida e risultano sempre e comunque manovalanza a servizio di una dirigenza maschile.
“…le donne si arroccano su quel poco potere che hanno come se fosse un orto proprio…”
“…ci sono moltissimi preconcetti, molte donne tendono a ghettizzare e a gestire il poco potere che hanno, che è comunque sempre operativo, terra a terra cose da fare non da decidere, tendono a fare sempre tra di loro, sempre le stesse poche persone…”
Ci sono alcune donne che hanno dei compiti o che sono responsabili di alcuni settori: relazioni istituzionali, amministrazione ecc.; ma anche per loro come per gli uomini è strettamente necessario seguire delle linee predeterminate. Un punto di vista femminile ad oggi nella maggior parte delle Associazioni è difficile da trovare, ma il problema è sicuramente da ricercarsi nella tipologia delle strutture, essendo i leader per la totalità [20] uomini e legati al modello di struttura chiusa.
Ricordo per una maggiore trasparenza, che per leader intendo colui che detiene realmente potere, cioè colui che prende di fatto le decisioni e al quale il resto della struttura fa riferimento, non è detto che la figura del leader coincida con la carica di presidente.
“…vedo delle donne che si danno da fare ma c’è sempre qualche uomo che da delle indicazioni, delle linee da seguire, delle cose da fare e le donne eseguono. Io vedo solo questo ora, può darsi che ancora non siamo pronte e in un futuro le cose cambieranno ma non credo. Penso che se cambiano e se la donna acquisterà più responsabilità venga fatto sempre per il discorso per cui lo fanno fare a me qui, per comodo, perché fino a che ci sarà gente che decide tutto voglio dire è inutile dire la donna qui, la donna la…”
“….non ho visto una proposta fatta da una donna, portata avanti da una donna e portata a compimento, se le donne fanno delle cose è perché qualcun altro gli dice come farlo….”
Le donne quindi al pari degli uomini trovano estrema difficoltà nel collaborare, dove collaborazione non significa attenersi in gruppo a indicazioni di un singolo, cosa che nelle varie Associazioni ivi compresa l’Associazione madre non presenta alcuna difficoltà, ma creare dei team capaci di partorire idee, svilupparle e portarle a compimento nel migliore dei modi; formare figure che possano assume un ruolo dirigenziale concreto. Ci sono solo occasioni sporadiche dove dei piccoli gruppi riescono in squadra a costruire qualcosa, ma questo avviene in genere in situazioni miste e di breve durata [21] e dovrei analizzare meglio questi avvenimenti per poter affermare con certezza che in questi pochi frangenti ci sia un effettivo lavoro di squadra e non ancora una volta un adempire a compiti prestabiliti.
“…il segreto dovrebbe essere quello di decentrare del potere, nel senso non tanto del potere nell’Aise, ma del potere di gestire qualcosa e dire punto e basta è responsabile, sbaglia ne parliamo ma continua. Non la prima volta che sbaglia la cazziamo così questa abbassa la testa per i prossimi 3 anni, ha paura poi a fare qualsiasi cosa…”
“…i collaboratori vanno formati, cresciuti e gli si deve dare un indipendenza decisionale altrimenti non si formano…”
“…non basta dare un incarico, poi gli togli qualsiasi potere decisionale, anche dove colui che svolge l’incarico in quell’ambito è molto più esperto di te…”
C’è una metafora che ho sentito più volte “come si fa il minestrone”:
si va al supermercato con un auto fabbricata dalla Fiat, che viaggia su gomme Pirelli e su strade statali tenute dagli stradini, si comprano verdure prodotte da contadini siculi e distribuite dalla mafia, si pagano con denaro della zecca di stato ad una commessa, tornati a casa prendiamo l’acqua dell’acquedotto, accendiamo il gas che proviene dalla Russia e mettiamo a bollire le verdure con del sale prodotto dalle saline calabresi….
Tutto questo a dimostrazione che l’unione della lavoro di molte persone può rendere facile un’operazione che altrimenti ci costerebbe enorme fatica. Ognuno svolge al meglio il suo compito, tutti insieme ci adoperiamo per la crescita della società.
Ma cosa succederebbe se io che desidero per cena del minestrone pretendessi di controllare personalmente ogni passaggio? Pretendessi cioè di capire e dire la mia all’ingegnere della Fiat su come progettare la nuova Punto? Di controllare che i contadini siculi abbiano colto le verdure secondo le vigenti norme igieniche? Oppure di insegnare alla mafia come distribuire i prodotti sul territorio?
Fare il minestrone e soprattutto farlo in tempo per l’ora di cena diventerebbe un’impresa “quasi” impossibile!
