Kenshiro Abbe

Traduzione di un libro che descrive le grandi personalità vissute nell’epoca dell’imperatore Hirohito, gentilmente fornita da Mario Castanò.

Questa è la prima di tre puntate.

Kenshiro Abbe. Pochi giapponesi del judo lo ricorderanno. Forse ci sarà qualcuno che ricorda il suo nome in Europa, specialmente in Inghilterra, dove ha insegnato.

Negli anni ‘60 era già considerato un personaggio del passato, e quando veniva nominato era quasi sempre per la sua eccentricità.

Nel mondo del judo si dice che non c'è stato Kimura prima di Kimura, e non ci sarà Kimura dopo Kimura. Questo detto si riferisce allo straordinario campione Masahiko Kimura che calcò le scene tra il 1935 e il 1945, e chi lo conosce non la ritiene un'esagerazione. Sono io che ho coniato questo slogan che è poi stato ripreso dai presentatori e nei libri.

Ebbene, l'unico uomo che ha sconfitto decisamente Kimura è stato Kenshiro Abbe.

Divenne famoso in un’altra gara, prima di quella con Kimura, quando si impose all’attenzione di tutti i giapponesi che si interessavano al judo o allo sport in generale.

Era il primo kohaku-shiai del Kansaì, il 30 aprile 1936, organizzato a ricordo del 77° anniversario di Kano Jigoro.

Nel periodo delle prime gare, dalla metà dell'era Méijì (ca. 1885) ad oggi, il judo ha raggiunto il culmine della notorietà tra il 1926 e il 1936 (l’epoca d’oro del judo; n.d.r.). Nelle scuole l’educazione fisica era costituita dal judo o dal kendo, ma queste discipline venivano molto praticate anche nelle scuole superiori, all’università, nella Marina militare e perfino nei piccoli paesi. Il primo aveva raggiunto la piena maturità tanto tecnica che spirituale, tanto che il judo odierno si potrebbe definire come l'ombra del judo di allora.

A parte Tokyo, le città famose per i loro campioni erano Kyoto, Okayama, Kumamoto e Fukuoka; quindi è comprensibile che questa gara del Kansai venisse inaugurata a Fukuoka.

Il gruppo “bianco”, orientale, reclutava nella zona da Sekigahara a Hokkaido, quello “rosso” comprendeva il Giappone occidentale, la Manciuria, la Corea e Taiwan.

I capigruppo dei due partiti erano campioni nazionali, che si conoscevano fin troppo bene: l'esito del loro incontro era incerto, quindi erano i circa 50 giovani 5° e 6° dan a determinare il risultato.

Il gruppo orientale (bianco) era costituito principalmente da studenti e laureati dell'istituto superiore magistrale di Tokyo e delle università private. In quello occidentale (rosso) c'erano studenti e laureati della Scuola di Superiore di Arti Marziali: il Budo-senmom-gakko (Busen), e judoisti di Kyushu.

Il gruppo della scuola magistrale di Tokyo, di cui Kano Jigoro per molti anni era stato preside, era l'asso del Kodokan, mentre il Busen apparteneva alla Fondazione Butoku (lett. "la virtù delle arti marziali").

Come insegnanti, Kano aveva mandato al Busen dei suoi allievi, tra i quali Hajime Isogai e Hideichi Nagaoka; grazie a loro la forza di quel gruppo era cresciuta fino a superare quella della Scuola Magistrale di Tokyo e del Kodokan.

Al tempo Abbe aveva 23 anni, era alto 166.7 cm e pesava 71.3 kg.

Kami-shiho del sig. Kenshiro Abbe

I biglietti andarono a ruba e una tribuna all’aperto di 20.000 spettatori era pronta a godersi l'evento.

Quel giorno cominciò con i partecipanti radunati di fronte a Kano e agli altri funzionari, a scambiarsi l’augurio sportivo che precede i combattimenti.

Mentre erano schierati in attesa, un judoista del gruppo occidentale uscì dalla fila e cominciò a correre su e giù dietro alla compagine. A differenza di oggi, a quel tempo, davanti alle autorità e in attesa dell’evento, tutti i combattenti restavano composti, educatamente in silenzio. Ovviamente, quando avvenne quel happening, tutti guardarono stupiti.

"Ma l'atleta che correva non era disturbato da quegli sguardi. Rimasi impressionato da quello strano uomo, tanto che mi ricordo benissimo la scena anche oggi che sono passati cinquant’anni. Quello strano personaggio era Kenshiro Abbe" Così mi raccontò nel 1986 Masaichi Shimizu, al tempo studente dell'Istituto di Educazione Fisica del Giappone e combattente del gruppo occidentale.

Forse Shimizu aveva percepito che Abbe, correndo in silenzio fuori dal gruppo, aveva prefigurato come si sarebbe svolta la seconda metà della sua vita. Shimizu diventò in seguito rettore dell'Istituto Universitario di Educazione Fisica del Giappone.

Quando Abbe scese in campo, il gruppo occidentale era in svantaggio di due sconfitte.

Abbe, con la testa rasata e la faccia da ragazzino delle medie, ruppe l’assetto dell’avversario a destra e sinistra, muovendo le gambe in modo talmente veloce e leggero che sembrava avesse delle molle negli arti inferiori. Con un rapido movimento si abbassò e fece aderire il suo petto all'avversario, uno studente universitario di 5° dan, e fece uchimata. L'avversario fu proiettato violentemente sulla schiena e si pensò a un sicuro ippon. Ma l'arbitro – un insegnante del Busen - dichiarò waza-ari.