Considerazioni conclusive
Non mi sento di esprimere delle conclusioni, ritengo che ognuno abbia il dovere-diritto di trarne le proprie e di agire secondo la direzione che ritiene più utile al bene comune, ma mi sembra pertinente riportare uno stralcio di un’intervista fatta allo scrittore peruviano Manuel Scorza [22] :
“Credo che la rivoluzione debba passare prima di tutto dalla casa del rivoluzionario. Ho visto in Italia, e mi ha molto stupito, ed anche in America Latina, le relazioni che corrono tra le donne e i loro uomini. Ho visto che la situazione delle mogli di molti uomini che vanno proclamando la rivoluzione di sinistra è una situazione di tipo arabo, mussulmano all’interno della casa. Ho avuto una discussione con un amico europeo la cui moglie avevo visto lavorare dalle 7 del mattino fino alle 11 di sera; la donna cadeva dal sonno e si continuava a chiederle da mangiare mentre noi continuavamo a parlare di rivoluzione. Allora ho detto a lui: amico facciamo una critica di quel che succede in casa tua, c’è un problema evidente, la stanchezza della tua compagna,ed è una cosa che andrebbe discussa davanti al tuo gruppo politico. Come potete tenere le vostre mogli in questo stato di schiavitù?. Nacque così una terribile discussione che durò fino alle sei del mattino. C’era una contraddizione.”


[1] Al fine divulgativo il nome dell’Associazione verrà reso pubblico solo con il consenso scritto da parte degli organi competenti della stessa.
[2] Ricerca sul campo significa una ricerca non basata solo sull’edito ma soprattutto sulla sperimentazione, attraverso gli strumenti che ho citato.
[3] Generalmente dopo un sollecito da parte del leader dell’Aise.
[4] Tutti i questionari sono rigorosamente in forma anonima e trattati secondo le vigenti leggi sulla privacy.
[5] È stato richiesto di far compilare i questionari a tutte le donne presenti in palestra e per gli uomini solo a 5. per cui il dato numerico apparentemente paritario non rappresenta la realtà dei fatti. C’è un rapporto di 1 a 5 circa.
[6] Con il termine endogamia si intende il valore rappresentato da tutte le unioni interne ad un gruppo.
[7] ossia dove entrambi i patner fanno parte di un Associazione e praticano judo.
[8] La diversa soluzione di motivazione per la non risposta di uomini e donne, è nata dalla analisi del dato comparato con quello relativo agli anni di pratica (da quanto tempo fai judo) e a quello dell’età dei figli; perciò analiticamente motivata.
[9] Con il termine informatore si intendono tutte le persone che si sono sottoposte ai questionari o alle interviste mirate, non sono informatori coloro che sono stati solo osservati.
[10] Ho osservato 8 Associazioni, 2 al nord e 6 al centro.
[11] Vedremo più avanti modalità e reali contenuti delle cariche istituzionali.
[12] Il sud Italia in questo caso non è stato sondato.
[13] Le registrazioni sono state rilasciate esclusivamente ai fini della ricerca e sono da considerarsi private, per nessuna ragione esse verranno rese pubbliche o fruibili a terzi. Estratti delle stesse saranno trascritte in forma anonima e considerate prove a favore delle tesi esposti. I pezzi trascritti sono selezionati in base all’occorenza del problema trattato, verranno riportati solo pochi pezzi per problematica onde evitare inutile prolissità, ma facciamo presente che ogni tema trattato vanta diversi “test a favore”, ossia non considero problema un tema proposto da meno di 8 persone corrispondente al 20% del campione.
[14] In qualsiasi tipologia di gruppo il leader è colui che detiene potere politico, religioso o carismatico, nel nostro caso trattandosi di Associazioni è ipotizzabile che si possano trovare diverse tipologie di strutture: da quella fortemente gerarchizzata a quella più democratica. Il ruolo del leader varia a seconda della tipologia di struttura ed è comunque impossibile che una struttura sia totalmente globalizzata o globalizzante, anche nelle dittature abbiamo sempre un movimento più o meno sotterraneo di resistenza alla linea di potere dominante.
[15] Naturalmente non si vuole dare un giudizio di valore sulle finalità dell’Aise e delle sue affiliate, questo elaborato non prende posizioni politiche, il suo scopo è quello di dare uno spaccato di realtà sulla quale gli organi competenti potranno stabilire eventuali strategie di gestione o revisione.
[16] Spesso chi detiene il potere è Presidente e Maestro, ma questo non vale per tutte le associate, in alcuni casi abbiamo Presidenti di ruolo ma non di fatto, molti di questi sono donne.
[17] Anche in questo caso vanno ricordate le eccezioni, ossia attività inter-palestre organizzate autonomamente che anche se non frequentissime sono comunque presenti.
[18] Chiamo modello il leader dell’Associazione madre.
[19] Va detto che per una delle due Associazioni citate abbiamo una spaccatura del consiglio per cui riporto lo spirito di una metà della struttura.
[20] Va ricordata un’ Associazione in cui c’è piena condivisione dei poteri tra leader donna e leader uomo, ma va anche fatto notare che questa è una delle due citate come struttura aperta, in quest’Associazione tutto funziona su un piano di autentica condivisione.
[21] Per miste intendo team formati da persone appartenenti a varie Associazioni, esempi di questo possono essere lo stage dei bambini a Predappio, il congresso sui Kata.
[22] Manuel Scorza 1975, in Rosalba Campra, L’America Latina: l’identità e la maschera, pag 190, Meltemi, Roma, 1999.