Forse l'arbitro si trattenne dal concludere l’incontro troppo presto per ritegno nei confronti dei Kodokan, o magari perché Abbe era un suo alievo.

La cosa interessante era che in un articolo del giornale di Fukuoka stava scritto che "Abbe ha fatto seoi (lancio di spalla) e si è pensato ad un bellissimo ippon".

Mi sono informato: Abbe non praticava questa tecnica. Siccome l'uchimata di Abbe consiste nell'attaccare la gamba destra dell'avversario e alzandola compiendo un salto ad una velocità straordinaria, se tutto questo viene eseguito nel giusto tempo l'avversario cade rovescio con la testa in giù. Così accadde anche in questo incontro: agli occhi dello spettatore-giornalista sembrò un seoinage (ma anche l’autore cade in una sorta di imprecisione, perché descrive l’hane-goshi su kogeki-shisei del signor Abbe, chiamandolo “uchi-mata”; n.d.r.).

L'avversario, Nagamitsu, avendola scampata per miracolo, raccolse le forze e continuò ad attaccare con i suoi speciali, tsurikomigoshi e ógoshi. Abbe li neutralizzò muovendo sempre un passo prima dell’attacco dell'avversario; quindi colse l’opportunità per entrare in osotogari (grande falciata esterna), e mentre Nagamitsu cercava con tutte le sue forze di resistergli, Abbe, lo proiettò al suolo trasformando il colpo in makikomi. Fu finalmente ippon. In realtà quindi Abbe con Nagamitsu ne aveva fatto due di ippon.

Quando lo proiettò fuori dallo shiai-jo (area di combattimento), l'avversario seguente gli si aggrappò con tale forza che Abbe fu trascinato al suolo, ferendosi al ginocchio. Quel giorno si ferirono altri due atleti, proiettati fuori dall’area, uno in modo grave.

Nelle gare all'aperto organizzate dal Kodokan la materassina era montata su una pedana alta circa 1 metro che supportava 50 tatami, area che limita molto i combattimenti. Muovendosi in ogni direzione, quello spazio inferiore a 10 metri quadrati (il tatami è 92 x 184 x 50 = 84,64 metri quadri; n.d.r.) era troppo stretto, e in più non c'era un bordo di protezione, quindi lo spazio effettivamente utilizzabile era ancora più ristretto.

Questo era il limite di Kano, che considerava il judo come uno strumento di educazione e non aveva esperienza di gare. Ed è senz'altro singolare che le gare su 50 tatami di Kano siano state adottate per qualche tempo anche dalla Federazione Internazionale.

La capacità di Abbe venne ridotta non poco dalla "ferita alla gamba sinistra” (come riportò il quotidiano di Fukuoka), ma senza battere ciglio egli tornò sul campo per combattere.

L'avversario seguente considerò l'occasione favorevole e attaccò a sinistra con hanegoshi (anca volante). Al secondo attacco, Abbe parò aprendo leggermente il corpo a destra (difesa chowa) e spazzò la gamba sinistra dell'avversario con la propria gamba sinistra (kari-gaeshi; n.d.r.), come se stesse maneggiando una falce (perfetta descrizione del tokui-waza in contrattacco del sig. Abbe; n.d.r.). Il corpo dell'avversario rimase per un attimo sospeso in orizzontale in aria prima di abbattersi al suolo. Ippon.

Il terzo avversario fu Nishida, dipendente della direzione amministrativa delle Ferrovie di Tokyo. Il judo era molto diffuso in quell'ambiente. Nishida era il tipico dipendente virtuoso, descritto dal quotidiano di Fukuoka come un atleta, "un tecnico molto abile", specialista di tsurikomiashi e osotogari.

Abbe cercava di nascondere che muoveva con difficoltà la gamba sinistra e aveva l'aria stanca, tuttavia raddrizzò la schiena e fece kumite (presa) assecondando l'avversario. Al tempo i judoka di alta classe non contendevano il kumite a proprio favore come fanno gli atleti di oggi.

Abbe era particolarmente docile e gentile. Nishida effettuava l'hikikomi con forza, ma Abbe si muoveva con lui. Improvvisamente Abbe si spostò di scatto, entrò nel petto, lanciò la propria gamba destra davanti alla gamba destra dell'avversario, gli alzò il mento spingendo con la mano destra e fece un karadaotoshi (atterramento del corpo – forse un altro modo di dire o-soto-otoshi, n.d.r.). Tirato nella parte bassa del corpo e spinto in quella alta, Nishida cadde e torcendosi leggermente nel tentativo di non atterrare sulla schiena.

Ancora una volta sembrava un ippon, invece venne concesso waza-ari.

Abbe avanzò la gambe sinistra ed effettuò un repentino tsurikomibarai (ancora una volta illazioniamo che fosse un tsurikomi-ashi) a destra, che Nishida parò a malapena spostando il baricentro sulla gamba destra. All’istante Abbe effettuò osotogari lanciando ampiamente la gamba destra dall'alto verso il basso. Nishida cadde sulla testa. Ippon.

Per le sue tre vittorie Abbe aveva usato tecniche sempre diverse.

E così il gruppo occidentale passò in vantaggio…

Il sig. Abbe mostra Kime no kata